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Full text of "Carmina e poetis Christianis excerpta : adnotationibus illustrata in usum studiosorum"

-■' .•>*./:''/,• 



F-46Z0* 




FROM THE LIBRARY OF 
REV. LOUIS FITZGERALD BENSON, D. D. 

BEQUEATHED BY HIM TO 

THE LIBRARY OF 

PRINCETON THEOLOGICAL SEMINARY 






Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/poetisch13augu 



'■' 



RACCOLTA [ll TESll LATINJ 



ll 




%-. y % 



POETIS GHRISTIANIS EXCERPTA 

Adnotationibus illustrata 
IN USUM STUDIOSORUM 

FASGIGULUS I 

CONHNENS 

JUVEXCUM, LAOTANTIUM, M. VICTOBINUM, 

S. HILABIUM, 

AUSONIUM ET S. PAULINUM 






AUGCSTAE TADRINORDM 

rPOGBAPHIA PONTIFICIA ET ARCHIBPiSCOPALl 

Eq. PETRI MARIETTI 
1885 



Proprieta Letterana. 



AI CORTESI LETTORI 

I/EDITORE 



Nel pubblicare il presente volume intitolatc 

CARMINA E POETiS CHRISTIANIS EXCERPTA IN USUM 

studiosorum, messo alla luce la prima volta in 
IVancia dal chiarissimo letterato F. Clement, vi 
abbiamo apposte, col consiglio di persone com- 
petenti, talune variazioni che abbiamo creduto 
poter meglio giovare allo scopo del libro. Affin 
di diminuire alquanto la mole del volume, ab- 
biamo primieramente omesse in tutto o in parte 
i tcune poesie meno importanti ; ed abbiamo in- 
v^fce aggiunto ai Carmina di S. Paolinodi Nola 
ii suo celebre Carmen contra ethnicos, che e 
un vero modello da tenersi presente dai mae- 
stri;cristiani per ispiegare cristianamente gli au- 
tori pagani, giacche in esso S. Paolino espone 
la mitologia dei pagani in modo da renderla ridu 
cola ed abominevole ai pagani medesimi. Lenoto 
del sig. F. Clement sono state in molta porte so 
stituite da altre piii copiose, per maggior diluci- 
dazione del testo clelle varie poesie. Fiaalfnente 
abbiamo creduto pregio delTopera di sopprimere 
la prefazione diF. Ciement, e rimpiazzarla colla 
eruditissima lettera diretta nell' anno 1875 dal 
dotto Vescovo di Calvi e Teano, Monsig. 13arto- 
lomeo d' Avanzo (ora meritissimo Cardinale di 
S Cliiesa), ai Professoridel suo Seminariodi Calvt 



6 

intorno airinsegnamento rnisto degli Autori clas- 
sici cristiani e pagani; perche trattandosi in essa 
della genesi e della natura della poesia cristiana, 
Pahbiamo creduta utilissima a dissipare molte 
prevenzioni che si hanno su questo importan- 
tissimo argomento. E siamo pure stati indotti 
a dar la preferenza a questa lettera (di cui ab- 
biamo omessi taluni paragrafi non necessarii 
direttamente allo scopo del nostro libro ) nor> 
solo dalla considerazione del raerito delPillustre 
e dotto Cardinale d' Avanzo , il quale fin dal 
1852 quando piu fervevain Francia la questione 
circa la introduzione dei classici cristiani nelle 
scuole, dichiarava pel primo in Italia doversi ri- 
tornare alfantico metodo misto nella istruzione 
della gioventu , e non lascio mai di difendere 
questo metodo in piu di un suo scritto, e spe- 
cialmente in un discorso accademico tenuto in 
Roma nel]'Accademia di religione Cattolica il 6 
settembre 1866, in cui metteva un tal metodo 
a base di un novello indirizzo da adottarsi per 
la polemica religiosa; ma molto piu perche le 
dottrine esposte in questa lettera hanno meri- 
tato di ricevere piena approvazione e solenne 
conferma dai Maestro e Dottore universale il 
N. S. Padre Pio IX con un magnifico Breve di- 
retto allo stesso Vescovo il 1° aprile dello stesso 
anno 1875 gik riportato da tutti i giornali cat- 
tolici dllalia, di Francia e del Belgio ; nelquale 
Breve si dichiara esplicitamente che la famosa 
questione delPinsegnamento misto degli Autori 
cristiani e pagani debba ritenersi ormai come 
terminala (jam diremptam), e che da oggi in- 
uanzi la gioventu cristiana debba con un tal me- 



7 
todo venire islruitanelle lettere (utrorumque scri- 
ptorum opera in ejus adolescentiae usum esse 
adhibenda). 

Cio premesso, trascriviamo dalla detta Let- 
tera (1) tulto quello che fa al proposito del pre- 
sente volume: 

I. Ed a cominciare dal principio; e nsaputQ 
che il secolo XV col culto quasi idolatrico verso 
il latino del secolo di Augusto, che ando sempre 
crescendo; confortato poscia dai Giansenisti del 
secolo XVI, i quali per odio a tutto cio che era 
Romano gridarono la croce addosso al latino del 
Romano Breviario, cioe al latino della Bibbia , 
degli Atti de' Martiri, de' SS. Padri, delle Vite 
de' Santi, dfegllnni in gran parte composti da 
Padri stessi e Scrittori ecclesiastici del Medio 
Evo, spianava la strada al secolo XVIII, secolo 
della derisione e disprezzo di tutto quanto havvi 
di buono e di bello nella Societa cristiana. Ed 
eccoti il sicofante di quel secolo colla empia 
sua scurrilita, tirando 1'ultima conseguenza pro- 
nunziare dal suo tripode: « essere il genio dei 
« Francesi durante novecento anni (sic I) stato 
« sempre ristretto sotto un Governo Gotico, can- 
« giando da due in due secoli un linguaggio 
c sempre grossolano ! » e seguendo a spargere 
il ridicolo, scherzare sul Romanesco da Mori, o 
rusticita gotica della lingua latina del Medio 
Evo (2): di che tutti i seguaci di lui facendogli 
eco gridarono alla barbarie , alla corruzione 

(1) NB. Chi desiderasse di aver per intero tale Lettera col Breve del 
>:. S. Padre a Monsignor d'Avanzo, potra averla dalla nostra Libreria. 
ai prezzo di cent. 50. 

(2) Voltaire» Sil-de de Louis XIV, Tntroduc 



8 

della lingua lalina ecclesiastica, fiao a che ve- 
niva in ultimo ad essere eliminata dallo inse- 
gnamento delle classi , ed a grazia se ne ser- 
barono le tracce nel Breviario non piu Romano 
ma riformato; nel quale, cioeagl'Inni immortali 
di S. Ambrogio, di Prudenzio ed altri ecclesia- 
stici Scrittori, perche scritti in una iingua che 
essi chiamavano barbara, vennero sostituiti gli 
Inni del Pererio, del Santeuil (1), ed altrettali 
scritti in una lingua che battezzavano per pura 
Oraziana, imitatrice del secolo di Augusto I 

II. Da quel tempo gli studii di Gollegio fecero 
eompletamente ignorare gli Scrittori cristiani ; 
e senza degnarsi di studiarli, venivano nelle oc- 
correnze dichiarati frutti di una letteratura bar- 
bara, degna del tempo della decadenza del la- 
tino; costituenti in una parola la Ecclesiastica 
Ietteratura. 

III. Allorche dunque il dotto sig. F. Clement 
nel 1854 pubblicava il suo Carmina e poetis 
Christianis ad usum scholarum , preziosa rac- 
colta, nella quale presceglie i piu bei compo- 
nimenti di meglio che quaranta poeti cristiani 
vivuti dal secolo IV al XIV, sembro a prima 
vista che volesse introdurre gli scolari in un 
mondo vecchio e dimenticato. Laonde i mo- 
d rni figliuoli di Voltaire ripigliavano Tantico 
vezzo del ridicolo e del disprezzo, e gridavano 
a coro: « essere proprio inesplicabile come il 
a Glement abbia avuto il coraggio di estrarre 
« dal profondo obblio, in cui giacevano sepolte 
« siffatte poesie che contengono delle litanie di 

i) Ristampati in un solo volume a Napoli col titolo tt Sanctolii Vi- 
Btorini hvmni sacri et novi. - 





« giambi, una struttura rozza e dura, de' versi 
«aspri, spaventevoli per le orecchie sol per 
« poco musicali (!),» e con tuono di compassione 
conchiudevano « che V ammirazione del sig. 
<< Clement nasceva solo dal perche in lui il Cri- 
« stiano e Farcheologo hanno spento ogni sen- 
« timento di musica e di poesia (sicl) (i).» 

IV. Se non che il secolo del disprezzo ormai 
e caduto nel disprezzo (2); Vipse dixit del Vol- 
laire ha perduto la sua autonomia; laquistione 
de'Classici risuscitata dalPammirabile lettera 
(IeH'eloquente e dottissimo Vescovo di Langres, 
poi di Arras, Monsignor Parisis ai Professori del 
suo Seminario(3) aveva gik ricevuto la sua so- 
luzione dalla voce del grande Pio IX, il quale 
dalla sublime infallibile cattedra di verita im- 
poneva silenzio ai contendenti, dichiarando ehe 
le sapientissime opere de' SS. Padri, anziche 
essere scritte in lingua barbara, contengono la 
germana eleganza ed eloquenza del dire e dello 
scrivere: epper6 doversi apparare questa non solo 
da' preclarissimi scrittori pagani, purche cla ogni 
macchia purgati, ma ancora dagli scritti sapien- 
tissimi de' S$. Padri (4). E quando poco dopo 

(1) Yedi Bevue de Vlnstruction publique t XIV anuee 23 novembre 1854. 

(2) Vae qui spernis, nonne et ipse sperneris? Isaiae XXXIII, 1. 

(3) Vedi Mgr Parisis u Lettre a MM, les Buper. et profess. de son 
petit Seminaire, 2 octobre 18IG. „ 

(4) S'id. Epist. Encycl. Pii Pp. IX (f. r.) ad Episcopos Galliae, su 

21 mart. 1853: tt Adolescentes Clerici in vestris Scminariis... simul hu- 
u manioribus litteris, severioribusque disciplinis potissimum sacris... 
u ita diligenter imbuantur, ut... germanam dicendi, scribendi que ELBGAN- 
u tiam, Eloquentiam tum ex sapientissimis SS. Patrum operibus, tura 
u ex clarissimis ethnicis Scriptoribus ab omni labe purgatis addi£ 
u valeaut. „ E dopo ventuno anno in un onorificentissimo e patern > 

diretto a Monsig. Gaume, il piu strenuo difensore di questa 
ripete e conferma: u Norma* in ratione studiorum a Nobis probatas t 

. qua 



10 

per mezzo delFArcivescovo Mgr Sibour il Glero 
di Parigi faceva istanza al S. Padre affine che 
sotto il rapporto della lingua si emendasse il 
Romano Breviario, il Papa dopo sentita un'ap- 
posita Commissione, faceva rispondere Reponan- 
tur acta, e respingeva ogni riforma. Confortati 
quindi una seconda volta dalla infallibile voce 
del Vaticano , il processo conlro la lelteratura 
latina ecclesiastica con tanta prevenzione e cosi 
malamente giudicato, fu in questo ullimo quarto 
di secolo riveduto, e studiosamente riesaminato 
dagli uomini competenti e di buona fede; ed 
in conchiusione, siccome in quanto al Breviario 
il Clero di Parigi non solo , si ancora i Cleri 
delle Diocesi tutte di Francia sono lodevolrnente 
ritornati alla recita del Breviario Romano, dalla 
quale non mai avrebbero dovuto dipartirsi; cosi 
per gli studii classici si e deciso il ritorno puro 
e semplice allo antico metodo misto; laonde lo 
stesso Consiglio superiore della Pubblica Istru- 
zione in Francia ha decretalo che « dal 4875 in 
poi lo studio de' Padri Greci nella terza, e de' 
Padri Latini nella seconda rimanga obbligatorio 
perciascuno stabilimento di pubblica Istruzione, 
da prendersene conto negli esami di licenza(1),» 



tt vis labe purgatis , auctorum etiam christianorum opera elegantiora 
tt studiosis juvenibus legenda proponantur. n Datum Romae die 22 a- 
prilis 1874. 

(1) Ne diamo garante per il Breviario il chiarissimo Dom. Gueranger 
Annie Liturgique, e per il programma deglistudii il dotto cd eloquente 
Monsig. Freppel gia professore di sacra eloquenza alla Sorbona , ora 
Vescovo di Angers, ed uno de' quattro Vescovi membri del Consiglio 
Superiore della Istruzione pubblica, il quale nella distribuzione dei 
premii letterarii del Seminario di Beaupreau cosi attesta: tt Le Conseil 
u superieur de 1'Instruction publique n'a pas hesite entrcr dan cette 
44 voie. Deja 1'annee derniere les Plres de VEglise prenaient place pour 
* \\ premiere foi dans le programme de la licence es lettres. A part>r 



11 
Rimaneva quindi nel fatto chiarito il ritorno al 
metodo misto ; il quale in sostanza come per 
priorita di tempo ad ogni altro prescrive, cosi 
di ogni altro e piu ragionevole ; giacche non 
una, ma due sono le letterature della lingua del 
Lazio, vale ildire, oltre della letteratura pagana, 
havvi una seconda letteratura latina cristiana, 
la quale non e mica una corruzione della pri- 
ma, come in odio della Chiesa si volle chiamare 
dopo del preteso Risorgimento ; sibbene e di 
quella una trasformaziose sublime. 

Si prosegue dimostrando : V. Tesistenza di una secon- 
da letteratura latina; prova di diritto, due Citta, due Ci- 
vilta, due letterature. VI. Prova di fatto. VII. Modo di tras- 
formazione della prima letteratura nella seconda. VIII. 
S. Agostino, S. Girolamo. IX. In ordine inverso la prima 
decade , la seconda esordisce e giganteggia. X. Esordio 
umile. XI. LaBibbia e gli Atti de' Martiri — progresso, au- 
tori posteriori fino al secolo decimoterzo. I 222 volumi della 
raccolta-del Migne rappresentano la seconda letteratura, 
cioe la cristiana in Storici, Filosofi, Oratori e Poeti. 

XII. Ma Tammirabile trasformazione del latino 
pagano nel latino cristiano in veruna parte si 
mostra piu spiccata , quanto ne* Poeti latini cri- 
stiani. Yeramente assai tardi la seconda lettera- 
tura latina comincio ad avere de poeti , per- 
ciocche la poesia della civilta pagana assai piu 
che la prosa presentavasi in opposizione della 
civilta cristiana. Ed invero si conosce che sol- 
tanto i Romani ad imitazione de' Greci poeia- 
rono per metro, giacche laquantita lunga o bi 

" de 1'aunee prochaine 1'etude des Peres grecs en troisieme, ct d. 
" Jatins en seconde devicndra obligatoire pour tous lcs etablissementa- 
* d'instruction publiquc. , Ycdi Bonnetty Annales de Philosophie Chrd 
Aout 1871; non che LTnivers, 12 Aout I 7 1. 



12 

delle sillabe fu loro invenzioiie; a tutte le altre 
Kazioni dell' Oriente, delTAfrica, ed anche del 
Settentrione delFEuropa la quantitafu ignota(1). 
Oralaquantita lungao brevedelle sillabecreando 
una speciale difficolta, ne venne che la poesia me- 
trica fosse presso de' Romani patrimonio di po- 
chi dotti: laonde i componimenti poetici si leg- 
gessero nelle private adunanze, ove salo uomini 
dotti avessero luogo, affine di accattar plauso o 
anche un premio che elargito agli uni animava 
gli altri a seguirne 1'esempio. Per questo pure 
la poesia presso i Romani non fu mai popolare, 
e non solo la eroica e la lirica , ma anche la 
scenica, della quale il popolo nulla gustava, 
come se ne lamenta lo stesso Orazio(Ep. 1 , lib. 2); 
talche spesso il popolo immenso che accorreva 
ai teatri, a furia di baccani nel mezzo stesso 
delTazione. annoiato da' versi, dornandava che 
fosse interrotta, e gli si dessero degli spettacoli. 
L' e per questo che Quintiliano confessava in 
eomoedia maxime claudicamus, eppero la Iingua 
stessa, sermo ipse romanus non fosse adatto alla 
eommedia (2). Difficolta somma adunque ed im- 



(!) Yedi De Constant, Surla pocsie et la musique des Hebreux, presso 
Migne, Cursus completus Sacrae Scripturue, tom. 27, pag. 150. 

(2) Vedi Tiraboschi, Storia deUa leUeralura italiana, vol. 1, part. IIT, 
lib. VI, § 51, seq. ; ed appunto por rcndersi popolari i comici solevano 
dal rigore della quantita. discostarsi, accio sembrasse il loro un discorso 
quasi famigliare. Tralasciando la testiinonianza di Cicerone , Pri- 
Bciano, ecc., ne piace arrecare i seguenti versi di Terenziano Mauro: 
u Sed qui pedestres fabulas socco premunt, 
u Ut quae loquuutur sumpta de vita putes 
u Vitiant jambon tractibus spondaicis, 
u Et in secundis et in cacteris aeque locis 
u Fidcmque fictis dum procurant 1'abulis 
u In mtlro peccant arie, non inscUia , 
u Ne sint BOnora verba consuetudinis 
* Paulumque rursus a Bolutis differeut. K 



13 

popolarita grande farono le qualitn deHa poesia 
metrica prcsso i Romani. 

XII. E la difficolta per i poeti cristiani immen- 
samente cresceva : giacche la quantita delle lun- 
ghe e delle brevi spesso obbligava al cangia- 
mento della parola; e si sa come la parola mu- 
tata porti pur seco il cambiamento, e spesso lo 
storpio del pensiero nel primo entusiasmo con- 
cepito. Ora i Gentili non avevano motivo di chia- 
marsene scontenti : perche se dalle loro poesie 
togli Taltisonanza della forma, e la quantita, in 
cui consisteva il massimo merito della loro mae- 
stria, in tutto il resto scoprivasi un fondo[arido, 
vano, sovente laido ed immorale; la mente del 
poeta poi non era si accesa di entusiasmo dal 
falso Dio (estDeusin nobis!!) da non accordarsi 
collo studio di piedi metrici. Ma non cosi il 
poeta cristiano: trovavasi egli in ben altre con- 
dizioni: per una parte egli era astretto da leggi 
severe alT uso di parole e formole sacre che 
non poteva senza colpa mutare, onde non gli era 
dato giovarsi di circonlocuzioni, come ai pagani: 
per T altra parte il suo entusiasmo s' ispirava 
non gia, come quello, al vano influsso di Eu- 
terpe, Tersicore e quanti altri nomi vani seppe 
fingere la cieca gentilita: ma alTimpeto dello 
spirito del Signore Iddio vero (Major Deus), il 
quale spira dove vuole, e spesso colla forzadel 
torrente fa toccare alTuomo il sommo delTen- 
tusiasmo vero nella contemplazione degli in- 
scrutabili divini misteri, o a vista delle grandi 
e sublimi magnificenze del Signore (I). 

(1) E risaputo il dotto di Bossuet, cho cio6 il vero entnsiasmo fcr 
polamente nella Beligione Ebraica e Cristiaua, Le quuli souo ie soli 



14 

XIV. La poesia metrica de'Gentili adanqueper 
se non poteva allettare icristiani: e solo tardi 
assai alcuni vi ci si provarono. Primamente 
Giovenco verso il terzo secolo, il quale, come si 
esprime S. Girolamo, osb assoggettare alla legge 
del metro (esametri) la maesta del Vangelo (])■ 
Parimenti quel grande oratore e poeta , qual 
fu S. Paolino di Nola, intraprese a celebrare in 
versi eroici i natali del prodigioso S. Felice prete 
di Nola, e scrisse tra le altre poesie anche un 
magnifico Carmen contra Gentiles mostrando la 
vanita degTlddii: in seguito nel metro stesso al 
quinto secolo scrisse Sedulio, che per la lingua 
e per il verso vien celebrato a pari di Giovenco* 
e cosi nei secoli posteriori non mancarono poeti 
tra cristiani scrittori, i quali come per la prosa 
cosi ancora per il verso ritenendo la gramma- 
tica, la frase, la quantita, celebravano con poe- 
sia metrica subbietti sacri, ma trasformando la 
lingua da pagana in cristiana, come eglino stessi 
avevano cura di protestare; ed e evidenteachiun- 
que volesse confrontare anche soltanto i com- 
ponimenti poetici scritti da S. Paolino prima 
della sua conversione collo stile di quegli scritti 
dappoi (2); per esempio lo Scaligero parlando 

poggiate sulla vera Kivelaziono divina; e Fe'nelon parlando della poesia 
ispirata de' Profeti aggiungeva che vi e tanta differenza tra questi ed i 
poeti pagani, quanta ve ne ha tra il vero ed il falso entusiasmo. Se il 
poeta pagano diceva con Ovidio: Est Deus in nobis, agiiante calescimus 
illo ; il poeta cristiano ripeteva, ma con ragione, come S. Paolino ad Au- 
eonio : ~Sunc alia mentem vis ayit, major Deus. 

fpiriius ubi vult spirat. Joan. in, 8. 

Spiritus Domini ceiut torrens imavlans. Isaiae XX.X, 28. 

(1) " JuvencuS presbyter historiam Domini Salvatoris versibus expli- 
„ cuit, nec pertimuit Evangelii majcstatom sub metri leges mittere. w 
S. Hieronymus Epist. Magno Oratori Eomano. 

(2) II Carmen <-on<ra Geniiles di S. Paolino Vcscovo di Nola ebbe tanta 
fama che S. Agostino dal fondo dell'Afi?ica in ben duc lettere, u. 31, 42, 



15 
del verso giambousato da S.Paolino nel poema X 
indirizzato ad Ausonio, lo caratterizza jambus 
divinus, elegans, eruditus, Christianus(l). 

XV. Ma quello che maggiormente doveva te- 
ner lontani dalla poesia metrica gli scriltori 
cristiani fu la impopolarita sua massima. I poeti 
del secolo di Augusto che accattavano coi loro 

lo prega di niandarglielo. Questo fu pubblicato la priina volta dal Mura- 
tori nella elegante edizione che fece di tutte le opere di S. Paolino in 
prosa ed in verso, e le acchiuse in un volume in folio, Veronae a,\. 1736, 
ed e inserito nel volume 61 della lodata Collezione del Migne. 

(1) S. Paolino, come si esprime l'Ozanam iTom. II, Legon sur la civili- 
zation au V siecle, lecon 18), e con Prudenzio il rappresentante della poe- 
sla cristiana in Occidonte, avendo eglino scritto nei diversi generi, cioe 
lirico, epico, didattico: ora il Santo nelle sue risposte ad Ausonio gia 
suo maestro, e che voleva riehiamarlo alle muse, ma specialmente nel 
suo Carmen a Jovio cui voleva persuadere ad abbandonare lapoesiapro- 
fana per consecrarsi alla poesia cristiana, quasi diresti che insegna il 
modo come Puna si trasforma nelFaltra : 1. la pocsia cristiana esclude 
di proposito ogni ornamento pagano (cui Ausonio aveva adoprato a pro- 
fusione); 2. non invoca che il Creatore del tutto, Gesu Cristo; 3. non 
canta lo avventure favolose, ma la verita, i soggetti sacri che le sommi- 
nistra in abbondanza la Rivelazione ; 4. tien fermo che 1'arte del cri- 
stiano e la fede; il tipo delFarmonia e il Cristo, il quale ha stabilito l'ar- 
monia universale congiungendo in se stesso ci6 che era infinitamente 
disparato, cioe la natura divina ed umana; 5. essa esercitando lo spi- 
rito deve agire sul cuore, in quanto che lodando le opere maravigliose 
di Dio passa dalla fede alFammirazione, da questa alFamore, affine che 
amando Dio sia riamato da lui. Per S. Paolino poi il tipo ciella poesia 6 
Davide, il Cantore dell'antico Testamento. S. Paolino al medio evo fu 
studiato tra i primi maestri della poesia: ed anche dopo del Risorgi- 
mento pagano Erasmo (not. in Hieronym. p. 107) lo chiama il Cicerone 
Cristiano, ed il Gronovio lo paragona a Virgilio; ed Heinsius lo dice 
uno scrittore di ecceHente latinita-. — Vedi 8. Paulin EvSque <Je Xole et son 
.n. 350 al 430) par le Docteur Ad. Buse, professeur au Seminaire 
de Cologne; traduit de l'Allemand. Paris 1858, chap. VII, pag. 115, 175. 
Da queste norme dettate dal Santo Vescovo chiaro rilevasi che cosa 
debba dirsi di quegli scrittori dopo del Pdsorginiento, i quali, mentre la 
pretendono a poeti cristiani, cominciano dail'invocare le Muse, nonclio 
Apollo, Febo, il Pegaso e fmanco Mercurio! e posciaper avereimitato nel 
metro Orazio, e racimolate dallo stesso talunefrasi staccate qui e cola, 

lono, come direbbe Krasmo, loc. cit., nonjam Cictroniani, .<■ 
Ciceron.-s ; non Horatiani, sed totidem Horatii! Ma ben sta che di costoro 
prendano beflfe gli stesoi scrittori profani. E celebre la spiritosa satira 
di Boileau coutro i latinisti moderni nel Dialogo d>/ tnorti, nel quale il 
suo Apollo finisce collo scacciare dal Parnaso il Sauteuil coni suoi liyrnni 
, ilPererio ed altrettali. Vedi l'infaticabile Cav. Bonnetty 
. tom. X, IV, 



16 

componimentieplaiisi, e vanagloria,e protezfone 

de' Mecenati, senza escluderei sesteriii, e gli oTti, 
e le ville, si facevano anche vanto della impo- 
polarita (1): ma non cosi i cristiani poeti, per i 
quali il fine ultimo della poesia essendo solo 
ia glorificazione di Gesu Cristo signore e pa- 
drone di tutto il creato, non potevano proporsi 
aitro fine, poetando, che quelio di diffondere 
ia dottrina.di Gesu Gristo per guadagnare le 
turbe al divino Maestro, e di propinare co' versi 
Tantidoto alle erelicali bestemmie che si cerca- 
vano spandere nel popolo da bugiardi ed astuti 
maestri. Per giungere quindi alla popolarita co- 
minciarono a lavorare intorno alla poesia lirica 
dal piede giambo, come piu popolare (2), ma 
dando insieme al verso ed alla strofa quella mi- 
sura e disposizione che piu si adattasse al canto 
popolare: e perciocche questo e per se stesso in- 
clinato alla cadenza simile, alTassonanza, alla 
rima (la quale a' Greci e Romani non era igno- 
ta)(3), questa appunto si studiaronod'introdurre 
nella strofa, e composero quegli amrnirabili e 
sublimi inni, i quali da Sant' Ambrogio per la 
prima volta introdotti a cantarsi nel Duomo di 
Milano furono da per ogni dove adottati, e fu- 
rono il mezzo piu popolare ed efficace per pro- 
pagare la dottrina del Vangelo, e promuovere 

(1) Odi pro/anum vulgus et arceo. Horat. 

(2) " Hunc socci coepcre pedem, grandesque cothurni, 

* Alternis aptura serraonibus et popularem.,, Horar, Art. poet. v. 80. 

(3) I classici autori e Greci e Latini non ignorarono la rima, ma la di- 
sprezzarono; cio non ostante le consonanze trovansi talvolta cosi aecu- 
mulate ne' loro componimenti da non poterle attribuirc ad inawertenza, 
come bene osscrva il <?h. C. Canta nella sua Storia della lelteratura latina, 
pag. 539, ove allega parecclii cscmpii nelFuno e nelFaltro idioma; ed os- 
serva che la prima ode di Orazio, Moectnas atunis, h qi.asi tutta di 
nanze s r:.ua«j imperfctte. 



17 
il culto religioso di Dio, della divina Madre Ma- 
ria e de' Santi suoi. Clie se agli stessi pagani fu 
permesso di scostarsi dal rigore della quantita 
nell'atto della recita sulle scene, a bella posta per 
rendersi piu popolari: « In metro peccant arte, 
non inscitia » (V. nota a pag. 12); si comprende 
facilmente come e perche i nostri poeti siensi 
sempre piu andati scostando dal rigore della 
quantita, accostandosi invece alla rima ed al ri- 
malmezzo fino ad inventare e comporre quegli 
ammirabili ed armoniosi componimenti del Lau- 
da, Sion, Salvatorem , dello Stabat Mater dolo- 
rosa, ed altrettali Sequenze ed inni; completando 
per tal modo 1'ammirabile trasformazione della 
poesia metrica pagana nella poesia sillabica 
cristiana. Ed a farla toccar con mano, sara pregio 
del nostro lavoro seguir passo passo i nostri 
scrittori in questo progressivo e costante trava- 
glio, cui hanno dato opera per ben dieci secoli: 
che non si avrebbe potuto di un getto inventare 
e perfezionare la novella forma di poesia. 

XVI. II verso giambico, come si e detto, dai 
Romani stessi riputato il piu popolare , il Di- 
metro su tutti ed il Tetrametro, vedesi dai no- 
stri poeti a preferenza trascelto. Ed in quanto 
a' dimetri, eransi tali specio di versi usati da'pa- 
gani non mai soli, ma piu sovente congiunti 
co' trimetri ed esametri; ed eccoti i nostri poeti 
adoperarli soli, disporli in strofe di quattro versi, 
terminare sempre con parole di tre sillabe, ch(! 
e il iinimento piu vago, ossia con parole in cui 
1'ullimo piede giambo fosse almeno preceduto 
da altro mezzo piede, simili a'nostri sdruccioli, 
ed aggiungervi ora Y armonia deir assoqanza, 
Cttrminu 2 



18 

che e il primo passo alla rima, ora la rima stessa 
a due od a quattro. E cio facevano da princi- 
pio serbando rigorosamente la quantita; in se- 
guito per rendere la poesia piu libera, comegli 
stessi Romani (V. num. preced.), man mano se 
ne discostarono fino ad escluderla affatto, sem- 
pre pero tenendo di mira la numerazione delle 
sillabe ,, gli accenti , Tassonanza ed anche la 
rima che sono le basi della poesia novella(l). 
Ne i nostri poeti si avvalsero soltanto del giam- 
bico dimetro perfetto, ma ancora delTimperfetto 
sia mancanle di un piede m fine, sia di una 

(1) Eccone un esempio.neirinno in Epijphania Domini, composto da S. I- 
lario vescovo di Poitiers verso il 368: 



Jesus refulsit omnium 
Pius Eedemptor Gentium 
Totum genus fidelium 
Laudes celebret drammatum. 

GTinni che poco dopo (verso il 397) componeva S. Ambrogio in Mi- 
lano, e de' quali si serve la Chiesa ne' divini officii, sono pressoche tutti 
della stessa struttura. Ed accio non si accrediti la calunnia che i poetr 
cristiani abbiano per ignoranza e non gia ad arte smesso a poco a poco 
il rigore della quantita, facciamo osservarc che gli stessi sacri scrittori 
S. Ilario e S. Ambrogio, i quali hanno composti gl'inni a tutto rigore di 
quantita, ne han composto altri, ne' quali si adattano piuttosto all'ac» 
cento e alla assonanza. Eccone un esempio : 



S. Hilar. in Quadrag. 

Jesu quadragenar/ae 
Dicator abstinena'a<?^ 
Qui ad salutem nientium 
Hoc sanxeras jejuvmm*. 



S. Ambros. in Fest. Pasch. 

Aurora lucis vntilat , 

Coelum laudibus mtotwt , 
Mundlis exultans jubUa: , 
Gem.ens infernus nlulai , 



E questa liberta di passaggio dalla poesia metrica a rigor di quautita 
alla jjoesia sillabica rimata andando sempre piu crescendo, si arrivo nel 
X secolo alla sostituzione completa della poesia sillabica rimala alla 
metrica poesia. Se ne veggano gli esempii in S. Odune e dopo anche in 
S. Tommaso d'Aquino : 



S. Odon Cluniacensis (an. 927) 

Maria soror Lazart 

Quae tot commisit crimma 
Ab ipsa fauoe tartari 
liedit ad vita? limina. 



S. Thomas Aquin. 

Yerbum supernum pro<?t>iw 
Xcc Patris linquens dextcram 
Ad opus suum cxiens 
Venit ad vitas vesperaw. 



19 
sillaba in principio, sia 1'una e Faltra specie in- 
sieme alternando (I). 

XVII. Ma il modo di trasformazione dclla poe- 
sia metrica nella sillabica in vorun altro verso 
apparisce piu spiccato , quanto nel tetrametro 
giombico imperfetto (2), il quale era lungo di 
quindici mezzi piedi, usato soltanto da'comici, 
perche pixi popolari; Terenzio ce ne porge l'e- 
seinpio dicendo: 

Pro peccato gravi paulum supplicii satis est pati; 

i hostri poeti se ne impadroriiscono, ne formano 
primieramente degFinni, i quali mentre sono 
composti a quantita rigorom, sono pertanto piu 
armoniosi, essendo nel verso spiccato 1'accento, 
o -imile il fmimento piu vago, cbe e la parola 
di tre sillabe (sdruccipla) come si e detto piu 

(1) Del dimetro imperfetto come quello di Orazio: Muscte Jovis natae, 
1'esempio e 1'inno cosi popolare, Ave Maris stella, e di quello imperfetto, 
come questfaltro, Xon ebnr neque aureum, 1'esempio n' e quell'inno che, 
per la elevatezza de' pensieri e per la maesta dello stile supera quanto 
Pantichita pagana ha prodotto in genere lirico ; eccone il principio: 

a Veni sancte SpiriVus 

" Et emitte coelitus 

u Lucis tuae r&dium. 
u Veni Pater pauperwm 

" Veni dator muncrum 

a Veni lumen covdium, et.c. „ 

Dell'uno e 1'altro verso alternando sono ie strofe sempliciedaffettuose 
della celebratissima Fhilomena di S. Bonaventura: 

" Philomena praevia 

" Temporis &moeni 

;uac recessum mmtUts 

" Inibr:* atque coeni. 
u Dum mtucescis animos 

■ Tuo cantu laeni 

u Ave prudentissima 

u Ad me quaeso veni. „ 

(2) Siffatti versi sogliono chiamarsi trocaici catalettici, ma 1'autorc del 
i Metodo del Portoreale tom. 2, nel Trattato della i>oesia ha dinio- 
i che sono versi giambici mancanti di mezzo picde, non giu in hne, 

uiu al principio dol verso. 



20 

sopra: esempio n'e 1'inno di Prudenzio De mi- 

raculis Ckristi (verso 1'anno 403): 

Facta nos et jam probata pangimus miracula. 

Ancora qui le pastoie della quantita erano troppo 
strette ; ed eccoti altri de' nostri per una parte 
sempre piu discostarsi da essa, e per Taltra 
prender piu cura del suono, del numero, del- 
1'accento e • della cadenza di detto verso 9 e 
comporre le strofe a tre fornite di assonanza e 
talvolta anche di rima. Si paragonino que'versi 
di Prudenzio colla seguente strofa dello stesso 
metro tratta dalPinno De Gaudiis Paradisi d'in- 
certo autore, ma scritta in quel torno 

Ad perennis — vitae fontem — mens sitivit — aricfo 
Clausa carnis — praesto frangi — clausa quaerit — anima; 
Gliscit, ambit — eluctatur — ■ exul frui — pa£Wa. 

Qui ravvisasi lo stesso verso di quindici mezzi 
piedi, che presso Terenzio non ha alcuna ar- 
monia , ormai diviso per ragione dell' accento 
in tre parti, le prime due di quattro, 1'ultima 
di sette mezzi piedi o sillabe. Intanto laquantitk 
propria del tetrametro non e rigorosamente ser- 
bafa, come in Prudenzio; invece si osserva il 
finimento rigoroso nella parola di tre sillabe e 
nelPassonanza, ed appresso anche della rima 
costantemente iclentica per ogni strofa di tre 
versi. Per tal rnodo dal verso giambico tetra- 
metro imperfetto de' comici pagani nasceva il 
verso che poscia chiamossi politico (1) e che 

(1) I versi politici furono assai usati nel medio evo da' greci e dai la- 
tini; perche sieno stati con tal nome chiamati non consta. Forse fioUtici 
quasi politi, nol qual senso fu talvoltadettopo7i7i sermo?ies; yiii vrob&biU 
mente politici quasi civiles et iwpnlares, a tco\l7Y)C, civis; ncl qual senso 
Cicerone, lib. V, de Finibus, spiega il greco r.o/.hi/.ov- Di essi scrisse 
\frtrtinu8 Cru*lit* in TurcoqraecUt t p. 193; u Quindcnis svlJabis coustant 



21 

puo dirsi il germe di tutta la poesia linca allo 

scorcio del Medio Evo, quando cioe dopo il se- 
colo xn liberato del tutto dalle pesanti pastoie 
della quantita colla molteplice divisione di esso 
verso, colla varia disposizione delle rime, colla 
diversa coslruzione delle strofe, seppero i nostri 
poeti fare apparire in tutta la sua bellezza la 
gia poesia metrica della prima letteratura la- 
tina trasformata , quasi maravigliosa crisalide, 
nella bella armoniosa sublime poesia siilabica 
cristiana (I). 



u ex duobus jambicis dimetris versiculis priore acatalecto, posteriore 
u catalectico anacreontico, in quibus potius tohorum, ut apte et l^niter 
• inter metiendum cadant, quatn quantitatis syllabarum ratio habetur. „ 
Lo stesso scrive Leo Allatius in Diatriba de Simeonum scripiis. Vedi pure 
il Du Cange Gloss., ecc. verb. Politict. 

(1) II Dottor della Chiesa S. Bernardo il Mellifluo componeva i suoi 
inni, De laudibus Virginis, di si fatti versi; prendiamone a casodue strofe 
delFinno VI : 

■ Margarita — summi sita — Regis diadeirrate, 

u Quae cunctarum — gratiarum — es ornata stemmate; 

u Maris stella — Dei cella — virtutisque speculum, 

u Quam miratur — et precatur — universum saeculum, etc. 

Ammirasi qui non solo la divisione del verso in tre parti, ma ancora, 
oltre il finimento rimasto sdrucciolo di ambo i versi, che costituiscono 
la strofa, il rimalmezzo delle due prime parti del verso. II qual modo di 
dividere il verso politico riesce ad avere maravigliosa bellezza e pare 
fatto proprio per gli sfoghi di uuanima che nell'ardore de'suoi affetti e 
in una continua aspirazione o estasi verso 1'oggetto del proprio canto. 
Con altra modinca/ione ci mostra tal verso 1'altro luminare del medic» 
evo, 1'Angelico, il quale appuuto di tai versi compose unotra' suoibellis- 
simi inni Eucaristici: 

u Pange, lingua — gloriosi — Corporis mysterium, 

u Sanguinisque — pretiosi — quem in mundi pretium 
u Fructus ventris — generosi — Rex effudit gentium. 

Hassi qui la stessa divisione del verso politico in tre parti, ma la strofa 
• nsta di tre versi presenta la rima altrimenti disposta; che invece 
del rimalmezzo, rimano le seconde parti tra loro, egualmente che i tre 
sdruccioli fiuimenti dei versi. 

Ma per comprendere tutte le bellezze poetiche che da questo verso 

han saputo trarre i nostri poeti, sarebbe d'uopo percorrere le aiumira» 

bili poesie di Adamo da S. Vittore, sulle cui opere pubblicava uno stu- 

sai importanteil sig. Leon Gautier nel libro Oe%wresPo6tiquesd'Adam 



22 

XVIII. Dal breve cenno fin qui dato circa I'o- 
rigine della poesia sillabica cristiana e evidente: 
1° che i poeti cristiani non mica per ignoranza, 
ma per un sentito bisogno e savio accorgimento 
dovettero trasformare la verseggiatura del secolo 
di Augusto ; 2° che la poesia sillabica da essi 
con si perseverante e lungo travaglio inventata 
e sostituita alla metrica vince questa per l'ar- 
monia ed il concento; 3° che la sorpassa pure 
per la liberta maggiore di svolgere il pensiere 
poetico; 4° e sopratutto per ]a immensa sua po- 
polarita(l). Rimane dunque ancora evidente che 

de S. Victor, Parls 1858. Ivi pubblica piu di cento coniponinienti inediti' 
tra i quali anche i modelli dei nostri versi martelliani. Egli, senza con- 
traddizione e il piu gran poeta del niedio evo, ilquale al secolo xn tutta 
fa risplendere la maravigliosa armonia della poesia slllabica rimata; e 
per le diverse forme, onde dispone le parU del verso tetrametro politico, 
ricavandone il verso di quattro, di otto e di sette sillabe, cui suole in- 
tercalare ancora il verso dimetro sia perfetto, sia imperfetto, e per la 
svariata costruzione delle strofe di tre, di quattro, cinque, sei e sette 
versi, e per la cangiante disposizione della rima, ora a coppia, ora alter- 
nata, ora chiusa, e per il finimento de' versi ora piano, ora sdrucciolo, u- 
guaglia in fecondita qualunque poeta lirico de' tempi passati. Tra gli al- 
tri componimenti di sua invenzione, piii popolare, eppero piu usata riu- 
sciva la sestina nella quale quattro versi di otto, e due di sette, ma con 
la penultima breve si alternano assieme rimati, ovvero due di otto ri- 
mano a coppia, e quattro di sette rimano chiusi. Ne sia d'esempio quello 
bellissimo in onore di S. Stefano : 

tt Heri mundus exultawY tt Agonista, nulli cede , 
tt Et exultans celehravit a Certa certus de mercede 

tt Christi nataluf«. u Persevera Stephane : 

u Heri chorus Angelor/o// u Insta falsis testibns 
tt Prosequutus est coelorum u Confuta sermouibus 

tt Itegem cum laetUia. u Sj^nagogam Satawae, etc. 

A cui imitazione scrissel'AngelicorammirabileSequenza, Lauda, Sion, 
Salvatorem, e nel secolo appresso Era Jacopone canto l'armonioso e fic- 
bile Flanctus B. M. V. Stabat Mater dolorosa. 

k (1) Odasi S. Agostino, il quale volendo comporre un Salmo, che si can- 
tasse a memoria anche dal volgo de' fedeli per confutare gli errori dei 
Donatisti, esprcssamente dichiara ; tt Non aliquo carminis genere id 
tt fieri volui ideo, ne me necessitas metrica ad aliqua verba vulgo minus 
* usitata compelleret. „ Eppero invece (facendo un gran passo verso la 
poesia sillabica) gli dava la forma aerostica-abecedaria (come le lamenta- 
sioni), cioe lo dividcva in tante strofe quante sono le lettere dgU'Abici, 



23 
ih nulla son tanto da deridersi gli antichi e 
nuovi volteriani, quanto nella derisione voluta 
spargere sulla poesia della nostra seeonda let- 
teratura latina. Ed arroge che si mostrano pure 
solennemenle ingrati. Per fermo se alcuno do- 
inandasse da chi mai gl' Italiani abbiano ap- 
preso a rimare i loro componimenli poetici, ve- 
runo, dopo questo cenno dato, potria risppndere 
col Tiraboschi a doversi interrogare que* mede- 
« simi che primi d'ogni altro usarono la rima(4}!> 
La risposta in buona fede dovrebbe essere piu 
netta e precisa: gli accenti, le rime, le strofe, i 
nostri acrostici, il rimalmezzo, tutto insomma 
che appartiene alla grazia, alla musica, alla mae- 
sta, all'arlificio della poesia lirica, la quale per 
la squisita armonia si cognomina melica, per la 
quale tanto si vantaggia 1'Italia sulle antiche e 
moderne Nazioni civili, e pigliata di peso da' 
nostri poeti Cristiani; i quali, cio non ostante, 
toro vorrebbero che si tenessero in voce di 
barbari ! (2). 

ed ogni strofa componeva di dodici versi, ogni verso di sedici sillabe , 
quasi diviso per ragion dell'accento in due cadenze, e tutti colla finale 
in JJ, che e la piu popolare assonanza. — Vide S. Aug. lib. 1 Retract. cap. 
XX wi PscHtnum contra partem Donati. 

(1) Vedi Tiraboschi Storia deUa letteratura italiana, P. 3, lib, 4, part.5. 
Co.i e! II pregiudizio di educazione, in virtii del quale da tre secoli si e 
voluto riguardare il periodo de' dieci secoli del niedio evo come non av- 
venuto, pote tanto sopra uomini per dottrina ed erudizione chiaris- 
Bimi !!! 

!:ccone im saggio di confronto; per lasciare gli endecasillabi emar- 
telhani, vorresti esempio del cosi grave ed armonioso decasillabo del 
Manzoni: 

~ O tementi deirira veutura 
u Cheti e gravi oggi al tempio moviamol „ 
Eccotene il modello egualmente in Prudenzio nell'inno: Ad dejuncio- 
rwm exequias : 

tt Venient cito saecula cum jam 

u Socius ealor ossa revisat 
■ Animataque sanguine viv > 
* Habitacula pristina gestat . 



24 

XIX. Conchiudiamo: havvi una prima lingua 
e letteratura latina, il cui punto culminante ap- 
partiene al secolo di Augusto; Ia quale essendo 
espressione perfetta di una societa tutta dedita 

Ti piace forse il verso ottonario colla sua strofa cosi popolare, di che 
tanto abusava il Giusti nelle sue poesie popolari, per esempio : 
u Per finir la vecchia lite 
u Tra noi bestie incivilite 
u Sempre un po' selvatiche; 
u Con 1'idea di essere Orfeo 
u Vuol mestare in un cibreo 
u L'universo e reliqua; „ 
Ebbene, Tinvenzione e di Adamo da S. Vittore, p. e. quella in onore di 
5. Stefano citata piu sopra (pag. 22) : 

u Heri mundus exultavit, etc. „ 
Vorresti un rnodello del settenario sdrucciolo ? come quello del Man- 
zoni: 

u Qual sasso che dal vertice 
u Di lunga erta montana, ecc. 
Eccoti lo stesso Adamo da S. Vittore Infestis PaschaJibus : 
u Solemnis est celebritas 

u Et vota sunt solemnia 
u Primae diei dignitas 
u Prima requirit gaudia, etc. „ 
Che se ti piace la strofa di senarii dell'Arici: 
u Era i chiusi di Solima 
u Fragranti giardini ; „ 
lo stesso poeta cristiano te ne porge il modello neirinno de inventione 
S. Crucis: 

u Rubens Agni sanguine 
u Agni sine macula 
u Qui mundavit saecula 
u Ab antiquo crimine. „ 
Ed in S. Bo^aventura gia citato (pag. 19) ; 
u Philomena praevia 
u Temporis amoeni. „ 
Ma se ti diletti de J versi piu piccoli, de' quinarii come questi p^esso 
la hiblioltca del viaygiatore : 

u In nero turbine 
u Sorgon le furie 
u Sibila sibila 
u L'arco infallibile 
u Vendicator ; „ 
Bempre trovi e maestro lo stesso cantor cristian^: De S. Agnete: 
u Mira vis fidei 
u Mira virginitas 
u Mira virginei 
u Cordis integritas, etc. „ 
N P». 1 pooti latinicristiani da noi citati trovansi nella collezione del 
Clemu^r; (Jarmina e poctis christiania. 



25 
alla gloria mondana, a'piaceri del senso ed agli 
inleressi materiali, era il piu compiuto riflesso 
delfa civilta pagana rappresentata da* suoi scrit- 
tori istorici, oratori e poeti; la quale subisce le fasi 
stesse deirimpero Romano e con Jo stesso de- 
cade ed estinguesi Ed havvi una seconda lin- 
gua e letteratura latina , la quale riconosce il 
suo esordio, e la sua ragione di essere nella So- 
cieta Cristiana, la cui civilta essa esprime, com- 
pletamente rappresentata del pari da' proprii 
scrittori istorici, filosofi, oratori e poeti; la quale 
allorche cessa di essere volgare, per dar luogo 
alle lingue moderne da essa iigliate, non gia 
dalla lingua pagana, non mica si estingue, ma 
a lato di queste negli atti autoritativi dellaChiesa 
Cattolica Romana, e Bolle, e Lettere Apostoliche, 
e Brevi, e Generali Concilii, non che nella Li- 
turgia Romana, vive immortale. 



1 & 1 



Dopo la ricapitolazione il dotto Prolato facendosi strada 
alla conchiusione risponde a due solite domande. XX. In 
quale delle due letterature si trova il bello ed il sublime? 
XXI. Se in ambedue, rispettivamente, a quale si deve ap- 
plicare la gioventu studiosa? XXII. Metodo misto — suo 
uso neireta prima cioe de' Padri ; in qual senso, e qual 
modo? XXIII. Suo uso nel Medio Evo, in qual senso e 
modo — neireta del Risorgimento in senso e modo inverso 
fino al secolo decimosettimo: viene interrotto. XXIV. 
Conchiusione — effetto funesto della interruzione, Tatei- 
B.mo XXV. Per la discussione della quistione in questo 
ultimo quarto di secolo si riannodano le fila, si ritorna al- 
1'antico ct Id verum, qudd jprius traditum » Ghristus Via, 
Vebitas et Vita, Ipsi gloria. Amex. 



CARMINA 

E POETIS CHRISTIAMS EXCERPTA 



GIOVENCO 



Cajo Yezio Aquilino Giovenco, sacerdote spagnuolo, fiori ai tempi di 
Costantino. Egli, dice S. Girolaino, non ebbe temenza di soggettare la 
maesta del Vangelo alle leggi del metro : nec pertimuit Evangelii maje- 
statem sub metri leyes mittere. La sua Storia Evangelica, poema cb/egli 
compose verso 1'anno 332 di G-. C, eccito l'ammirazione dei piu illustri 
autori cristiani, tra i quali s. Girolamo, sanflsidoro di Siviglia ed Al- 
cuino. In esso poema Giovenco segue parola a parola il Vangelo di san 
Matteo , valendosi degli altri Evangelisti sol per render compiuta la 
narrazione dei fatti. La proprieta di espressione e lo stile semplice, af- 
fatto degno del subbietto che imprese a trattare, meritarongli, nel me- 
dio evo, 1'onore di essere messo tra le mani dei giovani, e di servire 
alla pubblica educazione. A quei tempi il Vangelo consideravasi tale li- 
bro, da non poter mai essere letto abbastanza. 



Proemio alla Storia Evangelica. 

Immortale nihil mundi compage tenetur, 

Non orbis, non regna hominum, non aurea Roma, 

Kon mare, non tellus, non ignea sidera coeli: 

I. Di questo proemio dice il Badio: Yix quidquam aut sententiosius, aut 
deliciosius hoc prooemio invenias. E l'ab. A. Bayle: u A me sembra questo 
un prologo d'epopea maguifico. L'esposizione dei Martyrs o quella della 
Messiade cederebbe al suo paragone. „ 

r. 2. aurea Roma. Hoc, dice il Barth, ideo jungitur, quia vulgo aeterna 
urbs Boma dicebatur. Nulla, nulla e immortale, neppur YeternaTS.oma.\ 
E che Roma fosse da' pagani creduta eterna, e provato dal culto e da' 
templi ch'essa ebbe qual divinita, come puo vedersi in Livio (xlvi, 6); 
Tacito [Annal. iv, 37); Svetonio [Aug. 52). Furon coniate monete e me- 
daglie con le iscrizioni liomae aeiernae e ®EA PflMH. Gli abitanti di 
Smirne e di Alabanda furono i primi ad erigerle un tempio e a celebrare 
in suo onore giuochi e feste anniversarii. Quanto all'epiteto aurea, esso 
non e dissimile nel senso dal rerum pulcherrima di Virgilio [Georg. n, 
531), come in Ovidio (De Arte, iu, 113): 

Simplicitas rudis ante fuit, nunc avrea Roma 
Edomiti magnas possidet orbis opes. 

v. 3. ti-Uus. Terra ferma, continente, per opposizione a m 



28 GIOVENCO 

Nam statuit Genitor rerum irrevocabile tempus, 

Quo cunctum torrens rapiet flamma ultima mundum, 5 

Sed tamen innumeros homines sublimia facta, 

Et virtutis honos in tempora longa frequentant, 

Accurriulant quorum famam laudesque poetae. 

Hos celsi cantus, Smyrnae de fonte fluentes, 

Illos Minciadae celebrat dulcedo Maronis, .16 

r>ec mihor ipsorum discurrit gloria vatum, 

Quae manet aeternae similis, dum saecla volabunt, 

Et vertigo poli terras atque aequora circum 

Aethera sidereum justo moderamine volvet. 

v. 4. irrevocabile. Cioe: Quod certo definitum H mulari non possit. Nel qual 
senso e in Livio (xlii,G2) : in casum irrevocabile se daret; e iu Plinio il Gio- 
Vane (ill, cpist. vn) : morbitaedlo ad mortem irrevocabUi constantia decurrit. 

v. 5. Quocunctum ecc. Spiegherei: Quando finalmeute il"fuoco, avvol- 
gendolo, consumera tutto il mondo.il Poeta allude al tiuiniondo, allor- 
che-elementa calore soUentur, come in:>egna s. Pietro nelVEpist u, cap. m 
10; e Daniele vn, ^. 

w. 7 e 8. in tempora longa, ma ehe una volta avranfine, perche Immor- 
tate nihil mundi compage tenetur — frequentant, lo stesso^che celebrant ; 
come nella Satyra di Sulpieia: Musa quibus numeris Jieroas et armafre- 
quentas ; e Seneea ha, in un senso analogo, frequentare memoriam alicu- 
jus — Accumulant, ma^nificano con lodi. Ovidio (Fasl. II. 122): accumula> t 
alicui honorem. E Virgilio (Aen. vi, 885; : 

Purpureos spargam fiores, animamque nepotxs 
Uis saltem accumulem donis. 

vv.O e 10. Hos celsi ecc: Gli uni debbono la lor gloria ai nobili canti 
di Omero, gli altri a' dolci accenti di Virgilio. Smyrnae, Smirne, citta 
maritima della Jonia, una delle sette citta che si disputarou la gloria di 
aver dati i natali ad Omero. E noto il distico: 

Smyrna, Chios, Colophon, Salamis, Rkodos, Argos, Athenae, 
Orbis'de patria certat, Homere, tua. 

— Minciadae. Minciade ; chiamato cosi Virgilio dal fiume Mincio che 
lambe Mantova sua patria. E mnlto a proposito Giovenco fa qui men- 
zione del fontejdi Smirne e del fiume di Mantova, a conchiudere ne* 
versi 26 e 27, che le acque del Giordano sono piu atte ed efficaci per 
comporre un carme sacro immortale. 

v. 11. dtecurrit, diffondesi, spandesi. Nel qual senso Curzio Rufo ha 

fama discurrit. Si noti che Giovenco nomina soio Virgilio ed Omero, per 

liiesti i piu grandi poeti del Gentilesimo. 

v. 12. eaecia volabunt. Cicerone e Seneca usarono anch'essi qr.esto tra- 

slato. II primo (Tusc. I, 31) : Veniet tempus, et quidem celeriter: volctt enim 

uetas. II seccndo (Hippol.): Volat anibiguis .nobilis ulishora. 

vv. 13 e 11. Et verdgo. ecc. : e 1'asse del mondo nella sua rivoluzione 
fara girare cou regolar movimento attorno della terra e del rnare il ciclo 
^eminato di stelle— poli. Polus ha per etimologia tto/sm-&j, :"ogiro, cionde 
quella espressione che trovasi in Ovidio (Met. n, 70): 
Adde quod assidua rapitur vertigine coelum , 
Sideraque alia traJiif, celirique volumine torquet. 

— Aethcra. aceus. sing. allagreca, usato frequentemente dai poeti in luogo, 
ixaetherem — justo moderamine. Alcuni leggonojusso moieramine; ma sti 

bene e l'uno e 1'altro modo. Nel primo, che e di Cmcis, col justo s'in- 



GKWENCO 29 

Quod si tam longam moruerunt carmina famara, 15 

Quae veterum gestis hominum mendacia nectunt, 
Nobis certa fidee aeternae in saecula laudia 
Immortale decus tribuet, meritumque rependet. 
Isam mihi carmen erunt Christi vitalia gesta, 
Divinum in populis falsi sine crimine donum. 20 

Nec metus, ut mundi rapiant incendia secum 

tende ordine in ponisre, numero el mensura; nel secondo, col jusso si 
v truole*intendere che il inoiulo e 1'ordine del mondo e governato dalla 
■Provvidenza di Dio. 

v. 16. mendacia neclunr. Dione Crisostomo si fece a provare in un suo 
'discorso, che Troja non fu mai presa; e molti dotti accusano Virgilio di 
aver alterati ed anche supposti gli avvenimenti su' quali e poggiata l'E- 
neide. Lo stesso^Ovidio disse (Fast. vi, 253): valeant mendada vatum, ad- 
dio alle favole dei poeti. II nbstro P. dunque non manca di buone ragioni 
iper rimproverare ai poeti pagani i loro bugiardi racconti, opponendo 
'alle loro favole le verita del soggetto da lui toitb a trattare senza altera- 
.'^ione e falsita,/a?s? sine crintine. 

vv. 17*e 16. Ncibis certa fides ecc. La certezza della fede, o la fede, ch'e 
vera e certa, concedera a me Fimniortale onore d'una gloria eterna nei 
"«ecoli awenire ecc. Sopra ha detto che nulla nel mondo e immortale, 
Immortale nihil..., qui poi s'impromette dal suo poema una gloria eterna, 
immortale decus ; il che parrebbe contraddizione; ma no, perche la gloria 
di cui egli parla non e quella che e data dal mondo, e perisce col 
mondo, ma quella che e data da Dio, e s'infutura e si perenna in Dio. K 
notino i giovanetti, come sta costume de' poeti tutti il credere immor- 
tali i loro versi, e il lusingarsi di vivere immortali nelia memoria dei 
posteri. Ovidio, p. es. (Am. xv, 31) : 

Ergo cum siiices, cum dens patientis aratri 

Depereant aevo, carmina morte carent. 

Orazio (Od. iii, 30) : 

Exegi monumentum aere percnnius, 
Jiegalique sitn Pyramidum altius, 
Quod non imber edax, ncn Aquilo impotens 
JPossit diruere, aul innutnerabilis 
Annorum series, et fugatemporum. 
Non omnis moriar 

Cosi Lucano nella sua -Pharsalia, cosi Properzio e cosi gli altri poeti 
sino al nostro Manzoni: 

£ scioglie alVurna un cantico 
Che forse non morra. „ 

Ma a questo luogo comune tanto ricantato, che Orazio non pote rin- 
giovanire, se non eccedendb in orgoglio quanti lo precedettero e lo se- 
guirono, Giovenco sostituisce un pensiere assai piu semplice e commo- 
rente,perciocche non si oppone all' umilta cristiana , fondato <• i 
Bulla speranza d'esser ammesso a partecipare dclla felicita degli elettL 
90. 19 e 20. vitalia gesta. Intendi la vita terrena di G>. C. — Dioinum in 
p)pulis....:^ dono di Dib, divino legato trasmesso alle nazioni al coperto 
d'ogni delitto d'impostura. Dice in populis, e non in populos, osserva [1 
h, per indicar meglio che a tutte le genti, a tutti i popoli e 
etato fatto quel dono: Xon enim est duHincth Judaei et Qraeci ; nam 
Jjorninus omnium, dives in omnes <{ui invocant UTiim (S. Paolo ad Iiom. X. 12). 

falsi sine crimine, perche egli toglie il suo argomento dal Va: 
Propriainente /V.N-t crime r * J ' delitto del falsario. 



30 GIOVENCO 

Hoc opus: hoc etenim forsan me subtrahet igni 
Tunc, quum flammivoma descendet nube coruscans 
Judex, altithroni Genitoris gloria, Christus. 
Ergo age, sanctificus adsit mihi carminis auctor 25 
Spiritus; et puro mentem riget amne canentis 
Dulcis Jordanis, ut Christo digna loquamur. 



v. 22. Hoc opus ecc. Alcuino in una sua lettera ad un Vescovo cita 
questo verso, e sogghmge parafrasandolo : Dicam et ego: 

Hoc opus, hoc etenim non solum subtrahet igni 
Te jam, sedfaciat coeli conscendere in arcem. 

I/Omeis riporta qui , ne' suoi comenti a Giovenco, que' versi di Ovi- 
dio ( Am. I, 15): 

Ergo etiam cum me supremus adederit ignis , 

Vivam, parsque mei magna superstes erit. 

Ma Ovidio parla evidentemente del fuoco con cui si cremavano i ca- 
daveri, non del fuoco fmale consumatore del mondo, di cui parla i 
uostro Poeta. 

vv. 23 e 24. flammivoma..., cdtithroni. Parole composte, la prima d . 
fiamma e vomo : che vomita fiamme, o, secondo alcuni i quali leggonc 
flammivola: che vola sprazzando fiamme; la seconda da altus e thronus ■ 
che siede su alto trono. Entrambe parole nuove, coniate da Giovenco, 
ma che percio? 

Licuit semperque UcebiL 

Signatum praesente nota procudere nomen. 

u E essendo diverse vie di formar vocaboli, cosi il Flaminio, non e 
dubbio che una delle piu usate dai poeti e quella che di due vocaboli 
ne fa uno; e meritamente, perche cosi fatti vocaboli rendono la ora- 
zione rnolto leggiadra e fiorida, e hanno molto del significativo, per- 
ciocche in una parola rappresentano allo intelletto piu concetti B . Ond'e 
che gli antichi classici abbondano di tali vocaboli, per es. veUcolus, aw 
ricomus, altisonus, armipotens, ignipotens ecc. Vedi la lettera del prelo- 
dato Flaminio, in difesa del suo nuovo vocabolo floricoma , a Basilio 
Zanche. 

vv. 25-27. Ergo age , cantiamo dunque — sanctificus, vivificante, vivi- 
ficatore. L'ms e lungo. La cesura ha talvolta forza di render lunga la 
sillaba, in cui essa- cade, per quel certo tempo che e nella di^ision 
delle parole e nel passaggio da un piede all'altro. II che e si naturale e 
conforme alla pratica degli antichi, che lo Scaligero non esito a dare per 
regola, esser dubbia la sillaba della cesura. Onde nessun bipogno di so- 
stituire al sanctificus 1'altra voce sanctificans, come vorrebbe il Barth con 
altri comentatbri. Dicasi lo stesso dell'ultima sillaba della parola Jor- 
danis, ch'e nell'ultimo verso. Esempii simili abbondanp ne' poeti^ — et 
puro mentem ecc, e con le pure sue acque fecondi il mio genio ed il mio 
canto. Si noti, come alle onde dell'Elicona, al fonte di Smirne ed al 
liume di Mantova, il P. contrappone e sostituisce le acque del Giordano, 
cui desidera attignere per cantar versi degni di Cristo. E nomina ed in- 
voca il Giofdano a dinotare la grazia del battesimo. La qual pia invoca» 
zione fu imitata da s. Paolino (Vitas. Martini, iv): 

Castalias poscant lymphatica pectora hjmphas: 
Alterapocla decent homines Jordane renatos. 

E da Prudcnzio {Cathem.u, 61): 



GIOYENCO 31 



Tempesta ealmata 
(Hist. Evang, n, 2j -43. — V. s. Matt. vm, 23). 

Conscendunt navem, ventoque inllata tumescunt 
Yela suo, fluctuque volat stridente carina. 
Postquam altum tenuit puppis, consurgere iniras 
Pontus, et immensis hinc inde tumescere ventis 
Coepit, et abruptos ad coelum tollere montes. 5 

Et nunc mole ferit puppirn, nunc turbine proram, 
lllisosque super laterum tabulata receptant 
Fluctus, disjectoque aperitur terra profundo 

Durare nos tales jube, 
Quales remotis sordibus, 

■ ■ pridemjm - 
Jordane tinctos flumine. 

— ut Christodigna loquamur. ,\d imituzione forse cli Virgilio [Aen. vi, G62): 

Quique piivates, et Fhoebo digna locuti. 

]T. p. 2. Yela suo. Suus qui e in senso di propizio, come in Orazio (Od. v, 

9, 30): Ventis iturus non suis — fluctuque volat..., e la nave vola su 1'onda 

muggente, o meglio: e 1'onda stride al volar della nave. Si noti, quanto 

] roprie della nautica le parole conscendunt, volat, stridente ecc. Vir- 

gilio (Aen. v, 819) : 

Caeruleo per summa levis volat aequora curru. 

— carina b, per sineddoche, la stessa nave. 

3-5. (tltitm, alto niare — tenuit, occupo, guadagno. — immensis... 
ventis. L' ag. immensis fa che il tumescere acquisti piu forza, e non sia 
una semplice ripetizione del consurgere in iras. Per queslo e che al 
Reuseh piace piu immensis che, come leggono alcuni comentatbri, immis- 
ais. In Cicerone abbiamo immensus aer t e in Virgilio itnmensae nubes — 
abruptos montes. Simile a quel di Virgilio [Aen. i, 105) : 
.... insequitur cumido praeruptus aquae mons. 
v. 6. mole. E qui in seliso di.grande e violenta copia d'acqua, fiutti 
copiosi eviolenti", come in Virgiiio (Aen. i, 138): tantas audetis tollere mo- 
i- s 1 — ferit puppim, flagella, ferisco la poppa. Virgilio [Aen. i, 115): 
Tpsius ante oculos ingens a vertice pontus 
Lt puppim ferit. 
I/Ariosto VL&Skferire nello stesso senso (Orl. Fur. xix) : 
- Eran tavole e travi dal ferire 
Del mar sdrucite e niacere e sbattute. „ 
7 e 8. lllisosque... Costr.: tabulata receptant Ulisos fluclus laterum super, 
e il ponte, la coperta della nave riceve sopra se i flutti infranti ai suoi 
flanchi. Super e qui per desuper, usato cioe assolutamente. Cosi inten- 
ilcuni con» -ntatori. MailReusch, poggiato sull'autorita del\ T ossio 
nstr. G.">), 1'ammette ancora come semplice preposizione, avente 
mplemento il genit. laterum, alla greca — disjectoque...., e ii 
aprendosi lascia vedere le profondita dell' abisso. Virgilio 
. 263) : 

his unda dehiscens 

Terram inter fluctus uperit... 
i "m, usato iji modo assoiuto, Bpesso appo i poeti vale il mare. 



32 GIOVENCO 

Interea in puppi somnum carpebat Jesus. 

Illum discipuli pariter, nautaeque paventes 10 

Evigilare rogant, pontique pericula monsirant. 

Ille dehinc : a Quam parva subest 'fiducia vobis ! 

Infidos animos timor irruit ! » Inde procellis 

Jmperat, et placidam sternit super aequora pacem. 

Illi inter sese timidis miracula miscent 15 

Colloquiis: quae tanta illi permissa potestas, 

Quodve sit imperium, cui sic freta concita ventis, 

Erectaeque minis submittant colla procellae. 

III. 

Gesu Cristo e S. Pietro camminano sulle aeque. 
(Hist. Evang. III, 93133. — V. s. Matt. xiv, 22). 

Discipulis tunc inde jubet conscendere navem, 
Et transire fretum, donec dimitteret omnes, 
In sua quemque, viros. Tunc montis celsa petivit, 
Secretusque dehinc Genitoris numen adorat. 

v. 11. JZvigilare rogant. Enallage, per " ut evigilet rogant„. 

v. 14. et placidam ecc. Siernere pacem super aequora non e men bello 
del motos componere fluctus, dello sternere aequor, undas, e del placidi 
straveruvt aequora venti di Yirgilio. E cresce la sua bellezza al riflettere, 
che non e per Nettuno col suo tridente, o per Eolo col suo scettro, o 
per gli dei venti, mendacin vaium, che il mare adirato torna in calma, 
ma pel figlio di Dio, Signore della pace, Dominus pacis , 

Divinum in popuJis falsi sine crimine donum. 

vv. 15-18. IJli inter sese. Emistichio Virgiliano {Aen. viii, 452). Senso di 
questi ultimi versi : Quelli, i discepoli, si fanno l'un 1'altro timide in- 
chieste su quei miracoli: onde a lui tanto poiere, innanzi a cui si pron- 
tamente quetansi 1 mari adirati e le procelle gravide di niinacce? — U 
submittant colla sembra un'immagine alquanto ardita, ma essa e tolta 
dall'antico costume dei trionfatori, di calpestare il collo ai vinti, e ab- 
biamo in Properzio (n, 10, 15): 

JnO.ia quin, Augnste, tuo dat colla triumpho. 

III. v. 2. frelum Stretto di mare. ma qui. p r -incd., lo stesso mare. 

v 3 insua. Sottint. negotia, <yv?ero intendi: ut domum suam, come ab- 
biamo in s. Giovanni (xix, 27): Accepii eam discipulus in sua. Catullo usa 
ad se nello stesso senso (lxi, 277): 

Ad se quisque vago passim pede discedebant. 

Reso benissimo, come osserva un autore, dal francese cliez soi — celsa 
moniis. Lo Btesso che cacumen, rertex. IMolti aggetiiyi plurali neutrisono 
usati Bostantiv- dai poeti, come angusta viarum, opaca locorum; e talora 
anco dai prosatori, come incerta casuum di Livio, prava fortunae di Se- 
neca. E cio non rare volte al singolare, come ad summum moniis, medium 
diei ecc. 
v. 4. Secretusque u segregatus r ritirato in disparte, solo soletto. Yirgi- 



GIOVENCO P>3 

Jamque soporata torpebant omnia nocfo, 5 

Quum puppis medio sulcabat in aequore fluctus, 

Jactata adverso surgentis flamine venti. 

Ast ubi jam vigilum quarta statione promobat 

Noctis iter rapidos attollens Lucifer ortus, 

Fluctibus in liquidis sicco vestigia gressu 10 

Suspensus carpebat iter, mirabile visu ! 

Jamque propinquabat puppi, sed nescia nautae 

Attoniti tremulo vibrabant corda pavore, 

Clamoremque simul confusa voce dederunt. 

Tum pavidis Christus loquitur : a Timor omnis abesto, 15 

lio lo ha usato nello stesso significato (Aen. vm, 670 e vi, 400) — Genito- 
ris numen, la volonta d-d Padre. Cosi Yirgilio ha: meo stne numine, senza 
il voler mio. Alcuni leggono nomen, ma allora adorat varrebbe quanto 
orat. 

v. 5. Jamque soporata...., e gia tutte cose giacevan sepolte nel torpor 
della notte. Soporata sta per soporifera, soporem inducente. Non maneano 
36 i bnoni antori, esempii di participii passati prcsi, com'e qui, in 
eenso attivo. Yirgilio [Georg. n, 119): 

Quid tibi odorato referam sudantia ligno 
Halsama ? 

E il medesimo usa soporatus in questo senso (Aen. v, 854, e VI, 420). 
Potrebbe anco riferir^i il soporata, e piii logicamente, ad om» ia,facendosi 
lunga per cesnra 1'ultinia sillaba. 

Si noti come sia bene appropriato un tal verbo alla 
nave che fende i flutti. E in Plinio : arbore snlcamug maria, e in Virgi- 
lio : 8u7eamu8 vada salsa, tutte perifrasi di navigare. 

--11. Costr.: Ast ubi,jam in quarta slatione vigilum, Lucifer atioUeus 

los ortus, premebat iter noctis/Jesus suspensus vestigia in liquidis fiu- 

etibus, carpebat iter ■< — Vigiltqn quarta statione, nella quarta 

•stazione delle sentinelle, nella quarta veglia della notte. Anticamente 

tatta la notte era divisa all'uso militare in quattro parti dette vigilie o 

veglie, ognuna di treore: le quali d'inverno eran piu lunghe che di estate; 

onde 1'espressioni hora hibema ed hora aestioa per indicare uno spazio 

piu lungo o piii breve di tempo. Statio poi era il luogo dove i soldati 

tio in gnardia, e usavasi ad indicare gli stessi soldati o il loro uf- 

ficio: custodia, guardia, veglia. Di qui 1'origine delle stazioni ecclesia- 

. — premebat noctis iter, fugava la notte — Lucifer " La stclla di 

e, cosi Plinio (H. X. n. - udo il solo e nascendo innanzi 

il mattino, si chiama Lucifero, come s'ella fosse un altro sole che af- 

frettasse il giorno ; e allincontro rilucendo dopo il tramontar del sole, 

si chiama vespero, quasi che prolunghi la luce, e faccia Fufficio della 

luna.. — attollens rapidos ortus, — affrettando il suo corso : ovvoro, sot- 

tint. 8olis, precorrendo rapidamente al levare del sole — itigia mspen» 

nw, ellen. per u vestigiis suspi 

vv. 12 e 13. - mbra detto in senso figurato per 

»r vibrabat nescia corda nautarum ... — tr - vento 

tgiona tremore, che fa tremare. Similmente Properzio i, 5, 15): 

Ettremulus \ur fietxbus horror. 

\lo quatiebatur frigore cor 

'<>, sgombrate ogni timore. La frase e di Vir- 

Carmina 3 



3i GIOVENCO 

Credentumque regat vegetans constantia mentem. 
En ego sum, vestrae doctorem noscite lucis. » 

Olli confidens respondet taliaPetrus: 
. « Si tua nos vere dignatur visere virtus, 
Me pariter permitte tuo super aequora jussu 20 

Fluctibus in liquidis immersos figere gressus. * 
Annuit his Dominus: navem mox linquere PeziT^s 
Audet, et innixus figit vestigia ponto. 
Verum ubi tantarum mentem miracuia rerum 
Terrificant, ventique minas crebrescere cernit, 25 

Paulatim cedunt dubio liquefacta timore, 
Quae validum fidei gestabant aequora robur. 
Jamque Simon, medio submersus corpore, clamat: 
(( Fluctibus horrendis pereuntem deripe, Christe. » 
Dextera confestim protenditur obvia Petro, 30 

Et dubitata fides verbis mulcetur amaris, 
Ascensaeque rati contraria flamina cedunt. 
Praesentemque Dei sobolem stupuere rogantes 
Cuncti, navigio socios quos casus habebat. 

v. 16. credentumque, vegetans consJantia. La fede vegeta e costaute, viva 
Sferma. Altrove la chiama credendi subsiantia. 

v. 18. Qlli, arcaismo, per illi. Virgilio {Aen. i, 254): 
OIU subridens ecc. 

v. 21. Immersos. Pno avere due contrarii seusi, cioe, mersos e non 
mersos, essendoohe la prep. in uei composti talora nega. Cosi intectus e 
preso per tectus^e n m tectus. E dicasi lo stesso di altri simili composti. 

v. 23. innixus. Sottint. verbis Ghristi, poggiato, confidato allc parole di 
Cristo. 

rr. '20 e 27. Paulatim cedunt.... Costruisci : Aequora, quae gpstabant va- 
lidum robur frlei, liquefacta a dubio timore, paulatim eedunt. E' pare che 
tutto il coucetto si riduca a dire, che quelle acque, le quali sorregge* 
vano Pietro flnche fu di valida e robusta fede {validum robur fidei), co- 
minoiarono a ridivenir liquide al suo dubitare e temere — fidei robur, 
e lo stesso clie fidem, come il robur ferri di Virgilio per ferrum, c il ro- 
bur saxi di Lucrezio per saxum. 

v. 30. Dextera ecc. Subitamente gli stende la mano. Obvia potrebbe 
anco spiegarsi da parte, cortese, cortesemente,affabilmente\ significato, 
che e in Plinio [Ep. i, 10) e in Tacito (Au. n, 2). 

v. 31. dubitatafides per a dubia fides „, fede posta in dubbio, incerta, 
vacillante — verbis mulcehir amaris. Pare sia contrarieta o controsenso 
tra verbis amaris, e mulcetur. Ma il P. dipingc a meraviglia con questo 
combinamento di vocaboli queiraccento di dolcezza e di beuevolenza 
da cui erano addolciti i rimproveri che G. C. volgea al suo disccpolo. 

v. 32. Ascensaeque rati, e montati sulla uave. Ascendo in seuso passivo 
e anche in Properzio (iv, 3, 63): 

Ne, precor, ascensis tanti sit gloria Bactris. 

v. 33. stupuere, s valde mirati sunt, quasi ex se rapti prae adirira- 
tione „. E in questo Benso appunto che stupeo presso j poeti riceve.. per 
ellen. aoche raccusativo Virgilio (Aen. n, 31): 

fttt'8 stujitt innnptae donum exitiale Minervae. 



GIOVENCO 35 

Transierat tanderr. sulcans freta fervida pnppis, 35 
Optatumque gravis cornprenderat anchora porturn. 
Conveniunt populi rapido per littora cursu, 
Portantes aegros, vestisqiie attingere fila 
Extrema exoptant, miroque hoc munere cuncti 
Credentos referunt plenam per membra salutem. 40 

IV. 

Semplicita dei faneiulli gradevole a Dio 
(Hist. Evang. iii, G90-418. — V. s.Matt. xviu, 1; s. Marco ix, 33; 
s, Luca ix, 46 e xvn, 2). 

Discipuli post inde rogant, quis maximus alto 

In coeli regno meritis pro qualibus esset? 

Tum Christus medio puerum consistere coetu 

Praecipit, et placido doctor sermone profatur : 

« Istius en similem pueri se reddere certet, 5 

Quisque cupit celsam coeli conscendere sedem. 

Erroris laqueos saeclis increscere certum est: 

Sed tamen infelix, per quem generabitur error! 

Qui vero e parvis istis deceperit unum, 

Si sapiat, nectat saxo sua colla molari, 10 

Peraltro potrebbe qui ritenersi como neutro, in senso di esser attoniti, 
fuor di sl-, come in Seneca (A<jam. 508): omnis officio stupet nacita.relicto; 
e allora l'accus. sobolem sarebbe retto da — rogantes. Bogo, as, in senso 
di pregare, o domandare pregando e anche ne' classici pagani, come in 
Cornelio iTrasyb.): Nolite, ro/o vos, ecc. Z\I;i presso gli autori cristiani 
trovasi piu usitato. Da esso e venuta la voce rogazioni, per la quaie si 
designano le preghiere pubbliche della Chiesa nei tre giorni che prece- 
dono l'Ascensione, ad ottenere da Dio la feracita dei campi. 

v. 34. nabigio socws ecc. : che il caso avoa compagni di traversata. 

v. 35. fervida freta, mar tempestoso. Fervidum, secondo Varrone (vi, 
15, Ling. lat.cap. 3), epitheton proprium~freti t quod afervendo dicitur. 

v. 36. comprenderat, sinc. poet. per u comprehenderat „ usata talvolta 
anche dai prosatori. 

ry.38e39. vestisque... fila extrema, lo stesso che u fimbriam „ 1'orlo 
dolla'"veste. 

TW.v.l. post inde Iljpo.^eun pleonasmo,come nol post dehinc di Toronzio. 

r. 6. Quisque. I pooti cristiani usano spesso quisque per quicumque. 

v. 7. Erroris laqueos... increscere, moltiplicarsi gli scandali nel mondo. 

Bella cd csatta perifrasi di scandalum e questa che usa qui il P. : erro- 

' \ueus Ed infatti chiamasi scandalo qualunque parola od aziono che 

' trarrelil prossimo \\\ erroro, e farlo cadere, per dir cosi, nelle 

reti d.:l peccato — scu lis, siuc. poet. por u saoculis r . Questo vocabolu 

talora adoprasi, per metoniraia, % dinotare gli uomini che vivono in un 

dato secolo,pcr i costumi del sccolo, e per lo stesso mondo. 

■ arvis u puoris _. 

v. 10. saxo ynolari, piotra molaro. Plinio ha molaris lapis. ln 5. Matteo 
e in B.M.arco e invcce mola asinaria, che valc lo stesso, dal greco 



Ot) GIOVENCO 

Praecipitemque maris sese jaculetur in undas. 
Nec quisquam fastu parvos contempserit istos. 
Horum custodes coelesti in sede tuentur 
Altithroni vultum Genitoris sidera supra. 

Sed, si quis pastor, cui pascua credita tondent 15 
Centum balantes, unam quum forte seorsum 
Nescius error habet, quaesitor deserit omnes, 
Unius et totis lustrat vestigia silvis ; 
Illam si magno possit reperire labore, 
Laetitia inventae major tum nascitur agnae, 20 

Quam pro cunetarum numero quod nulla recessit : 
Ex istis parvis Genitor sic perdere quemquam 
ISon patitur, gaudetque suis increscere regnis. » 



Y. 

Predizione del giudizio universale. 
(Hist. Evang. iv, 59-505. — V. s. Matt. xxv, 31). 

En hominis Ivatus veniet, Patrisque ministris 
Stipatus, celsa judex in sede sedebit. 

perche la mola superiore era girata da tm asino. E trovasene esempii 
anche negli scrittori pagani. 

v. 11. sesejaadetur, si scagli, si precipiti. Jaculari in questo caso e 
quanto vi emittere, come' in Plinio (Lib. n, cap. xxv): in qiuts partes sese 
jaculetur. Appare da queste minacce del Salvatore qual grave peccato^ 
sia lo scandalo. E inverita, non v'e altro peccato che per sua propria 
natura e direttamente tanto si opponga aH'economia rigeneratrice di 
G. C. quanto lo scandalo. Esso fa perdere la vita della grazia, la vita 
dell'anima, frutto della passione e della morte del lledentore. E pero/ 
se 1'omicida che distrugge la vita del corpo ci fa orrore, quanto piu non 
lo ci dee fare lo scaudalo che fa perire uiio Bpirito immortalel 

v. 12. fastu, con alterigia. 

v. 14 Altithroni. V. sopra I, v. 24 — siclera supra, anastrofe, per su~ 
pra svhra. 

vv. 15-17. cni pascua credita tondent ecc. Similmente Virgilio {Georg. l, 15): 

Cui pinguia Caeae 

Ter centum nivei tondent dumeta juvenci. 

— balantes, pecore. II medcsimo Virgilio ha (Georg. i, 272): 

Balantumque gregetn ecc. 

— •un.am quum forte s-orsnm nescius *errot\ habef, se qualcuna n'abbia in- 
colpabilmente smarrita. Nescins qui e iu senso passivo, e vale quanto 
ignoratus, incognitus, non avvurtito; come in Plinio l!ud. \, 5, 17): in locis 
ncs' iis. 

v. 18. UnixiB ettotis ccc, e va perlustrando tutte le selve diei.^o le orme 
di quell'una. 

v. 20 inventae agnae, ellenismo, per (nventa agna. 

V. v. 1. hominis Natus, il Figliuolo dcll'uomo. i'u G. C. stesso che piii 



GIOVENCO oi 

Tunc gentes cunctae diversis partibus orbis 

Convenient, justosque omnes de labe malorum 

Secernet, dextraque libens in parte locabit; 5 

At pravos laeva despectos parte relinquet ; 

Ut pastor pecoris discernit pascua mixti, 

Lanigeris dextri permittens mollia prati, 

At laevos hirtis dumos tondere capellis. 

Sed Rex ad dextros conversus, talia dicet : 10 

« Huc veniant sancti, jamdudum debita sumant 
Dona Patris, mundo quae sunt aequaeva nitenti, 
Et justis primo promissa paran ur ab ortu. 
rsamque fame fessum quondam me grata refecit 
Haec plebes, potuque sitim mihi saepe removit, 15 

Hospitiumque domus patuit mihi saepe vocato, 
Et nudus vestis blandissima tegmina sumpsi, 
Carceris et poenis horum solatia cepi » 

volte diede a se questo nome, Filius hominis, che presso gli Ebrei valeva 
lo stesso che uomo. Ne senza ragione volle cosi chiamarsi, ma 1 o per 
umilta, 2.o a manifestarsi per Messia, essendo stato appellato con quel 
nome dai Profeti. 

vv. 3e4. Ttoic gmtes... convenient. Dante (Tnf.): 

u Tutti convognon qui d'ogui paese „. 

— de Inbe malorum. Qui il senso ovvio di labes parrebbe indicare con~ 
tatto, eompagnia ; ma in unseuso traslato, assai piu bello, infamia ed an- 
che rovina; nel qual senso labesnon manca di esempii ne' classici pa- 
gani. 

vv. 8 e 9. lanigeris. Laniger, lo stesso che^ lanam gerens, lanuto, e qui 
usato sostant. ner ovibus. Fedro (Lib. i, 1) cliiama cosi 1'agnello: Laniger 
contra timens. E del numero degli epiteti desunti dagli attributi degli 
animali — dextri...mollia prati, laevos... dumos, similitudine tolta dal Van- 
gelo di B. Matteo (xxv, 33): El statuet oves quidem a dexlris suis, haedos- 
autem asinistris. Tommaso da Celano nel Dies irae: 
Tnft Mfoves locum praesta, 
Et ab haedis me sequ-estra, 
Statuens in parte dextra. 
Si noti la bella antitesi tra mollia e dumos — capellis, per capris. 

12. mundo... nitenti, cioe a muudi creatione, mundo novo „, poiche- 
iiitido, rilucente e proprio delle cose nuove. 
v. 16. Hospitiumque domus ecc: e spesso 1'ospitalita dellaloro casa mi 
fu con inviti aperta; oppure, leggendo con alcuni Bospitioque domus; e la 
casa Uiro mi fu spesso aperta appena chiesta ospitalita. Voco m sonso di 
invitare e in Plauto (Capt. i, 2, G'Jj: Numqnoforas vocalus ad coenam ? E 
*imilmente in altri classici. 

9. 17. uudu8 vest is, ellenismo, come in Sallustio (Jug. 81): nu"agignen- 
Hum, e in Ovklio (Met. xn, 512): nudus arboris — blandissima e qui per 
pulcherrima, come in Plinio (xxxv, 10, 37): blandissimus aspe- 
ttu* — t<tj»tiu<i, metonimia, il genere per la Bpecie, vestes. 

v. 18. Carceris et poenis. Poena qui sta per labor, molestia, mdlum t prr» 
t' giusti, propriamente parlando, non B*infligge pena. A.bbiamo in 
riiuio n, 7,5): in tantis vttae poenis. E anco in italiano pigliasi Boventa 
pei Uoiore o «ial*. 



38 GiuVEftift 

Tum Domino tali respondent vocebeati: 

« Non meminit nostram quisqaam te visere nudam, 20 

Kec famis oppressum dura ditione notavit, 

Carceris aut poenis meminit vidisse revinctum. » 

Respondens illis dicet tum talia Judex: 

« Fratribus ista meis, humiles miserando labores, 

Qui fecit, certum est dulcem mihi ponere fructum.» 25 

« At vos, injusti, justis suecedlte flammis, 

Et poenis semper mentem torrete malignam, 

Quas Pater horrendis barathri per stagna profundi 

Daemonis horrendi sociis, ipsique paravit. 

Namque sitim passo quondam mihi pocula nulla, 30 

Nec famis in poena parvissima fragmina panis, 

Aut peregrinanti tecti vestisve parumper 

Tegmina de magnis gracili pro parte dabantur. 

Carceris aut septo claustris, morbisve jacenti 

Unquam visendi solatia vestra fuerunt. » 35 

His damnata dehinc respondet factio verbis : 



^re- 



v. 20. Non meminit. Si noti la costruzione cli meminit colFinfinito 
sente, benche si parli di cosa passata. — nostrum quisquam , nessuuo di 
noi. 

v. 21. ditione u imperio „ e quasi u tyrannide „ — notavit u animadvertit, 
vidit B . 

vv. 24 e 25. Fratribus ista ecc. Costr.: Certum est illura qui fecit ista 
fratribus meis, miserando humiles lubores, ponere dulcem fructum mihi, 
Chiama umili le calamita, le disgrazie, gl'infortunii {labores), perche 
rendono umili ed abietti quelli che ne sono oppressi. Virgilio (Georg. i, 
330); et mortalia corda Pergenles humilis stravit pavo-' — ponere, enallage, 
per posuisse. 

v. 28. barathri. I poeti greci chiamaron jS«pa5"pov (voragine pro- 
fonda) la sede dei dannati. Quindi barathrum nello stesso senso presso 
i poeti latini. Cosi per es. Virg. (Aen. vm, 245): superque immane bara- 
thrum — stagna. Virgilio (Aen. vi, 323): Cocyti stagtia alta vides. 

v. 29. ipsique, u ipsi daemoni „. 

v. 31. parvissima. I gradi di parvus sono minor e minimus ; masie 
pure usato talora parvior e parvissimus. Lucrezio, in piu luoghi: par~ 
vissima corpora. In qualche edizione leggesi invece di jiarvissima, parvi 
mihi. 

vv. 32 e 33. peregrinanti. Sottint. mihi — tecti vestisve tegmina, per tectutn 
(domum) c ves'es. — gt acili pro parte. Lo stesso che u pro exigua parte „. 
Ovidio ha usato gracilis nel medesimo senso (Am. i, xiv, 23): gracUis 
libellus. Spiegherei dunque : Ne a me pellegrino, de' grandi palagi o 
delle copiose vesti che avevate, offriste mai una tenuissima parte. 

v. 34. Carceris septo, nel carcere. Cosi similmente in Lucrezio (i, 489): 
septa domorum, le case. — daustris, dichiarativo di septo. 

v. 35. visendi solatia, la consolazione di una visita, una visita di con- 
solazione. 

v. 3G. respondet, per respondebU. Bespondeo in alcuni tempi c raodi 6 ta- 
lora della 3.a coniugazioue ; il che spesso avviene nei verbi della se- 
conda. 



GIOVENCO 39 

aHaud equidem nostrura meminit te visere quisquam, 

Aut sitis, aut saevae farais aegrura agitare laborem, 

Hospita vel fessis errare per oppida rebus, 

Carceris aut mersum poenis, morbove gravatum, 40 

Ut tibi sollicito fieret miseratiojusta. » 

Kis rerum dicet Dominus: « Q.ium vestra superbo 

Angustis rebus feritas sub corde tumebat, 

Calcavitque humiles minimos, me sprevit in iiiis. r> 

Haec ubi dicta dabir, meritis sua praemia reddet. 45 

Aeternum miseri poena fodientur iniqui, 

Aeternumque saius justis concessa manebit. 

VI. 

Morte e risurrezione di Gesii Cristo. 

(Hist. Evang. iv, 688-711. — V. s. Malt. xwii; s. ftfarco xv; 

s. Giov. xix). 

Jam medium cursus lucis consjeenderat orbem, 
Quum subito fugit ex oculis, furvisque tenebris 
Induitur, trepidumque diem sol nocte recondit. 

t\ 37. Haud eqnhlem nostrum qnisquam, eerto nessuxi <\i nci. 

v. 38. aegrum agitarelaborem, cioe: ~ te agitari, vexari aegro labore „, 
goflfrire il doloroso tormcnto della lame e dclla sete. Si rifletla che aeger 
dicesi anche di cio che aegritudinem et nioerorem affert. Servio poiie la 
seguente differenza fra aeger ed aegroius: ~ aeger tum de corpore tum de 
animo dicitur; aegrotus de qorpore ta/nium „. 

v. 39. Hospita, ospit&H. Questo aggettivo (hospitus, a, um) puo signili- 
care, corne appunto 1'italiano ospit<>, tanto chi hospitio exciplt, quanfco cbi 
hospitio excipitur. — fessis rebus, e quanto tt fessum rebus „ aggravato 
oppresso dalla fatica. Cosi in Plinio (i:, 7) e ia Vir'_n'Jio (A<-n. xi, 335 . E 
bene far qui notare la differenza che, secondo il Verris. passa tva fati- 
gatus e fessus : * quod ille sit ab aUo laborare compalsus, ut lassatus; 
hic qui ultro laborans, deficit, ut lassus. ,, 

V. 41. sollicito, afiiitto, sventurato. 

vv. 42 e 4.3, Qunm vestra ecc. Quando il euof vostrc s'iuorgog_iva e in- 
crudeliva nelle augustie aitrui, nellc altrui Bvcnture. I_i alcu*_i antichi 
inss. leggesi augustis (florcutibus cioe) per angustis. 

v. 44 humiles ?>ii>ti;nos.lntciu\i i poveri {minimos), i quali si fanno uniili 
innanzi a' potenti ed ai ricchi. o ehe sono come vili ed abietti tennti e 
spregiaii da' potenti e da' riccbi Buperbi. 
vv. 40 c 47. Aeternum, avverbio, eternamente. Virgilio (Am. vi, 017)- 
. . . sedel aeternumque sedcbit 
Infelix TJteseus. 
E avviene lo Btesso anche in italiano. Dante (Inf. »n): 
Dinanzi a me non fur cose creatc, 
Se non eteme, cd io eternp duro. 

VI. r. 1. medium orbem, a uieta del suo giro. — lucis, meton. per 
2 e 3. subito ecc. Costr.: Quum sol subitofttgit ex oculit 

I iu poeticamente descriversi rccclissi del golc _2l3_XWrt<i 

I ' 



40 GIOVENCO 

Ast ubi turbatus nonarn transiverat horam, 

Consternala suo redierunt lumina mundo. 5 

Et Christus magna Genitorem voce vocabat, 

Hebraeae in morem linguae : sed nescia plebes, 

Eliam vocitare putat. Tum concitus unus 

Cogebat spongo turpi calamoque revincto 

Impressum iabiis acidum potare saporem. J0 

Caetera turba furens tali c.im voce cachinnat: 

« Spectemus pariter, coelo ne forte remissus 

Elias veniat, celsa qui sede quiescit, 

Liberet et misero confixum stipite regem ». 

Timc clamor Domini, magno conamine missus, 15 
Aethereis animam comitem commiscuit auris. 
Scinduntur pariter sancti velamina templi, 

v . 5. Consternata, cioe „ metu perturbata, confusa „. 

v. 7. Hebraeae in morem linguae. Alladesi- alle parole Eloi, Eloi, lumma 
sabacihani, Dio mio, Dio mio, perche mi hai abbandonato. — nescia plehes. 
Secondo alcuni, i soldati romani che ignoravano la lingua ebraica. 

v. 8. concitns, frettoloso, in tutta fretta. Ovidio {Fast. vi, 520): 

Audit ; ed ad vocem concitus nrget itet . 

v. 9. spongo turpi, sozza spugna. Spongos, i h paioia d'origine greca, 
GTCoyyoc. Ve chi legge spongia, contraendo, per sineresi, le uitime due 
sillabe — calamoque revincto, e legata alla sommita di una canna. 

v. 10. acidum saporem, perifrasi, aceto. 

■v. 11. cachinnat. Questo verbo ha qui il senso non di ridere immodera- 
t imente, crepar dalie risa, ma di deridere, beffeggiare, come in Apulejo 
(Met. iii): exitium meum cachinnat. 

v. 12. ne. E posto qui per num, secondo osserva il Koenig. E abbiamo 
in s. Matteo : videamns an veniat Elias. — coelo. Sottini. ex. — remissns. 
Perche Elia era Btato rapito in cielo Lib. iv, Reg. cap. \v. 

v. 13. celsa sede. Sott. in. 

v. 14. misero stipid. Si noti cho miser, aggiunto a' nomi di cosa, ha si- 
gnificato attivo, e vale che rendc infelice e misero. Per es. Cicerone ha 
(Rosc. Am. 28) : Dii immortales! rem miseram et calamitosam. £ certo, 
non v'era cosa che agii occhi dei pagani e dei Giudei rendesse altrui piu 
misero ed infeiice quanto il supplizio della crocc. Onde la celebre sen- 
tenza dell'Apostolo, " la predicazione di un Dio crocifisso essere scan- 
dalo pe' Giudei, stcltezza i)e' Gentili r . 

v. 10. Aethereis animam.... Bellissima perifra.si &ell'e'xpirm-U od emisit 
spiritum della Bibbia. Dice 1'anima comitem auris, perche spirituale, e nou 
puo 1'anima meglio esser comparata che alle aure. chiamate anch'esse, 
m lato senso, .s- iritus. E spiritus, guardata la sua etimologia, non altro 
Sliona che jlatus aeris. S. Agostino {De Gen. ad litter. Lib. vn, enarrat. in 
ps. 130) : Sicut (tit quodam loco Scriptura: " Volavit super pennas veniorum,,, 
hoc est super virtutes animarum; unde et jlatus Dei dicitur anima tanquam 
ventus, nou ut iste intelligatur ventus quo corpus propellente sentimus, sed 
ejus nomine signijicetur aliqitid invisibiie occ. Di che i poeti si piaccion rap- 
prcsentarci 1'aniina sotto rimmagine di un soffio leggiero. Orazio, e. g. 
[Sat. ii, 2, 79) la chiama divmae parlicula aurae. 

v. 17. velamina. II pl. pel sing. Due erano i veli del Tempio, uno in- 
teriore, pendente innanzi al Sancta Sanctorum o Sanctuarium, 1'altro este- 
riore, innanzi a] BanXuin. Gli Evangelisti dicono squarciato il velo del 



GIOVKNCO 41 

Carbasaqne in geminas partes dirupta dehiscunt, 
Et tremebunda omni coneussa est pondere tellus, 
Dissiliuntque suo rup^tae de corpore cautes. 20 

Tum veterum monumenta virum patuere repulsis 
Obicibus, justaeque animae per membra reversae, 
Et visum passae populi, per moenia latae 
Erravere urbis: sic terrent omnia mundum. 
Militibus primis quatiuntur corda pavore, 25 

Dedita qui saevae servabant corpora poenae, 
Et sobolem dixere Dei, Christumque fatentur. 

E speculis matres miraoula tanta tuentur 
Omnes, obsequium Christo quae ferre solebant. 
Jam decedenti vesper succedere soli 30 

Coeperat, et procerum solus tum justior audet 
Corpus ad extremum munus deposcere Christi. 

Tempio, ed alcuni comentatori intendono l'esteriore. II che conferma 
che il P. ha poeticamente, non istorieainente, adoperato il plurale. 

v. lS.Carba saque ecc. Questo versopare dichiarativo del precedente. Car- 
basus al sing. e carbasa al pl., e una specie di lino finissimo, originario, 
secondo che narra Plinio i>:ik, 1> dalla Spagna Tarragonese. Quindi, per 
sinedd., suol prendersi per veste o velo fatto di detto lino o di altro fi- 
nissimo. 

v. 19. omni concnssa. Ovvero, secondo una variante, omnis escussa. Om- 
nis qui sta per iotus. Onde omni pondere vale in tutto il suo peso, in tuttala 
sua graoitct, tutta quanta. ' 

v. 20. Vissiliuntque ecc. E quanto dire: u de integro monte {suo cle cor- 
yore) rumpuntur (ruptae) et dissiliunt n . 

vv. 21 e 22. virum per virorum. — vepnlsis obicibus, rimossi, rovesciati i 
coperchi. Virgilio ha (Georg. [1,480 : objicibus ruptis. — justaeque. Alcuni 
leggono vivaeque, ma il Reusch ed altri dotti comcntatori tengono debba 
leggersi justaeque ; e questa lezione pare favorita dal Vangelo: Et multa 
corpora SANCTORUM qui dormierant surrexerunt. 

vv. 23 e 24. Et visum passae ecc. E qua e la per la grande citta a tutti 
si lasciaron vedere. 

v. 25. Militibus })>'imis. Forse que' soldati ai quaii prima degli altri 
mostraronsi le anime per membra rerersae ; se pure non volesse pren- 
dersi il primis in senso d'avv., cioe tn primis- — quatiuntur corda pavore, 
si rimescola il sangue dalla paura. 

v. 28. E speculis, da luoghi alti, elevati. Questo medesimo e ripetuto 
graziosamente piu sotto nel verso 40. — matres. Intendi le sante donne 
del Yangelo. II nome mater soleva darsi per onore anticamente auche 
a donne non madri ne maritate, ma probe ed avanzate iu eta. Abbiamo 
in Tlauto (liud. i, 5), che le donne Ampelisca e Palestra salutan cosi la 
r lotessa: Jubemus, le salvere, mater. 

31. procerum justior, ellen. per procerum justissimus. Nei classici, 

i ilmente poeti, trovasi spesso questo scambio di gradi. E non solo 

il oompar., iua talora anche il semplice positivo e costruito col geni- 

tivo. p.es. Virgilio [Aen, iv, 570): eequimur te, sancte deorum. Onde inu r iu- 

Qte Ludovico Oavallo rimproverava i correttori degTmni del Bre- 

Qomano d'avcr lasciato passare nclVinno delPOflf. della B. V. il 

^erso r.i loriosa FtVyinw»»» 



4'i GIOVKNCO 

Hic ab Arimalhia nomen gestabat Joseph, 

Qui quondam verbis aures praestabat Jesu. 

Pilatum tunc iste rogat sibi cedere membra, 35 

Queis nuper tulerat vitam vis horrida poenae. 

Concessit praeses, et corpus fulgida lino 

Texta tegunt, saxique novo componitur antro. 

Limen concludunt immensa volumina petrae. 

E speculis servant matres, et cuncta tuentur. 40 

Jamque dies rutilo complebat lumine terras, 
Otia qui semper prisca de lege jubebat: 
Nulla sed immitis procerum furor otia servat. 
Conveniunt, onerantque simul sic judicis aures: 
« Erroris laqueos justissima poena resolvit : 45 

Nunc meminisse decet, quoniam planus ille solebat 
Vulgari semper jactans promittere plebi, 
E mortis sese tenebris ad lumina vitae 

v. 33. Arimathia, o Arimathea, Arimatea , citta della Giudca, detta 
lluma nel Libro dei Giudici, e oggi llama, Ramle, o Ramola. 

v. 35. rogatcedere, per rogat utcederet. Costruzione frequente ne' poeti, 
come per questo, che per altri verbi simili, i quali vogliono il verbo di- 
pendente al soggiunt. coWut. 

v. 36. Queis, monosillabo per sineresi, la quale fa si che talora srdica 
per esso anche qws. — tulerat vitgm, aveva privato di vita. — vis horrida 
poenae. E quanto " horrida poena „; locuzione poetica simile a vis animi 
per animus, visflammae per flamma ecc. la quale s'incontra spesso no' 
poeti. 

vv. 37 e 38. praeses et. Si noti che l'ultima sillaba di praeses e lunga 
per cesura; quindi ncssun bisogno di leggere, secondo alcuni, praese* 

sea -. Era nccessario si fosse cliicsto pcrmesso di poter seppcllire il 

corpo di G-. C, per lcgge dcl Oodice Roraano. Leggesi in Ulpiano (Lib. i, 
2). decadav. punit.): Eorum,in qiios animadVertitur, corpora non alder se- 
peliantur, quam sifuerit pelitum et permissum. — lino texta, pannolini, len- 
zuoli di lino. Texta qui e sost , da textum, veste, panno, e qualunque la- 
voro tessuto. — componitur, vien deposto, scpolto. 

v. 39. immensa volumina petrae, cioe : immensum voJumem petrae, ingens 
saxum. 

v. 40. E speculis ccc. Stanno alle vcdcttc ad osservare tutto quel che 
avviene 

vv. 41 e 42. Jamque dies. Dies e adopcrato poeticamente per sol. Cice- 
rone ha {Somn. Scip. 4): Sol cuncta sua \uce complet. II P. descrivc in que- 
sti due vcrsi il giorno dcl Sab., in cui era prescritto da Dio nelDecalogo 
{de prisca lege) il riposo. 

43. immitis, crudele. — procerum, de' capi, de' primarii della citta, i 
Sacerdoti, cioe, gli Scribi ed i Farisci, che avevano aizzato il popolo 
contro Gesu. 

v. 45. Erroris laqne.os, lo scandalo. Vcdi sopra iv, 7. 

v. 46. planus, impostore. Questo vocabolo dcriva dal grcco TT/avo", 
cd ha la prima sillaba brcve. Alcuni lo fanno dcrivare da Planus, nomc 
d'un aolenne impostorc. 

v. 47. Vulgari plebi, alla vilc.infima plcbe. 



GIOVENCO 43 

Cum terno solis pariter remeare recursn. 
Sed petimus, custos miles nova funera servet^ 50 

ISe fera discipulis furandi audacia corpus 
Cdnsurgat, turhetque recens insania plebem. » 
Et Pilatus ad haec : « Miles permittitur, inquit: 
Servate, ut vultis, corpus tellure sepultum. » 
Conveniunt, saxique ingentia pondera volvunt, 55 

Et limen signis et saxum milite servant. 

Sidera jam noctis venturo cedere soli 
Incipiunt, tumuli matres tum visere septum 
Concurrunt. Motus sed terram protinus omnem 
Concutit, et coelo lapsus descendit aperto 60 

Nuntius, et saxum tumuli de limine volvit : 
Illius et facies splendet, ce.i fulguris ignis, 
Et nivis ad speciem lucent velamina vestis. 
Militibus terror sensum discluserat omnern, 
Et jacuere simul, ceu fusa cadavera letho. 65 

Ille sed ad matres tali cum voce profatur: 

v. 49. remeare, L'inf. pres. pel fut. remeaturum. Costruzione ordinaria, 
specialinente ne' poeti; quando 1'azione dee compiersi fra breve inter- 
vallo, e si da per certa e sicura. 

v. 50. nova, tt recentia „. Xovus e recens si usano ta?ora indistintamente, 
comein Giovenale (n, 102): Bes memorandd novs annalibus, aique recenti 
historia. Ma differiscon fraloro : tt novum est enim, cosi il Manuzio, nou 
quod nuper, sed quod nunc primum habemus; recens vero non quod 
nunc primum, sed quod nuper; et novum ad rem, recens ad tempus re- 
fertur. „ — funera. Funus prendesi talvolta per morto, cadavere, come 
in Properzio (i, 17, 8): 

Haeccine parva meum funus arena teget. 

v. 52. Consurgat e qui quanto surgat, si desti. 

v. 55. saxique inger.tia pondera, " ingens saxum „. Locuzione simile a 
vis horrida poenae. 

v. 58. Tumuli septum. Perche le tombe o i sepolcri solevano costruirsi 
chiusi airintorno da anrecinto; e o eran tagliati entro le rupi, come 
quello del Redentore, o fabbricati a volta di pietre o di mattoni, a forma 
delle nostre cantine, tanto che vi abitavano gl' indemoniati, secondo e 
nel Vangelo. 

vv. 62 e 63. ignxs, splendore,fulgore. — nivis al speciem, come neve. 

v. 64. discluserat, in questo luogo e sinonimo di excluserat. Macrobio 
(Lib. vi, Satur. cap. 4) raaravigliasi come questo verbo ha potuto offen- 
der 1'orecchio di certi puristi, mentr'egli lo trova usato da Virgilio, da 
Cesare e da altri. Si potrebbe tessere un lunghissimo elenco di vocaboli, 
che alcuni sedicenti classicisti ebbero a giudicar nuovi nelle opere degli 
autori cristiani, e non eran tali che nel loro cervello, nel soggettivismo 
del loro gusto passionato e falso. 

v. 65. ceufusa cadavera letho. Cos\ anche Dante [Inf. v) : 

E caddi, come corpo morto cade. 

v. 66. profatitr ad mntres,*\)Qr profatttr matrtbus. Costruzione usata 
anche dagli antichi classici. 



44 GIOVENCO 

« Vestra pavor nullus quatiens nunc corda fatiget ; 

Nam manifesta fides sanctum vos quaerere corpus, 

Quod crucis in ligno scelerata insania fixit. 

Surrexit Christus, aeternaque lumina vitae 70 

Corpore cum sancto, devicta morte, recepit. 

Visere jam vobis licitum est, quod sede sepulcri 

Nulla isticjaceant fuerant quae condita membra. 

Dicite praeterea celeri properoque recursu 

Discipulis, Christum remeasse m luminis oras, 75 

Inque Galilaeam laetum praecedere terram )). 

His dictis visisque animos perfuderat ingens 
Laetitia attonitos stupor, ancipitique pavore: 
Denique praecipiti celerantes gaudia cursu 
Talia discipulis referunt, tumulumque relinquunt. 80 
Ecce iteris medio clarus se ostendit Jesus, 
Et fidas matres blande salvere jubebat: 
Occurrunt illae, et genibus plantisque prehensis, 
Victorem lethi pavidae venerantur Jesum. 

v. 67. qnatiens fatiget, turbi e prostri. 

vv. 68. Kam manifestafides. Sottint, est: la vostra fede fa manifesto, 
che ecc. 

v. 74. celeri properoque. Celer dice piu di properas. Plauto {Ourc. II, 3, 4): 
subito, propere, ceJere objectum est mihi negotium. 

v. 75. in luminis oras, perif., la terra, ove godesi della luce e della vita. 
La troviamo in Virgilio {Aen. vn, 660): 

Furtivum partu sub Inminis ediiiit oras. 

v. 76. praecedere. Sottint. eos . 

vv. 77 e-78. His dictis 4 ecc. Costr. Stitpor ingens perfuderat animos at- 
tonitos laetitia et ancipiti pavore. 

v. 79. praecipiti celerantes...cursu, accelerandoprecipitosamente ilpasso. 
Celero, as e verbo attivo, nia puo anco usarsi in senso neutro assoluto 
o relativo. Tacito {Anndl. xn, 64) : Agrippina celerare statuit. 

v. 80. tumulumque relinjuunt, invece delTablativo assoluto tumulo re- 
licto. 

p. 81. iteris medio, a mezza strada. fteris sincope di itineris. 

v. 82. salverejube.bat. Lo stesso che salntabat. Jubeo ha elegantemento 
il significato di volere fermamente, esortare con calore. Onde le frasi: 
iubeo te gaudere, jubeo ie salvere, voglio che tu goda, ti esorto a star sano. 
E la seconda si adopra a salatare alcuno anche omesso 1'innnito, como 
in Terenzio [Andr. v, 3 1): Juheo Chremetem, saluto, riverisco Cremete. 



LATTANZIO 



Lattanzio, discepolo di Arnobio, abbraecio la fede cristiana dopo avei 
abbandoiiata la professione di retore, da lui Btimata indegna di un uo- 
mo onesto. Egli lu maestro di Crispo, flglio di Costantino; ed il suo 
disinteresse si spinse a tale segno (secondo Eusebio), da viver povero 
stando in mezzo ad una corte. Non si pu6 dir precisaniente quando na- 
scesse e quaudo morisse. Si ritiene generalmente appartenere a lui il 
commovente e patetico poema chc qui riproduciamo; ma neH'attnbuirlo 
al medesimo, non intendiamo farcene garanti. 

De beneficiis suis Christus. 

Quisquis ades, mediique subis in limina templi, 

Siste parum, insontemque tuo pro crimine passum 

Respice me, rne conde animo, me in pectore serva, 

Ille ego, qui casus hominum miseratus acerbos, 

Huc veni, pacis promissae interpres, et ampla 5 

Communis culpae venia; hic ciarissima ab alto 

Reddita lux terris, hic alma salutis imago, 

Hic tibi sum requies, via recta, Redemptio vera, 

\ xillumque Dei, signum et memorabile fati. 

Te propter, vitamque tuam, sum virginis alvum 10 

Ingressus, sum factus homo, atque horrentia passus 

Funera, nec requiem terrarum in finibus usquam 

Inveni, sed ubique minas, sed ubique labores. 

v. 1. Quisquis (cles ecc. II P. pone le parole in bocca a Gesu Cristo. 
Pare che il Lamento del Bedentore di Giovanni Torti sia nna parafrasi 
ol una imitazione di qu sto carme. II Torti incomincia anch'esso: 

Ciie cerchi infaccia a questi altari, o figlio? 
In me pel tuo peccato ostia innocente, 
Volgi amoro8o in me Vanimo e Uciglio. 

— mediiqae subis ecc. clie ti fai iu mezzo al tempio. 

v. 5. interpres, mediatore, niessaggiero, ministro. Anche Livio Iki 
(xxi, 12); inti 

v. 6. hic. Vale ego, e rropriamente colFatto di mostrar se col 
come in Plauto (Curcul. u, 1, 33): solus hi>- homo est, Bon i'uni 
ecc; in Tibullo (u, G, 7) : erit hic quoque miles < cc. 

v. 9 signum memorabile fati : il Pegno commeniorativo del tuo destino, 
il presa^io del t-ao glorioso trionfo. Sembra cbe il P. voglia alludere 
al risorgimento dei nostri corpi, dl cui la Risurrezione di G-. C. e ilpe- 
tcuro. 

v. 10. Te propter, anastrofe, ■ propter te .. 

vv. 11-13. horrentia... j'umra. Funus e qui per morte, comn in 
lio {Egl. v, 20): Extinctum.... crudeli funere. — terrarum infinibus, 
vale entro, tra. — labores, patimenti, affanni, 



46 LATTANZIO 

Horrida prima mihi in terris magalia Judae 
Hospitia in partu, sociaeque fuere parenti 15 

Hic mihi fusa dedit bruta inter inertia primum 
Arida in angustis praesepibua herba cubile. 
In Phariis primos vixi regionibus annos, 
Herodis regno profugus, reliquosque reversus 
' Judaea, semper jejunia, semper et ipsam 20 

Pauperiem extremam. et rerum inferiora secutus, 
Semper agens monitis humana salubribus almae 
Ingenia ad studium probitatis, aperta salubri 
Plurima doctrinae jungens miracula: quare 
Impia Jerusalem rabidis exercita curis 25 

vv. 14 e 15. Horrida prima mihi ecc. Costr. : Horrida magcdia Judae 
fuere prima hospitia mihi et sociae parenti... Magalia e vocaboJo d'origine 
puniea, da magar o mager, villa, e sigDifica capanua, tugurio. Furono 
chiamate cosi in principio le case rustiche dci Cartaginosi e dei Nu- 
midi. Ed e lo stesso che mapalia, con questa sola differenza, che in que- 
sto la prima sillaba e breve, in quello e lunga. PfdPuno e dell'altro 
trovi esempii in Virgilio {Aen. i, 425, e Georg. m, 340;. Intendi dunque 
per horrida magalia un rozzo borgo, uno squallido tugurio. Anche in 
italiano e stato usato mapale per tngurio; ma e voce antiquata — pa* 
renti, madre. 

vv. 16 e 17. Hic mihi fusa ecc. Ccstr.: Arida berba fusain anguslis...> 
dedit cubile mihi inter... Per bruta inertia intendi il bue e 1'asino, animali 
lenti, tardi. — angustis praesepibus, umile, abbietta mangiatoia. II Torti 
nel suo Lamento del Bedentore: 

TJna slalla a Btilem ne die ricetlo; 
Qui posai nella greppia infra i giumenti , 
E m'erano le stoppie ispido letto; 

Poi tribolando con piii duri stenti 
Fuggii per balze il reo temer di Erode, 
EYa i sozzi numi delVegizie genii. 

v. 1S. Phariis, lo stesso che tt Aegyptiis „, da Pharus o Pharos. Faro 
citta d'K^itto vicino ad Alessandria, in un'isola dello stesso nome, ove 
era la gran torre, una delle sette meraviglie del mondo, edificata da 
Tolommeo Filadelfo coll'artc di Sostrato da Gnido, dalla cni cima 
splendea di notte a'naviganti un fanale ; il che, secondo che narra Ta- 
cito, mosse, per la sna utilita e meravi-Tia, ogni citta marittima a edi- 
ficare anclresse nel porto loro un faro a pro de' naviganti. — vixi, abitai, 
dimorai. 

vv. 10 21. reliquosque reversus ecc. Costr. : Bt reversus inde vixi rcli- 
quos annos in Judaea, sequutus semper jejunia ecc. — sequutns, soppor- 
tando. Sequor e uno di quei verbi cne variano di significato secondo la 
natura de'loro cotnpleinenti. — rei um inferiora, la piu umile delle con- 
dizioni si noti il comparativo pel superlativo, come in Giovenco vi, 31. 

vv. 22-21. agens, conducendo, inoveodo, eccitando. — monitis... salubri- 
bus. Cicerone ha salubria cowtilia [Att, 8, 12). — lmmana.. ingenia t i cuori 
umani. — studium, amore. — aperta... mivacula, miracoli patenti, mani- 
festi, evidenti. 

v. 25. JerusaJem, Gernsalemmr, citta capitalo della Giudea, lapiuil- 
lnstro dell'Asia tntta (V. Plinio, xv, 11;, anzi di tutto il mondo, avendo 
in essa avuto luogo ja passione e mortc di G. C; da principio cra appel- 
lata » Igma, ccrnT in Marziale (X 1 , 95; ; m i poscia, a cagione del tempio 



LATTANZTO 4/ 

Invidiae, saevisque odiis, et caeca furore, 
Insonti ost poenis lethalibus ausa cruentam 

ln cruce terribili rnortem niihi quaerere. Quae si 
Latius ipse a alis distinguere, sicque per omnes 
Ire juvet genutus, mecurii et sentire dolores ; 20 

Collige consilia, insidiasque, meique nefandum 
Sanguinis innocui pretium, et simulata ciientis 
Oscula, er insultus,et saevae jurgia turbae. 
Verbera praeterea, et promptas ad crimina linguas 
Finge aniino, et testes, et caeci infanda Pilati 35 

Judicia. ingentemque humeros et fessa prementem 
Terga crucem, atque graves horrenda ad funera gressus. 
Nunc me, nunc vero desertum, extrema secutum 
Supplicia, et dulci procul a genitrice levatum, 
Vertice ad usque pedes me lustra : en aspice crines 40 
Sanguine concretos, et sanguinolenta sub i] s.s 
Colla comis, spinisque caput crudelibus ha istum, 
Undique diva pluens vivum super ora cruorem. 
Compressos speculare oculos, et luce carentes, 

vi da Salomone, coniincio a chiamarsi Hierosolyma o JerusaUm, 
l Sc&yma saera. Ora e citta del pascialato di Damaseo. La quantita di 
i parola (Jerusalem) e fatta varia da' poeti cristiani. Qui la prima 
e rultima sillaba sono lunghe, e le altre duo brevi. 

v. 27. poenis Uthalibus, pei.a capitale. Lethalis serivesi anche, e da' piu, 
letdlis. 

v. 29. distinguere, consideraro, rsaminare. 

vv. 32 e 33. simtUata... oseula, finto bacio. — clientis. Cliente, presso i 
Eomani, era colui che mettea.si sotto la protezione d'un piu potente cit- 
tadino (patronus); e anche 1'adoratore di una particolare divinita. Qui e 
usato per discepolo. — insultus, da insilio, insulti, motteggi. — jurgia, in- 
vettive, improperii. 

vv. 36 e 37. humeros et,.. terg«, \o spalle e le terga. — graves, gravi, 
rtolorosi. — funera, morte, come sopra al v. 12. 11 Torti: 

Or ve' come gli afflitti omeri stanchi 

Al f/rave tronco sottopor m'tf 

K inverso il )>ionte trascinare ifianchi. 

v 38 e 39. extrema secutum supplicia, Bottoposto all'estremo supplizio. 
— leeatum, levato in croce. 

v. 41. Sanguine coneretos, ~ coliaerentea sanguiue .,, intrisi, aggrumati 
di sangue. Come in Virgilio [Aen. n, 277): 

i U ntem b xrbam, et eoncretos sanguine erinss. 
r. 42. haustum, trafitto e smunto, esansto. Haurio in senso di traflar- 

in Livio (vn, 10): TJno alleroque ietu ventrem atque ing 
r. 44. e c Nod mcu) bellamente il Torti: 

Or 

oeehi il lume al tuo Cig r . 



48 LATTANZIO 

Afflictasque genas; arentem suspice linguam 45 

Felle venenatam, et pallentes funere v.ultus. 
Cerne manus clavis fixas, tractosque lacertos, 
Atque ingens lateris vulnus : cerne inde fluorem 
Sanguineum, fossosque pedes, artusque cruentos. 

Flecte genu, innocuo terramque cruore madentem 50 
Ore petens humili, lacrymis perfunde subortis. 
Et me nonnunquam devoto in corde, meosque 
Fer monitus. Sectare meae vestigia vitae ; 
Ipsaque supplicia inspieiens, mortemque severam 
Corporis, innumeros memorans animique dolores, 55 
Disce adversa pati, et propriae invigilare saluti. 
Haec monumenta tibi, si quando in mente juvabit 
Volvere, si qua fides animo tibi ferre, meorum 
Debita si pietas et gratia digna laborum 
Surget, erunt verae stimuli virtutis, eruntque 60 

Hostis in insidias clypei, quibus acer in omni 
Tutus eris victorque feres certamine palmam. 
Haec monumenta tuos si labilis orbis amicos 



vv. 45 e 46. afflictasque genas, e le guance peste, abbattute. — ef pctllentes 
funere vultus, M et vultum perfusum pallore mortis „, e dipinto, disteso 
sul volto il pallor della morte. Virgilio (Aen. vni, 709) ha : Illam... 
pallentem morte. 

v. 47. tractosque lacertos, le braccia distese e slogate. Lacertus e la parte 
muscolosa del braccio, cne e tra 1'omero e il gomito; ma qui, per sined- 
doche, lo stesso braccio, come in Virgilio [Aen. xi, 561). 

v. 50. innocuo... cruore madentem, molle, bagnato del sangue innocente* 
Virgilio [Aen. xn.690): 

voi plurimafuso 

Sanguine terra madet. 

p, 51. Ore petens humili, baciando umilmente. Peto varia di significato', 
come afflcio, col variar del sno complemento ablativo ; onde si ba nei 
classici: epistola aliquem petere, scrivere ad alcuno; collum alicujus am- 
plexu, abbracciare ecc. — laerymis subortis, con le lagrime agli occhi, 
piangendo. 

v. 54. severcnn, u saevam, crudelem fl , come in Properzio (iv, 12, 22): 
Eumenidum turba severa. E ve ne ha esempii anche in Plauto. 

vv. 57-62. Haec monummta ecc: Queste memorie, se mai qualche volta 
tu lc rivolgi nella mente, sc hai fiducia di portarle nell'animo, se giu- 
sta pieta e riconoscenza (gratia) degna delle niie pene (laborum) ti 
spunta nel cnore, queste mcmoric ti saranno sprone a verace virtu, 
scudo contro le insidie del nemico, da esser forte c sicuro in ogni com- 
battimento, e conseguir la palma della vitcoria. — si quafides... cioe sifides 
aliqua forenrli haec monumcnta in animo est tibi. 

vv. 63-67. Ilaec monumenta ecc. Costr. : Ilacc monumcnta efficient, ne tu 
cavtatus spe inani, aust-ris fidere occiduis rehus [\)Q\\i caduchi)..., aut spe- 
r re...., si ipsa avertcut tuos sen:ns, amicos la^ilis orbis, ab fugioite... 



LATTANZIO i ) 

Averfent sensus fugiente decoris ab umbra 

Mundani, efficienr, ne spe captatus inani 65 

Mobilis occiduis fortunae fidere rebus 

Auseris, aut vitae sperare fugacibus annis: 

Sed te nimirum sic ista caduca videntem 

Saecula, et exutum, patriae melioris amore, 

Orbis opes rerumque usus, et vota piorum 70 

Moribus extollent sacris, vitaeque beatae 

Spe, duras inter poenas, te rore fovebunt 

Coelesti, pactique boni dulcedine pascent, 

Purpuream donec, post ultima fata relicto 

Corpore, sublimos animam revocabit ad auras 75 

Gratia magna tibi. Tunc omnem exuta laborem, 

Angelicos tunc laeta choros, aciesque beatas 

Sanctorum inspiciens, aeternae pacis amoena 

Perpetuo felix mecum regnabit in aula. 

w. 68-77. Sedte nimirum ecc. Costr.: Sed nimirum vota piorwfi* ei ex- 
tollent, prae tuis moribus sarris, te sic videntem... et exutum opes orbis et 

usus rerum,amore....,etfovebuntte rore coelesti prae spe , ct pascent ; 

donec gratia, magna tibi, revocabit tuam animam purpuream... — Si noti 
che il sed non e qui particella avvcr.sativa, ma semplice congiunzion-; 
di continuazione. — exutum orbis opes, rerumque usus, ellenismo, per exu- 
tum orbis opibus ecc. — sio ista eco. II sic, per un senso piu elevato 
(adeo, omnino , prorsus), potrobbe modificare caduca : nel qual seriso lo 
abbiamo in Yirgilio [Aen. xn, 282] : 

Sic omnes amor unus habet decertiere ferro. 

— purpuream poeticamente, nitida, pura, bella. Spiegherei questi versi 
cosi: E certamente, tu riconoscendo affatto perituro il mondo, e rinun- 
ziando, per amore d'una patria migliore, alle riechezze ed ai piaceri di 
quaggiii, i giusti ameraur.o [vota piorum) e lodarti pe' tuoi santi costu- 
mi, e ristorarti con ia speranza della vita beata, quasi celeste rugiada 
in mezzo alle dure sofferenze, e confortarti con la dolcezza de' promessi 
beni, fino a che arrivata al termine della sua carriera, sciolta da' lega mi 
del corpo, 1'anima tuabella venga per grazia ineffabile richiamata al 
cielo. — Tunc exuta. Sottint. anima, ch'e nel verso precedente: libera al- 
lora d'ogni cura, d'ogui patimento, d'ogni affanno. — acies, schiere. 



Carmina 



MARIO VITTORINO 



Mario Vittorino, retore africano, visse sotto Costanzo, ed insegnb la 
rettorica a Koma, verso 1'anno 350 di Gesu Oristo. Egli abbraccio il 
cristianesimo verso la fine di sua vita. Abbiamo di lui \m poema sopra 
i sette fratelli Maccabei. II discorso che abbiamo estratto da tal poema 
e pieno di vita c di energia. La morte del figlio e della madre, de- 
scritta con grande seinplicita di stiie, offre un quadro sorprendente di 
verita, con una conchiusione assai patetica e commovente. 

La madre dei Maeeabei esorta il piu giovane dei 
figli suoi a sotTrir con eoraggio la morte. 

« Parve puer, tenerisque tuis mihi carior annis, 

Carios es regno, vita quoque earior ipsa: 

Tu potes in totum victricem reddere matrem, 

Tu finis partus, finisque future malorum: 

Si te cura mei tangit, si matris honorem 5 

Mente pia retines, quamvis et parvus et infans, 

Hoc magis aure avida dictis attende parentis. 

Primum disce, puer, quid sis post ista futurus 

Si patiens fueris : tunc te, mihi care, futurum 

Facta docent; fratrum sanctorum in parte manebis, 10 

vv. 1 e 2. tenerisque tuls. . annis. Sottint. prae: per la tua tenera eta. 
— carior, cxoq fratribus o qwtm fratres ; ossivvero il comparativo pel 
superlativo (carissimus), come in Giovenco vi, 31. — carior recjno ecc: 
piu caro d'un regno, piu caro della stessa mia vita. Espressioni bellis- 
sime, di somma predilezione. 

v. 3. in totum. Lo stesso che extoio, totalmente, interamente, come in 
Plinio (//. N. xx.x, 4.2): res in totum dwersci. 

v. 4. fmis partus ecc. : tu, 1'ultimo dei miei figli, metterai termine a* 
miei mali. Olb che affliggcva la coraggiosa madre, non era tanto l'es- 
sere spettatrice de' tormenti de' figli suoi, quanlo il timore di vederli 
cedere sotto le torture, e perder cosi la corona del martirio. 

vv. 5 e 6. Si te cura mei tungit, se pensiero ti prende di me, se mi ami, 
se ti tocca l'amor mio. Livio (m, 17): si vos urhis, si vestri nulla cura 
tangit ; at veremini Deos. — si mcttris honorem.. , se conservi neH'animo 
stima e rispetto per la maclre tua. — et parvus et infans, piocolo bam- 
bino. V'e la variante : et carus et infans; ma allora qnamvis e avverbio, 
o vale nwlto, oltremodo: mio prediletto bambino. h'et ripctuta 6 un 
pleonasmo. 

v. 7. Hoc magis, tanto piu, e cio tanto piu. — aure avida... attende, 
presta avido 1'orecchio. Cicerone (Orat. 29): aures doidae et capaces. 

vv. 9 e 10. tunc te, niihi care, fulurum facta docent. Senso : Allora, o fi- 
gliuol mio, che tu sarai in possesso deH'eternita, apprenderai dal fatto 
che cosa sia il futuro, di cui io ti parlo. — sanctorum in parte, nella por- 
zione, nci retaggio dei santi. che e i) possesso di Dio. Espressione si- 
laile a (inella di S. Paolo (Coloss. i, 12) : in partem soitis sanctorum. 



MARIO VITTORINO 51 

Et requie securus eris, dum saecula cursus 

Saeva suos peragunt ; finito tempore certo 

Hanc lucem repetes, aeternaque regna videbis. 

Kon maculata malis, sed erit concordia sanctis, 

Nec morti locus ullus erit, nec bella citatis 15 

Exercentur equis, sed pax aeterna manebit, 

« Matri crede tuae, salvum quae te cupit esse. 
Heu mihi, cur tristi vultu mea dicta repellis? 
Quid refugis? miserere mei, miserere tuique. 
Si lkeat, pribr ire velim : vetor ecce, sed ibo 20 

Tunc, quum victorem cernam te, nate, malorum. 
Quid sperare jubes? solus mea dicta moraris, 
Solus adhuc aequum renovas mihi, nate, dolorem. 
Annuis, an damnas et me, fratresque, genusque? 
Quo'd ne forte velis oro te, et deprecor; audi: 25 

His ego te parvum nutrivi, nate, papillis, 
Te per ego has precor, et fletus lacrymasque meorum. 
Ut remanere velis, remanebis solus, et hujus 
Non tibi jam fratres dederint solatia vitae; 
Dedecoras fratrum sanctissima nomina, matrem, 30 

»\ 12 finito tempore certo. Intendi la fine rtel mondo, da Dio stabilita. 

8 e qui nel senso di const\ Uus. 

>:. 13. lucem repetes. Lo stesso che u art vitani redibis,,. Lux per vita 

in Virgilio {Geory. iv, 255). 

o. 14. Xon maculata malis, non contaminati, non contristati rta infeli- 

cita. rta miserie. In questo e ne' due versi seguenti il P. ha attinto l'im- 

magine da s. Giovanni {Apocal. vn, 16 e 17): Non esurient, neqae sitient 

•U8,neque cadet super illos sol, neque ullns aestus.... et absterget Deus 

omncm lacrymam ab o< ulis eorum. 

15 e 16. citafis, veloci, rapidi, a briglia Bciolta. — e.vcercentur. Al- 
cuni leggono committuntur . 

v. 18. repellis. E in senso di rejicis, rigetti, non ascolti, come in Ovi- 
dio (Met. xiv, :JTT): 

rat; iUeferox ipsamque praecesque repellit. 
r. 21. nate. Xatus per filius e frequente ne' poeti, raro ne' prosatori. 
. _. Quid sperare jubes? Che vuoi ch'io speri, clie mi fai spcrare? Ju- 
qui uel senso, ed elegantemente, di volere o fare, come in Cicerone 
[Fam. xiv, 1): sper ici jubent. — solus... moraris, tu BOlo ristai 

guire, ti ricusi d'obbedire... 
leprecor, u vehementer oro B . 

Te per ego ecc. Meglio che, seconrto leggono alcuni : 
etiam lacrymas te propter, nate, profundo. 
w. 2^-HO Vt remanere. Ut vale qui supposlo che,ove, qu me iu 

Ciceroue [ad Brut. i. 9). Forse di questi tre versi piu belle le varianti: 

X" remanere r> lis : remam bis 8olus > t orbus : 

vitae 
tbil ? II m .' 3olu8 matri m conj n 



52 MARIO VITJORINO 

Et genus, et patriam, si talia dicta recusas. 

quanto melius vitam servabis in aevum, 

Si facias tandem quicquid fecere priores ! 

Audenter depone metus, depone timorem : 

Concipe mente Deurn, vires dabit ille viriles. » 35 

Haec dum mater agit, puer ad praecepla parentis 
Respicit, et solum se vidit ut esse relictum, 
Sustulit ad coelum vultus, palmasque supinas, 
Et sic voce potens aeternum numen adorat, 
Sensu et sic pariter secum nutuque rogabat, 40 

Vinceret ut regem, saevos ut vinceret ignes : 
Atque ita non segnis, nec pro puerilibus annis, 
Prosilit intrepidus, medios dilapsus in ignes, 
Vicit quicquid erat, sic ut vitam iret in altam 

v. 33. priores. Cioe, i fratelli che ti kan preceduto. 

v. 34. metus... timorem. Siuonimi; ma timor e piu di snetus. Donato 
(Comment.in Ter. j pone tra l'uno e 1'altro questa differeuza: 2letuimus, 
qui nos amant, timemus etiam iuimicos. 

v. 36. Haecdum mater agit, mentre cosiparla la madre. Cou Yagit sem- 
bra abbia 1'autore voluto indicare non pure i detti, ma i movimenti, 
i gesti della madre per animare il iiglio al martirio, conre proprio degli 
oratori. Cicerone (Orai. 17i: Tnfantes, actionis dignitate, eloquentiae saepe 
fructum tiderunt ; diserti, deformitate agendi, multi infantes pittati suut : 
dove con Vactionis e con Yaijewli intendesi pronunzia e gesto insieme. 

v. 37. Eespicit. Sembra sia usato in senso neutro, e propriamente nel 
eenso di volger gli occhi e la mente, guardare e considerare insieme. 

v. 38. Sustulit ecc. : leva gli occhi e le mani al cielo. Supinus dicesi 
delle cose esposte al cielo, volte alFinsu. Similmente in Virgilio 
(Aen. iii, 170): 

Corripio e stratis corpws, tendoque supinas 
Ad coelum cum vo<-e manus, et m tnera libo 
Intemer.aiOi focis. 

v. 39. voce potens, ad alta voce. II participio potens trovasi adoperato 
elegantemente con diversi ablativi, come in Virgilio [Aen. i, 535 , in 
Ovidio [Fast. iv, 255) ecc, per modi analoghi a questo del nostro Poeta. 
Alcuni leggono voce jjftens, invocando. 

v. 40. Sensu, animo, cuore, pi r opposizione a nutu, gesto. — secum, fra 
6e e se. — rogabat. pregava. Questo verso ha la variante: 
Quem secum sensu parile.r nuluque rogabat. 

v. 42. non segnis, prontamente, scnza punto esitare. — nec pro puerili- 
bus annis, ne- secondo avrebbe comportdto l'eta pucrile ; ovvero: cou 
un coraggio non ordinario a quell'eta. 

v. 43. Prosilit... dilapsio, salta... e fugge, si slancia, Virgilio (Georg. 
iv, 410). 

.... aut iu aquas tenues dUapsus abibit. 

v. M. Vici/ quicquid erat, trionf6 di tutto, cioe di tutte le prove e ai 
tutti i tormenti. Variante : 

tgnat, victor donec remearet in altum. 

— '•:' ' »... in \. boata, ctcrna 



MARIO YITTORINO 53 

Spiritus, et fratrum peteret secreta piorum - 45 

Dum puer ista gerit, solverimt gaudia matrem ; 
Jamque, ut erat lassata malis, jam voce negata 
Suspirans, interque manus collapsa suorum 
Concidit exanimis, resolutaque membra quierunt. 
Sic ipsa, ut nati, sanctorum in parte recepta 50 

v. 45. et fratrum peteref... Pare che vogliasi indi^are il rientrare clel 
fratello neirintimita degli altri fratelli iu seno a Dio. — piorum. Pius 

puo significare, oltre di giusto, pio, santo, e anche caro, diletto. Alcuui 
invece di piorum, Leggono priorum. 
v. 46. solverunt, e quanto resolverunt, come in Virgilio (Aen. XII, 951): 

Ast illi solvuntur frigore membra. 

— gaudia, il gran gaudio, la gran gioia. Nel Lib. n de' Maccabei non e 

detto di qual ruorte finisse la madre, ma solo [v, 41): Xovissime autem 
post fJios et mater consumpta est. Di che gli espositori chi ha un'opinione 
e chi un'altra. Giuseppe scrive, ch'ella per nou farsi toccare da uomosi 
gitto da se nel rogo. Alcuni tengono, che subisse drurissimo martirio. 
Altri. ch'ella supplicasse Dio a trarla di vita, e cadesse morta su' corpi 
de' figli. Altri finalmente, tra i quali il nostro P., che se ne morisse di 
contentesza. 

v. 47. lassata malis, stanca, affranta dal patire. Lassare dicesi elegan- 
temente di chi soffre con costanza. — voce negata, perduta la parola. 

v 48.Su82iirans, ansante, affannosa. Alcuni leggono spirat ovans. — col- 
, abbandonandosi. Come.inOvidio {Mei. vu, 826): subilo collapsa do~ 
lcre ceeidit — suorunu de' suoi, cxok de' suoi parenti. 



SANTILARIO Dl POITIERS 



iztriri 



Santfllario, nato a Poitiers, fu creato vescovo della sua patria alcuni 
anni prima del concilio di Beziers, celebrato nel 356, e mori nel 367, o 
368. Egli fu il piu valoroso campione della fede ortodossa contro 1'aria- 
nesimo; il perche a lui meglio che a chiunque altro spettava di cantare, 
come fece nell'inno Jesus refulsit, le diverse circostanze in cui ebbe a 
manifestarsi la divinita del Redentore. 



De Epiphania Domini. 

Jesus refulsit, omnium 
Pius redemptor gentium: 
Totum genus fidelium 
Laudes celebret dramatum. 

I. Epiphania. Parola greca che vale propriamente appaviziont, manife- 
stazione di cio ch'e al di sopra, dal verbo ETTfJC/.hoi composto di ir:i, 
sopra, e yaivw , fo vedere, manifesto. E vuolsi intendere con questa 
parola la festivita tre volte solenne istituita dalla Chiesa per ramme- 
raorare i tre grandi miracolosi awenirnenti, in cui G. 0. manifesto la 
sua divinita e la sua gloria: l'apparizione cioe delTastro che dall'Oriente 
sino alla Grotta di Betlemme guido i Re Magi ad adorare il neonato 
Salvatore del mondo; il battesimo di G. C. nel Giordano ; e la conver- 
sione dell'acqua in vino alle nozze di Cana in Galilea. Ma il primo di 
questi tre grandi fatti in preferenza si commemora in questa festa. Or 
in quesfinno tutfe tre le dette manifestazioni descrivonsi ; la prima 
nella 2 a e 3.a strofa, la seconda nella 5 a e 6.a; la terza nella 4.a. 

Presso i pagani eran chiamate Epifanie le feste alle quali, credeasi, 
intervenissero gli Dei ad assistere alle feste ed ai giuochi celebrati in 
loro onore; e pare che da questa credenza avesse origine l'uso anti- 
chissimo di appendersi dai fanciulli in qualche sito, e per lo piu alla 
catena del focolare una calza o altro arnese la sera della vigilia del- 
1'Epifania, nella innocente certezza che la Befana scenda pel camino o 
per altra via ad empirlo di dolci, e di giuocattoli. 

vv. 1-4. Jcsus refulsit ecc. I versi di quesfinno sono giambici dimetri 
regolari. Oltre di che, le strofe sono monorime, vale a dire, che tutti i 
quattro versi hanno la medcsima rima. II P. adunque segue nello stesso 
tompo la poesia metrica e la sillabica. 

II verso giambico dimetro regolare componcsi di duemisure^if agrpov) 



sant'ilarto di poitiers 53 

Quem stella aatura fulgida 5 

Monstrat, tnicans per aethera; 

isque duxit praevia 
Ipsius ad cunabula. 

Illi cadentes parvulum 

Pannis adorant obsitum, 10 

Verum fatentur ut Deura, 
Munus ferendo mysticum. 

clascuna di due piedi. Ai piedi pari, cioe al secondo e al qnarto, non 
arurnette che il giambo; ma nei dispari, ossia al primo e al terzo, puo 
ricevere lo spondeo. Esempio : 

Jesus refulsit omni um 

L/ultima sillaba di ciascun verso potendo indifferentemente esser 
lunga obreve, l'ultimo piede puo essere un pirrico, o un giambo. Ecco 
la ngura di un verso giambico dimetro regolare: 



E cosa elegante sostituire qualehe volta allo spondeo del primo 
piede o del terzo 1'anapesto, piede equivalente ; pure una tal sostitu- 
zione incontrasi unicamente nelle poesie di san Paolino di Nola, di 
sanfAmbrogio e di Prudenzio. I poeti cristiani posteriori nou ne fe- 
cero uso, perche l'anapesto accresce il numero delle sillabe del verso 
giambico dimetro. Distinguonsi molte specie di versi giambici dimetri: 
1° i versi giambici dimetri reyolari, di cui adesso abbiam fatto parola; 
2° i versi giambici dimetri irregolari, nei quali il poeta non si obbliga 
a seguire invariabilmente le regole di sopra enunciate, e cerca al piu 
spesso di sostituire alla suecessionc regolare delle brevi e delle lunghe 
i principii costitutivi della poesia sillabica, ossia la numerazione delle 
sillabe, 1'assonanza, o la rima: 3° i versi giambici dimetri liberi, nei 
quali il poeta, rinunziando quasi totalmente alle regole della poesia 
ntetrica, conserva il solo giambo, o il pirrico della fine, e conformasi 
alle regole della poesia sillabica. Indieheremo appresso a quale dique- 
ste tre specie differenti si atterra ciascun inno, i cui versi saranno 
giambicidimetri. 

— refulsit. Bellissimo traslato. G. C. e nell'ordine spirituale quel ch'e 
il sole nelFordine sensibile. Le tenebre delTerrore e del vizio dispari- 
scono allo splendore della sua nascita. — genus fidelium, la moltitudine 
dei fedeli, i fedeli. — Laudes celebret draniatum, lo stesso che: eum cele- 
bret laudibus dramatum. Drama e parola greca che vale azione, da 
opcc&>, io tratto, opero; perche ne' drammi si trattano, si rappresentan" 
fatti e azioni come realmente accaduti. Qui pero serve a indicare i canti 
dei fedeli, dappoiche 1'antico dramma era sempre accompagnato dal 
canto, e spesse volteaveva un carattere tutto religioso. 

v. 6. per aethera, a traverso il cieio. AetJteru, poeticamente, per aethe- 
rem, come in Giov. i, 14. 

vv. 9 e 10. cadentes, prostrandosi al suolo. — obsitum, da obsero, lo 
stesso che involutum, obtectum. 

v.Vl mijsticum, da auw, chiudo, vale allegorico, misterioso , simbolico. 
Tre furono i doni, che i Magi otTrirono al Bambino: oro,incenso e mirra; 
l'oro come a Be, l'incenso come a Dio, la mirra come a Uomo. !'■ 
3. Ambrogio [Ub. i, Comment . in cap. u, Matth.), muner 
tramenta fuvencus Presbyter una versiculo compreh 



36 sant'ilario di poitirrs 

Denis ter annorum cyclis, 

Jam parte vivens temporis, 

Lympham petit baptismatis, 15 

Cunctis carens contagiis. 
Felix Joannes mergere 

Illum tremiscit fiumine, 

Potest suo qui sanguine 

Peccata muncli tergere, 20 

Yox ergo prolem de polis 

Excelsa testatur Patris, 

Virtus adestque Pneumatis 

Sancti datrix charismatis. 
l\os, Christe, subnixa prece 25 

Omnes precamur, protege, 

Qui praecipis rubescere 

Aquas potenter hydriae. 

Thus, aurum, myrrham Regiyne, Hominique Deoque. 

G. Gregorio (Serm. 2 de Epiph.): Aurum quippe regi rongruit , tJius vero in 
<l»i saeriftcium ponitur, myrrha antem mortuorum corpora condiuntur. Eum 
rrgo Magi qiiem adorant, etiam mysticis muneribus praecltcant : auro Regem, 
ihure Deum, myrrha mortalem. E il medcsimo s. Gregorio canta: 

Regem Deumque annuntiant. 
Thesaurus et irograns odor 
Tliu^is Sabaei, ac niyrrheus 
Ptdvis sepulcrum pr:tedoret. 

—ferenlo, offrendo. Nel qual senso fero e anche in Virgilio, Ovidio c Ti" 
bullo, i cui escmpi raccolse il Brouk nelle suc chiosc a Tibullo (i, 8, 54) 

vv. 13-16. Denis ecc. Senso. All'eta di 30 anni Gesii, quantunque i m . 
mune da ogni colpa, si fa battczzare. — Cyclus, parola greea, yvyj.og 
circolo, periodo. — parte vivens frmporis, e quanto: u cum jam csset in 
medio temporis „, csscndo gia trenfanni (denis ter annorum ryciis) che 
viveva nel tempo. — lympham. Vocc al tutto poetica. — coniagiis. Sot- 
tint. sceleris: colpa, peccato. 

v. 20. Peccata.... tergere. Anche Sencca ha (Ilerc. Oct. 907): tergerescelus. 

vv. 21-24. Yox ergo ecc. Costr. Ergo vox exrelsa missa de polis testatur 
illum esse prolem patris; ct rirttis Pneumatis ecc. — de }^Jis, di cielo. 
Sineddoche frequente ne' poeti. — Virtus. Dicesi, per catacresi, della 
forza, facolta, efficacia in checchessia. — Pneumatis. Voce greca, 7TV£0t/a, 
spirito. Prcsso gli autori pagani c usato il derivato pneuinaticus, come in 
Plinio (H. N- xix, 20; e vii, 38). — charismaiis. Parola greca, yc/.QLGU.u.y 
carisma, dono, grazia Dicesi propriamente dei doni dello Spirito Santo. 

vi>. 25-28. snhnixa prece, ci<>e u adeo fidentes r , pieni di coijGdenza. — 

pr otege. Sottint. nos. — Quf praecipis potenter : tu che hai il potero di 

far rosseggiarc con un scmplice comando le acque delle anforc. L'e una 
porifrasi, di cangiar 1'acqua in vino. 



SANT'lLABTO Dl POITIERS 57 

Praesta benignus sedulo 

Solamen adjutorio, 3C 

Raptosque nos e tartaro 
Regnare fac tecum polo. 

II. 

In die Penteeostes. 

Beata nobis gaudia 

Anni reduxit orbita, 

Quum Spiritus Paraclitus 

Erfulsit in discipulos. 
Ignis, vibrante lumine, 5 

Linguae figuram detulit, 

Verbis ut essent proflui, 

Et charitate fervidi. 
Linguis ioquuntur omnium, 

Turbae pavent gen tilium, 10 

Musto madere deputant, 

Quos Spiritus repleverat. 

it. 20-32. sedulo... adjutorio, con sollecito aiuto. — liaptosque nos e tar- 
Xaro, e sottraendoei allinferno. Rapio, in questo senso, e anche in Vir- 
^ilio (Aen. V, 808): 

Pelidae tunc egoforti 

Congressum Aeneam, nec Diis nec viribus aequis, 
XuOe cava rapui. 

— polo. Sottint. in : in cielo. 

II. Pentecostes. Voce greca,7T£VTcXQ<7ryj Y)uioct. E lafesta clie la Chissa 
cr-lebra in memoria della discesa dello Spirito Sauto, avvenuta ciuquanta 
ii dopo Pasqua. 

L'inno e, come il precedcnte, in versi giambici dimetri regolari. Vi si 
osserva una grantendenza alla rima. 

2-4. orbila. giro, corso. — Paraclitus, Paraclito, vale consolatore od 
avvocato, ed e epiteto propriodelloSpiritoSanto; dal greco 77y.p(/.yj/.hi'^ y 
consolo; ossivvero da Trapa, vicino, e xfojxoV, chiamato. E controverso 
1'rai filologi sc scriver si debba Paracleto o Paraclito. La ragiono vor- 
rebbe il primo, l'uso ha adottato il secondo. — in discipulos, sopra i di- 
scepoli. La prep. in taloravale sopra, come e. g. in Cicerone (Orat. i. 53): 
Pupillum filium paene in humeros extulisset. 

vv. 5-8. Iynis. Costr. : Spiritus Paraclitus detulit figuram linguae ignis 
rihranie (vibrantis) lumine. - Terb\8... proflui, trasl., cloquenti. L'autore 
medesimo ad Erennio (iv, 33): Cujus ore ser». > melle didcior profluebat. — 
U, accesi. Le lingue erano simbolo de' varii idiomi che lo Spirito 
santo fece conoscere e parlare agli Apostcli ; il fuoco poi, delTardentis- 
sima carita che acccse ne' loro cuori. 

v. 11. Musto madere, e quanto vino tnadere, bene potos, ebrioi esse. — depu* 
iunt, crcdono. 



58 sant'ilatuo di poitiers 

Patrata sunt haec mystice, 

Paschae peracto tempore, 

Sacro dierum circulo 15 

Quo lege fit remissio. 
Te nunc, Deus piissime, 

Vultu precamur cernuo; 

Illapsa nobis coelitus 

Largire dona Spiritus. 20 

Dudum sacrata pectora 

Tua replesti gratia, 

Dimitte nunc peccamina, 

Et da quieta tempora. 

w. 13-16. mystice, simbolicamente.Yedi nota antecedente5-8. — Paschae..' 
Sacro diernm... Perifrasi, per la quale il P. ha voluto indicare i 50 giorni 
che decorsero da Pasqua a Pentecoste, e quindi la data della discesa 
dello Spirito Santo. Spiega dunque : scorso dopo Pasqua il sacro periodo 
de' 50 giorni. — Quo. Sottint. in. — lege. Sottint. nova, secondo, cioe, la 
nuova Legge. Sotto 1'antica Legge, ogni 50^ anno, detto Giulilare, si ri- 
metteva ogni debito, si restituivano le po*sessioni. e si rendea la liberta 
agli schiavi. (V. Levit xxv, 10). Or quesfanno del Giubileo ebraico, che 
comincio a celebrarsi dopo 1'ingfesso nella terra promessa, avvenuto 
l'an. av. G. C. 1445, era figura della Pentecoste della nuova Legge, in cui 
ei rimettono, per virtu df>llo Spirito Santo, i peccati, i quali privano 
1'uomo della grazia di Dio, e lo fanno schiavo del demcnio. — remissio. 
Jiottmt. peccati. 

vv. 18-21. vultu cernuo, prostrati, chini a terra. •- HJapsa. Sottint. Apo- 
stolis. — coelitusy dal cielo. — 7iobis. Complemento indiretto di largire. -- 
tlvdum. Sinonimo qui di olim, quondam. 



AUSONIO 



Ansonir: naeque a Bordeairx neH'anno 309 H G >su Cristo. LMmpera- 

tore Yalentiniano I lo scelse per maestrodi suo h_'lio G-raziano, e di i oi 
Liel 379 lo elevo alla dignita del consolato. Ausonio mori nel 394 Di 
mente pronta e briosa, ma poco soda e g Lo poeta non - 

rinunziare ne ai prcgiudizii della educazione ricevuta, ne alletabitudini 
gia contratte in seno del paganesimo; tanlo che nel fondo dciranima 
conservo sempre un certo sentimento di resistenza al cris 
e forse non fu cristiano, se non perche la corte era cristiana. La corri- 
spondenza di Ausonio col piu illustre dei suoi discepoli, S. Paolino di 
Nola, e interessantissirua: essa ci mette sotfoeohio la lotta del pag 
simo e del cristianesimo nel*seno stesso delle<fainiglie; e sotto que- 
sfunica veduta noi ne inseriamo in questa collezione un saggio. Diri- 
gendo la sua parola ad un alunno, il quale lo rispcttava e lo amava 
teneramente come un prutettore ed un padre, Ausonio per dissuaderlo 
dal cons^-erarsi interamente a Gesu :Cristo, adopera tutte le seduzioni 
della poesia e deiramicizia, nel quale argomento, secondo la confessione 
dei migliori critici, ebbe a sorpassare se stesso. Vedremo comc o. Pao- 
lino sapesse sostencre si nero assalto. 



Ausonius Paulino suo s. 

Quarta tibi haec notos detexit epistola questus, 
Pauline, et blando residem sermone lace 
Officium sed nulla pium mihi pagina reddit, 
Fausta salutiireris adscribens orsa libellis. 
Unde istam meruit non felix charta repulsam, 5 

Spernit tam longo cessatio quam tua fastu? 
Hostis ab hoste tamen per barbara verba salulem 
Accipit, et Salve mediis intervenit armis. 
Respondent et saxa homini; percussus ab antris 

v. 1. Quarta... epistola. S. Paolino erasi ritirato nella Spagna verso a 
fine dell'anno 389. Ausonio dispiaciuto di vedersi abbandonato dal suo 
diletto di>cepolo ed amico, gli scrisse da Bordeaux l'una dopo 1'altra 
tre lettere, perehe tornasse a lui : ma non vedendosi neppure una r.- 
sposta, ed ignorandone la cagione, prende per una quarta volta la | 
e sfoga la sua impazienza in versi di una felicissima 
;ione. — notos. Per le lettere che gli avea indirizzate. 

la ecc, che al saluto, alla formola del saluto (s 
bellis) aggiungesse fauste notizie, cioe, che mi i saluti buonc 

miove di te. — Orsus, participio pas. dep. di ordior e qui adopei 
forza di sostantivo ccutro pl. a signincare detti, parole, come in Vir 
vii, _J5). 

. ce88atio... tua, la sospensione di tue relazioni, il tuo silenzio. — 
quam da riferirsi a charta, ch'e nel verso antecedente. 



00 AUSONIO 

Sermo redit ; redit et nemorum vocalis imago, 10 

Littorei clamant scopuli, dant murmura rivi, 
Hyblaeis apibus sepes depasta susurrat. 
Est et arundineis modulatio musica ripis, 
Quumque suis loquitur tremulum coma pinea ventis. 
Incubuit foliis quoties levis Eurus acutis, 15 

Dindyma Gargarico respondent cantica luco. 
Nil mutum natura dedit: non aeris ales 
Quadrupedesque silent, habet et sua sibila serpens, 
Et pecus aequoreum tenui vice vocis anhelat. 
Cyrnbala dant flictu sonitum, dant pulpita saltu 20 

Ictapedum; tentis reboant cava tympana tergis; 
Isiacos agitant Mareotica sistra tumultus; 

v. 10. vocalis imago, rimmagino della voce, 1'eco. 

v. 12. HylAaeis. Le api diconsi iblee, per sined , dal monte Ibla in Si- 
cilia, il quale produce molti timi ed altri hori, e percio assii adatto per 
le api. Yirgilio {Ecl. i, 55) : 

Hyblaeis apibus florem depasta salicti. 

— susurrat. Perche le api vi ronzano intorno. 

v. 13. arundineis... ripis, ripe piantate a canne, le canne delle ripe. 

v. 14. tremitfum. Usato a modo d'avverbio, come in Marziale xiv, 203. 

— u Questi versi, cosi l'Ampere, hanno un incanto, un* armonia, che ti 
ricordano Gray o Lamartine. Passaggi simili sono rari in Ausonio. Qui 
stesso guasta con ingrate e troppo prolungate variazioni il motivo 
donde comincio a trarre si bellissimo etfetto. Egli oppone al silenzio 
di Paolino il fracasso de' sistri d'Egitto e il rimbombo dei bacinidi rame 
di Dodona. E cosi l'erudizione sopravviene, e tosto affoga questo fiore 
di poesia. „ 

v. 16. Dindyma... cantiea, i cauti del Dindimo. Monte della Frigia, sacro 
a Cii>ele, ubi (Virg. Aen. ix, 618) assuetis btforem dat tibia cantum. — Gar- 
garico. Da Gargara, vetta del monte Ida nelia Troade, sacro parimente 
a Cibele. 

v. 19. pecus apquoreum, i pesci. Virgilio ha (Georg. m, 213); genus ae- 
quoreum. E Orazio [Od. i, 2) : 

Omne quum ProtetCs pecus egit altos 
Visere montes. 

— tenui vire vocis, a intervalli con leggiero, tenue a n ao di voce. 

vv. 20 e 21. Cymbala. I cembali usati dagli antichi erano strumenti di 
bronzo, rotondi, concavi, e somiglianti a certa specie di taz/e. Si tene- 
vano con ambe le niani battendoli in cadenza, ed il loro^suono era un 
tintinnio, che in certa distanza sembrava lo zufolo. Pare che avessero 
presso a poco la forma cli quelli adoperati nelle nioderne musiche mi- 
litari. Se ne attribuiva 1'invenzionc ai Cureti, ed agli abitanti del monte 
Ida in Creta. — dant pulpita ecc, i palchi, le scene risuonano sotto i 
picdi doi danzatori. Pulpitum era quel rialto del proso.enio ove mouta- 
vano gl'istrioni — tympana. Strumento simile al nostro ccmbalo o tam- 
burino da ballo. Era fatto d'una pelle, per lo piii di vitello, distesa e 
trattenuta in un largo (cava) cerchio di legno o di metallo. Si percoteva 
con le dita, ed anche con una bacchetta. 

v. 22. Isiacos... tumultus. Strepiti in onore di Iside, dea degli Egiziani, 
venerata anche dai»Greci e dai Romani. — Mareotica, egizii. Da Marea, 
citta dell'Egitto inferiore, poco lungi da Alessandria. II sistro era stru- 
mento di strepito, piii che di suono. Percio il P. dice Isiacos tunmllus. 



AUSONIO 61 

• Dodonaei cessat tinnitus aheni, 

In numerum quoties radiis ferientibus ictae 

Respondent dociles modulato verbere pelves. 25 

Tu, velut Oebaliis habites taciturnus Amyclis, 

Aut tua Sigalion Aegyptius oscula signet, 

Obnixum, Pauline, laces. Agnosco pudorem ; 

Quod vitium fovet ipsa suum cessatio jugis; 

Dumque pudet tacuisse diu, plaeet officiorum 30 

ISon servare vices, et amaut longa otia culpam. 

Quis prohibet Salve atque Vale brevitate parata 
Scribere, felicesque notas mandare libellis ? 
Is*on ego longinquos ut texat pagina versus 
Postulo, multiplici oneres sermone tabellas. 35 



v. 23. Dodonaei, di Dodona. ' itta dclTEpiro, celobre per un oracolo di 
Giove. Eran sospesi in aria dei vasi di bronzo, vicino ad uua statuadello 
stesso nKtallo, la quale era armata di uua baechetta di ottoue, la cui 
estremita portava alcuue corde mobili. Questa bacchetta e queste corde 
agitate dai venti faceau battere i vasi, i quali urtandosi scambievolmente 
rendevano un suono, dalla cui varieta e durata i sacerdoti tracvano il 
pronostico dell'avvenire. 

v. 2-A. in numerum, iu c . rghe, bacchette. 

v. 26. Amyclis, Amicla.. o Amiclea, oggidi Vordonia, citta della Laco- 
nia (Oebaliis), in vicinanza di Sparta. Fu in tale citta che Pitagora 

»" vv. 38 e 39) impose ai suoi discepoli un silenzio di ciuque auui, 
oude il proverbio: tacitumior Pithagoreis. La Laconia era detta Ebalia 
da Ebalo, uno dei suoi primi monarchi. 

v. 27. Sigalion, Sigalione, divinita egiziaua, lo stesso che Arpocrate, 
dio del silenzio: da aiyutoj taccio; e /.y.i:, popolo. — oscitla signet , 
avesse suggellato le labbra. 

cv. 28 e 29. Obnixwn. E qui nsato a modo d'avverbio, e vale os: 
tnente. — Quod vitium ecc. Seuso: Perche la pigrizia, protratta a lungo, 
fa parere piii vergognoso il proprio difetto. 

30 e 31. officiorum non servnre vices, non adempiere ai doveri scain- 
bievoli deiramicizia. — Si uoti come il v. 30 termina con una parola di 
cinque sillabe, cosa che offendera certamente taluui orecchi delicati 
Ma Ausouio, cui non Bi potra certai tre uu oreccnio dch 

simo, e che si piccava di armonia di stile, avrebbe egli usato tale desi- 
.. se veramente fosse stata ingrata agli orecchi? E poi, se ne ha 
i anche nei classici ; pagani. E noto il verso di Virgilio: 

Saltantes Satyros > 

E cio sia detto per qualunque altro caso simile che s'incontri negli esa- 
; dei poeti cristiaui. — amant longa ecc. II proluugato Bilenzio si 
compiace della*sua colpa. 

/elicesque notas, augurii di salute, folici augurii. 

\las, lottere, dette cosi dalle tavolette su cui si scrivevano. 
s. GiroL ('id Niciam): Ante chartae tt membranarum usum, aut in d 
■ Ucillis, aut '(■- trborum mutua epistolarum alloquia >> 

Umle >t portatores euruui tabeUarios 



02 AUSONIO 

Una fuit tantum, qua respondere Lacones, 
Littera; et irato regi placuere negantes. 
Est etenim comis brevitas. Sic faraa renatum 
Pythagoram docuisse refert : quum multa loquaces 
Ambiguis sererent verbis, contra orania solura 40 

Est, respondebat, vel Non. certa loquendi 
Regula! Nam brevius nihil est, nec plenius istis; 
Quae firmata probant, aut infirraata relidunt. 
Nemo silens placuit: multi brevitate loquendi. 
Verum ego quo stulte dudum spatiosa locutus 45 

Provehor? Ut diversa sibi vicinaque culpa est, 
Multa loquens, et cuncta silens! Non ambo placemus, 
Nec possum reticere, jugum quod libera nunquam 
Fert pietas, nec amat blandis postponere verum. 

Vertisti, Pauline, tuos, dulcissime, mores? 50 

\asconis hoc saltus, et ninguida Pyrenaei 
Hospitia, et nostri facit hoc oblivio coeli ? 

vv. 36 e 37. Una... littera; et irato regi ecc. Ad una lunghissima lettera 
di Filippo, re di Macedonia, ii quale pretendeva non so che cosa dagli 
Spartani, questi memori della loro breviloquenza e del loro valore, ri- 
sposero un semplice no, scritto e dipintb in cosi grandi caratteri da oc- 
cupare lo spazio d'una lettera. E al medesimo re Eilippo che avvicina- 
tosi con 1'esercito ai confini della Laconia, domandava loro se volessero 
ch'egli venisse da amico, owero da nemico, rispbsero: Xeutrum, negan- 
dogli con questa sola parola il passo per la loro terra. 

vv. 38 e 39. Sic fama ecc. Costr.: Fama refert Pyihagoram renatum do- 
cuisse sic (brevitatem esse comem). Pitagora, nato a Samo, celebre filo- 
sofo greco. il quale fiori circa sei secoli prima di Gesii Cristo, fondo una 
scuola filosofica, detta Seuola ltalica, ed e celebre la sua dottrina sulla 
Metempsicosi o Trasmigrazione delle anime, le quali egli faceva passare di 
corpo in corpo perpetuamente. E diceva cVesser egli nato piii volte, e 
ricordarsi d'aver vissuto prima della guerra di Troia nella persona di 
Etalide, figlio di Mercurio, poi in quella di Euforbo ucciso da Menelao 
nella detta guerra, quindi di Ermotimo, uno degli Argonauti, di Pirro 
Delio, e finalmente, dicea, sono Pitagora. Ovidio nella Metamorfosi 
(Lib. xv) gli fa dire: 

Ipse ego (nam memini) Trojani tempore belli 
Panthoides Euphorbus eram, cui pectore quondam 
Haesit in adverso gravis hasta minoris Atridae. 
Cognovi clypeum laevae gestamina nostrae 
Nuper Abanteis templo Junonis iu Argis. 
Di questa trasmigrazione delPanima di Pitagora ride Luciano, il quale 
mostra 1'impostura del filosofo, e lo mette in ridicolo (Gallo, T. u,p. 613). 

v. 42. brevius... plenius , piu conciso... piu eloquente. 

v. 47. Xon ambo placemus, non abbiam ragione ne l'uno, ne 1'altro. 

vv. 48 e 49. Nec possum ecc. Sottint. tamen: e cio non ostante non posso 
tacere. — quod, perche. — libera pietas, la liberta delPamicizia. 

vv. 51 e 52. Vasconis... saltus, le selve, le foreste della Vasconia. Va- 
sconis invece del pl. Vasronum. Vasconi, oggi Guasconi, popoli della Spa- 
gna Tarragonese, alle falde dei Pirenei, sulle frontiere dell' Aquitauia,. 
ove ora e il regno di Navarra. 



l\io G3 

Iniprecer ox merito quid non tibi, Iberia tellus! 
Te populent Pceni, et perfidus Annibal urat; 
Te belli sedem repetat Sertorius exsul. o5 

> meum, patriaeque decus, columenque senati, 
Bilbilis, aut haerens scopulis Calagurris habebitl 
Aut quae dejectis juga per scruposa ruinis 
Arida torrentem Sicorim despectat Ilenia! 
Hic trabeam, Pauline, tuam, Latiamque curulem CO 

Constituis, patriosque istic sepelibis honores? 
Quis tamen ista tibi tam longa silentia suasit 
Impius? Ut nullos hic vocem vertat in usus; 
Gaudia non illum vegetent; ! non dulcia vatum 
Carmina, non blandae modulatio flexa querelae, 65 

Non fera, non illum pecudes, non mulceat ales, 
Non quae pastorum nemoralibus abdita lucis 
Solatur nostras echo resecuta querelas! 
Tristis, egens, deserta colat; tacitusque pererret 
Alpini convexa jugi: ceu dicitur olim 70 

:na, cosi detta dal fiume Ibero (Ebro) 
il piu grande dei suoi fiunii, oppure dal buo re Ibero. 

i. Poeni. I Cartaginesi, che erano barbari e feroci. Ebbero origine 

o nome dai Fenici, i quali stabilitisi sulle coste delTAfrica, vi conser- 

. i il loro nome. — Annibal. 11 piuigran generale (Jartaginese, che 

lerra a diversi popoli della Spagna. 

v. 55. Te beHi... repeiat , riporti nel tuo seno la guerra. — Sertorivs , 

Sertorio, generale romano, partigiano di Mario, che ebbe quasi assoluto 

comando sulla Spagna, dove fini la sua vita, ucciso a tradimento. 

v. 56. senati invece di senatus. Troviamo nsato quest'arcaismo anche 
in Cicerone, in Sallustio e in altri classici antichi. 

v. 57. Bitbilis. Piccola citta della Spagna Tarragonese, patria di Mar- 
ziale, og^i Xalon, o secondo alcuni*Catalayud. — Calagurris. Nome di 
due citta della Spagna Tarragonese, 1'una chiamata oggi Calahorra, pa- 
tria di Quintiliano^ 1'altra Loharra 

vv. 58 e 50 Aut quae dejectis ecc. Costr.: Aut arida Ilerda quae d 
ctat torrentem Sicorim... II Sicori, oggi Segre, e fiume della Spagna Tar- 
se, chebagna Lerida. Tantica Ilerde, e si scarica nelVEbro. 
v . C0. traheam, tocja. — eurutem. Sott. settam, sedia curule. S. Paolino 
era stato inscritto nelTalbo dei Benatori, e promosso al consolato, ma 
rinunzio a tale onore, ritirandosi a menar vita quasi monastica nella 
oa per amore di G. C. 
v. G3. Ul nullos hic vocem..., che possa perdere 1'uso della favella, gli 
caschi la lingua. 

v blandae modulatio ecc. modulazione piegsta a dolce lamento. Bella 
: asi del)'elegia. 

3. nemoraUhus Jucis, ne* recessi dei boschi. — solatnr. Sot- 
tint. noe. — resecuta... risjjondendo ai nostri lamenti. 

/!, ellenismo, per a convexa juga alpina, „ i di- 
Alpi. Bi aoti che le Alpi bou -gliai 



64 AUSOMO 

Mentis inops, coetus homiuum et vestigia vitans, 
Avia perlustrasse vagus loca Bellerophontes ! 

Haec precor ! hanc vocem, Boeotia numina, Musae, 
Accipite; et Latiis vatem revocate Camoenis. 



v. 72. Bellerophontes. Bellerofonte, eroe greco, nglio di Glauco, re di 
Corinto Narrala favola, ch'egli uceisa la Chimera, e compi altre eroiche 
imprese; ma sul finire di sua vita, venuto in odio agli Dei, si abbandono 
alla piu profonda tristezza, e ando ramingo per luoghi deserti inacces- 
sibfli (avia) fuggendo sempre lorscontro degliuomini. 

vv. 73 e 74. Boeotia namlna, divinita della Beozia, perche vi avevano 
un culto speciale. — Camoeiiis. Le Muse ebbero quesio nome per l'ame- 
nita dei loro canti, con cui celebravano le lodi de-, r li Dei e le gesta decrli 
uomini. Perocche Camoena deriva da cano amoena o cantus amoenus. Ma 
qui staper canto poetico ^ersi 5 ^come inprazio (0.1. I, 12 39)j 
irt ttus inshni vefvram Camoeua. 



S. PAOLINO Dl NOLA 



S. Paolino nacque a Bordeaux nel 353, o 354. La nascita e i talentf mvu 
aprirongli prestamente la via a quelle alte cariclie e a quelle dignita 
luminose, che seppero ben soddisfare 1'ambizione del suo precettore 
Ausonio, il quale fu elevato al consolato nel 378. Pero Tindole di san 
Paolino era di uatura piu soda, e di carattere piu disinteressato di 
quella del suo maestro, perciocche Fanima grande di lui, accessibile ad 
ogni maniera di sentimenti nobili e generosi, valuto dalle belle prime 
la vanita ed il nulla delle grandezze umane. Ancor giovane, rinunziando 
a tutti gli onori, si consacro intieramente alla nuova dottrina, senza 
volger mai piu indietro lo sguardo sul mondo che aveva abbandonato. 
Sua moglie Terasia compartecipando pienamente ai medesimi scntimenti 
di pieta, tutti c due dispensato ai poveri il loro ricchissimo patrimo- 
nio, partirono per ia Spagna nel 389. Ivi nel 393 s. Paolino ordinossi sa- 
cerdote; e nelFanno vegnente, avendo prescelto Nola come luogo del suo 
ritiro, si condusse cola, e vi si trattenne sino alla morte, che avvenne 
ncl 431. Lelettere da lui scritte ad Ausonio soxc un capolavoro nel 
quale una irresistibile eloquenza pareggia la sublimita della poesia: in 
esse 1'anima del poeta si rivela interamente negli accenti sublimi clie 
gli detta la fede cristiana, ed il pezzo lirico col quale eonchiude la se- 
conda lettera, merita di csser classincato tra i piu beJJi # <mponinienU 
poetici. 

I. 

Ausonio Paulinus. 

Quarta redit duris haec jam messoribus aestas 

Et toties cano bruma gelu riguit, 
Ex quo nulla tuo mihi litera venit ab ore, 

Nulla tua vidi scripta notata manu. 

I. Con questa lettera s. Paolino risponde a tro lettere di Ausonio, ri- 
cevute a un punto: aila prima, aiia terza che 6 -andata perduta, ed alia 
quarta. Cio fu nel corso dell'anno 393. Au.^onio s'era studiato in mille 
modi e ragioni persuadcre al suo amico ad abbandonare la solitudine 
e tornare in mezzo al secolo, ma indarno. S. Paolino nelle sue risposte 
6 ora serio, ora scherzevole, ora sublime; a seconda che spie t f ca la sua 
condotta, confuta Ausonio, c gli ^-iura un'eterna ainicizia. Nulla, dice il 
'Villemain, di piu poetico ed aggradevole, quanto il coiitrasto che offrc 
questa corrispondcnza. 

v. 1. durte, fo> ti, robiisti, perche sctrerenti della fatica c dei mali, c ne 
sentono mcno graye il pcso, sia pcr consuetudine, sia per natura. E in 
questo senso che i Lacedcmoni sono da Ciccrone chiamati ditri Sixo- 
iiutae (1. Tu8C. 43). 

v. 2. bruma. Spesso e dai poeti usata pcr hit>ms. Cosi Virgilio [Georg. \u, 
413): horridu cuno bruma gtlu. 

v. 3. litcru, che scrivcsi ancfce lUtera ha qv* il si'<nihcato di r 

Carmina 5 



btf S. PAOLINO DI NOLA 

Ante salutifero felix quam charta libello 5 

Dona negata cliu multiplicata daret. 
Trina etenira vario fiorebat epistola textu, 

Sed numerosa triplex pagina carmen erat. 
Dulcia multimodis quaedam et subamara cjuerelis 

Anxia censurae miscuerat pietas. 10 

Sed mihi mite patris plus quam censoris acerbum 

Sedit, et e blandis aspera penso animo. 
Ista suo referenda loco tamen, et graviore 

Vindicis heroi sunt agitanda sono. 
Interea levior paueis praecurrit iambus, ]5 

Discreto referens mutua verba pede. 
Kimc elegi salvere jubent, dictaque sajuto, 

Ut fecere aliis orsa gradumque silent. 
Quid abdicatas in meain curam, pater, 

Redire Musas praecipis? 2Q 

vv. 5 e 6. Ante... quam, tmesi, per antequam. — multipJicatq. Accenna il 
P. (conie cliee appresso; alle tre lettere di Ausonio, e che egli aveva ri» 
cevute ad nna voita. 

vv. 7 e 8. Trina etenim ecc. Spiega: Poiche erano tre levtere d'nna les*- 
situra varia e iiorita, e le loro numerose pagine formavano un triplico 
carme. 

vv. 9 e 10. multimodis, arvv. s in varii rnodi. H Sacchini legge multa mo- 
dis. " Malim, egii dice, rmilta modib, hoc est; multa suavitate modorum 
ac versnum didcia quaedam* et subamara quereXis pietas anxia miscuerat 
censurae. „ 

vv. 11 e 12. mite... acerbmn. Aggettivi usati sostantiv. : bonta... sevc- 
rita. — Sedit, cioe placuit. Cosi Virgilio (Aen. v, 418) tdque pio sedet Ae- 
neae. — penso. Questo verbo e- qui, per traslato, in senso di giudicare, 
compensare. — animo. Scttint. ex, di vero cuorc. 

vv. 13 e 11. Ista, cioe aspera, che • rcnda, o secondo il Sao- 

chini, regerenda, dovro dire, trattare a suo luogo. — heroi. Sottint. ver- 
sus, del verso eroico, eioe deH'osametro, dettO cosi, perche con esso i 
poeti cantarono le gesta degli eroi. 

w. 15 o 1G. levior iambus, il giambo p,iu leggiero, piu agile, piii snclle» 
piii veloce. Orazio lo chiama citus (Kp. ad Fis. 252): 

a longa brevi subjecta vocatur iambus, 
Pes citus... 
E altrove celer: in celeres iambos. — pauds. Pauca in forza di sost. nen« 
tro pl. ha il signlncato di pbohe parole: come»neir Ausculta paucis, e nA 
tevolo di Terenzio. — Discreto, distiuto, diverso. —pede. Pes, piede, 
parto del verso, per sined. adoprasi dai Poeti per lo stesso verso o m^- 
tro. — referens mutua verbu, risnondendo alle tue parole; alle tue iettere- 
Ovidio ha similmente (Met. i, G55): mutua dicta refers. 

vv. 17 e 18. elegi, verso elegiacO. II sing. elegus e inusitato. — salver*. 
jubent, ti saluta. — Ut jccere, dopo aver fatto. ~L'ut qui 6 avv. di tempj. 
— aliis. Sottint. pedibus, versibus. 

vv. 19 e -i • 11 metro di questi versi e giambico (carmen rfi- 

coldn distichon), composto di due versi giambici, il primo trimetro, ossi^ 

odo diinetrd rnafio. Cosi Orazio nelle prima 

dieCi cdi deU'Ex>odo. I giambici trimetri, quando sou puri, han tutt 



S. PAOMNO DI NOLA U/ 

Negant Camoenis, nec patont Apollini 

Dicata Cbristo pectora. 
Fuit ista quondam non ope, sed studio pari, 

Tecum mihi concordia, 
Ciere surdum Delphica Phoebum specu, 25 

Vocare Musas numina, 
Fandique munus, munere indultum Dei, 

Petere e nemoribus aut jugis. 
Nunc alia mentem vis agit, major Deus ; 

Aliosque mores postulat, 20 

Sibi reposcens ab homine munus suum, 

Yivamus ut vitae Patris. 



picdi giambi. I non puri ammettono ri i luoghi pari, invece del giambo, 
il tribraco, raramente 1'anapesto; e n i luoghi impari lo spondeo , o, 
invcce di questo, il dattilo e l'anapesto. La cagicne e che tutti questi 
piedi sono equivalenti, o come dicono, isocroni tra loro. Infatti, ogni 
lunga vale quanto due brevi. L'nltimo piede dev' essere sempre un 
giambo o un pirricchio. Quanto ai giambici dimetri, se ne veggano lo 
regole nelle note all' inno De Epiphania di S. Ilario, pag. 54.. — abdica- 
tas... Mu8as, le Muse ch'io ho abbaudonate. S'intende, le Muse profane, 
di Giove e di Mnemosine: Clio, Melpomene, Talia, Euterpe, Ter- 
■. Erato, Calliope, Urania, Polinnia. 

. i. Xegant. Sottint. se. — i note ad Ausonio, 

v. 74 

23-28. FuU ista ciere, Ci unimmo, fummo un tempo tutti e due 

>rdo ad evocare non con egual talento, ma con eguale ardore... Si 

nel non ope 1'umilta. del Poeta. — Fhoebwn. Febo, lo stesso che 

Apollo, il capo delle M I >re delle arti secondo la favola, e il 

protettore degli artisti. Era anche Dio del giorno, e porcio ehiamato Febo, 

-_-, che vale lucido, chiaro, luminooO come il solo. Aveva oracoli 

in molti luoghi, ma il piu celebre era quello di Delo, il cui tempio for- 

mava una delle sette meraviglie del mondo. Dove fu innalzato questo 

tempio, esisteva anticamente un antro (Delphica specu), da cui esalavano 

i si pestilenziali, che immediatamcnte maudavano in furore. Quel- 

Tantro diede origine alPoraeolo. — Musas u>n;ihi<:<, le dee Huse. — Fan- 

ts, il dono della parola. — munere indultum, largitoci dalla 

ia, — jugis, lo Btesso che 

regge, governa. — postulat , esige , vuole. Cosi anche 
Terenzi> (Jndr. 1. lctre diceei propria- 

mente delle coso ;ono pcr diritto, come e chiaro nelTesem- 

pio di Curz: : o Bufo (iv, 

ret. — Sibi. Spesso e con i 1 iperato come pleo- 

•. Cosi in Terenzi Jui potrebbe anehe 

.• non per altri. m;i v r se. — ,•■ I ta pro- 

di vocaboli. Itepi nte parlando, dolle cose 

*bc f ) che in qualche modo ci appartengono; e 

quinrii ha maggior forz — " 7 >. il lunga per 1'aspirazio 

poeti latini si trova talvolta 1'aspiri 
.'.funche* viv 
•ritare la v 
Tere . au altro. 



68 S. PAOLLNO DI NOLA 

Vacare vanis, otio aut negotio, 

Et fabulosis litteris 
Vetat, suis ut pareamus legibus, 35 

Lucemque cernarnus suam, 
Quam vis sophorum callida, arsque rhetorum, et 

Figmenta vatum nubilant, 
Qui corda falsis atque vanis imbuunt, 

Tantumque linguas instruunt; 40 

Kil afferentes, ut salutem conferant, 

Quod veritatem detegat. 
Quid enim tenere vel bonum aut verum queant, 

Qui non tenent summum caput, 
Veri bonique fomitem et fontem Deum, 45 

Quem nemo nisi in Christo videt? 
Hic veritatis lumen est, vitae via, 

Vis, mens, manus, virtus Patris, 
Sol aequitatis, fons bonorum, flos Dei, 

Natus Deo, mundi sator, 50 

Mortalitatis vita nostrae, et mors necis. 

Magister hic virtutis est, 

vv. 33-36. Non passi inosservata la condanna pronunziata in questi 
versi da un gran poeta, il quale e altresi uno dei santi piu venerati della 
Chiesa. E cio che principalmente vuolsi notare e che per far sentire la 
voce severa della verita, per obbedire alle proprie vivissirne convinzioni, 
s. Paolino crede dover mettcre da banda tutte le convenienze di uso. 
Egli qui riprova manifestamente il vezzo di far servire il proprio inge- 
gno troppo passionatamente alla profana poesia, idolatrata tanto tempo 
da Ausonio. da sacriiicare alla medesima Dio e la religione, e gli parla 
in tali sensi, da fcrir profondamente 1'animo di lui, perciocche nel con- 
dannare la poesia profana ; condanna implicitameDte le opere del vec- 
chio poeta, cui per altro, conserva costantissimo affetto. — Vetat. Sot- 
tint. Deas. — Lucemque cernamus suam, ed apriamo"gli occhi alla sua luce, 
discerniamo, distinguiamo la sua luce a traverso le tenebre con cui la 
ricopriron le favolose invenzioni dei poeti, e gli artihcii dei sofisti e dei 
retori. La luce di Dio sarebbe la verita, la quale risplende nell'ordine 
delle nostre intelligenze, corne la luce del sole in quello dei nostri sensi. 

vv. 37 e 38. Vis... callida, gli sforzi, gli artificii maligni dei sofisti. — 
Figmenta, finzioni, inveuzioni favolose. 

v. 42. Quod. Ha per antecedente nil. 

vv. 43-45. Quid enim... queant. Che possono cssi possedere di vero e di 
buono. — queant II soggiuntivo per 1'indicativo. — caput, autore, prin- 
cipio. Se poi sottiutcndi boni e veri, hai la perif. sommo vero e sommo 
hene. — fomitem , moveuto, motore. 

v. 47. Hic veritatis. E VEgo sum via, veritas, et vita di s. Giovanni. 

v. 50. Natus Deo , cioe ex Deo , proveniente da Dio, figlio di Dio. — 
mundi sator, crcatore dol mondo. 

v. 51. mors necis. G. C, colla sua morte, trionfo della morte, risusci- 
tando a nuova vita gloriosa, pegno della universalc risurrezione glo- 
riosa di tutfi giusti. 11 quale trionfo era stato gia vaticinato da Osea 
(xni, 14): ero mors tua, o mors ; c fu ripetuto divinamente da Paolo 
(I. Cor. xv, 55;: Absorpta est mors in victoria. Ubi est, mors, rictoria tua? 



3. PAOMNO DI NOL> C9 

Deusque nobis, atque pro nobis hcmo 

Tsos induendo se exuit, 
Aeterna jungens homines inter et Deum 55 

ln utrumque se commercia. 
Hie ergo nostris ut suum praecordiis 

Vibraverit coeio jubar, 
Abstergit aegrum corporis pigri situm, 

Habitumque mentis innovat; CO 

Exhaurit omne quod juvabat antea 

Castae voluptatis viee, 
Totusque nostra jure Domini vindicat 

Et corda, et ora, et tempora. 
Se cogitari, intelligi, credi, legi, 65 

Sed vult timeri et diligi. 
Aestus inanes, quos movet vitae labor 

Praesentis aevi tramite, 
Horret futurae cum Deo vitae fides. 

Quae, quas videmur spernere, 70 

53 e 5-1. Deusque nobis, nostro Dio. — Pro nobis homo. Sottint. factus. 
— Nos induendo, rivestendD la nostra umanita, la nostra natura. — exuit. 
II Yerbo di DiO facendosi uomo, non cesso di essere Dio. II P. dice exuit 
per enfasi: nascose, occult5 la sua divinita tanto da seinbrare d'averla< 
deposta. 

55 e 5G. Aeterna ecc-> C6 str. : Jungens aetema commercia inter homi- 
Deum in se utrumque (Deum et hominem) : stabilendO tra gli uomini 
e Dio un'eterna relazione in se stesso, ch'era uomo e Dip a un tempo. 
Commercium in senso di relazione e un traslato, che troviamo usato an- 
che dai classici pagaoi. Cic. (Sen. 12): Voluptas nullum habet cum viriuU 
comnvrcium. 

cv. 57-60. Ut avv. di tempo, subito che, appena. — praecordiis, intimo del 
cuore, come nel prjaecordia mentis di Ovidio {Met. xi, 148). L'espressione 
del P. non poteva essere piu bella, piu profonda, piii teologica. Iddio 
quando ci si rivela, lo fa nel fondo, nel piii intimo del nostro spirito. — 
coelo. Sottint. e. — aegr-um... sif>;>n, l'egro squallore. — Habitumque men- 
tis, lo stato, Tabito delFanimo. — Mens dicesi sovcnte dell'animo, como 
nel perturbata mens di Cicerone (Tusc. iv, 21). 

vv. Gl-63. Exhauril... aniea: cava fuori, distrugge tutti i vecchi pia- 
ceri, dissecca la sorgente di tutti gli antichi piaceri. — vice, sostituendo 
invece onesti, puri, casti diletti. — Totusque. Enallage, l'agg. per Favv. 
Lo stesso che ex toto o in totum. — jure Domini, col suo diritto di Si- 
gnpre. 

cv. G5 e 66 Se cogitari. Costr. : Vult se cogitari... a nobis. Tuole che noi 
uno a lui, che facciamo di lui 1'oggetto dei nostri pensieri ecc. — * 
ina soprattutto. 
vv. 87-69. Aestus inanes ecc. Costr. : Fides vitae futurae cum Deo horrct 

I ecc. — citae labor, il travaglio della vita. — aevi, secolo, tempo. 

vv. 70- 7G Quae, quas. Quae si riferisce afi.les. Senso : Oh, la fede no, 

iipn rigetta come profanc c vili quclle ricchezze che noi cristiani pare 

difprezziamo ; ma ci apprende ch'cssc aumentano infinitamente di va« 

(ut magis earas) depositate nel cielo» e conndate a Cristo Dio, i 



70 S. PAOLIXO 1)1 NOLA 

Non ut profanas abjicit, ut viles opes: 

Sed, ut magis caras, monet 
Coelis reponi creditas Cbristo Deo, 

Qui plura promisit datis; 
Contempta praesens vel mage deposita sihi 73 

Multo ut rependat foenore. 
Sine fraude custos, aucta creditoribus 

Bonus aera reddit debitor; 
Multaque spretarn largior pecuniam 

Restituet usura Deus. 83 

Huic vacantem, vel studentem, et deditum, 

In boc reponentem omnia, 
Ne, quaeso, segnem, nevc perversum putes, 

Ne crimineris impium. 
Pietas abesse Christiano qui potest ? Co 

Namque argumentum mutuum est 
Pietatis, esse Cbristianum ; et impii, 

Non esse Christo subditum. 
Hanc quum tenere discimus, possum tibi 

Non exhibere, id est patri, Zd 

quale ha promesso di rendere piii di quello che gli si da. — Coelis. Sott. 
in. — creditas, consegnate , afhdate, date in prestito. — Contempta ecc. 
Oostr.: Ut (nt qni, ntpote qui) rependat ecc: essendoche egli renda con 
usura cio che ecc... — praesens. Lo stesso che in praesens tempus. — mage 
e quanto magis, piuttosto; come in Virgilio (Ecl. i, 11): Non equidem in- 
rideo, miror magis. 

vv. 77-80. Sine fraude custos. Cioe: Deus custos sine fraude (depositario 
fedele, integro), bonus debitor reddet ecc. — bonus , fedele. — aera, la 
i-omma prestata, aftidata. — largior, assai liberale, generoso. Tacito ha: 
vir largus animo. — usura. E il frutto, 1'interesse che ritraesi dal denarO 
imprestato, 

v. 81. Iluic, cioe a Dio, a G-esu Cristo. Ruic, che come dittongo, e d'una 
sola sillaba, e qui, pcr dieresi. diviso in due sillabe. 

v. 8i. Ne crimineris ecc. Non accusar d'empieta. Ausonio per effetto 
d'uoa singolare distrazione aveva in una lettera trattatc da cmpla 
s. Paolino: 

Impie, Pirithoo disjungere Thesea posses, 
Euryahimque suo socium secernere Nisof 
Or s. Paolino nel rispohdere fa risaltare con forza la espressione del 
suo precettorc. 

v. 83. qui, cioe quomodo, qua ratione. 

vv. 8G e 87. Namque... Imperocche e a viccnda argomcnto di pieta l'es- 
ser cristiano, d'empieta il non essersuddito a Cristo. 

vv. 89-91. Ilanc. Sott. pietatem. — tencrc, possedcre, avere. — patri. Au- 
.sonio era stato maestro e istitutore di s. Paolino, e percio questi lo 
eliiaina pat er, che in buon latino e anche titolo dirivefenza e di rispctto. 
Jiasta dire chc i cento senatori eletti da Itomolo fnron dctti patres, o 
pntricii i loro figliuoli. — saactu jura, metonimia, pcr sacra ofJicia,&wti 
doveri. 



S. PAOLINO Di NOLA 71 

C<ri cuncta sancta jura, cara nomina 

Debere me voluit Deus? 
Tibi discipiinas, dignitatom, litteras, 

Linguae, togae, faraae, decus, 
Provectus, altus, institutus debeo, 95 

Patrone, praeceptor, pater. 
Sed, cur reraotus taradiu degam, arguis, 

Pioque motu irasceris. 
Conducit istud, aut nocesse est, aut placet ; 

Yeniale, quidquid horum erit. 100 

Ignosce amanti, si geram quod expedit; 

Gratare, si vivam ut libet. 

Defore me patriis tota trieteride terris, 
Atque aliura legisse vagis erroribus orbem, 
Culta prius vestrae oblitum consortia vitae, 105 

Increpitas, sanctis mota pietate querelis. 
Amplector patrio venerandos pectore raotus, 
Et mibi gratandas salvis afFectibus iras : 

v. 93. disciplinas, stuclii, cducazione. — dignitatem. S. Paolino era a 3G 
anni arrivato al cousolato, a cui, fatto cristiano, rinunzio. —Ikteras, 
1'erudizione, il sapere. 

v. 0o. Provectus... Ciimace a rovescio, come nel verso che segue: Io da 
te educato, formato, promosso, debbo a te eco. 

9V. 97 e 98. eur remetus~. arguis : mi riprendi, mi rimproveri, perche 

io viva da tanto tempo lungi da te. — Pioque... E la tenerezzct che senti 

, si commove sing aWira. Espressione di squisita delicatezza. Motus 

adoprasi molto Bovente a Bignifiear passione, atletto. Yirgiiio {Aen. xn, 

217): Vario misceri pectore motu. 

vv. 9-9 e 100. Conducit: o questo mi e utile... Conduco ha d'ordinario 
questo senso nelle terze persone. Plinio (Hist. Nat. xxiii, 23); conducit 
inter cib'os bibere ; e Cicerone (Fam. v, 19): Ea ma.vime cunducunt quae 
suht rectissima. — Veniale ecc. £n qualunque di questi casi io merito il 
tuo p.ordorio. 

v. 102. Gratare e quanto gratulare, rallcgrati. 

vv. 103-106. Defore. Costr. : Increpitds me defyre ecc. — 3Ji rimproveri 
d : esser lontano, asseute. — tota trieteride, da tre buoni arini, $ei lo spa- 
zio di tre ahni iriteri. Trieteris da rptSTta, triennio, vale spazio di due 
anni e il principio del terzo. Cosi in Marziale (x, 53) : rqptus trieteride 
nona. Percio il P. aggiunge tota a significare tre anrii compiti. — vagis 
erroWZms, vagabondo. — Orbetn. Orbis si risa talvolta per regione, pacse, 
contrada. — oblitum. Sottint. esse. — cjulta prius... vestrae eonsortia vitae, 
le relaziqni che gia ebbi cOn te, le antiche nostre relazioni.— -sahctis ecc. 
Con tenera commozioue e ginsti lameriti. EspreBSione simile a quella 
eh"e piu sopra: Pioque motu irasceris. Si noti che sanctus qxii e in senso 
di giusto, ragiouevcle. 

107 o 10"8. patrio... pectore, dal tuo cuore, dal tuo amore paterno- 

— Et miJii ecc! e 1-a tua indignaziOne, cho mi dcve csser cara (gratahda) 

poichenon nuoce all'affettb chc mi llai (salvis-affectibus). Gratandus part. 

e in Tacito (kiv, S). In un codice a penua e la-variante : iTue 

gratandae salvis affectibus irae. 



72 S. PAOLIXO DI NOLA 

Sed reditum inde mouui genitor, te poscere mallem, 
Unde dari possit. Revocandum me tibi credam, 1 10 

Quum steriles fundas non ad divina precatus, 
Castaliis supplex averso numine Musis ? 
Non his numinibus tibi me patriaeque reduces, 
Quod datur, in nibilum (sine numine nomina Musas 
Surda vocas, et nulla rogas) levis hoc feret aura, 115 
Irrita ventosae rapiunt haec vota procellae, 
Qiiae non missa Deo vacuis in nubibus haerent, 
Nec penetrant superi stellantem regis in aulam. 

Si tibi cura mei reditus. illum aspice et ora, 
Qui tonitru summi quatit ignea culmina coeli, 120 

Qui trifldo igne micat, nec inania murmura miscet, 
Quique satis coelo soles largitur et imbres, 
0*ii super omne quocl est, vel in omnia totus ubique 
Omnibus infusus rebus regit omnia Christus, 

iv. 109-112. Sed reditum ecc. Ma io vorrei, o padre, che tu invocassi 
il inio ritorno non dalle •viuse, ,ma da colui. che potria accordartelo. 
Genitor e titolo qui di onore e di rispetto, come si e detto di pater. — 
Rej>ocandum me iibi credam : posso io pensare; posso io credere di far ri- 
torno da - te, — ad ditina, a nuihi falsi: Sottint. numina. II non affctta c7t- 
vina. — Castaliis, di Castalia. Fonte poetico presso il Parnaso nella Beo- 
zia, ch'era sacro ad Apollo ed alle Muse. Si credeva che le sue acque 
avessero la^ virtu d'ispirare il genio della poesia a quelli che ne beves- 
sero, o che vi si lavassero; e che fino il inormorio delle medesime po- 
tesse eceitare lo spirito poetieo. — averso numine, niesso da banda, ne- 
gletto il vero £)io. 

vv. 114 e 115. Quod -datur ecc. CosJ:r.: Levis aura feret ■ (o auferet, se- 
condo antiche edizioni) in nihilum hoc quo.d ddtur his numinibus (vocas 
enim Mtisqs, numina sine numine, et rogus nulla): le preghiere che loro 
si fanno, un leggicro vcnticello porta via (che le Muse che tu invochi 
eon uoini vani, sprdi e senza potere di sorta. e quindi tu preghi al nulia). 
— Xumen ha tra gli aliri Bensi quello ancora di forza, potenza, volere. 
Ecconcun altro escmpi6 in Ciccrone (Div. I, 63): Quanio id Deo estfaci' 
lius, cujus nuinini pUrent omnia. 

vv. 116- e 117. Quesb' versi e quelli che seguono to.ccano il snbiime. — 
Irrita. Catullo (xxk, 9): tua dicta omnia factaque Venti irriia ferunt. -~ 
non raissa J)eo, non dirctti a, Dio. — haercnt, s'arrestano. 

vv. 119-124. qspice: alza gli occhi, leva la tua mcnte. — Qui ionitru..., 
che scuote coi tuoni le sublimi volte del cielo infocato. Ignea,.a cagion 
delle stelie che v; risplendono conie tanti fuochi. — trifido igne, fnlmine 
trisrilco. Ovidio 1 lo cliiama (Mst. n, 325): trifida flamma, e anche (ib. 848): 
trisulcus ignis. " Trisulcum fidgur (cos": il Festo) fait ab antiquis dictum, 
qnia aut incendit, aut afflat, aut terebrat. „ ancora perche 1'estrema 
sua celerita lo fa appanre triplice. Trisulco e voce usata anche in ita- 
lianO,"ma poctica. II Bentivoglio (Tebaidc, lib. in): 

Nou cOsi prcsto il fulmine trisulco 
Scaglia da nubi accese irato (Jio.ve. 

— • nec inania miscet. Frase Virgiliana: et inania murmura miscent? 

(A?n. iv, 210). 33 parc qui ripotuta a bella posta, in opposizione al senso 
in cui 1'cbbe UBata il P. pagano. — saiis, aJle messi. — coelo. Sottint. e, 



S. PAOLINO DI NOLA ?3 

Qui mentes tenet atque movet, qui terapora nostra 125 
Et loca disponit: quod si contraria votis 
Constituat nostris, prece doflectendus in illa est, 
Quae volumus. Quid me accusas ? Si displicet actus 
Quem gero, agente Deo, prius est (si fas) reus auctor, 
Cui placet aut formare raeos, aut vertere sensus. 13'). 

Nam mea si reputes, qiiae pristina, quae tibi nota, 
Sponte fatebor eum mouj me non esse, sub iilo 
Tempore qui fuerim, quo non perversus habebar, 
Et perversus eram, falsi caligine cernens, 
Stulta Dei sapiens, et mortis pabula vivens. L .j 

Quo magis ignosci mihi fas, quia promptius ex hoc 
Agnosci datur, a summo genitore novari, 
Quod non more meo geritur ; non arbitror, istis 
Confessus dicar mutatae in prava notandum 
Errorem nientis, quoniam sim sponte professus, 14\) 

Me non mente mea vitam mutasse priorem. 

ex. — soles. Metoniinia usata da Orazio (Epod. xvr, 13). — vel in omnia 
(alcuni leggono in otnni) totus ubique, e che e tutto intero in tutte e p^ r 
tutte le cose. II vel ha qui valore non di disgiunzione, ma di congiun- 
zione, come in Vir^ilio [Aen. v, TGOj: Pariter pietate vel armis egregius. — 
. enallage, per omnibus. 

v. 1'2G. quod si contraria... quae volumus. So i suoi decreti sono con- 
trarii ai nostri desiderii, dobbiamo con la preghiera indurlo a fare-quel 
chc bramiamo. — agente Deo', condotto. diretto da Dio. — prius avverbio, 
che vale ante, antea. Prima dl me, reo (se si potesse dire) sctrebbe cohd cJie 
u suo pictcere form tiei voleri. Prius ha pure 

forza talvolta dipotius e magis; e quindi puoi anche spiegare: Piuttosto* 
cJxl io, reo ecc. 

r. 131. mea si rep t. Sottint. fueruni : se tu ripensi, 89 

tu ricordi la mia vita passata, le antiche mie abitudini. 

L32-135. Sponte, francamente. — cum modo... qui fuerhn, ch'io ora 
Ijiu non sono qual fui a quelTepoc nallag^, per fui. — fcdsi 

pso le tenebre cleircrroro. — 

Stulta Dei. Alcuni leggono, e che e meglio, stulta Deo, cioe: non avenda 

che quella sapienza, la quale per Dio, iunanzi a Dio e stoltozza. — mor- 

tis pabulo vivens, vivendo, pascendonii del cibo della morto, di mortali 

alimenti. Di queste due antitesi {Stultct Dei sapiens, mortis pabula vi- 

La prima e t-olta da s. Paoio, in cui 1'irregolarita della forma gram- 

maticale fa vieppiu risaltare ia forza del pensiero (I. Cor. r, 23): Quod 

esi hominibus ecc, la seconda e, sotto una forma 

anche piu energica, in Tertulliano (de Pallio): Haetenus Sodoma, et nulia 

rha f et cinis om>>i<t, ct propinquitas maris cum solo mortem vivit. 

magis... fas: e tanto piu conviene, mi si puo perdo- 
nare. — proniptius, assai facile. — novari, che e rinnovato, rigenerato. 

Belativo a itf sottinteso. — non arbitror diear. Non sara detto, 

credo, d'aver io con qucste parole (istis) confessato ecc. — mutatae in 

LTanimb mio pervertito. — notandum % biasimevole, da 

ale qui censurare, condannare, come in Orazij 

p o- 



74 S. i»A0MN0 DI NOLA 

Mens nova me, fateor, cepil, mens non mea quottdam, 
Sed mea nunc, auctore Deo, qui si quid in actu 
Iiigeniove meo sua dignum ad munia vidit, 
Gratia prima tibi, tibi gloria debita cedet, \145 

Cujus praeceptis partum est quod Christus amaret. 
Quare gratandum magis est tibi quam queritandum 
Quod tuus ille, tuis studiis et moribus ortus, 
Paulinus, cv.i te non infitiare parentem 
Kec modo, quum credis perversum, sic mea verti 150 

Consilia, ut sim promeritus Christi fore, dum sum 
Ausonii ; feret ille tuae sua praemia laudi, 
Deque tua primum deferet arbore fructum. 

Unde, precor, melicra putes, ne maxima perdas 
Praemia, detestando tuis bona fontibus orta. 155 

Non etenim mihi mens vaga nunc, neque participantum 
Vita fugax hominum, Lyciae quam scribis in antris 
Pega^eum vixisse equitem, iicet avia multi 
Numine agente colant, clari velut anfce sophorum 

fessus, perche gia lio dichiarato ingenuamente. — menie mea. Mens, qui 
ha il senso di forza, potere, facolta, come in Orazio (Ep. n, 2, 66): 

Verbis quae timklo quoque possent addere mentem. 
Puoi anche intenderci il proprio consiglio, i proprii lumi. 

vv. 142 -146. Mens nova... cepit, uno spirito nuovo si e impossessato di 
me, m'anima, nVinveste. — auctore De.o, per la grazia di Dio. — acta in- 
geniove meo, nelle mie azioni e nei miei pensieri. — cedet, enallage, per 
cedit, spetta, appartiene. — Cujus praeceptis ecc, da' cui ammaestramenti 
acquistai cio che G-. C. ama, trova di buono in me. 

vv. 148-152. Quod tuus itte ecc. sottint. ego: Quod ego, iuus ille Paidi- 
nus... sic mea verti ecc. — tuis studiis et moribus ortus , formato alla tua 
scnola ed ai tuoi buoni esempii. Mos, oitre di costume in generale, ha 
pure il significato di buoni cosium i, come in Seneca (Agam. 112): Periere 

mores,jus, decus, pietas, fides. — cui te non ifmtiare perversum: a cui 

non ti neghi d'esser f adre, nepimr ora clie lo ritieni per un perverso. — 
Chrlsti fore, dum sum Ausonii, d' appartenere a Cristo, senza cessare 
d'esser tuo. — feret..., ascrivera a tua lode il mio premio del cielo. 
v. 154. meliora pictes, abbi migliori pensieri sul conto mio. 
vv. 156-158. mens vaga, indole, spirito instabile, vagabondo. — parti- 
cipantum... fugax hominum, che scbiva gli uomini viventi in comune, vita 
misautropa. Fugax coi genit. e qui nel senso di decUnans, devitans, come 
in Ovidio [Tmst. iv, 10, 38): Sotticitaeque fugax ambitionis eram. — Lyciae, 
Licia provineia deli'Asia Minpre, sul Mediterranec, tra la Frigia e la 
Panifilia e la Caiia. — Pegaseum... equitem, il Cavaliere di Pegaso, cioe 
Bellerofonte, chiamato cosi da!l'aver montato, nella sua impresa contro 
la Chimera, il cavallo Pegaso. Qucsto cavallo, secondo la favola, era 
aiato, e con un colpo di suo piede fe' scaturire da un sasso il fonte Ip- 
pocrene sacro allc Muse. La Chimera poi era un mostro anch'esso fa- 
voloso, che aveva la faccia di leone, il corpo di capra, c !a coda di 
dragene. 

v. 159. Numine agente, mossi da Dic, per divino impulso. — clari so* 

phorum, ellenismo, per clari sop/ii. — ante. avv. antea. 



S. PAOLINO TH NOLA /O 

Pro studiis Miisisque ^ ! iis; et nuuc tfuoque castis 160 

Qui Christum sumpserc animis agitare frequontant, 
Non inopes animi, neque de feritate legentes 
Desertis habitare locis, scd in ardua versi 
Sidera, spectantesque Dcum, verique profunda 
Perspicere intonti, dc vanis libera curis 1G5 

Otia amant, strepitusqae fori rerumque tumultus, 
Cunctaquo divinis inimica negotia donis, 
Et Christi imperiis et amore salutis, abhorrent. 
Speque fideque Deum, sponsa mercede, sequuntur 
Quam referet certus non desperantibus auctor, 170 

Si modo non vincant vacuis praesontia rebus ; 
Quacque videt spernat, quao non videt ut mereatur 
Secreta ignitus penetrans coelcstia sensus. 
Namque caduca patcnt nostris, aeterna nogantur 
Visibus, et nunc spe sequimur, quod monte videmus, 175 
Spernentes varias rerum spectacula formas, 
Et male corporeos bona sollicitantia visus. 
Attamen haec sedisse illis sententia visa est, 

v. 161. agitare frequentant, e qaauto frequentes (tgitant. Sottint. 
eh'e sopra: abitano iu gran nuxnero ne' detti luoghi deserti. Agito in tal 
senso e iu BaUnstio [Jug. 21): propius mare agitdbant. Se invece sottint. 

vii(dn, hai: vivou cosi in gran numero. Ovvero si pu6 far equivalei 
gitare frequentant a frequentes agunt, e praticano, operauo cosi in gran 
iramero. 

vv. 102 - 1GG. Kon i,io)>es... locis: non e gia per piccolezza di spirito, ne 

Ivaggio istinto {de feritate) ch'essi sc.-elgono, prendono il partito 

les) d'abitare i deserti. Coruincia qui un inagnifico elogio dei soli- 

i irii cristiani. — spectantesque Deunt... intenti, nella contemplazione di 

Dio, e nella meditazione assidua dei profondi arcani veri. — Otia, la pace, 

i! riposo. 

v. 168. Christi impeviis, per comando di Cristo, per obbedire a Cristo. 
w. 1GD-173. sponsa mercede, per la ricompensa che ha loro pron. 

— Quam ha per antecedcnte m r le. — certus, fedcle, che mantiene la 
parola, infallibile. — Si modo, lo stesso che dummodo: purche nou si la- 
scino vincere dalle vanita delle cose | di quaggiu [praesetUia), 
ovvero: purche 1 I non trionfi di loro con i vani suoi beni, 
con le vanc sue attrattive.— Quaeque videt. II soggetto e ignitus sensus : la 
fiammella della loro intelligenza, la fervente, rinfuocata loro animaeco. 
Anche Prudenzio da qucsto bcllo epiteto alVanima, ali'intelligenza, al 
genio (Hamartig. 54S, de anima} : ignitium quoniam olli Deus indidit Inge- 

vv. 17-1-177 intur VisQms. Vedi s. Paolo(I.£>. Cor. n, 9-16). 

— mmc, adesso, in questo ruodo. — rarias formas, le forme muta- 

bili. — rerum spectacvla, l'apparenza delle cose. — male... BoWcUantid ri- 

he attirano potentenieiito i sensi del corp >. Male ha talora for 
me per valde, come in Terenzio [Hecyr. iii, 2, 2); 
ne morbus aggravescat. 

178-180. Attamen... Qui e per certe, come in Oicerone (Coeein. m). 
, lesta al oerto sara stata la risoiuzione, il partil 



7G b. PAOLLNO DI NOLA 

Tota quibus jam lux patuit verique bonique, 

Yenturi aeternum saecli, et praesentis inane. 180 

At mihi non eadem cui gloria, cur eadem sit 
Fama? Fides voti par est. Sed amoena colenti, 
Nunc etiam et blanda posito locupletis in acia 
Littoris, unde baec jam tam festinata locorum 
Invidia est? Utinam justus me carpere livor 185 

hicipiatl Christi sub nomine probra placebunt. 
Non patitur tenerum mens numine firma pudorem, 
Et laus hic contempta redit mihi judice Christo. 

Ne me igitur, venerande parens, his ut male versum, 
Increpites studiis, neque me vel conjuge carpas, 190 

Vel mentis vitio : non anxia Bellerophontis 
Mens est, nec Tanaquil mihi, sed Lucretia conjux. 

teniia) abbracciato da coloro ecc. — Sedeo, dicesi anche di cio, che dopo 
lunga riflessione si approva e si tien fermo, come in Plinio {H. N. n, 6): 
sedere coepit sententia haec. — tota, in tutto il suo splendore. — aeter- 
num... inane. Aggett. usati sostantiv.: 1'eternita della futura, ed il nulla 
della presente vita. 

vv. 181-185. gloria. Sta qui per vanto, merito. — Fides voti par est, la. 
fede e il desiderio sono gli stessi. — Sed amoena... Invidia est? Costr. : 
Sed unde haec jam tam festinata invidia mihi colenti amoena locorum (el- 
lenismo), et posito nanc etiam in blanda acta...? Ma io ora abito luoghi 
incantevoli, dimoro sulFestremita amena di una doviziosa spiaggia: per- 
che tanta sollecitudine, tanfodio contro di me ? — acia littoris e quanto 
acta per Litus extensa. Si noti la differenza fra litus, ora, e acta. Litns di- 
nota la riva in quanto linea, che separa ia terra dal mare, in greco 
yjcwv. Ora e acta al contrario diriotano la riva in quanto e uno spazio, 
un'estensione di terra vicino al mare, oLi^loCkbg o axTJj^ con questo 
divario che ora la dinota sotto il punto di vista geografico, indicando 
propriamente la costa in opposizione all'interno del paese ; e acta la di- 
nota sotto il punto di vista estetioa, in quanto che i psesi situati alla 
spiaggia del mare presentano un aspetto ridonte e pittoresco, ed offrono 
un piacevole soggiorno (Vedi Barrauit, Traiie des synonimes de la langue 
latine) . 

vv. 187 e 188. Non patiiur... pudorem: il mio animo, fisso in Dio (nu~ 
mine firma) non e soggetto alle tenerezze del pudore, non soffre il ti- 
more di vile infamia. Bcl verso. clresprime una verita sorprendente — 
hic contempta. Sottint. a me: ch'io disprezzo quaggiu. — redit. II pres. 
pel fut. — judice Christo, al giudizio, al tribunale di Cristo. 

vo. 189-192. ma/e versum. La frase latina: bene o male vertcrc risponde 
a capello alla nostra: fare buona o- mala riuscita. — his ^?/<7/?'s, siffatte 
inclinazioni, costumi, sentimenti. — neque... vitio: ne mi biasimare, sia a 
cagion di mia consorte, sia per la (pretesa) mia debolezza di spirito. 
Come sono stantio e rancide le frasi piccolezza di mente, debolezzadi spi 
rito (vitiuin mentis) che spesso spesso con atto di compassione van re- 
galando ai buoni cristiani i moderni spiriti forti! — anxia Bellerophon- 
tis. Vedi note ad Ausonio, v. 06. — Tanaquil: la mia consorte non e una 
Tanaquilla. Cosi Ausonio, nell'ultima sua lettera a s. Paolino, avea chia- 
mato Terasia, accusandola d'esercitare troppa influenza sulVanimo del 
suo sposo, come gia Tanaquilla sull'animo di Tarquinio il Superbo. — 
Lucretia. 31atrona romana. celebre per la sua feduita e pudicizia. 



?. PAOLINO DI NOI.A I i 

Nec milii nimc patrii est, ut vis, oblivio coeli, 

Qui summum suspecto Doum ; quom qui colit unum, 

Hic vere memor cst coeli. Crede ergo, pater, nos 195 

Kec coeli immemores, nec vivere mentis egentes, 

Humanisque agitare locis. Studia ipsa piorum 

Testantur mores hominum; nec enim impia summum 

Gcns poterit novisse Deum. Sint multa locorum, 

Multa hominum studiis inculta, expertia legum, 200 

Quae regio agresti ritu caret? Aut quid in istis 

Improbitas aliena nocet ? Quid tu mihi vastos 

Yasconiae saltus, et ninguida Pyrcnaei 

Objicis hospitia? in primo quasi iimino fixus 

Hispanae regionis agam, noc sit locus usquam 205 

Rure vel urbo niihi, summum qua dives in orbem 

Usque patet mersos spectans Hispania soles ! 

Sed fuerit fortuna, jugis habitasse latronum : 
Ts T on lare barbaricO rigui, mutatus in ipsos, 
Inter quos habito, socia feritate, colonos. 210 

Non recipit mons pura malum, neque levibus haerent 
Inspersae fibris maculae: sic Vascone saitu 
Quisquis agit purus sceleris vitam inter iniquos, 
Kulla ab inhumano morum contagia ducit 
Hospite. Sod mihi cur sit ab illo nomino crimen 215 

Qui diversa colo, ut colui, loca juncta superbis 
UrbibuSj et laetis hominum celeberrima cultis? 

w. 107-201. agitare locis. Sottint. vitam in. — Studia, le inclinazioni. 
Qui b. Paolino fa Tclogio .-degli Spagnuoli, che Ausonio aveva trattati 
da rozzi, incolti, barbari. — novisse. Sta per noseere. — Sint. II P. fa una 
conccssione. Vi sian pure qui molti luoghi, molti uomini senza leggi e 
senza coltura: che percio? Vha forse paese al mondO ecc. Si notino gli 

cllenismi mulla locorum, mtilla Jiominum. — Aut quid E poi, nuocera 

forse ai buoni 1'altrui pcrvcrsita? — V ascOuiaesaltus, v.ingukla Pyrenaei 
hospitia. Vcdi Ausoirio, vv. 51 e_52. 

w. 205-207. agam: ch'io viva. Agere^i usa talvolta per vivere, perchc 
la vita dice in qualche mO^p attivitu, azione. Tacito (An. vm, 19). ApuJ 
illos omnes qui tunc agebant. — Bure, I poeti ttsano ancho rure all'abl. 
per ruri. — urbe. I poeti omcttono Yin ne' complem. di stato in luogo 
anche coi nomi •oomuni. — summur.> qua ecc.:'in queste contrade dove 
la ricca Spagna vcde il*sole tuffarsi :icllo onde de' suoi due mari, e si 
de ai confini clell'univcrso (summ.-m in orbem usqiie patet), cioe: 
apresi al commercio-de' paesi piu lontani 5el globo. 

208-210. Sed fuerit... latronum: Ma dkto pure che io abiti BU 

monti coi ladroni. — lare barbarico. Sottint. in. — sociaferitate. Equivale 

a: - aoeians me feritati eorum. „ — colonos. Coloi.xs preBSO i pocti e 

ilmente per incola, abitatore. Per cs. in Virgilib (Aen. i, 12): 

TJrls antiquafuit, Tirii tenuere coloni. 

v. 211-217. Jevilus... fibris, fibrc lisce, pulitc. Levis, che scrivoi aiiche 



78 S. PAOLINO DI XOI A 

At si Vasconicis mihi vita fuisset in oris, 
Cur non, more meo potius formata, ferinos 
Poneret, in nostros migrans gens barbara, ritus? 220 

Ante habitos mores. nec semper flectere vitam 
Crimen habet, namque est laudi bene vertere: quum me 
Immutatum audis, studium otficiumque require. 
Si pravo rectum, si relligiosa profanis, 
Luxurie parcum, turpi mutatur honestum ; 225 

Segnis, iners, obscuras ago : miserere sodalis 
In mala perversi ; biandum licet ira parentem 
Excitet, ut Japsum rectis instauret amicum 
Moribus, et monitu reparet meliora severo. 

At si forte itidem, quod legi et quod sequor, audis, 230 
Corda pio vovisse Deo, venerabile Christi 
Imperium docili pro credulitate sequentem, 
Persuasumque Dei monitis aeterna parari 

laevis non o da confondcrsi con levis, leggiero, lieve. — Vascone saltu, 
nelle foreste della Vasconia, nei Pirenei. Vascone e aggettivo. — purus 
scelcris, scevro di colpa. Orazio [Od. i, 22, 1): 

Tnteger vitae, scelerisque purus. 

— morum contagia, contagio di mal costnme. Mores nsasi talvolta per 
niali costumi, com'e in Tacito {Hist. iii, 72): Propitiis,si per mores nostros 
U"eret, Diis. — Hospite, ospite, albergatore. Vedi note a Giovenco, v, 39. 

— ab illo nomine, cioe Vascone saltu. — crimen, accnsa. 3Ia perche far sog- 
getto di accusa contro di me un tal nome, contro di me che ecc. — cli- 
versa colo... loca: abito, come sempre abitai, tutt' altri luoghi. — laetis 
Jwminum... cuttis. Cioc : laetis culiis ef hominibus, celebratissinii, rinoma- 
tissimi per la fertilita dei campi e per gli uomini, che li coltivano; ov- 
verc: per la feracita dci campi e della popolazione. 

rw 218-220. Vasconicis... oris, sulle spiagge dolla Vasconia. — ferinos, 
Sottint. mores. — poneret. Ponere qui e sinonimo di deponere, come in 
Virgilio (Aen. i, 302): ponmitque feroeia Poeni eorda. — in nostros migrans... 
ritus: abbracciando. per aobracciare le nostre usanze, i nostri usi civili. 
Migrare e nel senso di transire, mutari, come in Lucrczio (n, 774): u» 
marmoreum migrare colorem 

vv. 221-223. ncc semper. Modinca hobet crimen, non gia flectere : il can- 
giare gli antichi costumi, il mutar vita non e sempre, non sempre im- 
porta un delitto.— studium... require: informati delle mie inclinazioni 
e de' doveri chc impongo a me stesso. 

vv. 224-229. Si muiatur, se bo cambiato. — pravo rectum , il bene col 
male. — relligiosa. I poeti per far lunga la prima sillaba di questa pa- 
rola, raddoppiano la consohante 1. — jparcum. Agg. proso sostant., per 
parcitas: la temperanza, la sobrieta. — segnis, iners, obscurus ago : sono 
un vile, scnza Coraggio e senza onore. Ago qui e ncl senso di vivere, esse. 

— in mala peroersi, travolto al male, pervertito. — blandum licet ecc: E' 
convieno-che Jo sdegno animi il paterno tuo cuore (blandum parentem) 
a raddrizzare un amico deviato dal retto sentiero (Iqpsltm rectis... mo- 
ribus), e con sovere ammonizioni rimetterlo sulla migliore [reparet me* 
li.ru). 

vv. 230-235, At si forte.., audis. Ma parimente se tu par avvontura ap- 



S. PAOLINO Df NOLA 79 

Praeuua mortaii, damnis praesentibus erapta, 
Non reor id sano sic displicuisse parenti, 23b 

Mentis ut errorem credat, sic vivere Christo, 
[J1 Christus sanxit. Juvat hoc, nec poenitet Iupuf. 
ISrroris: stultus diversa sequentibus esse 
Nil m : erno mea dum sententia 

: iens. Bi eve, quidquid homo est, ut corporis aegri, 2-10 
Temporis occidui, et sine Christo pulvis et umbra. 
Quod probat aut damnat, tanti est, quanti arbiter ip \ 
Ipse obit, atque illi suus est comitabilis error, 
Cumque suo moriens sententia judice transit. 

At nisi, dum tempus praesens datur, anxia nobis 2kj 
Cura sit ad Domini praeceptum vivere Christi, 
Sera erit exutis homini querimonia membris. 
Dum levia humanae metuit convicia linguae, 

prendi cio ch'io lio scelto [quodlegi) e la vita che io tneno Iquod seqnor;, 
che ho, cioe, consacrato il mio cuore al buon Dio ecc. — Imperium, eo- 
mandamenti, leggi, precetti. - litate, docilmente e fedei- 

mente. — sequentem, ch.e obbedisco, osservo. — Persuasumque. Scttint. 
8 che sono persiiaso; convinto, persuaso come sono. — Dei tm 
La parola, Bulla parola di Dio, perche Dio stesso lo ha detto. — inor- 
tali, airuomo, ai mortaH.— empta. Beltraslato. Ornzio {Od. j, 3, 37 

irenti, a un padre sennato, eordato. Cice- 
rone (Tusc. iii, oj: 'ntelligi necesse est, quorwntnens motu, quasi 

■ nullo 8it. Q«i contra effecti sunt, Jios insanos appettari m* 
lieere, 
U hoc: questo pervertimento io l'amo. — Stultus... nil 
m r<>f: Punto mi cale, nulia m'importa di esser reputato sciocco da co- 
loro che han gusto dh sequentibus). 

>. Ha qui forza di congiunzi . — breve... est: tutto cio 

che e uomo, 1'uomo e quanto esso 6, tutto e di breve durata. — v'. Avv. 
ailitudine. Sottint. homo. Xel Codice a penna del Vossio si legge: 
quidquid homo est, homo coi p *ris <■ . ; . — temporis occidui, di fragil 
vita. Versi che han 1'impronta di profonda malipconia. Nei tre * 
guono, la bellezza deU'espressi La colla sublimita del pei 

245-247. Que.-ti e i versi che seguouo sino al termine di queeta 
lettera contengono pensieri cosi elevati, e sono in istile di tanta leg- 
giadria, da essere superiori a qualunqi e elogio. Cercherebbesi indarno 
tra i poeti profani alcunche di eccitare nella meato 

altrui impressioni si vive e salutari. Ogni volta cho i pocti cristiani 
odono a parlare di Dio, dell' immortalita delTanima, della vita 
fatura, del giudizio universale, dei premii e delle pene eterne, vale a 
dire di quanto v'ha di piu sacro e di piu santo, di piu degno di occu- 
par tntte le potenze dell'anima nostra, di ouanto puo formare il cuore 
giovani, purincarne ed elevarne i sentimenti, infondere nei loro 
l vero, del bene e del beilo; ogni voltn, lo ripetc, che 
i pocti cristiani imprendono a trattare queste alte verita, - 
da au da una religione divina, da lasciare dietro di se 

mai iganesimo. — I urasit: Ma 

ro e la cura premurosi di ecc. — exu* 

ibra mortali. Plinio 
1- .. (XXXV, 11 : 



Sf S. PAOLINO DI NOLA 

Kon timuisse graves divini judicis iras; 

Quem Patris aeterni solio dextraque sedentem, 250 

Omnibus impositum regem, et labentibus annis 

Venturum, ut cunctas aequato examine gentes 

Judicet, et variis referat sua praemia gestis, 

Credo equidem, et metuens, studio properante laboro, 

Si qua datur, ne morte prius quam crimine solvar. 255 

Hujus in adventum trepidis mihi credula fibris 
Corda tremunt, gestitque anima icl jam cauta futuri 
Praemetuens, ne vincta aegris pro corpore curis, 
Ponderibusque gravis rerum, si forte recluso 
Increpitet tuba vasta polo, non possit in auras 260 

Regis ad occursum levibus se tollere pennis, 
Inter honora volans sanctorum millia coelo, 
Qui per inane leves, neque mundi compede vinctos 
Ardua in astra pedes facili molimine tolient, 
Et teneris vecti per sidera nubibus ibunt, 265 

Coelestem ut medio venerentur in aere regem, 
Claraque adorato conjungant agmina Christo. 

Hic metus est, labor iste, dies ne me ultimus atris 

vv. 250-255. Quem. Cioe: Quem judicem equidem credo sedentem... itnpo- 
situm... et venturum. — labentibus annis, al declmare degli anni, alfinire 
del niondo. — aequato examine, con egual bilancia. — varus... gestis: ren- 
dere a ciascuno il premio dovuto alle sue azioni. Gestis e da gesta, orum. 
— studio properanU, con sollecitudine, con preniura. — laboro, mi stu- 
dio, in'affatico, fo' di tutto perche ecc. — Si qua datur, cioe " si aliqua 
occasio datur „. 

vv. 256-260. Hujus in adveniu, nelTasijettare, neiraspettativa della ve- 
nuta di questo giudice. II P. volge qui il pensiero alla seconda venuta 
di G. C, quando verra a giudicare i vivi ed i morti. — trepidis ecc...: 
il mio cuore credente trema in tutte le sue fibre, le fibre del mio cuore 
credente tremano per la paura, per lo spavento. — gestitque ecc. Senso: 
I/anirno mio desidera ardentemente {gestit) il giorno del giudizio, pel 
bene che ne aspetta, ma insieme lo teme pel pericoio di perdersi. — id. 
Talora quesfaggettivo vale ideo, come in Terenzio [Enn. v. 7, 4): Kunc 
id prodco, ut conveniam ecc. — cauta futuri, eircospetta, compresa del- 
1'avvenire. — pro. Sta per ob, propter. — gravis, aggravata. — recluso... 
polo, dall'aperto, nell'aperto cielo. 

vv. 262-267. Inter honora...coelo: volaudo al cielo tra le innumerevoliglo- 
riose schiere dei santi. — coelo. Ellen., per in coelum. — millia. Usato per 
num. indeterminato. — Qui per inane. Costr.: Qui tollent pedes leves, neque 
vinctos... per inane in ardua... Qui inane e preso in senso aosoluto, e vale 
vuoto, aria. Stazio {Th. i, 310): per inane volatus carpil. — ardua, alti, 
sublimi. — facili molimine, con facilo slancio, senza sforzo. — teneris, leg- 
giere, fluttuanti. — per sidera, attraverso le stelle. — claraque, gloriosc. 
Allude^ ed in ccrto modo parafrasa le espressioni di S. Paolo ad Thess.: 
Deinde nos qui vivimus, qui relin juhnnr, simul rapiemur cum illis in nubi- 
bus, obviam Christo in qera s (t sic semper cum Domino erimus. 

vv. 268-270. labor, poricolo. — deprendat, sincope p?r depreJiendat, colga, 
Eorprcnda. — Tempora ecc. perdendo il tempo in frivole faccende. 



S. PAOLIHO DI NOLA 81 

Sopitum tenebris sterili deprendat in actu, 
Tempora sub vacuis ducentem perdita cuns. 270 

Nam quid agam? Lentis si dum cocniveo votis, 
Christus ab aetheria mihi proditus arce coruscet, 
Et subitis Domini coelo venientis aperto 
Praestrictus radiis, obscura et tristia noctis 
SufFugia, illato confusus lumine, quaeram? 275 

Quod mihi ne pareret vel diffidentia veri, 
Vel praesentrs amor vilae rerumque voiuptas, 
Curarumve labor, placuit praevertere casus 
Proposito, et curas finire superstite vita, 
Commissisque Deo ventura in saecula rebus, 280 

Expectare trucem securo pectore mortem. 
Si placet hoc, gratare tui spe divite amici ; 
Si contra est, Christo tantum me linque probari. 

II. 
Ausonio Paulinus. 

Continuata meae durare silentia linguae, 
Te uumquam tacito, memoras ; placitamque latebris 

votis, se nientre io mi cullo in braccio di neghit- 
>ti. Si vuol qui signifieare quel temporeggiare, quel differire la 
propria conversione da un giorno alTaltro, senza venir mai alYergo. — 
aet/teria... urce, sede, magionc celcste. 

175. illato eonfusus lumine. Non sembri questo inciso una ripctizione 
inutile del subitis... praestrictus radiis. Praestrictus riguarda propria- 
mente la vista, l'occliio del corpo; confusus 1'oceliio deila mente e tutti 
-i interni dell'animo : onde questo e come eflfetto di quello. Tanta 
e si viva sara lailuce di Cristo in quel terribile giorno, che ne pene- 
trera, e sconcertora iino i sensi piii riposti dell'anima. II P. ha tolto le 
immagiui da s. Luca: Tunc incipient dicere montibus: Cadite super nos. Et 
eollibus: Operite nos. 

171 -280. pareret. Pario qui e ncl senso di cagionare, apportare. — 
diffidentia veri, la diffidenza della verita, cioe la poca fede, 1'infedelta, 
l'incredulita. — rerumque voluptas , i piaceri del mondo. - 
labor, il travaglio, ii peso delle mondane sollecitudini, — placuit... Pro- 
• prevenire, evitare con la mia ferma risoluziqne ogni 
. vita: mctter termine prima della mia morte alle cure 
di quaggiu, cioe distaccarmi dall'amore del mondo. — 
l'altra vita. 

- <cc. Se cio ti piace, se approvi la mia cond 
ti rallegra col tuo amico delle ricche sue 3] altrimcnti, 

atenti della sola approvaziohe di Ci 
i ! Questa lettera c di risposta alla seconda di A.usonio, la quale inco- 
[a : 

• 

vi risponde da parte, 
ntn tacito. mentre tu non ti resti mai dalJ 

Carmina U 



82 S. PAOLINO DI NOLA 

Desidiam exprobras, negiectaeque insuper addis 

Crimen amicitiae; formidatamque jugalem 

Objicis, et durum jacis in mea viscera versum. 5 

Parce, precor, lacerare tuum, nec amara pateroU 

Admiscere velis, ceu melli absinthia, verbis. 

Cura mihi semper fuit et manet, officiis te 

Omnibus excolere, afFectu observare fideli. 

i\on unquam tenui saltem tua gratia naevo 1£ 

Commaculata mihi est; ipso te laedere vultu, 

Semper et incauta timui violare figura. 

Quumque tua accessi venerans, mea cautius ora 

Composui, et laeto formavi lumine frontem ; 

Ne quam vel e tacito contractam pectore nubem 15 

Duceret in sanctum suspicio falsa parentem. 

Hoc mea te domus exemplo coluitque colitque, 

Inque tuo tantus nobis consensus amore est, 

Quantus et in Christo connexa mente colendo. 

Quis tua, quaeso, tuis obduxit pectora livor ? 20 

mi. — latebris, tt quam duco in latebris. „ — addis Crimen... E mi accusi 
di trascnrare i doveri dell'amicizia. — formidatamque. Sottint. a me. — 
jugalem, sposa.— et durum ecc. E mi passi, mi trafiggi il cuore coi tuoi 
versi crudeli. 

v. 6. Parce, cessa, deh! cessa. — tuum. Cioe tuum Paidinum. 

v. 9. observare, onorare, venerare. 

rv. 10-12. Xon unquam... mihi est: giammai ombra di macchia alcuna 
ftenui nuevo) imbratto in me la purezza della tua amicizia. — Gratia sta 
qui per amore, amicizia. — vultu. Vultus, vale talvolta cera brusca, muso 
acerbo, cipiglio, ira, come in Orazio [Sat. n, 7, 44): Aufer Me vultu terrere; e 
cosi auche nel Salnio xx., 10: Tone eos \n clibanum ignis in tempore vultus 
lui. Onde la locuzione proverbiale (Cicerone, Bosc. Am. 13): Vultu saepe 
laedituv pietas, per cui s'intende che non solamente coi fatti e colle pa- 
role, ma con uno sguardo solo incauto puo violarsi il rispetto dovuto 
ai maggiori. — figura, motteggio, frizzo. Quintiliano ha (ix, 2): figuras 
facere per motteggiare. 

cr. 13-16. Quumque tua... ComposuL Facendomi al tuo cospetto, fui sem- 
pre rispettoso c^modesto. Os e qui nel senso di praesentiu, conspcctus, 
coiuc in Virgilio [Aen. w, 887): ante oculos atque ora parentum. — et laeto... 
e sereno, giulivo nel volto, col volto ridente. — Ne quam ecc: Affin di 
sgombrare ogni ombra di tristezza raccolta ne.^secreto del mio.cuore, 
e risparmiare un falso Bospetto a un padre adorato. Nubes e in senso di 
cura, tristczza, come in Orazio {Ep. l, 18, 94): Deme supercilio nubem. 

vv. 17-10. Hoc... exemplo, dietro 1'esempio mio.— mca dotnus, la mia fa- 
miglia, cioe Terasia ed io« — consensus, accordo, armonia. — connexa 
n< ]l'unione dei no.stri cuori. 

rr. 20-24. Qu%8 tua... livor: Quale odio ha dunque chiuso il tuo cuore 
ai figli tuoi? — fama, cattiva fama, calunnia. II P. le da l'aggiunto/«- 
cili8, perche la calunnia facilmente ii spande, e facilmente si crede; e 
facilmente si spande, perche facilmente si crede. ObtrectaHo et lioor pro- 
iribus accipiuntur - pepulitque. Pello sta qui, pcr traslato. in senso 
di commuovere , toccare, sorprendere. — contraque... tnovit: e fispird 



S. PAOI.INO DI NOLA &> 

Quo rumore pias facilis tibi fama per aures 
Irrupit, pepulitquo animum contraque vetustam 
Experta pietate fidem nova vulnera movit, 
Laederet ut natis placidum malesuada parentem? 

Sed mihi non fictae mens conscia simplicitatis, 25 

Nec patris inculti pieias rea : respuit omne 
Immeritum, et falso perstringi crimine non fert. 
Immunis vero, gravius violatur iniquo 
Vuluere, tam tenera ofifensae quam libera culpae. 

Discussisse jugum quereris me, quo tibi doctis 30 

Junctus eram studiis. Hoc nec gestasse quidem me 
Assero; namque pares subeunt juga; nemo valentes 
Copulat infirmis, neque sunt concordia frena, 
Si sit compulsis meusura jugaiibus impar. 
Si vitulum tauro, vel equum commitis onagro, 55 

Si confers iulicas cycais, et aedona parrae, 
Castaneis corylos aequas, viburna cupressis, 
compone tibi. Vix Tuilius et Maro tecum 

attacchi contro l'antico tuo amico, il cni amore, la cui tenerezza 

tu avevi conoscinto per prova. — I giare, 

la trista oonsigliera chella e, nn si buon padre nei proprii suoi figli ? 

.; i fama. Virgilio ehiama cosi la fame (Aen. vi, 276): 

' fames. E il medesimo s. Paolino da altrove questo epiteto 

a! vino (Cann. vi, G9): Omtt ms mdlesuodi.pocula 

vv. 25« limo, cuore. — conscia, reo,<colpevole. — simpJicitatis, 

benevolenza, aff^zione sincera. — patris ineulti, delFoblio di un i>adre. 
neritutn, ingiusto rimprovero, ingiustizia. 

2ti e 29. Immunis. Bottint. tnens. E pcrche immune di colpa l'animo 
mio ecc. — viotatur, e ferito, punto. Come in Virgilio [Aen. xi, 59): vin- 
latur vfhiere corpus. — tenera offensae... W> sensibiie alFoffesa 

esente dalla colpa. 

v. 30. Discussisse jugum. Con queste parole comineia la 1 lettera dj 
Ausonio a s. Paoiino: 

itHmus, Pauline,jugum quod certa foveoat,., 

ov. 32-3*. pares subeunt juga : gli eguali subir possono lo stesso giogo 

Si pno egli addurre scusa pin spiritosa di questa usata qui da s. Pao- 

— nemo... infirmis: nessuno accoppia i forti coi deboli. — eoncordia 

Anche Virgilio {Aen. m, 542): et frennjugo concordia ferre. — Si 

-o i cavalli attaccati al cocchio (cotnp us) non sono della 

grandezza. Jugales presso Virgilio ( Aen. vii, 230) e, come qui, 

\ muta di cavalli. 

. Propriamente asino selvatico, ovovypo^ da 0V0£ 
-*d ry/jpo; y villa o canipagna. I\L< qui sta per qualunque asino, 

etiam cursu timidos agitabis onagros. 
Hgo, perche hanno il col ate a quello dolla 

\, A.CCU8. all • 

•-i il Bindii e la civetta o cocc 



84 S. PAOLINO D! NOLA 

Sustineant aequale jugum. Si jungar amore, 

PIoc tantum tibi me jactare audebo jugalem; ; -d3 

Quo modicum sociis magno contendit habenis 

Dulcis amicitia aeterno mihi foedere tecum, 

Et paribus semper redamandi legibus aequa. 

Hoc nostra e cervice jugum non saeva resolvit 

Fabula, non terris absentia longa diremit, 45 

Nec perimet, toto licet abstrahar orbe vel aevo. 

Numquam animo divisus agam : prius ipsa recedet 

Corpore vita meo, quam vester pectore vultus. 

Ego te per omne quod datum mortalibus, 

Et destinatum saeculum est, £Q 

Ciaudente donec continebor corpore, 

Discernar orbe quolibet, 
Nec ore longe, nec remotum lumine 

Tenebo fibris insitum, 
Yidebo corde, mente complectar pia 55 

Ubique praesentem mihi. 

Veneziano si chiama parruzza. Altri spiegano upupa, gufo ecc. „ II nc>- 
stro P. usa qui la stessa antitesi d'un pastore presso Teocrito ( Idil. v;: 

Oj ©sjatrov, Akxwv, ttot cwdova xtccas 1 spicclsv, 

Oj^ ETTOTZy.g Y.VXVOlGt. 
— compone, paragona, metti a paraggio. 

vv. 39-43. Sustineunt, potrebbero stare a ugual paraggio con te. — L'am- 
mirazione del discepolo verso il maestro in questo luogo e spintatroppo 
oltre; quantunque quel vix ne attenui 1'cspressione. — Sijungar...juga- 
Jem: Solo sotto il giogo dell'amore, io osero vantarmi tuo uguale. — 
Quo modicum ecc: Pel quale amore avviene, che la dolce amicizia, la 
quale a te mi lega indissolubilmente (aeterno foedere) ed e inalterabiie 
(aequa) nelle uguali leggi del riamare, congiunge e pareggia (contendit) 
in comune vincolo, con uno stesso vincolo (sociis Jiabenis) il piccolo ai 
grande. 

vv. 44 e 45. e cervice, dal mio collo. — saeva... fabula, la perversa men- 
zogna, la calunnia dei maligni. — *erris absentia longn, la lunga assenza 
e la iuntananza. 

rr. 17 e 48. Kumquam... agan\: Ncn sara mai che io viva l'animo lon- 
tano da te. — prius ecc. : Pria aweria che io muoia, che la tua imma- 
gine, la tua memoria si spenga, si dilegui nell'animo mio. 

rr. 19-55. Vorsi giambici trimetri e dimetri. Vedi sopra I nel.la nota 
tA rr. 19 e 20. — de&tinatum, stabilito. determinato. La durata della no- 
Btra vita e tanta e nonpiu: Oonstituisti terminos ejus, qui praeteriri non 
poterunt (Job xiv, 5). — saeculum, eta, tempo della vita. — Claudente, che 
jui circonda. m'imprigiona. — Discernar... quolibet: Qualunque luogo ne 
scpari, ne divida. — nec ore longe... lumine: ti avro sempre sulle labbra, 
sempre innanzi agli occhi. — fibi-is, traslato, pcr visceri, cuore, coma 
in Persio (i, 47): neque enim conieafibra est.~- mente... i>i<< : ti fcerro stretto 
affettuosamente nelFanimo. 



S. PAOLINO DI NOLA 85 

Et, quum solutus corporali carcere, 

Tcrraque provolavero, 
Quo me locarit axe communis pater, 

Illic quoque te animo geram. CO 

Iseque finis idem, qui meo me corpore 

Et amore laxabit tui. 

quippe, lapsis quae superstes artubus 

De stirpe durat coeliti ; 
Sensus necesse est simul et affectus suos 65 

Teneat aeque ut vitam suam; 
Et ut mori, sic oblivisci non capit, 

Perenne vivax et mernor. 

III. 
Paraphrasis psalmi CXXXVI. 

Sodimus ignotos dirae Babylonis ad amnes 

rr. 57-59. solutus. Sottint. fuero. — corporali carcere. Anche prosso gli 
nutori pagani trovasi denominato il corpo come carcere dell'anima. Lu- 
cano (vi, 797): invisa claustra carceris antiqui. E Cicerone (Somn. Scip. 3): 
rporum vinculis tamquam e carcere erolare. — Terraque. Sottint. e, 
e.c. — axe. Grli antichi chiainavano con tal nome (axis) il diametro po- 
laro, e talora i pol: stessi,"sia della terra come del cielo: oncle spesso lo 
ciolo, e qualunque parte o regione dol ciclo. Per es. e in Ovidio 
(Trist. -x, 758): in terras supero demissus ab axe. 

w. 01 e 62. finis, tormine dolla vita, morte, come in Tacito (Hist. i, 37): 
Septem a Neronis fine menses sunt. — amore tui, dall'amore che ho per te^ 
Ison dice amore tuo, perclie vi p itrebb'essere ambiguita, e significare - 
dail amor tuo verso di me. Cosi abbiamo in Cicorone : Me impulit tuica- 
rAtas, e non tua caritas. E questo, perebe i gonitivi dei pronomi perso- 
nali hanno senso passivo: e solo quanlo non v'e pericolo d'ambignita, 
possono*invece adoporarsi i po s, tmts ecc, segnatamente con 

amor, gratia, odium, e simili, come in Teronzio: Non odio idfeci tuo, per 
odio iui. 

vv. 63 : 68. Jfens, lo spirito, 1'anima. — lapsis... coeliti : la quale soprav- 
vive alla distruzione delle membra, in virtii della sua origine <• 
itle stirpe coeliti). — Sensus, sentimenti. — teneat, conservi. — Si noti il 
tribraco (teneal) al primo piede: lo spondeo al secondo. — non capit, cioe: 
non est capax, nun puo, non soffre. — Perenne, avv. invoce di perenniter. 
— * Ecco, cosi rOzanam, degli accenti, che Ausonio, con tutto il suo in- 
gegno e con tutta la sua erudizione. non seppe trovar mai. Lasua poe« 
sia k artinziosa, poesia di decadenza, che sfoggia in acrostici, bis 
spiritosi, sottigliezze d'ogni Borta. Non vi si rivela il segreto di quella 

i del cuoro, di cui s. Paolino fa sgorgar la sorgente,s< 
di*gran lunga il suo maestro. „ Vedi La Civilisa.tion du cinquiem 
legon. 

r. 1. ianolos. V. in b mso di longinquos, stranieri, come in Tibullo 
9. — Baby7onis, Babilonia, antl 
Elbrei furon odo- 

nosor. — amne8. " L'£ufrate, c>>i il Martini, che passava i> 1 



10 



80 S. PAOLIXO DT ffOUI 

Captivij Judaea mauus, iniserabile flen 
Quiun patrium memori traheremus pectore Sion, 
Et meritum justa suspiraremus ab ira 
Exilium, lentis qua consita ripa salictis. 
Hospitibus populis umbras praebebat amicas. 
lliic Assyriae mediis in moenibus urbis, 
Obliti laetas per moesta silentia voces, 
De salicum ramis suspendimus organa nostra. 

Namque dabat nobis durum gravis ira dolorem 
Quod solita in sancto depromi eantica templo, 
Haec ad delicias sibi nos cantare jubebat 
Impius ille, domo qui nos abduxerat, hostis. 

della citta di Babilonia, si divideva nelle sue vicinanze in piu rarni, e 
questi forse sono i fiumi di Ba*>ilonia. Che se pel nome di Babilonia s'in- 
tenda tutta la provincia di tal nome, i suoi fiumi sono 1'Eufrate, iL Tigri, 
1'Euleo ecc. Alle rive adunque dei fiumi si adunsvano gli esuli Israe- 
e meditando sopra 1'iiifeliee sorte della lor patria, 
rano il loro dolore col piauge: - 

: _ i popol di Giuda, noi altri Giudei. — miserabile, 
:ome in Virgilio (Aen. xn, 338): miserabxle caes 

v. 3. memori— pectore, nella, con la memoria. Cosi anche Orazi : 
lif ^. vrt cuncta. — traheremus. Espressione 

bellissima ed energica assai. L'esiliato trascina in certo modo coi: 

ia della sua patria nella terra straniera. — Sion. Monte della Pa- 
ta, sul quale era fabbricata G-erusalemme. Qui la stessa citta. 

^Io sul raeritato e - 
li meritato per le lcro colpe ed infedelta dalla mano punitrice di 
X>j . _ :lop?rato cosi an- 

che da Cicerone « amore ae l 

/entU/ . : perata ellitticameute, e devesi percio a 

non isfigurare ii - - ipplire all'ellissi con ] 

he le ha omesse o per proprieta di 
lingi; - - " ■'■-' T' a - ■ popuJis: la dove 

la ripa piantata s > salci e di ospitali pioppi ci osf- 

friva ecc. L i e iudica stato in 

luogo. Gli esempi ne abbondano presso i migliori scrittori antichi. — 

-arebbe un piccolo 
Le di virgulto, di cui bi fanno vinchi. 

tra le mura. — voces, ranti, suoni, ae 
musicali. Saverio Bfattei 

DelTEufraie Bul barbaro lido, 

Rimembrando Vam 

ial pianto D 
.. il canto : di lagrime amare 
- 1'affanno I 
Ad un aaJ - to, 

La mia cetra qui ; 
«■-. tlft-19 If 7 -r<?m: Imp^rocche era per noi una gTacde fnr?j- 

111 crudeh - depr omi cantica, i canti.. 

ra risonare il sacro tempio. Nel senso proprio ii - 



S. PAOLINO DI TOf.A 
Ergone divinas laudes, et carraina castis 
Apta choris, inter sacra barbara, foedaque b 15 

Inter el accensas fun 

Heu ! male de aostro laetis raoerore canemn 
Deque pio ritu luxura faciemus iniquum, 
Mystica ad hostiiem modulantes cantica ludum? 
Quo miseri nunc ore sacros cantabimus hym 20 

i loco Babylon poscit sibi canticaSion? 
Sed Domini carmen tellus aliena mereri 
Non capit, indig ra vox avertitur au 

Si tamen, ut captis, dominus violentior instas, 
Et si tantus amor Sion pia noscere vobis 25 

Cantica, si pergis me cog tua fari, 

Et divina tibi quaenam sint cantica Sion, 
Accipe quid captae Deus ultor spondeat urbi. 
Ne longum speres isto gaudere triumpho, 
Impie, quo sacrum prodi tibi praecjlpis hymnum. 30 

Ecce quis est hymnus Domini, quae cantica Sion: 
ot Si fuero oblitus mea moenia, te, mea cura, 

mere verba, 
V, 66). Qui rinf. lita. — adde 

sibi, per Bno piacere. — vale patria, n 

in Livio fvn, 19) : vi\ 

14-17. cdrmin i choris: cauti fatti pei i sacri cori. ( 

e qni per pius, lacer. — 9acra barbai - icrifizii. — foedaque, or- 

ribili. — male de n 
duolo. Male sta pi ba al t>. 177. 

vv. 18-20. Veque pio... • re un pio rito ad un'em- 

pia festa, a iniquo trip ncbe in Vir- 

#ilio [Aen. iv. 193) — ad hostil m ludum. Lo stesso che xd hosi 
per dar piacere, divertimento ad un m mico? — <^"> ore, con qnal fi 

u indica qnella presenza d'animo per cni non cangiasi colore, ne 
si timore o vergogna. — mizeri, noi niiseri, infelici che noi siamo. 
vv. 22 i non e degno d'in- 

tendere. — avertitur. Qsato a inaniera di deponente, come in Virgilio 
{Georg. m, 499 chifo, ha in fastidio, abborre. 

tntinni a pin volentarci, quai 
schiavi, con le tne istanze. — Ei si tantut se hai tanta hrama 

Cosi in Virgilio (Aen. n r 10) : 

— non tua, che non sorio per te. — Et divina. ( <wr. : etf* 
e indeclinabile : di Sion. — A<<iije, odi, come in Ovid 

upplicis aure preces. — ca 
dagU Assiri 
v. 29. some in VirgHio ( : 

>H'inf 
d d fntnro. 

. amor mio, oggetto deiramoi 
: dimentichi 
yjre- 



88 S. PAOLINO Di NOLA 

Urbs Hierusalem, fiat rnea non memor unquam 

Dextra mei; mea lingua meis et adhaereat arens 

Faucibus, aeterno nisi te compleetar amore, 35 

Et nisi. principio promissi in saecula regni, 

Laetitiaeque meae primo reminiscar in anno 

Te cunctis, Hierusalem, praeponere terris. 

Esto memor tum prolis Edom, ut versa vice nostrum 

Adspiciat confusa diem, quo plebs tua claram 40 

Moenibus aetemis Hierusalem habitabit, 

Cui nunc gens obliia tui crudele minatur 

Excidium, dicens: Invisam funditus urbem 

Diruite, et vacuate manu> vestigia donec 

Nulla relinquantur, muris ad inane redactis. 45 

Infelix miserae Bab}*lonis filia! Feiix 

Qui tibi pro nobis in nos tua gesta rependet, 

Nec minus iile beatus erit, qui parva tenebit 

Et simul elidet solidae tua pignora petrae! 

Si cupis exstincta Babyionis stirpe beari, 50 

In te ipso primis- gliscentia crimina fiammis 
Frange fide : jam propter adest petra Christus*; in ipso 
Vipeream sobolem validis elide lacertis. 
Nam Babylon nomen Confusio: filia cujus 

vv. 39 e 40. Esto. Sottint. Domine. — prolie Edom, discendenti di Edom, 
Idumei. Edom, soprannonie dato ad Esau, dalFebraico adom (rosso, ru- 
bicondo). II salmista si volge contro gFIdumei, perche non ostante che 
fossero fratelli degFTsraeliti, si erano uniti all ? esercito di Nabueodo- 
nosor, e avevano istigato i Oaldei a distruggere G-erusalemrne. — versa 
vice, alla sua voHa* mutati i tempi. — plebs tua, il popol tuo, il popolo 
da te eletto. 

v. 44. manu, con violenza, colla forza delie armi, come nel manu capere 
urbes di Sallustio [Jug t 5). — vestigia, traccia, indizio. Cosi anche in Li- 
vioin senso analogo (xxvm, 20). vestigia quoque urbis cxiingncre. 

vv. 40 e 47. Babylonis filia, figli di Babilonia, discendenti di Babilonia, 
Babilouesi. II medesimo s. Paoiino usa altrove filia nello stesso senso 
{Cdrm. 24, 305): Mdssilia Orajumfilia, cioe cujusfilii a Grajis oriundi. Ora- 
zio in senso traslato {Od. l, 14, 11): Silvaefilia nobilis. — Felix... rependet: 
Beato colui che fara a te quello che tu hai fatto a noi. 

vv. 48 e 49. tenebit, 6'impadronira, dara di piglio. — pignora, i figli. Per- 
cb.e pegno e vincolo dell'amore e della fede coniugale sono i iigli. La 
minaccia e la profezia s'avverarono. Babilonia fu grandemente umiliata 
ria Ciro,-e non ebbe di poi se non isciagure e disastri fino alFultirua sua 
clistruzione. 

vv. 50-53. Oomincia qui la spiegazione simbolica del salmo. — beari, 
esser salvo, felice. — glisceniia. Proprio dclle cose che crescono occul- 
tamente, ed internamente. — flatnmis, fiamma, ardore di passione. — - 
propter. Lo stesso ehe prope. Adoperata senza caso, come in Fedro (II, 
G). — validis... lacertis. con tutta la forza dellc tuo braccia. 

vv. 54 50. Ikibylon nomm. Sottint. est. Babilonia, guardata la sua etimo* 



S. PAOLINO DI NOLA o9 

Est caro peccati3 mater; quae turba saluti 55 

Noxia, corporeis ducit mala semina fibris. 
rlaec vincenda tibi, si vis evincere rnortem. 
Tvamque tuis tales inclusos ossibus hostes, 
Si permittaniur crescendo assumere vires, 
Difficili vinces luctamine: praeripe parvos CO 

Dum rudis ex utero cordis per pectora capta 
Reptat adhuc teneris vitiorum infantia membris. 
Quae nisi praecaveas, aucta virtute necctbit 

ordem vitiis animam terrena propatro. 
IS'e parcas igitur talem mactare catervam ; G5 

tibi crimen erit nocituram perJere gentem, 
Ultricemque malo perfundere sanguine petram ; 
Gaudet enira justus, si concidat impia proles. 
Nam magis atque magis pius ista caede piatur,, 
Si perimat peccata suis dominantia membris, 70 

Et fracta in Christo vitiorum plebe triumphet. 

logia, signifiea senso, concapiscenza , desiderio disordinato , confusione. — 
jteccat-is. Anche in Ovidio tnater e col clativo, inveco del genitivo (Met. 
XI, 222). — corporeis..., introcluce, pianta il mal seme nelle, ecc. 

"S-G2. Namque ecc. i nque vinces talcs... difficili luctamine..», 

si permittantur assumere... — rudis, rozza, inesperta. — ex ulero cordis, 
dairinterno del cuere. — reptat tmeris... membris, muovcsi, aggirasi con 
le tenere sue membra. In questi versi il P paragona i vizii ai bambini, 
e dice necessario schiacciarH contro la pietra angolare delia Chiesa, 
mentre le loro membra sono ancora delicate, e formate appena. 

vc. 63 e 64. >■'>>, cresciute, sviluppate le sue forze. — propayo, 

traslato, pcr generazione. 

vv. 65-G7. Ne parcas, non ti ristare, non tralasciare. — maetare- sacrifi- 
care, animazzare. — cateroam. La caterva era propriamente il nome 
della legione dei Galli, e di alcuni altri anticHi popoli.*Per traslato ado- 
prossi a significare-qualunque moltitudine di gente; e qui la moltitudina 
dei vizii. — nocituram, che vuol nuocerti. — malo, impuro. 

v. 69. piatur, si purifica. Qucsto verbo e in tal senso presso Silvio Ita- 
lico (iv, 821 1: Di patrii, quorum delubra piantur cdedibus. 

v. 71. L't fracta...: e se trionfi delia plebe dei vizii, infraugendoli in 
Criaio. 



90 S. PAOLINO DI XOf.A 

IV. 

Carmen in ethnicos. 

Discussi, fateor, sectas, Antonius, omnes, 
Plurima quaesivi, per singula quaeque cucurri ; 
Sed nihil inveni melius quam credere Christo. 
Haec ego disposui leni conscribere versu; 
Et ne displiceat, quod talia carmina pando, £ 

David ipse chelym modulata voce rogavit, 
Quo nos exemplo pro magnis parva canemus, 
Dicentes quae sunt fugienda, sequenda, colenda, 
Cum tamen in cunctis et res, et causa probetur. 

Judaicum primo populum nec gratia movit 10 

Mira Dei; nam tum Pharaoni ereptus iniquo, 
Et mare transgressus pedibus, lucente columna 
Cum duce, qui mersos infestos vidit equestres, 
Et cui desertis nihilum quoque defuit agris, 
Manna cui e coelo, cui fons de rupe cucurrit, 15 

Post haec ipse Deum praestantem tanta negavit, 
Dumque aliud- numen dementi pectore quaerit, 
Ignibus incensis quod misit perdidit aurum. 

IV. In questo carme s. Paolino ha molta erudizione e la solita sna 
vena eloquentissima. E' si propone di niostrare a un suo amieo quanto 
1'opera di Dio sia superiore a quella deH'uomo, la religione cristiana al 
paganesimo, e con quanta buona ragione percio tengasi egli stretto aila 
Fede, e si professi cristiano A tal fine cennata in primo 1'ingratitudine 
degli Ebrei agl'innumerevoli prodigiosi beneficii del vero Dio, si fa ad 
esporre 1'idolatrica superstizione, la cecita, le contraddizioni dei pagani 
ne' loro idoli, ne' loro filosofi. ne' loro dei, in maniera che senza confu- 
tare te ne fa scorgere e compiangere tutta la deformita ed il rJLdicoln. 
Si eleva in ultimo a parlare dell'opera divina nella creazione e nella 
redenzione operate dal Verbo di Dio. in cui solo e verita e salute. A 
questo carme pare alluda S. Agostino in una lettera al nostro P., nella 
quale sono fra le altre le seguenti parole: u Adversus paganos te scri- 
bere didici 'ex fratribus. Si quid de t\io pectore meremur, iudifferenter 
mitte, ut legamus; nam pectus tuum tale Domini oraculum est, ut ex 
eo nobis tam placita et adversas loquacissimas quaestiones explicatis- 
sima dari responsa praesumamus. „ 

v. 1. Antonitts. II nominativo invece del vocativo, come in Orazio (Od. 
i, 2, 43) e in altri antichi, i cui esempii raccolse il Vossio (De artegram* 
mat. t lib. iv, cap. 5). Clii sia poi quesfAntonio, a cui il P. intitola il suo 
carme, non si sa con certezza Sembra pero fuori dubbio fosse cxistiano, 
lierche nel v. G gli porta in esempio Davidde. 

v. C. chelym modulata... modulando la voce ricerco la lira. ricerco la 
lira col canto. 

v. 18. If/nwitf.. Intendi il vitello d'oro di getto, che fu fatto da Aronne 
con l'oro degli Ebrei, mentre che Mose tardava a sccudere dal Sinai. 



S. PAOLINO DI v f.\ 01 

Par quoque paganus lapides, quos sculpsil adorat, 
Et facit ipse sibi quod debeat ipse timere. ~U 

Tum simulacra colit, quae sic ex aere figurat ; 
Ut, quando libitum est, mittat conficta monetae, 
Aut magis in species convertal saepe pudendas. 
Hinc miseras mactat pecudes; mentesque Deorum, 
Quos putat irasci, calido in pulmone requirit, 25 

Atque hominis vitam pecoris de morte precatur. 
Quid petit ignosci veniam, qui Banguine poscit? 
Illud enim quale est? quam stultum, quamve notandum? 
Cum Deus omnipotens hominem formaverit olim, 
Audet homo formare Deum. Ise crimina desint, 30 

Hunc etiam vendit dominus, sibi comparat emptor. 

Philosophos credam quicquam rationis habere, 
Qui ratione carent, quibus est sapientia vana ? 
Sunt Cynici canibus similes, quod nomine prodttnt. 

vv. 21-23. Tertulliano rinfacciava ai pagani lo stesso [Apolog. cap. 13): 
• Domesticos Deos, quos Larcs dicitis, doruestica potestate tractatis pi- 
gnerando, demutando aliquando iu cacabulum de Satnrno, aliquando in 
trullam deMinerva, at.quisque contritus atque contusus est, dumdiuco- 
litum ut quisque dominua saru tiorem expertus est domestica aecessitate. 
Publicos aeque publico jurc foedatis, quos in hastario vectigales h ; 
Si Capitolium, si olitorium forum petatur, sub eadem voce prae 
snb eadem hasta, sub eadem annotatione quaestoris divinitas addicta 
conducitur.. ■/... mom tae, da gettare nella zecca, da farne mo- 

neta. II mitiere cosi costruitoein Valerio Flacco nh.e ba miti 
nel fuoco. — in species pudendas. Accenna modestamente al 
sopra nominato da Tertulliano, cioe al vaso delle immondezze. 

vv. 24 e 25 mentesque... requirit. T. pagani rkercavano la volonta degli 
dei ne' visceri degli animali. Ovidio (Met. v): 

Fibra quoque aegra notas veri, monitusque deorum 

Prodiderat. 

v. 27. Quid petit. I sacrifizii degli animali non valgono nulla por se. Se 
nell'antica Legge erano permessi, anzi comandati da Dio, cio era perche 
aveano un senso figurativc rispetto al sacrilizio di Gesu Cristo sulla 
croce. 

v. 31. etiam vendit Anchc qui fanno a proposito le parole che abbiam 
sopra riportate di Tertulliano. Lucio Firmico (Deerr. prof. relig., czp. 16,: 
u vendebatur Dcus, ut prodesset emtori, et emtor suppliciter adorabat 
quicquid paulo ante viderat subhastatum. „ 

vv. 32 e 33. FhU . Sulla nlosofia dei pagani scr 

temente s. Eucherio (1 traenet. adJTalerian.) , di cui pia U leg- 

gere qui il seguenl - Brevi tibi liquebit quanto haec nostra, 

id est pietatia veritatisque praecepta, illis philosophorum praei 
praeferri debeantMn illis namque < orum pracceptis vel adumbrata vir- 

■1 falsa sapientia, in his vero consumruata justitia, solida v i 
continetur. Qnde licet dicere philosophiae alios nomen usurpassi 
vitam. Etenim qualia possunt ab his dari praecepta viv< ndi? Causam 
liesciunt, ecc. „ 

e canini, anrq toO xvvof. Furono 



92 S. PAOLINO DI NOLA 

Sunt et sectantes incerti dogma Platonis, 35 

Quos animae quaesita diu substantia turbat, 
Tractantes semper, nec definire valentes ; 
Unde Platonis amant de anima describere librum, 
Qui praeter titulum nil certi continet intus. 
Sunt etiam Physici naturae nomine dicti, 40 

Quos antiqua juvat, rudis atque incondita vita. 
Namque unus, baculum quondam et vas fictile portans, 
Utile quod solum solumque putarat habendum, 
Illud ut auxilii atque hoc esset causa bibendi, 
Cum stare agricolam, manibusque haurire supinis 45 

Potandas vidisset aquas, vas fictile fregit, 
Quo procul abjecto removenda superflua dixit. 
Rusticus hunc docuit quod spernere posset et istud. 
Hi neque vina bibuut, nec victu panis aluntur, 

spregio, certi filosofi mordaci e sfacciati come i caui. Inventore e capo 
della setta cinica fuAntistene. 

v. 35. Sunt et sectantes ecc. I Seguaci di Platone si chiamaron da prima 
Accademici, di poi Platonici. S. Agost. (De Civ. Dei, cap. 12, lib. viii):/ Cum 
Speusippus sororis Platonis filius, et Xenocrates in scholam ejus, quae 
Academia vocabatur, eidem successissent, ob hoc et ipsi et eorum suc- 
cessores Academici appellabantur. Recentiores tamen philosophi nobi- 
lissimi, quibus Plato sectandus placuit, noluerunt se dici Peripateticos, 
aut Academicos, sed Platonicos. „ — incerti. Per le incertezze cheabbon- 
dano nelle sue dottrine riguardo alla natura ed ai destini dell'anima. 
Prudenzio (Apcth.): 

Gonsule barbati deliramenta Platoms, 

Consule et hircosos Cynicos 

vv. 38 e 39. II libro di Platone intorno alla immortalita dell'anima e, in 
quanto opera di un filosofo pagano , pregevolissimo, e fu sempre te- 
nuto in gran conto anche dai filosofi cristiani. Ma molti errori e dubbn 
ed incertezze vi sono; e,paragonato con i pi-incipii dellafede e della fi- 
losona cristiana, ben a ragione si puo dire di un tal libro: nil certi con- 
tinet intus. Teodoreto, scrittore eruditissimo, dice che Platone non riu- 
sci a persuadere di questa sua dottrina suirimmortalita dell'amma nep- 
pure Aristotile, suo discepolo. 

v. 40. Fhysici. Filosofi che scrissero intorno alla natura delle cose, ap- 
pella.ti fisici, cioe naturali, da yucc?", natura. 

c. 42 Namque unus. Cioe unns ex istis. II P. parla di Diogene. Ma que- 
sti, piu che filosofo fisico, fu cinico. E vero che gli antichi coltivavano ia 
filosofia sotto i tre aspetti logico,fisico e morale, e quindi Diogene cmico 
non avrebbe cessuto (Vessere anche fisico; ma e pur vero che i Cmici n- 
gettando la filosona naturale, alla sola etica studiavano. Cosi ll Laerzio 
nel Menedemo. Pare dunque che quel che il P. dice di Diogene e dei fi- 
losofi fisici, piuttosto ai Cinici riferir~si debba. 

v. 4S. liusticus. Secondo il Laerzio. nella vita ch'egli ha scritto di Dio- 
geno, sarebbe stato un fanciullo e •iion gia un villano, che die la lezione 
a Dio^ene. Ma contro di lui stanno tutti gli altri che hanno scritto di 
Diogene, specialmnente Seneca (hp. 90) e s. Girolamo (Lib. n, advers. 
Jovinian.). ..„...., r 

r. 49. Hi neque ecc. Tanto cspressamente attesta dei Cimci ll Laerzio 
LQlla vita di Menedeino cinico, e quasi lo stosso di Diog<;iie. 



S. PAOLINO Dl SOLA 93 

Nec lecto recubant, &ec frigora vestibus arcent, 50 

Ingratique Deo, quod praestitit ille, recusant. 

Quid dicam diversa sacra? Kt dis atque deabus 
Condita templa loquar? Quae sint Capitolia ? Primum 
His deus est, uxorque dei est, ipsamque sororem 
'Esse volunt, quam Virgilius notat auctor eorum nc 

Dicendo: Et soror et conjux. Plus de Jove fertur... 
Nunc serpens, nunc taurus erat, nunc cignus et arb 
Seque immutando, qualis fuit indicat ipse ; 
Plus aliena sibi quam propria forma placebat... 

Quid dicit turba colentum? 60 

Aut neget esse Jovem, aut fateatur dedecus istud. 
Nomen habet certe, quod nec ratione probetur. 

v. 50. Xec lecto recubant E celebre tuttora la bottc di Diogene il Cinico, 
dove questo.filosofo di giorno e di notte riposava. E altri Cinicine se- 
guiron 1' esempio. II Cresol cosi dice di loro: * Inanissimae gloriae 
cau.sa Cynici dormiebant in herbaceis toris, aut nuda hurno, ut ea vitae 
duritate et fucata patientia omnium in se ocnlos converterent. „ E Marziale 
dice d'un Cinico [Epigf. 52), che dormiva sdraiato sul suo mantello. — 
nec frigora. I Cinici non indossavano che il semplice mantello. Onde 
B. Cipriano vitupera in essi exerti ac aeminudi pectoris invet 
ctantiam. Vcggasi Agost. de Civ. 3 lib. xiv, ct\>. 20. 

v. 51. Ingratique Deo. Giustamentc, perche tanti incomodi corporali da 
6881 sostenuti erano non per ispirito di sapienza, ma di superbia e va- 
nagloria. Si sa quel che a Diogene, che calcava il fa.^to di Platone, que- 
Btiriepose: Atfastualio. . 

r. 56. Et soror ei eonjux. Eneide, hh. i. Vedi S. AgOSt. T)e Civ. lib. IV, 
cap. 10. 

v. 57. Xunc serpens ecc. Un poeta greco scrisse su tale faccenda di 
Giove i due seguenti versi: 

Z:J 3 - XUXVQ£, T«0po£, erecTupoff, yjjjih; 0£ eJ3WT« 

\r/rr,; y Evp&J7n}$ , J Avrio-yjr, A«v«n£. 
S. Gregorio Nazianzeno deride anch'esso quoste metamorfosi di Giove, 
nella prima Oraz. contro Giuliano: T« 7r«VT« ytV£T«£ 5t u<7i/'/ii.y:j 
X«C «x«0«pai«v 6 Zzjc. E lo stesso fecero Arnobio, Lattanzio, Cle- 
mentc ed altri Padri della*Chiesa. E scopo delle loro derisioni altro non 
cra se non che i pagani allora vivcnti si vergognassero delle turpitudini 
dc'loro dei, abbandonassero 1'idolatria, e si rendessero al culto del 
vero Dio. Nel qual senso appunto 1'Apostolo S. Paolo ('>>l Bom. 
cspone i vcrgognosi errori dei filosofi gentili. 

r. Gl. Ant neget... Lattanzio dopo d'aver ricordato il ratto di Ganiinede, 
tfoggiunge: " Haec qui fecit vidcrimus an maximus, certe optimus non 
cst. „ 

2. Xomen hahet. Essendc Giove un malfattore, certamente n 
fonvicne, dice il P., il nome Giove. Lattanzio [Div. InsU lib. i, 
ta Jovem Junonemque ajuyando esse dictos Cicero interpretatur, et Ju- 
piter quasi juvans pater dicitur: quod nomen in Deum minime cocgruit, 
miia juvare hominis est opia aliquid oonferentis m eum q i 
et cxigui beneficii. - Quindi passa a dimostrare come nun conveng 
atv uouic ai re degli dei. 



91 S. PAOLINO DI NOLA 

Sacra Jovi faciunt, et Jupiter Optime dicunt, 
Huncque rogant, et Jane Pater primo ordine ponunt. 
Rex fuit hic Janus, proprio qui nomine fecit fi5 

Janiculum, prudens homo; qui, cum rnulta futura 
Posset respicere, hunc duplici pinxere iigura, 
Et Janum geminum veteres dixere latini. 
Hic quia navigio Ausonias advenit ad oras, 
iSummus huic primuin tali est excusus honore, 70 

Ut pars una caput, pars scalperet altera navem. 
Cujus nunc memores quaecumque nomismala signant, 
Ex veteri facto capita haec et navia dicunt. 



v. 63. Jupiter Optime. Plinio (Pawg.): " Parens hoininurn deorumque 
Optirni prius, deinde Maximi nomine colitur. - Fanno qui a proposita 
anche le seguenti parole di Lattanzio (Inst. Dic. lib. i, cdp. 10): u Quid 
horum oinniuin pater Jupiter, qui in solemni precatione Optimus et Ma- 
ximus nominatur ?... Haec qui fecit, viderimus an maximus, certe opti- 
mus non est. „ 

v. 64. Jane. Gli antichi pagani davan principio alle loro preghiere agli 
dei da Giano. Marziale (lib. x, epigr. 28): parlando di questo nume: 
Annorum, nitidique sator pulcherrime mundi, 
Publica quem primum vota precesque canunt. 

vv. 05-68. proprio... nomine fecit Janiculum. Virgilio (Aen.vill); 

Hanc Janus pater, hanc Saturnus condidit arcem, 
Janiculum huic, illi fuerat Saturnia nomen. 

— duplici., . figura. Giano, secondo 1'opinione di alcuni, era vappresentato 
bifronte, perche vedea il passato e il futuro. Altri pero, fra i quali Ovi- 
dio nel lib. 1° dei Fasti, hanno altre ragioni. II primo a rappresentare 
Giano bifronte fu Numa. Plinio Uib. xxxiv, 7): Janus Geminus a Kuma 
rege dicatus. 

vv. 70 e 71. Nummus ecc. Tutti gli antiehi scrittori che han parlato di 
questa medaglia coniata in onore di Giano, eonvengono che sia esistita. 
Per es. Plinio (xxxin,2): u Nota aeris fuit ex altera parte Janus Geminus, 
ex altera rbstrum navis. n Ma non tutti convengono intorno allorigine 
della meddsima. Plutarco serive: u Per qiial ragione haquesta rneda- 
glia da una parte scolpita l'immagine di Giano Bifronte, dalTaltra una 
prora o una poppa? Lo e forse, giusta ia volgare opinione,*ad onore di 
Saturno condotto in Italia sur uiia nave ? T II quale Plutareo non ap- 
provaquesta ragione S. Paolino attribuisce cotesta venuta in Italia non 
a Saturno ma a Giano. II certo e che tale medaglia fu, come dice Ate- 
neo, in uso non solo in Italia, ma in molto citta della Grecia. 

v. 72. nomismata. Questo vocabolo fu scr-tto dagli antichi in due modi: 
numisma e nomisma. II secondo pare piu consono all'ortogrona greca, 

v. 73. capita... et navia dicunt: Dicono capo e nave. Specio di giuoco 
o gli antichi, simile a quello che chiamasi in Italia testa e croce, e 
inTrancia croix ou />i(e. Aurelio Vittore (De Orig.gent. Rom.): " Istum 
eriam usum signandi aoris, ac monetae in formam incutiendae, Janus 
ostendisse traditur, in qua ab una parte caput ejus imprimeretur, al- 
tera navis, qua vectus ille erat. (E qui h chiaro, corne questo autore con* 
venga col nostro l J . Iniorno ulla venuta tei titafto). CTZfde afsatores, posito 



S. PAOLINO DT NOLA 95 

De Jove quid sperant, qui est a rege secundus, 
Quique sacrificiis apponitur ore precantum?... 75 

mens caeca virum ! De sacris semper eorum 
Scena movet risus, noc ab hoc errore recedunt. 

Saturnum perhibent Jovis esse patrem, huncque vorasso 
N - ante suos, et mox e ventre nefandas 
Evomuisse dapes, sed postea conjugis arte < s 

Pro Jove suppositum mersisse in viscera saxum ; 
Quod nisi fecisset, consumptus Jupiter esset. 
Huncque Cbronon dicunt, ficteque Chronon, quia tempus 
Quae creat absumit, rursusque absumpta remittit. 
Cur tamen oblique nomen pro tempore fingunt? £5 

Hunc etiam, quod saepe sibi de prole timebat, 
Ab Jove dejectum coelo latuisse per agros 



nummo opertoquc, optionem conlusoribus ponunt enuntiandl quid pn- 
tent subesse, caput aut navem, quod nunc vulgo corrumpentes naviandi 
%) dicunt. „ E Macrobio (Satur. lib. i,cap. 7): " Aes ita fuisse signa- 
tum hodieque intelligitur in aleae lusu, cum pueri denarios in sublime 
jaetautes, capita aut naviam, lusu teste vetustatis, exclamant. - 

. Perche prima di lui regno Saturno, suo padre, 
sotto il cui impero fiori l'eta delPoro, tanto celebrata dai poeti pagani. 
Lattanzio [Div. Inst.lib. l eap. 1): ~ Video alium Deum regem fuisse pri- 
mis temporibus, alium consequentibus. Potest ergo fieri ut alius sit po- 
stea futurus. At qui divinum imperium aut semper immutabile est: aut 
si est mutabile, quod tieri non potest, semper utique mutabile est. „ 

v. 75. Quique... apponitur. Ripete qui cio che sopra ha accennato. che, 
eioe, le preghierc e i sacrificii dei pagani cominciavano con 1'invoca- 

zione a Giano e non a Giuve ch'era tenuto pel piu gran nume e per il 
re di tutti gli altri dei. 

v. 77. - et... Kloquentemente L. Firmico (De err.prof, relig.; 

cap. 13): " facinorosae cupiditatis triste solatiuml O hominum de- 
flenda persuasio! Scenam de coelo i icistis, et errantes animos per abru- 
pta praecipitia crudeli calamitate duxistis. „ E piu innanzi:" Ad tbea- 
rrum potiue templa transferte, ut in scenis religionum istarum secreta 
tradantur; et ut nihil practermittat impietas, histrioi erdo- 

Vedi s. Agost. ep. v ad Marceilin. e DeCiv. lib.v\i t cap. 2G; Ter» 
tul. Apoloa., cap. 15. 

v. 8:3. Chronon. Saturno e chiamato Kpovog in greco ; di che pari 
ni dovesse scrivere in latino Cronos, non Chronos con Yh. Ma Becondo 
Dionigi d'Alicarnasso [lib. r, Antiq.), secondo Cicerone (De Nat. Deor.,lib. nj 
e altri autori, iGreci scrivcano anche Xpovof, in guauto che Saturno 
era il Dio del tempo. 

i verso pare traduca eh quel 

di Orfeo ncirinno a Saturno: 

?); f)'/-'/;'/; y.-.-j y.T.yrjiy.. v.y). v. ! 'jiz>: zy-yjrj KUTO^. 
Omnia qui prof t 



96 S. PAOLl^O DI NOLA 

Italiae, Latiumque ideo tunc esse vccatum. 

Magnus uterque Deus! Terris est abditus alter 

Alter non potuit terrarum scire latebras. 90 

Hinc latiare malum prisci statuere Quirites, 

Ut-mactatus homo nomen satiaret inane. 

Quae nox est animi? quae sunt improvida corda? 

Quod colitur nihil est, et sacra cruenta geruntur. 

Quid quod et Invictum spelaea sub atra recondunt, 95 
Quemque tegunt tenebris, audent hunc dicere solem ? 
Quis colat occulte lucem, sidusque supernum, 
Celet in infernis nisi rerum causa malarum ? 
Quid quod et Isiacum sistrumque, caputque caninum 
Non magis abscondunt, sed per loca publica ponunt? 100 

v. 88. Laliwmque... Virg. {Aen. vill): 

Latiumque vocari 
Maluit, his quoniam latuisset tutus in oris. 
Prudenzio nel suo Poema contro Simmaco (i, 42) fa cosi parlare Saturno: 
Sum Deus, advenio fugiens, praebete latebras, 
Occultate senem, nati feritate tyranni 
Dejectum solio. Placet hic fugitivus et exul 
TJt lateam ? Genti atque loco Latium dabo nomen. 
Vitibus incurvum, si qua est ea cura, putandis 
Procudam chalybem; nec non et moenia vestri 
Fluminis in ripa statuam Saturnia vobis. 
Vos nemus, appositasque meo sub honore sacrantes 
(Sum quianam coelo genitus) celebrabitis aras. 
v. 91. latiare malum. Era questo un crudelissimo sacrificio : s'immo- 
lava a Giove, sotto il titolo di Laziare, un uomo. Tertulliano (Apolog. 
cap. 9»: b Ecce in illa religiosissima Urbe Aeneadarum piorum est Ju« 
piter quidam, quem ludis suis humano proluunt sanguine. „ 

v. 95. Invictum. Soprannome dato dai Persiani al Sole. Lo chiamavano 
Mitra Inviito. Onde le iscrizioni riportate presso il Grutero ed il Reine- 
sio: Deo Invicto, Deo Invicto Mithrae, Soli Mithraa ecc. — spelaea. Parola 
bVorigine greca, per spelunca. Virg. [Ecl. 10) : 

Certum est in sylvis inter spelaea ferarum. 
A Mitra si facean sacrifizii e si rendeva culto nelle caverne, nell' o- 
scurita e nel silenzio. Coloro che s'addicevano a tal culto, prima d'esser 
ammessi veniano sottopo.sti a diversi e gradtiati supplizii, a provare la 
loro santita e imperturbabilita. 

vv. 97-100. Quis colat ecc. Scnso: Si adora il sole nelle tenebre. Per- 
che questo, se non ijer malvagio fine, per fare, cioe, occultamente il 
male? Altrimenti perche non adorare , anzi seppellire nelle tenebre 
piu fitte il capo canino di Anubi, a cui insieme con Iside si rende pub- 
blico culto in piena luce! — celet, sta per latet, come in Plauto [Bacch. 
uct. 3, scen. 2): Ut ut eris, moneo non celabis. Dove lo Scoliaste interpreta: 
non falles, non latebis. (.'lie se altri volesse sottinteso te in (luesto luogo 
di Pluuto, allora tu intendi sottint. se in quel di s. Paolino, e lcggi: 

Celet in infernis ni se horum causa malorum. 
— Isianim sisfrumque. Nellc feste d'Iside si percotevajio i si.stri (V. Au- 
Bonio p. 60, t\22) e si esponeva il capo canino di Anubi. Lucano (lib. vm); 

Semideosque canes, et sistra junentia luctum. 
Anubi cra dettu Cinocefalo per avere il capo di cane. S. Atanasio nel- 



S. PAOLINO DI NOLA 9V 

Nescio quid certe quaerunt, gaudentque repertum 
Rursus et amittunt, quod rursus quaerere possint. 
Quis ferat hoc sapiens, illos quasi ciaudere Solem, 

Hos proferre palam, propriorum monstra deorum ? 

Quid Serapis meruit, qui sic laeeratur ab i 105 

Per varios turpesque locos ? Hic denique semper 

Fit fera, fitque canis, fit turpe cadaver aselli, 

Nunc homo, nunc panis, nunc corpore languidus aegro. 

Talia dum faciunt, nihil hunc sentire fatentur. 

Quid loquar et Vestam, quam se negat ipse sacerdos 110 

Scire quid est? Imisque lamen penetralibus intus 

Semper inextinctus servari fmgitur ignis. 

Cur dea, non deus est ? Cur ignis femina fertur? 

Ista quidem mulier, sicut commendat Hyginus, 

Stamine prima novo vestem contexuit olim, 115 

Komine de proprio dictam, quam tradidit ipsa 

Vuicano, qui tunc illi monstrarat opertos 

1'orazione contro i Greci: itap ktyvTrTiotg Kuvoxs^aAo? Avouptc, 
E in Ovidio [Met. ix): 

Cuin qua latrator Auubis 
Bistraque craut, nurnquarnque satis quaesitus Osiris. 
v. 101. Kescio qilid ccc. A scliiarimento diamo le seguenti parole di 
Lucio Firmico (De err. prof. relig ., cap 2): " In adytis habent klolum 
Osiridi.s sepultum. Hoc annuis luctibns plangnnt, radunt capita, ut mi- 
Forandum casum sui regis turpitudine dehonestati defleant capitis, tnn- 
dunt pectus, lacerant lacertos, veterum vulnerum reserant cicatrices, 
n t annuis lnctibus in animis eorum funestae ac miserandae necis cxi- 
tium renascatur ecc. - E Minuzio: " Nec desinunt annis omnibus vel 
perdere quod inveniant, vel invenire quod perdant. Nonne ridiculum 
est, vel lugere quod colas, vel colere ouod lugeas? _ E il medesinio 
B. Paolino {Xatfd. xi, 117): 

Heu quo stultitiae merguntur gurgite mentes 
Lucc Dei vacuac ! Nam quid, rogo, caecins illis, 
Qui non ainissum quaerunt, nusquamque manentem 
Inveniunt? 
r. 103. Quid Serapis ecc. Qui s. Paolino parladi nou so qual festa di Se- 
i apide, Dio degli Egizii e specialmente degli Alessandrini, nelle quali 
si sarebbero fatte subire a questo Dio molte brutte trasformazioni. 

rv. 110 e 111. quam se negat... eeire quidest. Di Yesta correvano divcrse 
opinioni. Cbi intendea per essa la terra, cbi la dea tutelare delb 
cbi 1'etere, cbi il fuoco ecc. I Bacerdoti Btessi ignoravano quel ch'ella 
propriamente si fosse. 

r. 113. Cur ignis femina fertur. S. Agostino idv. Dei, lib. vr f eap. 10): 
■ Eamdem terram Cererem, camdem etiam Vestam volunt, cnm 
saepius Vestam non nisi iguem esse perliibeant. . Ovidio (Fast. \i): 

Nec tu aliud Vestam, quam vivam intellige flammam. 
Eppure avea gia detto: Vesta eadem est ei terra! 

v. lli. HygiHua. Liberto d'Augusto e amico di Ovidi - arii li« 

bri. de' quali e arrivato a noi il boIo libro delle Favoie* 

Carmina 7 



98 S. PAOLINO DI N0LA 

Custodire focos. Hic rursum munere laetus 
Obtulit hanc Soli. Nunc omnis credula turba 
Suspendunt Soli per Vulcanalia vestes ; 120 

Utque notent Venerem, tunc et portatur Adonis, 
Stercora tunc mittunt, ipsum pro stercore jactant. 
Omnia si quaeras, magis et ridenda videntur. 
Additur hic aliud ; Vestae quas virgines ajunt 
Quinquennes epulas audis portare draconi, 125 

Qui tamen aut non est, aut si est, diabolus ipse est, 
Humani generis contrarius ante suasor. 
Et venerantur eum, qui nunc in nomine Christi 
Et tremit, et pendet suaque omnia facta fatetur. 
Quae mens est hominutn, ut pro veris falsa loquanturv, 130 
Qui linquenda colunt, contraque colenda relinquunt ? 
Jam sat erit nobis vanos narrare timores. 

Haec ego cuncta prius, clarum curn lumen adeptus. 
Meque diu incerturn et tot tempestatibus actum 
Sancta salutari suscepit Eclesia portu, 13»> 

Postque vagos fiuctus tranquilla sede locavit, 

v. 120. Suspen&unt eec. Usayano gli antichi idolatri d'appendere e pei 
rami degli alberi e per le case le vesti in onore de' loro dei. Che usas- 
sero d*appenderle anche al sole, e in Erodoto, lib. u. E propriamente al 
sole sospendevano le coperte del letto, secondo ehe osserva il Cuper; 
nel qual senso vestis e anche in Orazio. 

v. 121. portatur Adonis. Verauo delle feste funebri, chiamatc Adonie, 
oolebrate dai Gentili in commemorazione della mortc di Adone, ucciso 
ita un cinghialc, e del iutto di Venere. 8i portavano attorno le statue di 
Veuere e di Adonc, le donne si strappavano i capelli, si percuotevano 
il petto, e davano altri segni di dolore. Alle quali feste allude Ovidio 
(Met. x): 

Annua plangoris peraget simulamina nostri. 
Ma qui si accenna dal nostro P. ad altre festo, alle Vulcanali. 

v. 122. Stercora tunc miitunt. I pagani soloano imbrattare di sterco certi 
loro dei, fra-i quali lo Stesso Giovo, com'e chiaro da un verso di Orfeo, 
riportato dal Nazianzeno: 

ZsO xuSeore, {leyitTre Be&v, silvfxeve xoTrpw. 
E certo era questo un degno complimeutol Impiastricciavano di storco 
Adone nello Vulcanali por dispetto e sfregio di Vcnere. 

v. 125. Quinquennes epulas ece. Lo Vestali, dice il Ouper, alimentavano 
tra loro un serpente, e soggiunge: * IIuc pertinet statn.a Vestae sedeutis 
ctpateram pcrrigentis ingenti serpenti cum inscriptione Vestae sacrum. n 

v. 133. Haec ego cuncta prius. Qui manchera qualche verso a compiere 
il sonso e a legarlo con qucl che segue. Costruisci: llaec eao cuncta pritis 
dubia mcnte volvobam, et probarc noscicbam, clarum cum lumen adeptu» 
sum occ. 

v. 135. Ecle8ia. Sta per Ecclesia, o cio in grazia dol motro. 

v. 136. Iranquilla sede. Vuol dire in Nola. E cosi a-ocenna il tem>o chc 
«crisse qwesto carme, cioe Tan. 395i 



S. PAOLTNO i)I NOLA 00 

Ul mihi jam lieoat, detersa nubo malorum, 
Tempore promisso luceni sperare serenam. 
Jam prior illa salus, quam perdidit immemor Adam, 
Tunc vero suadente malo, nunc remige Chrisio, 110 

Eruta de scopulis semper mansura resui 
Rector enim noster sic undique cuncta gubernat, 
Ut modo qui nobis errorem mentis ademit, 
Hic meliore via paradisi limina pandat, 
Felix. Nostra fides nni certoque di< J45 

Unus onim Deus est, substantia Filius una. 
Unus in utroquo est unus vigor, una potestas. 
Namque Dei Verbum patrio de pectore Cbristus 
Emicuit somperque fuit, qui non quasi natus, 
Ore sed egressus, chaos illud inane removit, 150 

Et tulit informem contextae noctis hiatum, 
Distribuitque locis mare, terras, aera, coelunr, 
Hisque dedit geminam pulsa caligine lucem. 
Ast ubi cuncta novum stupuerunt surgere Solem, 
Quatuor haec hausit variis exordia rebus. 155 

Sunt homines terris, sunt addita sidora coelo, 
Aere pendet avis, liquido natat aequore piscis. 
Sic elementa suis decoravit singula formis, 
Nexuit haec, diversa licct, discretaque junxit, 
Junctaque discrevit, quae nunc divisa eohaerenl, 1C0 

Claudit enim Oceanus terram; mare clauditur; ipse, 
Axe sub aethoreo, medius concluditur aer. 
Hoc etiam coelum, quod nos sublime videmus 
Sex aliis infra est spatio surgentibus aequo 

v. 153. genvanm... lucem. Quel sole e della luna. 

v. 158. Sic elementa.„ Qui sembra che s. Paolino discordi dagli antichi 
scrittori, perche pone tra i quattro primi elementi dei corpi il cielo in- 
vece del fuoco. Ma in realta non discorda, perche adopera, per metonim., 
la causa per 1'effetto. II cielo infatti e sinonimo di luce, ed il ealorico 
nipre accompagnato dalla luce. Del resto anche gli antichi posero 
pcr elemento primario dei corpi 1'etere, che presso i Greci e sinoniino 
di cielo, come ne fa fede Pacuvio: 

Quod nostri coelum memorant, Graii perhibent aethera, 
Quidquid est hoc, omnia is animat, format, auget, alit, serit, 
Sepelit, recipitque in se omnia, omniumqu 
F. Virgilio nel '2° lib. delle Georg. ha i'etere i so. Di 

apparisoe chiaro, esser opinione degli antichi, cl 
sir corpi lo stesso ufficio ch'esercita bu di essi il calore del - 
fuoco. 8. Paolino adunque ha creduto bene, ch< ponendo ] 
dei corpi il cielo inveco de3 fuoco, riuniva 

ngeva quello dell'etere, creduto di li autichi c 
fattore e combinatore dei quattro eli meriti. 



100 S. PAOLLNO Dl NGLA 

Postque thronos septem, post tot coelestia regna 165 

Cetera pars omnis, quae cunctis eminet ultra, 

Quae super excedit, quae passim tendit in altum, 

Quae sine fine patet, quam nec mens colligit ulla, 

Lucis inaccessae domus est, sedesque potentis 

Sancta Dei, unde procul quae fecit subdita cernit. 170 

Omnia sic constant, dum spiritus omnia cingit; 

Haec eadem, quorum nobis conceditur usus, 

Quae polus inferior magna complectitur urbe. 

Cuncta licet distent, una cum pace tenentur. 

Denique nomen babent unum, sunt omnia mundus. 175 

Hunc etiam Graeci cosmon dixere priores; 

Hunc ita compositum distinguens utraque lingua 

Cosmon ab ornatu, mundum de lumine dixit. 

Nam quo sol nitet, hoc totum sordebat in umbra. 

v. 165. Postque thronos septem. I cieli stabiliti da Dio sotto 1'Empireo 
sarebbero nove, giusta 1'opinione piu comune. Sette di essi: 

Cynthia, Mercurius, Venus et Sol, Mars, Jove, Satur. 
I/ottavo quello delle stelle fisse; il nono il primo mobile. Ma s. Paolino 
non ne ammette che sette prima delFEmpireo. E cio forse secondo i 
poeti, i quali mettono nelle stello fisse il trono di Dio. Virgilio {Aen. x); 
Conciliumque vocat divum pater atque hominum rex. 
Sideream in sedem: terras unde arduus omnes 
Castraque Dardanidum spectat. 
Euripide: ktbg lzo\\)(/XTTOOV sOoc. Cosi il Crisostonio ed altri; in modo 
che era opinione comune anche fra gli antichi cristiani. Ma questa non 
e cosa di fede, e ognuno puo pensarne a suo modo. 

v. 170. unde procul. Ad imitazione di Virgilio: terras unde arduus ecc, 
come nella nota antecedente. 
II Tasso (Gerus. IJb.)\ 

QuandO dall'alto soglio il Padre eterno, 
Ch'e nella parte piii del ciel serena, 
Gli occhi in giu volse, e ia un sol punto, e in una 
Vista miro cio clrin se 1 mondo aduna. 
i». 173. complectitur urbe. I poeti diedero per confini all'impero romano 
gli stessi confini dolla terra. Rutilio (Itiner.) ha elegantemente: 
Dumque offers victis proprii consortia juris, 
Urbem fccisti, qui prius orbis erat. 
Quindi "Roma, fuwlit, cosi Olaudiano, in omnes imperium. E Plinio la 
chiama: Unam cunctarum <i ntium in toto orbe patriam. 

v. 178. Cosmon ab ornatu. Kocjxoj ha due significati: ornamento ed or- 
dine. S. Paolino ritiene il primd, non cssendo per lui il mondo che nna 
serie, un composto df ornamenti e di bellezze. Altri tengono il secondo, 
dappoiche considerauc il mondo come una connessione graduata ed or- 
dinata di esseri molteplici. Tertulliano e con s. Paolino (Marc. lib. v): 
u Ut ergo aliquid de isto hujus mundi indigno loquar, cui et apud Grae- 
cos ornamenti et cultus, non sordium nomen est. „ — mundum de lu- 
mine. La parola mondo deriva, socondo alcuni , da movendum, quia in 
perpetuo sit motu : ma secondo Varrone, Cicerone, Plinio ed altri deriva 
tla muudiiie. E chiaro che il nostro P. sogue la scconda etimologia. 



S. PAOLINO DI ISOLA 101 

Et manot exemplum, quotiens nox omnia foedat, 180 

Et docet ex tenebris, quae sit data gratia lucis. 

Tot bona qui fecit, qui sic operatus ubique est, 
Hic Deus est de corde Dei, hic est Spiritus oris, 
Sancti sermo Patris, tantarum fabrica rerum. 
Nec se paganus laudet, si vitat idola, 185 

Ac satis esse putat quod Numine credat in uno. 
Quid colet ille Deum, qui Verbum non colit ejus? 
Qui non Virtutem simili veneratur honore? 
Quique invisibilem incomprehensibilemque fatetur 
Esse Deum, hic etiam Christum si cogitet, idem 190 

Inveniet quoniam Verbum comprehendere nemo, 
Nemo videre potest, opera ejus sola videntur. 
Ih Patre Natus enim, in jNato Pater omnia fecit, 
Et quidquid virtute dedit, pietate tuetur. 
Sic fuit, et steterit verus Salvator in aevum, 195 

Qui tulit errores, qui fecit vera videri, 
Placatoque Patri pereuntem reddidit orbem, 
Nec mirum si cuncta regit, qui cuncta creavit, 
Qui dcdit ex nihilo totum, lucemque tenebris 
Praetulit, atque diem jussit succedere nocti; 200 

Quodque in carne fuit, carnis peccata remittit. 
Cernit enim fragilem faciles incurrere lapsus, 
Corripiensque tamen veniam dabit omnibus unam, 
iRemque novam dicam, nec me dixisse pigebit) 
Plusque pius quam justus erit. Si denique justus 205 

v. 183. Hic Deus est. Cioe il diviu Vc-rbo, per cui omnia factu sunt, et 
sine quo factum est nihil ecc. 

v. l»5. paganus. Si comiucio chiamare pagani nel iv secolo deirera vol- 
gare quei gentili che coiitiouavano a professar la falsa religione ne' vil- 
laggi ■• nelle campagne. 

v. 187. Quicl colet. E questo e anche contro i Deisti, i quali ammettono 
lddio come principio dell'universo, ma non credono alla Provvidenza, 
non riconoscono rivelazione. 

v. 188. Virtutem. Lo stesso Verbo, ch'e secondo s. Paolo, virtit e splen* 
clove del Padve. 

v. 189. Quique invisililem ecc. Gesu Cristo, in quanto Verbo di Dio, 
e Dio stesso come il Padre, Spirito purissimo, e quindi invisibile, in- 
comprensibile. 

v. 193. Jn Patre Natus: Generato dal Padre. 

r. 195. steterit. Enal., per stabit, erit.— in aevum, per sempre. 

V. 202. fragilem. Sottint. hominem. 

r. 203. veniam... unam. Lo stcsso, il medesimo perdono. G. C. redon>e 
Tunian genero una volta sola, iutroivit semel in sancta, iu modo che le 
particolari redenzioni, non sono che applicazioni di quell'una. 

v. 205. Plusque pius... Nel qual senso il Profeta: Cum iratus fueris t >ni- 
sericordiae recordaberis* 



102 S. PAOLINO DI IVOLA 

Esse velit, nullus fugiet sine crimine poenam; 
Justus enim mala condemnat, pius omnia donat. 
Hoc facit, ut rata sint venturae munera vitae, 
Et quod culpa tulit, rursum indulgentia reddat, 
Quae si non fuerint plebi concessa roganti, 210 

Tunc prope nullus erit dclicto liber ab omni ; 
Qui possit meritus promissa luce potiri? 
Tangere tunc laetis coelorum regna lieebit, 
Tunc poterit mors ipsa mori, cum tempore toto 
Yita perennis erit, quia tunc in sede beata 215 

Nullus peccandi locus est, ubi nulla cupido est. 
Gloria tanta manet populo servata fideli. 
Amplius hoc tribuit, majus dedit hoc quoque munus, 
Quod peccatorem, quem poenitet, antea lapsum 
. Ison facit in numero turbae peccantis haberi; £33 

Quippe satis poena est, cum sit sua culpa dolori : 
Supplicium proprium timor est ; tormenta reatus, 
Tum veluti patitur qui se meruisse fatetur. 
Quid poterit melius/ vel quid moderatius esse ? 
Judicat, inquirit, castigat, parcit, honorat, 225 

Omnia qui vincit, nec ab ipsa vincitur ira. 
Quod de praesenti jam cernimus esse futurum : 
ISam cum saepe minax horrentia nubila cogit, 
Et terrore pio rutilo nimis igne coruscat, 
Tristibus et pluviis, et nubibus intonat atris, 2'30 

Ornne genus timet interitum ; sed vita potestas 
Desinit, et pariter coelum mentesqne serenat. 



?;.20G. nullusfugiet sine crimine poenam: Niuno potrcbbe essere, innanzi 
a Dio, innocente e scainpar dalla pena. 

v. 208. rata... munera: doni certi, iminancbevoli. 

v. 212. meritus. Equivale: meritus lucem promissam ^mtj/W ca. 

v. 221. Quippe ecc. Essendocbe sia sufnciente pena quando la consa- 
pevole colpa (sua culpa) muove il dolore. 

v. 228. minax... cogit. Sottint. Christus, 

vv. 231 e 232. sed vita potestas Desinit. II Muratori cbe illustro questo 
carmc di s. Paolino con eruditissime note, delle quali noi ci siamo gio- 
vati, ravvisa un orrore ne' due sostantivi vita potestas, dicendo: Errorem 
aliia tollendum relinqHO.T&rroTe cbe non puo>essere cbe degli amanuensi, 
percbc il Muratori stcsso dicbiara obe il Codice manoscritto, di cui egli 
Si valse, ora privo affatto d"interpunzione e non i«onza lacune c storpia- 
ture, taicbe spesso e costretto ad aggiungere o correggere alcuna cosa. 
Ora a noi pare cbe* volendo rispettare la seutenza di si autorevole scrit- 
toro, potrebbesi togliere 1'errore leggendo: d.ira potestas, ecostruendo: 
sed Christua desinit esse dira potestas. E non volendo ammettere il sup- 
pogto enurc, pdtrebbe «cegliersi una delle scguenti interprctazioni, cbe 



S. PAOLTNO DI NOLA 103 

Hoc quoquo tunc sperare jubet, qui se modo euncta 
Perdere posse probat, si perdere velle recusat. 
Sic iteranda salus venturo ostenditur aevo, 235 

Aeternique Dei pietas aeterna manebit. 

abbiam raccolte da persone dottissime, da noi consnltate a tal uopo. E 
prima, facendo de' due sostantivi nna proposizione incidente: poi 
est vita ; ovvero nna proposizione complementare : cujus potestas est 
vlta, o qui est t>ita et potestas; owero una proposizione causale: quum 
potestas ejus sit vita. Nelle quali interpretazioni il soggetto di desinit 
sarebbe Christus sottinteso, e per complemento si richiamerebbero i 
verbi cogere, corm i ultimo: sed vita potestas.Se- 

condo la quale interpretazione s. Paolino esprimerebbe lo scopo che ha 
Iddio e la via che tiene nelle manifestazioni della sua potenza, le quali. 
non essendo Egli che Vita, e non operando clie come Vita, vanno sem- 
pre a finire in incremento di vita, onde allora cho desinit egli serenat; 
e quindi la spiegazione sarebbe: Ma Egli ch\ ' la Vita cessa di m 
starsi come potenza <>l incutere terrore. — Dcl resto queste intcrpreta- 
zioni non tolgono che se ne trovi altra pin acconcia; e noi ci rimet- 
tiamo al criterio ed al buon gusto del luttorc. 



I N D I C E 



Ai cortesi lettori, 1'Editore 



parj. 



GIOVENCO. 

I. Proemio alla Storia Evangelica .... 

II. Tenip?sta calmata 

III. Gesu Cristo e S. Pietro eamminano sulle acque 

IV. Semplicita dei fauciulli gradevole a Dio 

V. Predizione del giudizio universale 

VI. Morte e risurrezione di Gesu Cristo . 



27 
31 
32 
35 
36 
39 



LATTANZIO. 



De benenciis suis Christus 



n & 



MAEIO VITTORINO. 

La madre dei Maccabei esorta il piu giovane dei figli suoi a soffrir 

con coraggio la morte fl 50 



SANT'ILARIO DI POITIERS. 



I. De Epiphania Domini 

II. In die Pentecostes 



54 

57 



AUSONIO. 



Ausonius Paulmo suo s. 



59 



S. PAOLINO DI NOLA. 



I. Ausonio Paulinus 

II. Ausonio Panlinus 

III. Paraphrasi.s psalmi cxxxvi 

IV. Carmen in etbnicos 



G5 
81 
85 
90 



Con permise. de!l'Autorita Eccles. 



RACCOLTA Dl TESTI LATINI 



CARMINA 
[ POETIS CHRISTIANfS EXCERPTA 



ADNOTATIONIBUS ILLESTRATA 



IN USUM STUDIOSORUM 



FASGIGULUS II 

CONTl.NE.NS 

S, AMBROSIUM, SEVERUM SANCTUM 
ET PRUDENTIUM 



r *&/. ^GfQ^ V 5T> 



ADGDSTAE TACRINORDM 

TYPOGRAPHIA PONTIFICIA ET ARCHIEP. 

EQ. PETRUS MARIETTI 

1890 



PROPRIETA LETTERARU 



CARMINA 

E POETIS CIIRISTIAMS FACERPTA 



S. AMBROGIO 



S. Ambrogio nacque probabilmente a Treveri, fra gli anni 333-340. 
Educato nei principii della fede cristiana da suo padre, clie era prefetto 
delle Gallie, avea gia occupato le piu alte dignita delFimpero, quando 
nel 371 fu consacrato Vescovo di Milano. Mori nel 397. Sono molte le 
opere ch'egli ci lascio intorno a diversi subbietti, scritte tutte con tanta 
profondita di dottrina ed ampiezza di erudizione, da essere annoverato 
tra i piii grandi Dottori della Ohiesa. S. Agostino lo niette nel numero 
de'piii dotti interpreti della S. Scrittura.. accanto a S. Girolamo, e, come 
oratore, chiamalo unfiume d'eloquema limpida e trasparente. 

8. Ambrogio compose anche degPinni, e ne introdusse il canto nella 
sua Cbiesa; e come e quando cio avvenisse, cel dice lo stesso Agostino, 
questo eapolavoro, come taluno lo ba detto, di tutte 1e opere di lui'. u Era 
un anno, poco piu, che Giustina imperarrice,ingarbugliata dagli Ariani, 
avea preso, per amor dell'eresia, a perseguitare Ambrogio. II popolo, 
pronto a morire col suo Yescovo, vegliava a guardia della chiesa, 
dov'egli erasi rifugiato. Mia madre, la prima in quel travaglio e in 
qnella veglia, non vivea che d'orazione... Allora, perche il popolo non 
morisse di noia, Ambrogio trovo di cantare, al modo delle parti d'0- 
riente, dei salmi e degl'inni; e da indi in poi si continuo quesfuso, 

imitato oggimai in quasi tutte le Chiese, in tutto il mondo (Con- 

fess. ix, vi. e vn). „ 

GPinni di S. Ambrogio.al pari della maggior parte degl'inni cristiani, 
sono degni d'esser notati per una qualita speciale doi poeti cristiani, 
1'unzione. Cotesta qualita di stile si naturale e penetrante, non esclude 
la forza e la robustezza dei concetti, la copia e la vivacita delle imma- 
gini, feleganza delle forme; e gl'inni del Dottor Mi-Wjluo sono tanto piii 
ammirabili, in quanto che Farte non vi entra per nulla. - Gl'inni di 
Ambrogio, cosi 1'Ozanam, sou pieni d'eleganza e di bellezza, d'un ca- 
rattere tutto romano per la loro gravita, con un non so che di anfi 
di virile in mezzo alle tenere effusioni della pieta cristiana (La < 
satinn, x.viii). „ Al canto di questi inni semplici e commoventi, l'anima 
elevasi sulle ali della fede e della Bperanza; e la miseria umana getta un 
grido di dolore vcrso Colui che B'immolo por l'uman gencre. Son q 
le ragioni per le quali tai canti si diffusero rapidamente per 1'Italia, 
per la Francia e per le altre regioni d'Occidente, e non fuvvi poesia cbe, 
come questa, s'avesse una possanza piii durevole e salutare. Sono og- 

Carmiua — II. 1 



Z S. AMBROGIO 

gimai quattordici secoli da che questi cantici, accolti e consacrati dalla 
Chiesa e dall'ammirazione dei fedeli, echeggiauo sotto le volte dei nostri 
templi. Quante virtii cristiane non hanno essi inspirs.to ? Quante volte 
il canto dei medesimi non ha risvegliato e sostenuto la fede e la pieta 
dei cattolici? u Quante lagrime io sparsi, dice Agostino, sentendomi ab- 
bracciare il cuore dalle soavi melodie dei cantici d'Ambrogio, risonanti 
nel tempiol Le salmodie m'entravano per le orecchie; la verita versa- 
vasi nel mio cuore ; la fiamma dell'affetto si destava, e piangevo conso- 
latamente (Ib.). » 

Gl'inni di Ambrogio e degli altri poeti cristiani furono scritti per 
esser cantati. Ond'e che a ben gustarli e rettamente giudicarli, non 
basta leggerli, non basta ammirarne la semplicita, la concisione, Fine- 
sauribil varieta delle immagini; bisogna sopratutto sentirli cantare. 
E fu difatti per mauco di questa osservazione che alcuni critici senten- 
ziaron male degl'inni medesimi, sol perche vi trovaron trascurata la 
legge dell'elisione e della quantita, legge voluta dalla versificazione 
classica pagana. Siccome il canto deve pjrfezionare la pronunzia delle 
parole , non gia alterarla e corromperla; e siccome nel canto prolun- 
gandosi il suono delle parole, n'e addolcito 1'iato, cosi e che Ambrogio 
e ad imitazione di lui la piu parte degl'innografi cristiani trascuraron 
la legge dell'elisione. Non osservaron poi sempre la legge della quau- 
tita, perche 1'accento tonico, quest' anima della parola, come in bel modo 
la chiamo il grammatico Diomede, meglio si accordava coll'uniformita 
dei suoni e col canto. Infine e da notare che le strofe in cui appare 
negletta la legge delPelisione e della quantita, non sono punto men 
belle delle altre, sia per la vivacita delle antitesi, sia per la schietta 
consonanza con la parola biblica, sia per 1'unzione del concetto mi- 
stico e per que' pietosi slanci del cuore che per esprimersi piu libe- 
ramente seppero rompere tutte le durezze e tutti i ceppi, che loro op- 
poneva una lingua ribelle. Or per queste ragioni, e perche meglio si 
possa conoscere e gustare la lingua tradizionale della Chiesa, noi ri- 
producendo quest' inni, il facciamo non secondo la correzione che ne 
fu fatta sotto Urbano VIII, quali si leggono nel Breviario Romano, ma 
secondo il testo genuino antico. 



I. 

Primo giorno della creazione. 



Lucis creator optime, 
Lucem dierum proferens, 
Primordiis lucis novae 
Mundi parans originem ; 



I. Quesfinno cantasi dalla Chiesa ai Vespri del giorno di Domenica. 
I verssi sono giambici dimetri regolari, e di piii sono talvolta ligati per 
Tassonauza, tal altra per la rima. V. Fasc. I,pag. 54, n. 1-4. 

vv. 3 e 4. Primordiis ecc. La luce preludendo alla creazione contiene in 
se il germe, la sostanza di tutte le opere de' di seguenti, per la somma 
delle quali ebbe oriyino il mondo. Nei qual senso S. Gregorio canta: 
Primo dierum omnium Quo mundus extat conditus. 



S. AMBROGIO 3 

Qui mane junctum vesperi 5 

Diem vocari praecipis, 

Tetrum chaos illabitur, 

Audi preces cum fletibus ; 
Ke mens gravata crimine 

Vitae sit exsul munere, 10 

Dum nil perenne cogitat, 

Seseque culpis illigat. 
Coelorum pulset intimum, 

Vitale tollat praemium, 

Vitemus omne noxium, 15 

Purgemus omne pessimum. 



v. 7. Chaos illabitur. Nel senso letterale, si fa allusione alla notte vi- 
cina a spander le sue tenebre su tutte le cose: nel senso metaforico, 
alle tenebre del peccato. Si noti quanto bene e usata qui dal P. la parola 
chaos, che presso gli antichi filosofi vale l'universale oscura confusione 
della materia, prima che 1'universo fosse ordinato nel bel modo che 
oggi e. In questo significato pagano 1'adopero Ovidio [Metam. 1, 7) ; in 
quello cristiano, Prudenzio (Cathem. H\jm. V. t\ 3): 

Merso sole, chaos ingruit horridum. 

1 Gentili consideravano il chaos come il piu antico tra gli dei, e l'in- 
vocavano come una delle divinita infernali ! 

vv. 9 e 10 gravata crimine. Conforme al biblico (Sal. 37): Quoniam ini- 
quitates meae supergressqe sunt caput meum, et sicut onus grave, gravatae 
sunt super me. II peccato e gran fardello all'anima, e S. Giovan Criso- 
stomo dice che il peso del peccato di Giona fu sul punto di far affondare 
il naviglio, e soggiunge (Hom. de Jonu) : Sarcina prophetae magisque gra- 
vabatur non corporis magnitu.iline, sed peccati. XiJiil enim grave et onerosum 
incnies ac peccatum, v.t coelum et terrae su.perp.cies non valeat sustinere 
peccatorem. 

Yitae exsul munere, esul dalla vita, priva del dono della vita. Bel 
modo, che ricorda quel di S. Cipriano riguardo ai riprovati (L. n, de 
Mortal.): Quid facient exsules vitae. — Dum nil... La dimenticanza delle 
veritii eterne e principal cagione per cuil'uomo avvolgesi ne' lacci delle 
iniquitii, e diviene vitae exsul munere. 

vv. 13-16. Coelorum ecc. II sog. e mens. Deh che 1'anima nostra, con la 
voce possente della preghiera e della virtu, batta alle porte del cielo, e 
tolga il premio dell'eterna vita. Si noti lo spondeo nel secondo piede — 
intimum, lo stesso che intima coelorum, intimos coelos. Come si esprime 
bene con questo coelorum intimum, meglio assai che col coeleste hoslium 
del testo corretto, la forza di questa fervida preghiera, che penetra il 
cielo, e va a battere al cuore stesso di Dio — toVat: e stato posto a dar 
l'ultima mano alla pittura di questo trionfo della preghiera, la cui pos- 
sanza giunge a rapire la corona immortale nelle braccia stesse del so- 
vrano rimuneratore — noxium, tutto cio che puo nuocere all'anima e al 
corpo, il peccato — pessimmm. E adoperato nella Scrittura a signiriVare 
quanto vi ha di piii triste ed abbominevole al mondo. Qui vorra Lndi- 
care i peccati inveterati, principale ostacolo alla salute, dei quali non 
si puo esser liberati che a mezzo di un'austera ponitenza, di una buona 
confessione, a cui si bene accenna il YGtbo purgemus, 

r 



4 S. AMBROGIO 

II. 

Secondo giorno della ereazione. 

Immense coeli conditor, 

Qui, mixta ne confunderent, 

Aquae fiuenta dividens, 

Coelum dedisti limitem; 
Firmans locum coelestibus, 5 

Simulque terrae rivulis, 

Ut unda flammas temperet, 

Terrae solum ne dissipent, 
Infunde nunc, piissime, 

Donum perennis gratiae, 10 

Fraudis novae ne casibus 

Isos error atterat vetus. 

II. I versi di quesfinno sono come i precedenti; e in tutti o assonanza 
o rima, eccetto ne'primi due. Cantasi ai Vespri di Lunedi. La rima dif- 
ferisce dall'assonanza in cio, che questa affetta solo 1'ultima sillaba 
(artubus, surgimus) , e quella affetta insieme le due ultime [prodiens, 
exiens): 1'una e rima doppia, 1'altra semplice. La rima, oltre che e bella, 
e utile. Puo dirsi ch'essa laccia per gli orecchi quell'istesso ufficio che 
la punteggiatura per gli occhi. II ritorno delle stesse note in fine dei 
periodi della frase musicale e il ritorno delle stesse vocali in fme dei 
periodidella frase poetica quanto aiuto non arrecano per la memoria e 
pel canto! Bellezza dunque ed armonia, son questi i pregi della rima 
neiV innografia crisliana. 

vv. 2-4. Qui. .. Costr.: Qui, dividens fluenta aquae ne mixta confunderent 
elementa... — Coelum. S. Ambrogio chiama coelum il firmamento ; ma con 
la parola firmans ne stabilisce chiara l'immagine, come nella Scrittura 
(Ps. xxxii, 6): Verbo Domini, coeli firmati sunt. II firmamento non e 
altro nel linguaggio scritturale che quello che dicesi atmosfera.la quale 
divide le acque superiori, o le nubi, dalle acque inferiori, o terresiri. 
E ben chiamasi firmamento, perche essa col suo peso e con la sua pres- 
sione separa le acque superiori dalle inferiori. 

v. 5. coelestibus. Sott. rivulis, ch*e nel v. seg. Cosi 1'autore chiama qui 
le acque superiori. 

vv. 7 e 8. Vt unda ecc. affmche le acque temperino gli ardori degli 
astri si che da essi non sia dissipata la terra. V ha chi legge col Card. 
Tommasi e con altri antichi dissipet, invece di dissipent, e allora il sog. 
sarebbe quello stesso di temperet. Con che viene esposta una doppia 
causa della separazione delie acque. Poiche il terzo verso di questa 
strofa, col quale si afferma 1'effetto particolare delle acque superiori 
[coelestibus), corrisponde al 1°, e il 4° verso col quale si mostra, sotto 
forma negativa, 1'effetto particolare delle acque inferiori Uerrae rividi), 
corrisponde al 2": Ut unda temperet ; ne unda dissiptt. 

v. 10. Donum. In questo verso e como compendiata la dottrina della 
Chiesa intorno alla grazia, la quale dalla parte di Dio e un dono gra- 
tuito, dalla parte dell'uomo e un aiuto continuamcnte necessario per 
operare il bene. 

vv. 11 e 12. Fraudis novae... error vetus. S. Gregorio espresse la mede- 



S. AMBROGIO O 

Lucom fides inveniat 
Sic Luminis jubar ferat, 
Haec vana cuncta terreat, 15 

Hanc falsa nulla comprimant. 

III. 
Terzo giorno della creazione. 

Telluris ingens conditor, 
Mundi solum qui detegens, 
Pulsis aquae molestiis, 
Terram dedisti immobilem; 



sima idea quando scrisse: Peccaium quod per 4 poenitentiam non deletur 
mox ad aliud transit. Ma qui si allude dalFAutore agli errori special- 
meute di Ario, che turbavan la Chiesa. Notisi la bella antitesi tra la 
fraud e nuova e Verrore vecchio : tutte Feresie non sono che forme rin- 
novellate delFantica menzogna, da cui rimaser ingahnati i nostri primi 
padri. — Vetus error, II peccato e spcsso nella S. Scrittura chiamato 
E Ferrore e il peccato son chiamati vecchi {vefus), non solo per- 
che si rapportano al peccato cForigine, ma ancora perche alterano Fin- 
tegrita delFuomo nuovo, delFuomo, cioe, rigenerato e illuminato in 
Gesu C, cd il fanno ricaderc nella dcgradazione del vecchio Adamo. 
Onde S. Agostino : Inveteravit homo per peccatum, innovatur per gratiam 
(In Psal, 149); e la Chiesa: Tua nos misericqrdia, heus, ct ab omni subre- 
ptione petustatia expurffet, et capoces sanctae novitatis efficiat. — casibus, 
caduta, infortunio. 

t\ 15. terreat, sottint. ut, correlativo al sic dcl verso precedente. II te- 
sto corretto ha sostituito proter&t, ma disgradando forse la vivezza e 
Foriginalita delFantico. Essendoche col terreat csprimesi che la luce 
della fede raccesa in noi e per noi negli altri, la splendida professione, 
cioe, della dottrina di Cristo, getta lo spavento nel campo d< lla mcn- 
zogna e delFerrore. L'allusione poi, come osserva il Venturi. si fa mag- 
giormente palese per mezzo della voce vana, la quale richiama la sen- 
tenza del Savio {Sap. xin, 1): Vani sunt omnes homines quibus non subest 
scieniia Dci. 

v. 1G. comprimant. Osserva con quanta proprieta FA. adopera questo 
verbo. La fede ch'e tutta soprannaturale e divina, ha tal forza di espan- 
sivita, che nossuna potenza di quaggiu vale a contenerla. Solo Ferrore 
corromi^endola nel fondo delFanima. puo arrestarne lo slancio, e attra- 
versare cosi il vero progresso delFumanita, sotto il doppio aspetto della 
natura e della grazia. 

III. I versi di quesfinno sono giambici dimetri regclari. Vi si nota una 
gran tendenza alla rima. Cantasi ai Vespri di Martedi. 

r. 1. ingens, grande, onnipotente. Anche presso i classici pagani trovasi 
qucsta parola usata in senso traslato, come nelVingehs rerum vir di Ta- 
cito, e nelF O fania incjens, ingentior armis di Virgilio. 

v. i. immobHem. Belativamente alle acque che erano in continua agi- 
tazione. Dio trasse fuori la terra dal peso delle acqne chc la in"? 

QO, e le diede nella solidita 111 ero e fecondo ripoa >. II 
balmista (xcu, 2): Etenim firmavit orbem terrae qu\ non commovebitur, 



O S. AMBROGIO 

Ut germen aptum proferens, {; 

Fulvis decora floribus, 

Fecunda fructu sisteret, 

Pastumque gratum redderet. 
Mentis perustae vulnera 

Munda virore gratiae, 10 

Ut facta fletu diluat, 

Motusque pravos atterat. 
Jussis tuis obtemperet, 

Nullis malis approximet, 

Bonis repleri gaudeat, 15 

Et mortis ictum nesciat. 

vv. 5-8. Notisi la cliniace. Da prima la germinazione, indi il fiore, in- 
fine il frutto che dee servire di cibo all'uomo e agli animali. — sisteret. 
Non e qui un semplice sinonimo di esset, ma indica a maraviglia l*ul- 
timo grado di questo fecondo aprirsi della terra sotto il sofno potmie 
del Creatore. 

v. 9. Mentis perustae. Locuzione mistica, cosi il Pimont, piena di ve- 
rita. Quando il peccato ferisce un'anima, la dissecca, la brucia. L'albero 
ch'e percosso e solcato dal fulmine, tosto perde la bellezza delle sue 
verdi foglie, e china tristamente a terra i suoi rami anneriti e tronchi. 
Cosi Tanima che ha traversata la tempesta infuocata delle passioni, 
sente d'un subito arrestarsi il succhio celeste, spegnersi la vita di Dio. 
Per questo la Chiesa implora qui la rugiada salutare della grazia, la 
quale purificando 1'anima dalle mortali sozzure, deve renderle il vigore 
primiero e tutta la forza di quella vegetazione divina, che le fara pro- 
durre ancora i fiori delle virtu, e i frutti preziosi delle buone opere. 

v. 10. Virore. In alcuni codici leggesi vigore. Ma la prima lezione che 
e piu comune, meglio s'accorda con Vherbam virentem della Scrittura; 
e intesa nel senso mistico con allusione al terzo giorno della creazione, 
esprime che 1'anima nostra disseccata dal fuoco delle passioni, ha bi- 
sogno della grazia per ravvivarsi, come 1'erba inaridita ha bisogno della 
rugiada del cielo per rinverdire. 

vv. 11 e 12. Questi due versi racchiudono, dice il Pimont, tutta la so- 
stanza di quella salutare contrizione, che e il rimedio a tutte le piaghe 
dell'anima: le lagrime pel passato, e la forza per Tavvenire; le quali 
due cose sono il friitto prodigioso del divino infiusso della grazia. — 
Molusque pravos atlerat. II Venturi osserva che Dante appropria e ri- 
volge alla Vergine questo pensiero d'orazione {Par. xxxiii, 37): 

Vinca tua grazia i movimenti umani. 

Si osservi ancora come 1'ultimo verso della terza strofa, Motusque ecc. 
bene si rapporti e risponda all'ultimo della prima: Terram dedisti im- 
mobilem. Rapporto e rispondenza ch'e in tutti gl'inni ambrosiani dello 
stesso genere, tra la seconda parte deprecativa dell'inno, e la prima che 
possiam dire espositiva o descrittiva. La quale osservazione da la chiave 
a sciogliere varie difficolta che s'incontrano neirinterpretazione degli 
inni medesimi: se vuolsi cogliere il vero senso d'una parola o d'una 
frase nella seconda parte, bisogna ricorrere alla prima, e viceversa. 

vv. 13-16. L'obbedienza alle leggi del Signore e la fuga del male sono 
il principio della giustizia e la sorgente ancora di quelle gioie spiri- 
tuali che 1'anima gusta nel possesso dei beni della grazia, e che serven- 
dole di egida contro i colpi mortali del nemico della salute e per essa 



S. AMBROGIO 
IV. 

Quarto giorno della creazione. 

Coeli Deus sanctissime, 

Qui lucidum centrum poli 

Candore pingis igneo, 

Augens decoro lumine; 
Quarto die qui flammeam 5 

Solis rotam constituens, 

Lunae ministrans ordinem 

Vagos recursus siderum ; 
Ut noctibus vel lumini, 

Diremptionis terminum, 10 

Primordiis et mensium 

Signum daret notissimum ; 
Illumina cor omnium, 

ilpegno della vita eterna. — approximet, e qnanto appropinquet, Verbo 
ignoto agli Autori pagani, e solo acloperato nella Bibbia e in Tortul- 
liano. Parola nuova, dnnque. coniata dagli autori cristiani, sorella di 
tante altre di nuovo conio e di buona lega, delle quali il cristianesimo 
arncchi la lingua del Lazio. — ictum. In alcune edizioni e actum, ma, 
quanto al senso, valgon lo stesso: il peccato infatti arreca alTaninia il 
colpo dimorte, appunto perche e l'atto stesso della niorte. 

IV. II metro di quesfinno e giambico dimetro regoiare. L'ultima 
strofa e monorima. V. J-asc. I, pag. 54, n. 1-4. La Chiesa lo canta ai 
Vespri di Mercordi. 

v. 2. lueidum centrum poli, la volta del ciolo. Nel testo corrctto e: Qui 
lucidas mundi plagas, correzione che altcra il p^nsiero dell' Autore, il 
quale volle riferire 1'opera di Dio, si poeticamente espressa dal verbo 
pim 18, non alla terra, ma al firmamento, giusta il biblico: Coeli enarrani 
gloriam Dei,et opera manuum ejus annuntiant firmamentum (Ps. xviii, 1). 

v. 3. Candore ecc. Prudenzio, parlando della luna, adopera la stessa 
immagine (Cathem. hymn. v, v. 6): Lunarique polnm lampade pinxetxs. 

vv. G-8. con8tituen8. Trocheo al terzo piede, il quale a cagione delTac- 
cento che, sia parlando, sia cantando, posa snlla sillaba ti, equivale a 
un vero spondeo. — Lunae ecc: Ordinasti il corso della luna e dei va- 
ganti corpi celesti. Si parla delle fasi della luna e dell'evoluzioni dei 
pianeti,chiamate queste ultimo vagos recursus per opposizione allo stato 
stazionario di lmmobilita delle stelle fisse. — E da notare l'eletta pa- 
rola ordinem che richiama il bellissimo ordinem coeli della Bibbia (Tob. 
XXXVIII, 33).Quanto splendore di poesia in tutta questa seconda strofa! 

vv. 9-12. Coi versi di questa strofe non si esprime che 1'utilita natu- 
rale del corso degli astri per fissaro il tormine, il punto di separazione 
[direptptionis terminum) fra i giorni ( J j&iini) e le notti, e seguare con pre- 
cisione la successione dei mesi — Primordiis et mensium. Intendi il 
principio d'ogni mese, che dai Greci fu detto neomenia, cioh hina nuova, 

v. 13. lUumina cor ecc. Parole che sono pia eco di mille passi biblici, 
come: IUumina oeulosmeos, ne umquam obdormiam in morte {Ps. xii, 4) ; 
Tu, l>o»ii>t', Wuminabis tenebras meas (II. Reg, xxh, 29) ecc. 



S S. AMBROGIO 

Absterge sordes mentium, 

Resolve culpae vinculum, 15 

Everte moles crmiinum. 

V. 
Quinto giorno della ereazione. 

Magnae Deus potentiae, 

Qui ex aquis ortum genus 

Partim remittis gurgiti, 

Partim levas in aera; 
Demersa lvmphis imprimens, 

Subvecta coelis irrogans, 

Ut stirpe ab una prcdita 

Diversa rapiant loca. 
Largire cunctis servulis, 

Quos mundat unda sanguinis, 10 

v. 15. culpae vinculum. II peccato non solo e una inacchia, nna sozzura, 
nia e ancora un ligame che inceppa la nostra volonta, e 1'impedisce di 
andare a Dio; ligame che solo Dio puo spezzare: Dirupisti vincula mea, 
tihi sacrificabo hostiam lauclis (Ps. cxv, 16). E questa immagine dei vincoli 
appropriata alla colpa e comunissima nella Scrittura. Per es. in Isaia 
(v. 18) : Vae qui trahetis ininuitatem in vinculis vanitatis, et quasi vinculum 
plaustri peccatum. 

v. 16. Everte moles criminum. Questo verso chiude, cosi il Venturi, mi- 
rabilmente la preghiera, tutta condensata nell'ultima strofe,nella quale 
1'energia del pensiero religioso va congiunta con la severa eleganza 
dello stile. 

V. I versi di questo bell'inno sono anch'essi giambici diinetri rego- 
lari; solo al secondo piede del quarto verso della seconda strofe , il 
pirrico e in luogo del giambo. Di piu, non vi e costantemente osser- 
vata la regola dell'elisione. I versi poi sono ligati dalla rima o dall'as- 
sonanza, tranne due della prima strofe. V. Fasc. I,pag. 54, n. 1-4. 

v. 2. ex «quis ortum genus. Secondo il Genesi (r, 20): Troducant aquae 
reptile animae viventis, tt volalile super terram, i pesci e gli uccelli, ani- 
mali si differenti fra loro , avrebbero avuta comune 1' origine dalle 
acque; quelli, a giudizio di S. Agostino, S. Tomaso e Ruperto Abate, 
dalle acque inferiori, questi dalle acque superiori. 

vv. 5-8. Si noti come in questa strofe venga poeticamente svolto e 
compiuto il concetto della precedente. Alcuni leggono eriyens invece di 
irrogans, e repleant invece di rapiant ; ma ll Possevino, il Card Tom- 
masi, il Pimout ed altri tengono le prime lezioni, perche piii vigorosa 
Ofi risulta l'immagine nell'una (irrogans), piu viva nell'altra (rapiunt). 
II VentUri traduce : 

Questi sommersi ne' profondi flutti, 
Quelli ne- cieli, a spaziar col volo, 
Sparsi in piu region, nia germi tutti 
D'un ccppo solo. 
v. 10. unda sanguiniy. S'allude evidentemente al rinascimento spiri- 



S. AMHROGIO \J 

Nescire lapsus crirainum, 
Nec ferre mortis taedium, 
Ut culpa nullum deprimat, 
Nullum levet jactantia, 
Elisa mens ne concidat, 15 

Elata mens ne corruat. 

VI. 

Sesto giorno della creaziono. 

Plasmator hominis Deus, 

Qui cuncta solus ordinans, 

Humum jubes producere 

Reptantis et ferae genus ; 
Qui magna rerum corpora 5 

Dictu jubentis vivida, 

Ut serviant per ordinem 

Subdens dedisti homini ; 

tuale deiruomo per mezzo clel battesimo, cousacrato dall'acqna e dal 
sangue che scaturirono dal costato di Gesii Cristo. Vang. <li S. Giov. xix., 
oi, e Ep. i del rnedesimo, v, o. E questo verso ch' e punto di partenza 
di tutta 1'interpretazione spirituale deirinno,concorda con le parole del 
secondo verso: ex aquis ortum genus. 

w. 13-10. deprimat... levet. Si noti il rapporto di questi due verbi col 
remittis e Jevas della prima strofa, e con Yimprimens e irrogans della 
seconda. II P. in quesfultima strofa mette in antitesi la presunzione 
ch'eleva, con la colpa che abbassa, e dimanda a Dio la liberazione dal- 
1'una e dalTaltra, af&nche il cuore urtandosi nello scoglio non disperi, 
e 1'anima levandosi troppo in alto non precipiti. Elisa inens ecc. 

VI Quesfinno e cantato ne' Vespri del VenQrdi. I versi sono giam- 
bici dinietri regolari, con questa quasi sola eccezione, che al secondo 
piede del primo verso della prima strofa il giambo e in luogo dello 
spondeo. V. Fasc. T,pag. 54, n. 1-4. 

c. 1. Plasmator. Arevalo nella sua nota al v. 185 Cathem, iii, fa osser- 
vare che le voci plasmare, plasma, plastnator (dal greco 77/y.7Cw) invece 
di rreare, rreatura, creator, sono proprie degli autori cristiani, e cita in 
particolare Tertulliano e S. Girolamo. La Correzione sostitui a questo 
prinio verso : Hominis superne conditor, ma con quanto scapito dell'im- 
magine dipintadal_pZasmo^or,tutta rispondente alracconto biblico della 
creazione delFuomo, ognuno il vede. 

p. 5. magna rerum corpora. Con bell'ardimento, dice il Venturi, l'Au- 
tore da il nome di res ai corpi degli esseri viventi, per render piu no- 
bile 1'idea dell'uomo dotato di ragione, e dominatore di qnelli. E questa 
metaiora la troviamo nsata anche dagli Autori pagani.come da Cicerone 

■ ttura, I, 38). 
v. G. Diehtjubentis. Queste due parole raccolgono ed esprimono poten- 
temente quelle del Salmo 32: Quoniam i^se dixit, etfaeta euni ; ipse man- 
'nt. 
. T e 8. Ut serviant ecc. Nota come i tre verbi st>-ti mt, eubdens 



10 S. AMBROGIO 

Repelle servis a tuis 

Quidquid per immunditiam 10 

Aut moribus se suggerit, 

Aut actibus se interserit. 
Da gaudiorum praemia, 

Da gratiarum munera, 

Dissolve litis vincula, 15 

Astringe pacis foedera. 

disti vivamente indichino, e determinino 1'impero dell'uomo sopra tutte 
le creature, e ne richianiino a quel passo del Salmista (vin, 6,7): Con- 
stituisti eum super omnia opera manuum tuarum ; omnia subjecisti sab pe- 
dibus ejus ecc. E di piu osserva come il per ordinem che si bene risponde 
aWordinans del secondo verso, esprime quanto vi ha di mirabilmente 
sapiente e divino in questa ordinata.umile subordinazione della natura, 
tutta sommessa allo scettro del suo capo, all'uomo, il quale deve a sua 
volta ancor egli il sacro tributo dell'obbedienza e dell'adorazione al 
capo supremo, di cui egli e quaggiu rappresentante ed immagine. E 
quindi discernere potrai quanto per vivezza d'immagine e profondita 
di concetto siano questi due versi superiori a quelli sostituiti dalla 
Correzione: 

Per temporum certas vices, 
Obtemperare servulis. 

vv. 9-12. Ai^rimidue versi di questa strofa la Correzione sostituisce 
questi altri: 

Repelle qv.ocl cupidinis 
Ciente vi nos inrpet.it. 

INIa coi primi meglio spicca il rapporto della parte deprecativa con 
ls, parte espositiva dell'inno. L'uomo infatti, capoiavoro e re della crea- 
zione in terra e sottomesso, e deve nella purezza della vita il tributo di 
lode, a nome della creazione stessa, a Dio (servis tuis), e non deve di- 
menticare questa sua nobile missione, depravando il suo cuore nella 
cupidigia animalesca (per immundiiiam), E il rapporto naturale, cosi il 
Pimont, della parola immunditiam con la bassa inferiorita degli animali, 
la cui creazione fa in quesfinno cosi spiccante contrasto con la crea- 
zione dell'uomo, e chiaramente indicata da S. Ambrogio stesso nel 
cap. iii dell' Hexaeyneron, n. 10: Cave, o homo,pecudu>n modo curvari... Cnr 
illecebris corporalibus deditus, ipsum te inhonoras, dum ventri, atque ejus 
passionibus deservis? Cur intelleclum tihi adimis, quem tibi Creator attri- 
buit? Cur te jumentis comparas, a qnibus te voluit Deus segregari dicens: 
Nolitefieri sicut equus etmulus, quibus non est intellectus? I due versi se- 
guenti: Aui moribus ecc. dimostrano come il peccato, corrompendo i 
nostri costumi, e viziando i no^tri atti, puo farne discendere alla stregua 
degli animali, i quali pur ci debbono, per ordine stabilito dal Creatore 
(per ordinem), obbedienza e servitu, come noi dobbiamo a Dio adora- 
zione ed amore. 

vv. 13-16 Oltremodo semplice e bella e questa strofa, tanto che la 
Chiesa l'ha inserita in altri suoi inni. Vi hai da una parte rivelato l'im- 
mortal destino dell'uomo, ed espresso dalTaltra il mezzo infallibile onde 
conseguirlo, ch'e la pace con Dio, il quale ne largisce quaggiu il dono 
della grazia, e lassu la palma della gloria. Osserva col Venturi la con- 
sonanza delle immagini fra il 13° e 15° verso, e fra il 14» e 1'ultimo : i 
gaudii celesti saranno il premio delle vinte discordie; e la grazia coi 
suoi doni sara la corona della pace fraterna, santificata dairamor di- 
vino. E in qucsto avra il suo compimcnto qucll'ordine supremo, che 
Dio (solus ordinans) ha stabilito a regolare gli uomini e 1'universo. 



& AMBRCGID il 

VII. 

Sottimo giorno della creazione. 

Deus creator omnium, 

Polique rector, vestiens 

Diem decoro lumine, 

Tsoctem soporis gratia, 
Artus solutos ut quies 5 

Reddat laboris usui 

Mentesque fessas allevet, 

Luctusque solvat anxios, 
Grates peracto jam die, 

Et, noctis exortu, preces 10 

Yoti reos ut adjuves 

Hymnum canentes, solvimus, 

VII. Nota il Venturi che quesfinno non fa parte del Breviario Ro- 
mano, ma in alcune Chiese alternavasi con quello: luoc, beata Trinitas, 
attribuito da alcuni allo stesso S. Ambrogio. II Clement ed altrilo as- 
segnano come il settimo canto dell'opera della creazione, e per 1'imma- 
gine del riposo, che domina in tutto 1'inno, e pel fatto analogo di Dra- 
conzio, il quale avendo scritto anch'egli in versi un Ilexaemeron, il ve- 
scovo Eugenio di Toledo stimo non eompiuto quel poema, perche si 
chiudeva col giorno sesto, e vi fece aggiungere un brano in onore della 
settima giornata della creazione. Che poi quesfinno sia stato composto 
da S. Ambrogio, loattestano il Beda, che lo cita nel suo trattato de re 
r.ieirica, e S. Agostino, il quale nel libro ix delle sue Confessioni, dice 
che, ricevuto il battesimo, si conforto della perdita di sua madre cosi: 
u Mentre io era tutto solo nel mio letto, mi ricordai di quei veridici 
versi di Ambrogio: Deus Creator omnium ecc. „ riportando intere le 
prime due strofe. — L'inno e in versi giambici dimetri regolari. 

v. 4. soporis gratia. Da alcuni si legge sopora gratia, come in qualche 
edizione delle Confessioni di S. Agostino che, come abbiam sopr^ av- 
vertito, cita le prime due strofe. Ma la forma comune e piii eletta. E si 
noti come cotesto cangiamento sia una delle prove che i versi di S. Am- 
brogio venivano imparati a memoria (grand' esempio, rimprosrero so- 
lenne a' nostri di), e trascritti a orecchio. 

vv. 5-8. Artug ecc. Prudenzio nel suo Cathemerinon dice imitando: 
Fluxit labor diei, 
Redit quietis Jwra, 
Blandus sopor vicissim 
Fessos relaxat artus. 
— laborl$ f/.<?»'f', agli usati lavori — Luctusque solvat anxios. II Venturi: 
E versi sidJe angosce oblio pietoso. 

0.11. Voti reos. Alcuni leggono: Votis, reos ut adjuves. Bia secondo il 
Biraghi, gli antichissimi codici hanno: voti reos, e molto bene, perche 
quosta fraso in buon latino significa coloro che si sono obbligati con 
voto ; cioe clio, Catta una proghiera, con qualche sacra promessa, e ot- 
tenuta la grazia, restano dobitori, e quasi da se condannati ad eseguire 
U voto. Virgilio (Atn. y,236): Fgo... candentem taurum Constilvam anU 
afas, voii rtus. 



12 S. AMBROGIO 

Te cordis ima concinant, 

Te vox sonora concrepet, 

Te diligat castus amor, 15 

Te mens adoret sobria : 
Ut, quum profunda clauserit 

Diem caligo noctium, 

Fides tenebras nesciat, 

Et nox fide reluceat. 20 

Dormire mentem ne sinas, 

Dormire culpa noverit, 

Custos fides refrigerans 

Somni vaporem temperet. 
Exuta sensu lubrico 25 

Te cordis alta somnient, 

Nec hostis invidi dolo 

Pavor quietos suscitet. 
Christum rogemus et Patrem 

Christi Patrisque Spiritum : 30 

TJnum potens per omnia 

Fove precantes Trinitas. 

v. 14. sonora. Non gia canora, conie alcuni vogliono ; giacehe con 
quella voce piu vivamente si esprime il grido dell'anima che prega. 

v. 16. mens... sobria, mente ch'e in se, vigilante, raffrenata da tutte le- 
cupidita. 

vv. 18 e 19. Diem ecc. Si noti lo spondeo al secondo piede. — tenebras. 
G-li errori, cioe, i falsi dogmi, 1'eresie. 

vv. 21 e 22. Dormire mentem. Ad imitazione del Salm/sta (xit, 4) : Illn- 

mina oculos meos, ne unquam obdormiam in morte — Dormire ciilpa 

Bellissima antitesi col verso precedente. E uno di quei tanti bellissimi 
modi, cosi il Venturi, ne' quali Ambrogio non teme confronti. 

vv. 23 e 24. Custosfides... II Venturi traduce: 

E lafe' ci sia scudo, e ci consoli, 
E doni al sonno temjperata calrna. 

v. 26. Te cordis ecc. Questo affettuoso pensiero e riportato da Pruden- 
zio nel Caihem... 

Corpus licet fatiscens 
Jaceat recline paulluni, 
Christum tamen &ub ipso 
Mtditabimur sopore. 
— invidi. Perche per invidia di lui entrb nel mondo la morte (Sap. n, 24). 

v. 31. Unum, si riferisce a Trinitas. Dall'esempio della Scrittura (San 
Giov. I, v, 7) : Tres sunt qui lestimonium dant in coelo: Pater, et Verbum 
et Spiritus Sanctus ; et hi tres DNUM sunt. — Quel che e della sostanza 
stessa, non e unus, ma unum (S. Ambr. De Incarn.) — Potens per omnia e 
quanto omnipotens. L.a dossologia di quesfinno ci richiama alla mente 
quel bel fatto storico, che S. Agostino narra nel suo libro de beata vita 
(xxxv): liitiratosi egli ai colli Milanesi per propararsi a ricevere il 
Battesimo, tenne con alcuni sufci amici tre ragionamenti intorno alla 
natura della vita beata. E v'era presente ancor sua madre: in primis 
nostra mater, cujus menti credo esse omne quod vivo. In conchiusione del 



S. AMBROGIO i3 

VIII. 

Ad Matutinum. 

Somno refectis artubus; 

Spreto cubili surgimus: 

Nobis, Pater, canentibus 

Adesse te deposcimus. 
Te lingua primum concinat, 5 

Te mentis ardor ambiat, 

Ut actuum sequentium 

Tu, Sancte, sis exordium. 
Cedant tenebrae lumini 

Et nox diurno sideri, 10 

Ut culpa, quam nox intulit, 

Lucis labascat munere. 
Precamur iidem supplices , 

Noxas ut omnes amputes, 

Et ore te canentium 15 

Lauderis in perpetuum. 

terzo ragionarnento egli esclam6, che vera nostra beatitudine sara 
qnanclo conoscererno pienamente il Padre che da la verita, il Figlio, 
chV la verita, e lo Spirito Banto per mezzo del qnale siamo uniti alla 
verita; quaetria unum Deum, unamque substantiam... ostendisnt. La madre 
S. Monica non si tosto ebbe udita questa esplicita confessione del mi- 
stero della Ss. Trinita, tutta raggiante di gioia per la conversione del 
figlio, e compresa da un sontimento di gratitudine verso il Banto Ve- 
scovo che lo converti, ripete con 1'acceiito della fede 1'ultimo verso 
dell'inno presente: Fove precan/es, Tri 

YIII. Cantasi dalla Chiesa nel Lunedi. I versi sono giambici dimetri 
regolari. Vi ha molta tendenza alla rima. 

v. 2. spreto. Xota come bene esprima la prontezza con cui dobbiamo 
levarci, appena il bisogno del riposo e soddisfatto. 

v. 5. primum. II primo e piu nobil uso della parola si e quello di lo- 
dare Dio, e la dignita di essa in questa ang< liea funzione sopra tutto 
risplende: 08habe8'8pirituale,ob8ignatum Spiritu Sancto ; cogita quae ±it 
oris t'.<\ dignitas [S. Jo. Chrys. Hom. xiv in Epist. <i<1 Ephes.). E S. Giacomo 
Apostolo (iii, 9) : I etPatrem. 

v. G. ambiat. Non si potrobbe esprimer meglio 1'ansia ardente del- 
ramore. Prudenzio nello stosso senso ha: Ambire Cnristum. 

-12. Cedant ecc. Nota come il senso letterale di questi versi ben 
6'aceordi col mistico: lo tenebre sono il peccato, la luce e la grazia, la 
notte e il demonio, 1'astro dcl giorno e Cristo. Eratis aliqunndo t< m 

autem lux in Domino {i . Ego sum lux mundi (Joan. vm). 

Nox diaboiut - itanae, et si se tra n<j>Aa,n lu- 

I LXXH 

m. Parola fatta, per sineresi, dissillaba, 
v. 14 Lto a bella posta a segnalare tntta la po- 

teuza vittoriosa flella ^razia. 

> i,l mundo )i ■<<■ U ■ '• 



14 S. AMBROGIC 

IX. 
Ad Laudes. 

Aeterna coeli gloria, 

Beata spes inortalium, 

Celsi tonantis Unice, - 

Castaeque proles Virginis ; 
Da dexteram surgentibus, 

Exurgat et mens sobria, 

Flagransque in laudenl Dei 

Grates rependat debitas. 
Ortus refulget lucifer 

Sparsamque lucem nuntiat, 10 

Cadit caligo noctium, 

Lux sancta nos illuminet ; 
Manensque nostris sensibus 

Noctem repeliat saeculi, 

Omnique fine diei 15 

Purgata servet pectora. 



nimus, illo eodem ore lauderis a nobis in futuro quoque saeculo in per* ' 
petuum. 

IX. Cantasi all'aurora del Venerdi, giorno della morte del Eedentore. 
I versi sono giambici dimetri regolari. Le loro iniziali cominciano con 
una lettera ordinata dell'alfabeto, onde 1'inno e alfabetico, quantunque 
1'iniziale c trovisi ripetuta nel quarto verso, e la s e la q stiano invece 
di i e ditfnei versi 10 e 20; alterazioni prodotte in antico dagli ama- 
nuensi. 

v. 3. Tonantis. Nei Libri santi incontrasi spesso il verbo tonare, al- 
lorche parlasi di Dio. Per es. nel libro primo dei Re (xi, 10): Dominum 
formidaburd adversarii ejus, et super ipsos in coelis tonabit. 

v. 6. mens sobria. E la mente, e il cuore circonciso, scevro, per mezzo 
della mortificazione, d'ogni bassa affezione. Bruciando di amore, e pieno 
di santa allegrezza, questo cuore e sempre pronto a celebrare la gloria 
di Dio, e pagargli il tributo della sua riconoscenza. 

v. 7. Si noti la non elisione del secondo piede, que-in. 

vo. 9 e 10. Ortus. II Mone scrive liortus. E il medesimo mette ipsamque 
nel decimo verso in luogo di sparsamque. 

v. 11. Cadit caligo ecc. Ricorda 1'altro dello stesso Autore : Solvit po- 
lum caUgine, e quello di Prudenzio : Oaligo terra scinditur. Si noti in ca- 
ligo lo spondeo per secondo piede. 

vv. 13 e 14. Non basta che la luce di Dio sfolgori nell'anima, e ne- 
cessario vi rimanga per sempre, per tenerne lontana la notte del secolo, 
il peccato, cioe, ed il demonio, che minacciano continuamente di inva- 
derla, e per serbare i nostri cuori puri ed innocenti ad ogni volger di 
giorni : Omni<iue Jine ecc. Si noti in questo verso il pirrico al terzo 
piede. 



S. AMBROGIO 15 

Quaesita jam primum fides 
Radicet altis sensibus ; 
Secunda Spes congaudeat, 
Qua major extat Charitas. 20 

X. 

Diebus Dominicis 
ad Laudes matutinas. 

Aeterne rerum conditor 

ISoctem diemque qui regis, 

Et temporum das tempora 

Ut alleves fastidium; 
Praeco diei jam sonat, 5 

IXoctis profundae pervigil, 

Nocturna lux viantibus, 

A nocte noctem segregans. 

v. 17. Quaesita... ficles. Lo stesso che acquisita fides, la fede che da 
priina acquistammo, che ci fu data per la grazia di Cristo, il quale u'e 
Vautore ed il consumatore, secomlo che dice Paolo (Ilebr. xn): Aspicientes 
in auctorem fidei nostrae et consummatorem Jesum. 

v. 18. liadicet ecc. Bella e vivissima immagine. Sensus, sta per cuore, 
a/iimo: Ponga profonde radici nel nostro cuore. 

o. 19. congaudeat. Riflette quel di Paolo (liom. xn, 12). Spe gaudentes. 

v. 20. Qua major... S. Paolo nella prima Epistola ai Corinti (xin, 14): 
"Kunc autem manent fides, spes, cJiaritas, tria haec : major autem horum est 
charitas. La sola carita durera eternamente: la fede e la speranza du- 
reranno quanto il mondo, poiche in cielo gli eletti vedranno Dio fac- 
cia a faccia, e godranno del possesso dei beni eterni. Vi e chi per eon- 
servare 1'ordine alfabetico dell'inno, legge Tunc, invece di qua. 

X. In questo bellissimo inno, S. Ambrogio riporta vestite di poetiche 
forme molte idee, da lui gia espresse nelV Hexaemeron. I versi sono 
giambici dimetri regolari. Cantasi alle Laudi delle Domeniche d' in- 
verno. 

v. 3. temporum tempora, i differenti tempi, i tempi che succedonsi al- 
ternativamente. Spiega dunque: E fai succedere un tempo aWaltro. B 
questa successione di tempi puo intendersi e delle stagioni,e dei giorni, 
e delle notti. Iu Daniele n, 21: Ipse mutat tempora. E S. Ambrogio stesso 
(Hexaem. IV, 5): Tempora autem quae sunt, nisi mutationum vices? 

v. 5. Praeco diei. Verso elegaute ed espressivo assai. Prudenzio ohiamo 
il gallo: ales diei nuntius. Tutto quello che il P. dice dcl gallo e del suo 
canto, vuolsi intendere letteralmente, nelle tre strofe che seguono a 
questa. Ma a cominciar dalla strofa Surgamus, egli passa dal senso let- 
terale al mistico ed al simbolico. Pel gallo deve intendersi Gesii Cristo; 
per la voce del gallo, la voce del Salvatore che pfedica il Vangelo ; per 
la notto, il peocato; e pel sonno 1'assiderazione deiranima, che riniane 
immersa nel vizio ; la Bperanza, la salute, la fede sono i lumi, e le gra- 
zie che ci confortano ad operare santamente. 
v. 7. Noctuma ecc. II gallo e di notte pel viaggiatore come flaccola 



10 S. AMBROGIO 

Hoc excitatus lucifer 

Solvit polum caligiue ; 10 

Hoc omnis erronum chorus 

Viam nocendi deserit. 
Hoc nauta vires colligit, 

Pontique mitescunt freta ; 

Hoc ipse petra Ecclesiae, 15 

Canente, cuipam diluit. 
Surgamus ergo strenue: 

Gallus jacentes excitat, 

Et somnolentos increpat ; 

Gallus negantes arguit. 20 

Gallo canente, spes redit ; 

Aegris salus refunditur, 

che dirige i suoi passi : Lux qnantum ad munus et officium (Clitoveo). 
Esso, quasi orologio, divide la notte in due parti, perche la Provvidenza 
gli ha dato 1'istinto di cantare esattamente alle stesse ore: A nocte no- 
ctem spgregans. Onde Giobbe esclama (xxxviii, 36): Quis cledit gallo in- 
telligentiam? 

v. 9. Hoc. Cioe praecone diei — excitatus lucifer. Ardita prosopopea, che 
col verso seguente forma un'immagine eminentemente poetica. Quanto 
a Jucifer, V. Fasc. I, n. %-l\,pag. 33. 

v. 11. erronum chorus, la turba de' malfattori. Nel senso mistico ll 
P. intende i demonii vaganti alle notturne insidie. Prudenzio imitando 
S. Ambrogio {Oathem. 1) : 

Ferunt vagantes daemones 

Laetos tenebris noctium, 

Gallo canente exterritos 

Sparsim timere et cedere. 

E S. Agostino (Serni. ciii): Ista daemonia s^ducere animas quaerunt ; sed 
ubi sol ortus est,fugiunt. — Invece di chorus alcuni han detto choors, ma 
il primo concorda meglio col senso biblico e con la frase allegata di 
Prudenzio, vagantes... laetos tenebris noctium. 

v. 14. viitescunt. Ed infatti appena spunta laurora, cioe quando canta 
il gailo, le tempeste addivengono meno terribili. 

v. 15. Hoc ipse. Cioe S. Pietro, che e pietra. fondamento della Chie.^a, 
il quale alreiterato canto del gallo ' lavo con le lagrime la colpa della 
reiterata negazione di G-. C. S'avverta che V hoc simmetricamente ri- 
petuto quattro volte non e una sgraziata ridondanza, ma serve a far 
riflettere sempre piu a ciascuno effetto simbolico del canto del gallo. 

v. 17. Surgamus. S. Paolo (ad Rom. XIII, 11) : Hora est jam de somno 
surgere ; e (ad Ephes. V, 14) : Surge qui dormis, et UlumiHabit te Christus. 
Qui comincia a squarciarsi il velo deH'allegoria, e a rivelarsi il senso, 
che e spiegato nella nota del v. 5. 

v. 20. negantes. Eicorda 1'amorosa correzione fatta a Pietro dal Sal- 
vatore. 

v. 21. Gallo canente ecc. esprimonsi con questa strofe gli effetti mirabili 
dell'interiore predicazione di Cristo nelle nostre menti, e mostrasi cosi 
il senso mistico dell'elegailti fi^urc delle Btrofe terza e quarta. Si noti 
come in questu strofa e in quella chc segue il P. cerchi evidentemente 
la rima. 



S. AMBROGIO 17 

Mucro latronis conditur, 

Lapsis fides revertitur. 
Jesu, labantes respice, 25 

Et nos videndo corrige : 

Si respicis, lapsus cadunt, 

Fletuque culpa solvitur. 
Tu, lux, refulge sensibus, 

Mentisque somnum discute: 30 

Te nostra vox primum sonet, 

Et vota solvamus tibi. 

XI. 
Ad Priniam. 

Jam lucis orto sidere 

Deum precemur supplices, 

Ut in diurnis actibus 

Tsos servet a nocentibus. 
Linguam refraenans temperet, 5 

Ise litis horror insonet, 

Visum fovendo contegat, 

Ne vanitates hanriat. 

rv. 25-2P. Bellissima strofa. Pare vi si faccia allusione al Pentimento 
di Pietro, e alla conversione del latrone. II Salmista (cxvm, 132): Aspice 
in me, et miserere mei. — Alcuni leggono labentes. Ma il labantes, avverte 
il Biraghi, e piu conforme alle parole del medes. Ambrogio, che nel suo 
libro dell' Hexaemeron dice (v, 31): Jesus TITUBANTBS respicit , errantes 
eorrigit. — lapsus, colpe, pcccati. 

v. 29. lux. Richiama 1'immagine dell'astro mattutino, lucifer, ch' e nel 
v. 9. S. Pietro (II. i, 19) : lucifer oriatur in cordibus vestris. u Ne con piu 
eletta armonia di pensiero e di forma, cosi il Venturi, poteva chiudersi 
quesfinno, che quanto piu si legge, piu appare maraviglioso per copia 
d'immagini, forza di stile, e sublimita di simbolismo v 

XI. Nei versi di quesfinno, che sono giambici dimetri regolari, hai 
1'assonanza e la rima. La Chiesa ne ha fissato il canto all'ora Canonica 
di Prima. 

'•. 2. Si noti come la voce sxpplicos, posta in fine del verso, esprime as- 
Bai bene 1'umile effusione della preghiera e delTadorazione. 

v. 4. a Hocentibus, dagli errori, dai vizii, da tutto cid che puo nuocere 
alTanima ed al corpo. 

v. 6. litis horror. Xon si poteva meglio render il pensiero di S. Gia- 
como, a cui il P. evidentemente fa allusione (i, 20): Unde bella et litc-s in 
vobis ?... 

v. 7. visum fovendo. Espressione mistica, ch' esprime 1' elYetto della 
grazia, la quaie protegge i nostri occhi dalle seduzioni del mondo, con 
un alimento spirituale e interiore: id est, nutriendo et regulando conru- 
piscentias nosfras {Aiitonid a Lebrixa, Collect. nov. veter. Script. et monum.). 

v. 8. Xe vanitates. Ilende fortemente scolpito il concetto Davidico 
(I's. < ivm, 37): Averte oculos meos, ne videant vanitatem. 

Carmina — II. i } 



18 S. AMBROGIO 

Sint pura cordis intima, 

Absistat et vecordia; 10 

Carnis terat superbiam, 
Potus cibique parcitas ; 
Ut, quum dies abscesserit, 
Noctemque sors reduxerit, 
Mundi per abstinentiam 15 

Ipsi canamus gloriam. 



XII. 
Ad Tertiam. 

Nunc sancte, nobis, Spiritus, 
Unum Patri cum Filio, 
Dignare promptus ingeri 
Kostro refusus pectori. 

Os, lingua, mens, sensus, vigor 



v. 10. vecordia. Fsprime la stoltezza e la vilta di chi cede alle sedu- 
zioni della carne. E voce cornposta dalla particella ve, che talvolta a 
diminutiva e privativa, e di cor, onde e quanto sine corde. 

v. 14. sors. Sta per successione delle ore , o alternazione dei tempi. 
Pro successione (cosi il Clitoveo, Eliicid. ecclesiast.) vicissitudineque tem- 
poris, cujus certa serie ac alternatione diei succedit hora nocturna. 

v. 15. Mundi. Puo essere aggettivo o sostantivo, secondo che si prenda 
o per nominativo plurale del verbo canamus, o per genitivo di absti- 
nentiam. 

XII. Gli orientali dividevano come le notti, cosi pure i giorni in 12 
ore uguali fra loro, e pregavano il giorno di tre in tre ore, cioe alla 
terza, alla sesta ed alla nona ora. Quesfuso fu dagli Apostoli accolto, e 
tramandato a noi; onde Tertulliano le chiama Ore Apostoliche. L'inno e 
in versi giambic: dimetri regolari. V. Fasc. I, pag, 54, n. 1-4. 

v. 1. Xunc. Cioe in quesfora solenne, in cui tu stesso, o divino Spirito, 
discendesti sugli Apostoli sotto forma di lingua di fuoco. 

v. 2. Unam, non unus, perche con quello si esprime la sostanza, con 
questo si esprimerebbe la persona. Non enim, dice altrove lo stesso A. 
(De Incarn. I. i, c. vn), quod ejusdem substantiae est, unus, sed unum est. 

vv. 3 e 4. Costr.: Dignare prompte ingeri nobis. ecc. — refusus. Cioe 
rursus infusus. ovv. super aspersus tamquam dulcissima unctio. Pare si 
alluda con questa parola alla grazia giustificante, spesso reiterata 
ed aumentata come nuova effusione dello Spirito Santo nelle nostre 
anime. 

v. 5. 0.9, il volto, 1'atteggiamento della persona. — sensus, 1'affetto, il 
cuore — vigor, il complesso di tutte le forzo siinterne come esterne del- 
l'uomo. Insomma con questo verso svolgesi in bella forma il concetto 
ch'e nelle parole di Davide (cn, 1) : Benedic, anima mea, Domino; et om» 
nia, quae intra me sunt, nomini sancto ejus. 



S. AMBROGIO 10 

Confessionem personent; 
Flammescat igne charitas, 
Accendat ardor proxinios. 



XIII. 
Ad Sextam. 



Rector potens, verax Deus, 
Qui temperas rerum vices, 
Splendore mane instruis 
Et ignibus meridiem ; 

Extingue flammas litium, 
Aufer calorem noxium, 
Confer salutem corporum 
Veramque pacem cordium. 



v. 6 Confessionem non significa qui confessione dei peccati, ma confes- 
sious di lode, cioe lode e ringraziamento a Dio. Senso tutto biblico: 
Praecinite Domino in confessione (Fs. CX.LVI, 7) ; Praeoccupemus faciem ejus 
in confessione (Ps. xciv); ecc. 

2 8. Flammescat ecc. Versi, dice il Ventura, altamente e affettuo- 
samente cristiani a significare che, come dal fuoco e 1'ardore, cosi dal- 
1'intrinseco amor di Dio si deriva la carita verso il prossimo. 

XIII. 9.1. verax Dexs. Xella Scrittura spesso ricorre quesfattributo 

verax, che tanto conviene a Dio. Per es. Est autem Deus verax(Pom. in,4). 

v. 2. Qui temperas rerum vices. Prudenzio similmente (Cathem. Hymn. v)t 

Qui certis vicibus tempora dividis. 

vv. 3 e 4.. mane. In questo luogo non e avverbio, ma sostantivo, che 
equivale a tncUutinum tempus. S'avverta la licenza del P. che non fa 
1'elisione della vocale. — instruis. Alcuni han voluto leggere illuminas. 
Ma Yinstruis ha maggior forza, e meglio concorda colle due idee di 
splendore e di fuoco, formanti rispettivamente i caratteri proprii e di- 
stintivi del mattino e del mezzodi. 

v. o.flammas litium. II fuoco delle risse, delle discordie, e metaforica- 
mente la fiamma impura delle passioni, le quali ne sono 1'infausta e ve- 
lenosa sorgente. Unde bella, et conteniiones in vobis, nonne... ex concupi- 
scentiis vestris? (Jacoh. iv). 

i r. 6-8. caJorem noxium. Puoi intendere oltre il proprio, il senso tras- 
lato, la collera, cioe, e la concupiscenza. Questo triplice calore nuoce 
non solo all'anima, ma anche al corpo, turbandone 1'armonia, viziau- 
done gli umori; onde il P. soggiunge: Confer salutem corporum. Or dalla 
calma generale dell'auima e del corpo nasce la pace del cuore, la quale 
e Foggetto supremo di questa preghiera: Veratnque pacem cordium. Vera, 
perche compimento e frutto delle promesse del Dio della verita. di 
Cristo, il quale disse agli apostoli, e per e.ssi a tutt' i fedeli (Joon.\i\,2l t '. 
Pacem meam do VObtej non quomodo miaidus dat, e<jo do vobis. 



20 3. AMBROGIO 

XIV. 

Ad Nonam, 

Rerum, Deus, teaax vigor, 

Immotus in te permanens, 

Lucis diurnae tempora 

Successibus determinans; 
Largire clarum vespere, 5 

Quo vita nusquam decidat, 

Sed praernium mortis sacrae 

Perennis instet gloria. 

XV. 
In Sabbato ad Vesperas. 

lux, beata Trinitas, 
Et principalis Unitas, 

XIV. Versi giainbici dimetri regolari. 

vv. 1 e 2. Rernm ecc. O Dio. tu che sei il legame e la forza di tutte le 
cose. — II tenax vigor esprime potentemente quella forza conservatrice 
cbe tutto anima e sostiene con la divina tenacita della infinita sua pos- 
sanza; quel vincolo misterioso, che lega iusieme, nell'armonia delFesi- 
stenza e della vita, gli elementi varii, fisici o spirituali, i quali compon- 
gono la natura di tutti gli esseri creati ; quell'azione provvidenziale, in 
fine, che da un capo alFaltro dell'universo tutto abbraccia e dispone 
con forza e soavita insieme: Attingit ergo a fine usque ad finem fortiter, 
et disponit omnia suaviter (Sap. vnr, 1), La qual forza divina ha suo prin- 
cipio e ragione nell'eterna sua stabilita, attorno a cui tutto quag- 
giH s'agita e passa: Immotus in te permanens. II quale verso racchuide 
i concetti biblici: Ipsi peribunt, tu autem permanes (Ps. ci, 27); Ego Do- 
minus, et non mulor (Malach. m, 6). II che fe' esclamare a Boezio (De 
Cons. iii, 9): qui perpetua mundum ratione gubernas, stabilisque rnanens 
das cuncta moveri! 

v. 3. Lucis ecc. le ore del giorno. 

v. 5. clarum vespere. La sera e 1'ora in cui cade e spegnesi il giorno 
nelle tenebre della notte. Onde il clarum vespere sta qui nel senso mi- 
stico o spirituale, sta cioe per indicar 1'alba di quel gran giorno del- 
1'eternita beata, che non sara mai oscurato dalle ombre della morte, 
essendone Iddio stesso luce indefettibile. 

vv. 7 e 8. Con questi due versi chiariscesi, e compiesi 1'idea de' due 
precedenti: questa luminosa sera deU'ultimo nostro giorno sia tosto 
seguita dalla gloria eterna, ricompensa d'una santa morte. Beati qui in 
Domino moriuntur (Apoc. XIV); Pretiosa in conspectu Domini mors sancto~ 
rum ejus (Ps. cxv, 5). 

XV. Versi giambici dimetri regolari. V. Fasc. I, pag. 54, n. 1-4. 

vv. 1 e 2. lux. Dante (Parad. xxxi, 28) con la stessa idea della luco 
spiega la Trinita delle Persone in una sola essenza : 



S. AMBROf.IO 21 

Jam sol recedit igneus, 
Infunde lumen cordibus. 
Te mane laudum carmine, 5 

Te deprecemur vesperi; 
Te nostra supplex gloria 
Per cuncta laudet saecuia. 

XVI. 
Ad Completorium. 

Te lucis ante terminum, 
Rerum creator, poscimus, 
Ut pro tua clementia 
Sis praesul ad custodiam. 

trina Juce, che in unica stella 
Scintillando a lor vista s\ gli appaga, 
Guarda quaggiuso alla nostra procellct. 
Eimilmente ll Tasso (Ger. ix, 56): 

E deWeiernita nel trono augusto 
Bisplendea con tre lumi cu una luce. 
— prineipalia unitas. L'unita indivisibile della Trinita e detta principalis, 
perche essa e il principio eterno di ogni nnita nel mondo. Immagine di 
Dio, ch'e detto principalis veritas, principalia lux, Or questo senso ar- 
cano e sublime svanisce leggendo con la Correzione: perennis unitas. 
La medesima Correzione sostituisce amorem al lumen del quarto verso. 
Ma chi non vede che per tal modo e rotta la relazione si naturale, esi- 
Btente nel testo antico, tra questo e il primo verso ? 

v. 6. vesperi. Abl. di vesper che nel detto caso esce in e ed in i, delle 
quali desinenze la seconda e piu usata, quando vuolsi dinotare il tra- 
montar del sole. 

v. 7. gloria. Vale qui laus, praeconium. Nel testo corretto, ai due ultimi 
versi furono sostituiti qnesti altri: Digneris ut te supplices, Laudemus 
inter coeliles, e cosi fecesi scomparire non solo gloria, ma anche il te che 
nel testo antico ripetuto tre volte in principio di tre versi consecutivi, 
e quasi un triplice inno di fede, di adorazione e di amore alFaugusta 
Trinita. 

XVI. Versi giambici dimetri regolari. 

v. 1. Quosto verso ri^ponde esattamente al primo delFinno XI, Jam 
luris orto sidere. Negl'inni della Chiesa trovansi spesso dei versi indi- 
eanti il tempo in cui debbonsi cantare. Dante fa ad un'anima del pur- 
£utorio intonare (vm, 13) quesfinno fcosi: 

Te lucis ante Bl divotamente 
Le usci di bocca, e con si dolci note, 
Che fece me a me uscir di mente. 
r. 3. pm fua clemmtia. Idea che cade opportunissima in quesfultima 
dera del giorno, quando 1'ankna sotto il peso de*siioi quotidiani 
! b dursi al sonno, il quale e immagine dclla morte, 
tutto il bisogno d'invocare la misericordia di Colui, che di \ 
Bere il suo criudice. 
v % t. QubDto Veruo raccbiude in compendio tutt' i sentimcnti esj i 



22 S. AMBROGIO 

Procul recedant somnia, 5 

Et noctium phantasmata, 
Hostemque nostrum comprime 
Ne polluantur corpora. 

XVII. 
In adventu Christi. 

Conditor alme sideruin, 

Aeterna lux credentium, 

Christe, Redemptor omnium, 

Exaudi preces supplicum. 
Qui condolens interitu 5 

Mortis perire saeculum, 

Salvasti mundum languidum, 

Donans reis remedium. 
Vergente mundi vespere, 

Uti sponsus de thalamo 10 

Egressus honestissima 

Virginis matris clausula. 
Cujus forti potentiae 

nei salmi, nei versetti e nelle antifone dell'ufflcio di Compieta: In pace 
in idipsum dormiam et requiescam', Esto mihi in Deum protectorem, et in 
domum refugii ; In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; Sca- 
pulis suis obumbrabit tibi, et sub pennis ejus sperabis ; Custodi nos, Domine, 
ut pupillam oculi ecc. 

v. 7. Hostemqu3 nostrum, cioe il demonio. 

XVII. I versi di quesfinno sono giambici dimetri irregolari. II Poeta 
ammette il trocheo al primo, secondo e terzo piede ; e lo spondeo, e 
qualche volta il pirrico, al secondo piede [V. Fasc. I, pag. 54). I versi 
sono sempre di otto sillabe, e frequentemente ligati dall'assonanza o 
dalla riina. Cantasi dalla Chiesa a' Vespri dell'Avvento. 

vv. 5 e 6. Qui condolens. Condolere e costr. coll'inf. invece del sogg. 
col quod: condolens quod saeculum periret ecc. Si noti la forza delFespres- 
gione interitu mortis. 

v. 9. Vergente mwtdi vespere, quando gia il mondo piegava a sera, 
verso la sera del mondo, ossia 1'ultima sua eta. Poiche la durata del 
mondo dividesi in sei parti o eta, corrispondentemente a' sei giorni 
della creazione, cioe da Adamo a Noe, da Noe ad Abramo, da Abramo a 
David, da Davide alla trasmigrazione di Babilonia, da questa trasmi- 
grazione a G-. Cristo, da G. Cristo alla fine del mondo. Che G. Cristo 
sia venuto nell'ultima eta del mondo, rilevasi da S. Paolo (I. Cor. x, 11); 
e da S. Giovanni epist. I. it, 18. 

vv. 10-12 Uti sponsus de thalamo. Gentile immagine,tratta dal Salmo 18, 
v. 5: Ipse lamquam sponsus procedens de thalamo suo. Con essa adombrasi 
Gesu Cristo, sposo divino della Chiesa. — honestissima clausula, dal ca- 
stissimo seno della Vergine Madre. 



S. AMBROGIO 23 

Genu curvantur omnia ; 

Coelestia, terrestria 15 

Fatentur nutu subdita. 
Occasum sol custodiecs, 

Luna pallorem retinens, 

Candor in astris relucens 

Certos observant limites. 20 

Te deprecamur, Hagie, 

Venture judex saeculi, 

Conserva nos in tempore 

Hostis a telo perfidi. 

XVIII. 
De adventu Domini. 

Verbum supernum prodiens, 

A Patre olim exiens, 

Qui natus orbi subvenis 

Cursu declivi temporis; 
Illumina nunc pectora, 5 



r. 14. Oenu curvantur. Si noti il verbo passivo costruito,per ellenismo, 
coll'accusat. L'immagine di questa strofa e tutta biblica (FhUip. n, 10): 
In nomine Jesu omne gentt flectatur coelestiion, terrestrium, 't infemorum.— 
nutu. Sta per nutui, cenno, volere ; come jussu talora per jussui 

vv. 17-20. I versi di questa strofe, che e bellissima, mancano nella 
moderna lezione. Forse perche la legge metrica v' e offesa dalla voce 
relucens, che chiude il verso con uno spondeo, anziche con un gjambo ? 
Ma, osserva bene il Venturi, la bellezzae nobilta del pensiero sono terso 
compenso al piccolo e non insolito difet 4 "©. — Occasum sol custodiens, il 
sole che sempre tramonta. — Canddrin astris, la via lattea, o le stelle 
che brillan nel cielo — Certos... limites, leggi fisse, determinate. 

v. 21. Hagie, vocabolo derivato dal greco aytoc, santo, di cui lo spi- 
rito aspro e rimpiazzato dalla lettera h. 

XVIII. Versi giambici dimetri irregolari La regola dell'elisione non 
e sempre osservata; trovasi lo spondeo al secondo piede, e il trocheo 
al terzo; ma il P. si e attenuto alla numerazione delle sillabe ed alla 
rima. Quest'inno, che il Clement attribuisce a S. Ambrogio, e dal Ti- 
moteo attribuito a S. Tommaso. V e chi lo tiene d' incerto autore, e 
il Mone lo dice appartenente alla seconda meta del v secolo. Caiitasi 
nel Mattutino dell'Avvento. 

v. 1. Verbum... Cosi incomincia il primo verso d'uno dcgl'Inni eucari- 
stici di S. Tommaso. 

v. 2. A ratre... exiens. Immagine tratta da S. Giovanni (Ev. xvi, 28): 
' a Patre, et veni in >»un<Ium. 

r. 4. Ourpt ecc. Lo stesso che Ycryente mundi vespere, come ueirinno 
precedente, v. 9. 



24 S. AMBROGIO 

Tuoque amore concrema, 

Audito ut praeconio 

Sint pulsa tandem lubrica ; 
Judexque quum post aderis 

Rimari facta pectoris, 10 

Reddens vicem pro abditis 

Justisque regnum pro bonis, 
Non demum arctemur malis 

Pro qualitate criminis ; 

Sed cum beatis compotes, 15 

Simus perennes coelibes. 

XIX. 
In nativitate Domini. 

Christe redemptor gentium, 

Ex Patre, Patris unice, 

Solus ante principium 

Tsatus ineffabiliter ; 
Tu lumen et splendor Patris, 5 

Tu spes perennis omnium, 

Intende quas fundunt preces 

Tui per orbem famuli. 
Memento, salutis auetor, 

Quod nostri quondam corporis, 10 

v. 7. Andito ut praeconio, affinche udendo le predizioni, le profezie. 
La fede alle verita, promulgate dai Profeti dei Siguore, porta con se 
Temendazione dei costumi. 

v. 11. Reddens vicem..... Sott. reis — pro abditis, sottint. malis, culpi* % 
come nel Salmo xvin: ab occultis meis mnnda me. 

v. 14. Pro qualitate criminis, proporzionatamente ai delitti. 

vv. 15 e 16. compotes, godendo coi beati — perennes coelibes. S' allude 
alla frase ch'e nel Vangelo di S. Matteo xxn, 30, ad esprimere gli abita- 
tori perpetui del cielo. 

XIX. Versi giambici dimetri irregolari. II trocheo trovasi al primo, 
secondo e terzo piede; lo spondeo al secondo. La regola dell'elisione 
non e osservata. Tutti i ver.^i hanno otto sillabe. Cantasi ai Vespri ed 
al Mattutino del Natale. 

v. 2. Patris unice, figlio unico del Padre. 

vv. 3 e 4. Sohis ecc. Solo innanzi al principio dei tempi generato ineffa- 
bilmente. Nel Salmo 109, v. 4: ante luciferum genui te. Ed in Isaia (liii, 8) : 
Generationem ejus quis enarrabit? II vorso Natua ineffabiliter e piu bello 
assai di quello BOStituito nel testo corretto: Pater supremus edidit. 

v. 5. Tu lumen et splendor. Allude il P alla frase dell'Apostolo [llebr* 
l, 3) : splendor gloriae, et fiyura substantiae ejus. 



S. AMBROGIO 2o 

Ex illibata Virgine 

Nascendo, formam sumpseris. 
Sic praesens testatur dies, 

Currens per anni circulum, 

Quod solus a sede Patris 15 

Mundi salus adveneris. 
Hunc coelum, terra, hunc mare, 

Hunc omne quod in eis est, 

Auctorem adventus tui 

Laudans, exultat cantico. 20 

Psos quoque qui sancto tuo 

Redempti sumus sanguine, 

Ob diem natalis tui 

Hymnum sovum concinimus. 

XX. 

In Quadragesima. 

Ex more docti mystico, 

Servemus hoc jejunium, 

Deno dierum circulo 

Ducto quater notissimo. 
Lex et prophetae primitus 5 

Hoc protulerunt ; postmodum 

Christus sacravit, omnium 

Rex atque factor temporum. 

v. 13. praesens dies, il presente giorno, il giorno che celebriamo, il 
giorno di Natale. 

v. 17. Hunc. Sottint. diem, e costr.: Coelum, terra... laudans hanc diem, 
auctorem. . exidtat. Conforme agli accenti davidici (Salm. 95, vv. 11, 12): 
Laetentur coeli, et exultet terra ; commoveaiur mare et plenitudo ejus ; gau- 
debunt campi, et omnia quae in eis sunt. Tunc exullabunt omnia ligna sxlva- 
rum, a facie Domini, quia venit. 

vv. 21 e 22. Nos quoque ecc. Ricliiamano alla mente le parole dell'Apo- 
stolo (Apoc. V, 9) : quoniam occisus es , et redemisti nos Deo in san- 
guiue tuo. 

£X. Versi giambici dimetri regolari. Rima quasi in tutti. Cantasi al 
Mattutino. 

vv. 3 e 4. Deno ecc. Perifrasi che dinota la durata del digiuno quare- 
simale. Perche dica notissima cotesta durata e detto nella seguente 
strofa. 

v. 5. Lex. Cioe Mose, che osservo due volte il digiuno quaresimale 
per farsi degno di ricevere lo tavole della legge (Esod. xxiv, 18, 
xxxiv, 28). — prophetae. Cioe Elia, che si astenne per 40 giorni e 40 notti 
da ogni cibo, nel salire all'Oreb ..monte di Dio (III. lieg. xix, 8). 



S. AMBROGIO 

Utamur ergo parcius 

Verbis, cibis et potibus, 10 

Somno, jocis ; et arctius 

Perstemus in custodia. 
Yitemus autem pessima, 

I Quae subruunt mentes vagas; 

Nullumque demus callidi 15 

Hostis locum tyrannidi. 
Dicamus omnes cernui, 

Clamemus atque singuli, 

iPloremus ante Judicern, 

Flectamus iram vindicem. 20 

Kostris malis ofFendimus 

Tuam, Deus, clementiam : 

EfFunde nobis desuper 

Remissor indulgentiam. 
Memento quod sumus tui, 25 

Licet caduci, plasmatis; 

ISe des honorem nominis 

Tui, precamur, alteri. 
Laxa malum quod fecimus, 

Auge bonum quod poscimus; 30 

Placere quo tandem tibi 

Possimus hic et perpetim. 



v. 13. Vitemus pessima. " Asteniamoci (dice S. Agostino) in ispecial 
modo v dal peccato, perche i nostri digiuni siano non infruttuosi come 
quelli degli Ebrei, e riprovati da Dio. „ 

vv. 17-20. u I versi di questa strofa, osserva il Venturi , sono stati 
capovolti nella moderna lezione, forse perche si e creduto che po- 
nendo ultimo il Dicamus onmes rernui, meglio si colleghi con le tre 
strofe seguenti, che contengono la preghiera. Sara, ma la lezione an- 
tica a me pare che piii efficacemente significhi prima 1'orazione vocale, 
e poi 1'energia con cui ell'esce dal cuore, e i ssntimenti, onde vuol es- 
sere accompagnata. „ 

v. 26. plasmaiis. Esattissima espressione, dacche Dio formo 1' uomo 
dal fango della terra. Nel salmo cxvnr, 73: Manus tuae... plasmaverunt 
me. E in Isaia (lxiv, 8): Et nunc, Domine, pater noster es tu y nos vero lu- 
tum etfietor noster tu, et opera manuum tuarnm omnes nos. 

v. 28. alteri. Iddio creo 1'uomo a sua immagine, e gli diede la ragione, 
affinclre prestasse venerazione al suo ereatore. E questo il motivo pel 
quale m quesio luogo preghiamo Dio di non abbandonare al potere del 
fiiavolo, suo e nostro nemico, le anime da lui create per sua gloria. 



S. AMBROGIO -' 

XXI. 

Ad Tertiam in Quadragesima. 

Jam surgit hora tertia 

Qua Christus ascendit crucem : 

Nil insolens mens cogitet, 

Intendat affectum precis. 
Qui corde Christum suscipit, t> 

Innoxium sensum gerit, 

Votisque perstat sedulis 

Sanctum mereri Spiritum. 
Haec hora, quae finem dedit 

Diri veterno criminis, 10 

Mortisque regnum diluit, 

Culpamque ab aevo sustulit. 
Hinc jam beata tempora 

Coepere Christi gratia , 

Fidei replevit veritas 15 

Totum per orbem ecclesias. 
Celso triumphi. vertice 

Matri loquebatur suae : 

« En filius, mater, tuus ; 

Apostole, en mater tua. » 20 

XXI. Versi giambici dimetri regolari. 

v. l.hora tertia. In quesfora avvenne la crocifissione (S. Marco, xv, 25): 
Erat autem hora tertia, et crucifixerunt eum ; e ancora la discesa dello 
Spirito Santo {Act. n, 15) : cum sit hora diei tertia ecc. 

v. 4. Intendat ecc. Accresca il fervore della preghiera. Intendere in tal 
genso e in Tacito {Annal. iv, 26): intendere gloriam. 

vv. 7 e 8. Questo e il seguente verso sono citati da S. Agostino nel suo 
libro De nat. et gratia (c. LXiu). Alcuni leggono praestat ; ma col perstat 
s'ottiene piii vivo senso ; giacche inchiudendo idea di preghiera inces- 
Bante, ci ricorda gli Apostoli, de'quali e detto che perseveravano una* 
nimi nelV orazione (Act. i, 14). Cosi il Venturi — mereri. Vale qui ottenere, 
non gia meritare. Ve ne ha altri esempii in S. Ambrogio e ne' classici 
pagani. 

v. 9. Haec hora. Sottint. est. Vi ha chi legge: Haec hora, qua (Christus) 
finem dedit. 

t\ 12. Cidpamque ab aevo , il fallo che durava da secoli, il fallo 
antico. 

v. 13. Dopo esposti i frutti della morte di G. C, il P. passa ad accen- 
nare a quelli della venuta dello Spirito Santo. 

v. 17. trirtmphi. Bello e sublime il chiamare trtumphus la croce. E il 
P. ha cosi auche in altri luoghi de'suoi scritti. u Effectut, dicc S. Ago- 
Btino, probavit cirtutem ; domuit orbem, nonferro, sed Ugno. B 



S. AMBROGIO 
Praetenta nuptae foedera 

Alto docet mysterio, 

Ne Virginis partus sacer 

Matris pudorem laederet. 
Cui fidem coelestibus 25 

Jesus dedit miraculis, 

Nec credidit plebs impia: 

Qui credidit salvus erit. 
Kos credimus natum Dei, 

Partumque Virginis sacrae, 

Peccato qui mundi tulit, 

Ad dexteram sedens Patris. 



XXII. 
Tempore Pasehali, ad Vesperas. 



Ad coenam Agni providi, 
Stolis et albis candidi, 
Post transitum maris Rubri, 
Christo canarnus principi : 

Cujus corpus sanctissimum 
In ara crucis torridum, 



v. 21. Praetenta ecc. In questa strofe e adombrata 1'alleanza miste- 
riosa di Cristo con la Chiesa sua sposa, a rendere testimoniariza alla 
perpetua verginita di Maria prima del parto, e nel parto, e dopo il 
parto. Laforma pero di questa strofa e soverchiarnente compendiosa. 

vv. 25 e 26. Cui ha per antecedente partus sacer, — fidem dedit, 

prov6. 

XXII. Versi giambici trimetri irregolari. Vi si trova il trocheo e il 
pirrico a tutti i piedi, e lo spondeo al secondo piede. La regola delTeli- 
sione non e osservata: i versi hanno otto sillabe, e sono ligati dalle 
rime. 

v. 1- providi, sottvnt. nos. Noi ben preparati, beai apparecchiati alla 
mensa ecc. 11 senso e: Accostiamoci alla mensa eucaristica con quella 
preparazione che usavan gli Ebrei a mangiar 1'agnello, ngura del vero 
agnello G. Cristo. V. Esod. xii-xv. 

v. 2. Stolis... albis. Simbolo dello stato d'innocenza e di grazia, in cui 
dev'essere il cristiano, che si avvicina alla sacra mensa. 

v. 3. Post transitum ecc. Questa prima strofa racchiude in se una si- 
militudine: Noi che abbiamo ricevuto il battesimo, di cui il passaggio 
del Mar Rosso era la figura, e per mezzo di esso siamo stati liberati 
dalla schiavitii di Faraone, ossia dal peccato; dobbiamo, come gli Ebrei, 
offrire un cantico di ringraziamento a Gesu Cristo, nostro liberatore. 

v. G. torridum. Parola che esprime stupendamente il martirio di 



S. AMBROGIO 29 

Cruore ejus roseo, 

Gustando, vivimus Deo. 
Protecti, pascbae vespere, 

A devastante angelo, lO 

Erepti de durissimo 

Pharaonis imperio. 
Jam Pascha nostrum Christus est, 

Qui immolatus agnus est, 

Sinceritatis azyma 15 

Caro ejus oblata est. 
vere digna hostia, 

Per quam fracta sunt tartara ; 

Pcedempta plebs captivata 

Redit ad vitae praemia ! 20 

Consurgit Christus tumulo, 

Yictor redit de barathro, 

Tyranni trudens vinculum, 

Et reserans Paradisum. 
Quaesumus, auctor omnium, 25 

In hoc paschali gaudio, 

Ab omni mortis impetu 

Tuum defende populum. 



G, Cristo: 1'acerbita clei dolori fu tanta da ardere, quasi, bruciare il 
corpo santissimo di lui. E di piu, racchiude 1'idea delFagnello pasquale 
che gli Ebrei dovevano mangiare arrostito. 

vv. 7 e 8. Cruore roseo, L'aggettivo roseus e qui preso in senso meta- 
forico, e vale prezioso, maravigJioso. — Gustando, ha per reggimento cor- 
pus. — vivimus Deo, viviamo di Dio, ch' e il pane della vita eterna. In 
S. Giov. (vi, 58) : Qui manducat me, et ipse vivet propter me. 

v. 10. L'Angelo sterminatore che uccise tutti i primogeniti d'Egitto, 
e risparmio quelli degli Ebrei, passando oltre le loro case (onde la voce 
Pascha, che significa jwssagyio), e la figura del demonio, dai colpi del 
quale i cristiani sono preservati (protecti) per mezzo del sacrifizio del 
vero Agnello. 

v. 13. Pasrha nostrum. Frase tolta da S. Paolo, nella prima lettera al 
Corinti (v, 78). La nostra Pasqua, cioe il nostro passaggio alla patria ce- 
leste, o, sec&ndo che dice lo stesso Ambrogio nell' llaexaemeron (1, 4), 
il nostro passaggio dai vizii alia virtii, dalle passioni della carne alla 
grazia e sobrieta dello spirito, dal fermento della malizia alla verita e 
sincerita, e Cristo, agnello immolato per noi, la cui carne ci vien data 
in cibo. 

v. 19. Si allude alla discesa nel limbo e alla liberazione degli antichi 
Padri. 



30 S. AMBROGIO 

XXIII. 
In festis Pasehalibus , ad Laudes. 

Aurora lucis rutilat, 

Coelum laudibus intonat, 

Mundus exultans jubilat, 

Gemens infernus ululat; 
Quum rex ille fortissimus, 5 

Mortis confractis viribus,, 

Pede conculcans tartara, 

Solvit a poena miseros. 
Ille qui clausus lapide 

Custoditur sub milite, 10 

Triumphans pompa nobili 

Yictor surgit de funere. 
Solutis jam gemitibus 

Et inferni doloribus, 

Quia surrexit Dominus 15 

Clamat resplendens angelus. 
Tristes erant apostoli 

De nece sui Domini, 

Quem poena mortis crudeli 

Servi damnarant impii. 20 

Sermone blando angelus 



XXIII. Molti espositori dichiarano quesfinno opera d'incerto. II Cle- 
ment che lo pone tra quelli di S. Ambrogio, non esclude clie possa es- 
sere stato scritto da altro poeta di quel tempo. I versi sono giambici 
dimetri irregolari. Il trocheo ed il pirrico trovansi al primo, secondo e 
terzo piede, e lo spondeo al secondo. Hanno otto sillabe, e molte strofe 
sono monorime. 

v. 1. Aurora lucis. Qui si parla del giorno di Pasqua. Fu sul mattino 
di tal giorno che Gr. C. risuscito. V. S. Marco, xvi, 9. 

v. 6. Mortis confractis viribus. Espone schiettamente e nobilmente 
1'immagine di Osea (xm, 14): Ero mors tua, o mors. 

v. 8. miseros. Indica i giusti delFantica Legge, pe'quali non potevano 
essere aperte le porte del cielo, se non per mezzo del sangue dell'A- 
gnello immacolato. 

vv. 9 e 10. Ille qui ecc. L'Evangelista S. Matteo (xxvn, 66): Illi autem 
abeuntes, munierunl sepulcrum, signantes lapidem cum custodibus. 

vv. 13 e 14. Solutis. Questo pensiero e tratto da S. Pietro, il quale 
(Act. il, 24) dice: Quem (JesuniJ Deus suscitavit, solutis doloribus inferni. 

v. 15. Quia surrexit Dominus. Parole dell'Angelo, che annunzio la ri- 
Burrezione di G. Cristo (S. Matt. xxvin, 3 e 7). 



S. AMBROGIO 31 

Praedixit mulieribus : 

In Galilaea Dominus 

Yidendus est quantocius. 
Illae, dum pergunt concitae *25 

Apostolis hoc dicere, 

Videntes eum vivere 

Osculantur pedes Domini. 
Quo agnito Discipuli 

In Galilaeam propere 30 

Pergunt videre faciem 

Desideratam Domini. 
Claro paschali gaudio, 

Sol mundo nitet radio, 

Quum Christum jam apostoli, 35- 

Yisu cernant corporeo. 
Ostensa sibi vulnera, 

In Christi carne fulgida, 

Resurrexisse Dominum 

Yoce fatentur publica. 40 

Rex Christe clementissime, 

Tu corda nostra posside, 

Ut tibi laudes debitas 

Reddamus omni tempore. 

XXIV. 

In Aseensione Domini, 
ad Vesp. et Laudes. 

Jesu, nostra redemptio, 
Amor et desiderium, 
Deus creator omnium, 
Homo in fine temporum; 

v. 28. Oscalantur... Verso ipercatalettico. 

v. 34 mundo, risplendente, brillante. 

v. 37 sibi, cioe illis, apostolis. 

v. 40. fatentur ha per soggetto ostensa vulnera. Le ferite, che G. C. lor 
mostra risplendenti nel suo corpo, provano d'una maniera evidente, che 
Egli e risuscitato. 

XXiV. I versi di qnesfinno sono giambici dimetri irregolari. Vi si 
trova il trochoo in tutti i piedi, lo spondeo nel secondo ecc. Hanno otto 
sillabe, e quasi tmtti sono iigati dairassonauza dalla rinia. 

v. 4. infine tetnporum. Si e gia detto che il Verbo si fece lioino nella 



32 S. AMBROGIO 

Quae te vicit clementia, 5 

Ut ferres nostra crimina, 

Crudelem mortem patiens, 

Ut nos a morte tolleres ? 
Inferni claustra penetrans, 

Tuos captivos redimens, 10 

Victor triumpho nobili 

Ad dextram Patris residens. 
Ipsa te cogat pietas, 

Ut mala nostra superes 

Parcendo et voti compotes 15 

Nos tuo vultu saties. 
Tu esto nostrum gaudium 

Qui es futurum praemium: 

Sit nostra in te gloria 

Per cuncta semper saecula. £0 

XXV. 
De Martyribus. 

Aeterna Christi munera 
Et martyrum victorias, 
Laudes ferentes debitas, 
Laetis canamus mentibus. 



sesta ed ultima eta del nioiido. Gli antichi poeti cristiani avean cura di 
ripeter sovente questo concetto, per sempre piu mostrare 1'infinita sa- 
pienza e bonta di Dio in siffatta disposizione d'avvenimenti. 

v. 6. Ut ferres ... Isaia (liii, 4): Vere languores nostros ipse tulit ; el w- 
firmitates nostras ipse portavit. E S. Pietro {Ep. I. n, 24): Peccata nostra 
ipse pertulit in corpore suo super lignum. Si noti come il Poeta svolga af- 
fettuosamente nella seconda strofa quesfidea d'Isaia e dell'Apostolo. 

v. 9. Inferni ecc. Alludesi alle anime de' Giusti deli'antica Legge, 
clie G-. Cristo nella sua Ascensione reco seco al cielo. 

vv. 14 e 15. Ut mala nosxra superes Parcendo. Iddio col perdono vince 
le colpe-degli uomini, poiche la sua misericordia supera ineffabilmente 
la grandezza de' nostri peccati.Vedi S.Paolino, Carmen in ethnicos, v. 205. 

v. 16. saties. Parola tutta biblica: Ego satiabor, cum apparuerit glo- 
ria tua. Salm. xvi, 15. 

XXV. Versi giambici dimetri regolari. u Ricco di bellissimo decoro, 
cosi il Beda, e 1'inno composto pei beati martiri, che principia : Aeterna 
Christi munera {De re metr.). „ II Venturi ne ammira 1'altezza lirica dei 
pensieri, la robustezza della forma e la verita dclle immagini.La Chiesa 
ha destinato con piccole variazioni la prima, seconda, sesta e settima 
Kioia ^>^1 Mattutino dclla festa degli Apostoli, e le altre pcr quella del 
Comuue di piu martiri. 



S. AMBROGIO 33 

Ecclesiarum principes, 5 

Belli triumphales duces, 

Coelestis aulao milites 

Et vera muudi lumina. 
Terrore victo saeculi, 

Spretisque poenis corporis lO 

Mortis sacrae compendio 

Vitam beatam possident. 
Traduntur igni martyres 

Et bestiarum dentibus; 

Armata saevit ungulis 15 

Tortoris insani manus. 
INudata pendent viscera, 

Sanguis sacratus funditur ; 

Sed permanent immobiles 

Vitae perennis gratia. 20 

Devota sanctorum fides, 

Invicta spes credentium, 

Perfecta Christi charitas 

Mundi triumphat principem. 
In his paterna gloria, 25 

In his vcluntas Filii, 

Exultat in his Spiritus, 

Coelum repletur gaudiis. 
Te nunc, Redemptor, quaesumus, 

Ut ipsorum consortio 30 

Jungas precantes servulos 

Iu sempiterna saecula. 



v. 8. vera mundi lumina. Conformemente a cio che disse il Salvatore 
[Matth. v, 14): Vos estis lux mundi. 

v. 0. Terrore victo... Vincendo il terrore. 

v. 11. Mortis sacrae compendio, col rapido acquisto di una santa morte. 
II Biraghi vuole che compendium valga qui prezzo, sborso e simili. 

v. 13. Traduntur ecc. Si noti con quanta evidenza il Poeta dipinga 
iu breve ne' versi 13-20 i piu noti supplizii, e 1' invitta costanza dei 
martiri. 

v. 15. ungulis, unghioni di ferro. Strumento di supplizio, fatto a forma 
'li tanaglia, armata di denti, incastrantisi gli uni dentro gli altri. 

v. 24. Mundi ecc. trio.ifan del principe del niondo. Per questo prin- 
cipe puoi intendere Satana, chiamato cosi da G. Cristo nel Vangelo. e i 
re e princini della terra, persecutori del cristianesimo. 

v. 25. paterna gloria, la gloria del Padre. 

v. 27. Exultat. Pirrico al secondo piede. 

Carmina — II. 3 



34 S. AMBROGIO 

XXVI. 

De uno Martyre. 

Deus tuorum militum 

Sors et corona et praemium, 

Laudes canentes martyris 

Absolve nexu criminis. 
Hic nempe mundi gaudia, 5 

Et blandimenta noxia, 

Caduca rite deputans 

Pervenit ad coelestia. 
Poenas cucurrit fortiter, 

Et sustulit viriliter, 10 

Pro teque fundens sanguinem 

Aeterna dona possidet. 
Ob hoc, precato supplici, 

Te poscimus, piissime: 

In hoc triumpho martyris 15 

Dimitte noxam servaljs, 

XXVII. 
De Virginibus. 

Jesu, corona virginum, 

Quem Mater iila concipit, 

Quae sola virgo parturit, 

Hae-c vota clemens accipe. 
Qui pasns inter lilia, 5 

XXVI. I versi di quesfinno, che cantasi dalla Chiesa ai Vespri ed al 
Mattutino del Comune di un Martire, sono giambici dimetri regolari, e 
quasi sempre ligati dall'assonanza o dalla rima. V. Fasc. I, pag. 54. 

v. 2. Sors, parte. Conforme al biblico (Sal. lxxii, 25): Pars mea Deus 
in aeternum; e (Sal. cxli, 5): Dixi: tu es spes mea, portio mea in terra 
viventium. 

vv. 3 e 4. Laudes... Costr.: Absolve nos canentes laudes... nexu... 

v. 6. Et blandimenta. Spondeo al secondo piede. 

v. 7. rite deputans, rettamente, o ben avventuratamente stimando. 

v. 11. Pro teque. Avverta il giovanetto che 1'enclitica que vien collo- 
cata dai poeti anche dopo molte parole. 

XXVLT. La Chiesa canta quesfinno pieno di dolcezza e di affetto nella 
festa delle sante Vergini. I versi sono giambici dimetri regolari. 

p. 5. Qui pascis... Frnse tratta dal Cantico dei Cantici (n, 6), dove lc 



S. AMBROGIO 35 

Septus choreis virginum, 

Sponsus decorus gloria, 

Sponsisque reddens praemia. 
Quocumque pergis, virgines 

Sequuntur, atque laudibus 10 

Post te canentes cursitant, 

Hymnosque dulces personant. 
Te deprecamur, largius 

Nostris adauge mentibus", 

Nescire prorsus omnia 15 

Corruptionis vulnera. 



mistica Sposa, parlando del suo diletto, dice : Dilectus meus mihi, et ego 
illi, qui pascitur inter lilia. 

w. 9-12. Pare che le affettuose immagini di questi versi siano tolte 
dall'Apocalisse (xiv, 3 e 4): Et cantabant quasi canticum novum... Virgines 
enim sunt. Hi sequuntur Agnum quocumque ierit. 

v. 14. Nostris adauge. II Biraghi sottint. gratiam. 



SEVERO SANTO 



Severo Santo nacque a Bordeaux. Fu parente di Ausonio ed amico di 
S. Paolino. Insegno belle lettere in Italia, e quindi tornossene in patria. 
Da prima pagano, poscia cristiano, indusse co' suoi consigli S. Paolino 
a scrivere il panegirico di Teodosio, per difendere questo principe dalle 
accuse di alcuni Gentili. Sorta 1'anno 409 una fiera epizoozia, la quale 
diserto la Francia e gran parte d'Europa, egli si fe' a scrivere un'egloga, 
de mortibus bourn, per muovere gli abitanti delle campagne a dimandare 
alla virtu di G-. Cristo la preservazione dal flagello onde il cielo afflig- 
gevali. E quesfegloga e quella che qui diamo, bellissima per 1'eleganza 
e per le grazie dello stile. I suoi sentimenti di affetto per gli animali 
non debbono destare alcuna maraviglia, trovandosene de' somiglianti 
in S. Martino ed in S. Francesco d'Assisi. II Wernsdorff, nella raccolta 
di Lemaire, Poetae latiai minores, ebbe a dire di quesfegloga: " Siccome 
il fiagello che Severo Santo toglieva a descrivere, colpiva sopratutto la 
campagna, scelse il genere bucolico, senza pero adottare il metro usato 
dagli antichi per cosi fatti componimenti; e preferi il coriambico... Lo 
stile n' e dolce, chiaro, elegante, di fiori ed immagini poetiche adorno. „ 

CARMEN DE MORTIBUS BOUM (1) 
Aegon, BiacuLl"U-S, TityruLS. 
Aegon 
Quidnam solivagus, Bucule, tristia, 
Demissis graviter luminibus, gemis? 
Cur manant lacrymis largifluis genae? 
Fac, ut norit amans tui. 

(1) Questo carme e diviso a strofe di quattro versi 'ciascuna I tre 
primi versi di ogni strofa sono coriambici tetrametri, detti comune- 
mente asclepiadei; il quarto e gliconico, ossia coriambico trimetro. II 
verso coriambico tetrametro componsi di uno spondeo , di due co- 
riambi e di un pirrico. Si scande : 

■"J*OU"|"OU"|UO 

e qualche volta --|-uu|-j«uu|<-uu 

Onde appare, che il verso coriambico tetrametro, o asclepiadeo, e un 
pentametro privato dell'ultima sillaba. II verso coriambico trimetro ha 
un coriambo di meno, come: 

• - | - o «r - | u u 

v. 1. Quidnam ecc. Simile a questo e il principio di duc egloghe del 
Sannazzaro. La prima comincia : 

Ergasto mio, perche solingo e tacito 

Pensar ti veggio?... 
E 1'altra: Ove si sol con fronte esangue e pallida 

Sull'asinello or vaine, e malinconico 

Con cliiome irsute e colla barba squallida ? 



SEVERO 5ANT0 37 



Buculus 

Aegon, quaeso, sinas alta silentia 5 

Aegris me pemtus condere sensibus: 
Nam vulnus reserat qui mala publicat ; 
Claudit, qui tacitum premit. 

Aegon 

Contra est, quam loqueris ; recta nec autumas; 
Nam divisa minus sarcina fit gravis; 10 

Et quidquid tegitur saevius incoquit ; 
Prodest sermo doloribus. 

Euculus 

Scis, Aegon, gregibus quam fuerim potens; 

Ut totis pecudes fluminibus vagao 

Complerint etiam concava vallium, 15 

Campos, et juga montium. 
Nunc lapsa at penitus spes opis est meae, 
Et, longus peperit quae labor omnibus 
Vitae temporibus, perdita biduo : 

Cursus tam citus est malis. 20 

Aegon 

Haecjam dira lues serpere dicitur: 
Pridem Pannonios, Illyricos quoque 
Et Belgas graviter stravit, et impio 
Cursu nos quoque nunc petit. 

9. 8. qui tacitum prem>'t, clii lo tien Dr.scost >. Virg. (Aen. IV, C7;: 
et iacitum vivit 8ub pectore rulnus. 

v. 11. Et quidquid... incoquit, e un dolore qwtlsiasi tenuto nascosto s' a; '- 
grava, tormenta vie piu. La metafora, cosi il Clement, e tolta dall'arte 
tintoria, poicbe quanto piu bolle 1'acqua in cui s' inimerge una Btoffa, 
tauto piii essa stoffa s'imprcgna di colore. Yirgilio (Geonj. iii, 454): alitur 
rilium, vivitque tegendo. 

v. 21. diralues. Quesfepidemia colpi i soli bovi, e, comefia pooo si 
diflerlo nnagran parte di Europa. Cio fn 1'airn 409 di C. Cristc. 

rr. 22 n 23. Fannonios. Taunonii, popoli della Pannonia, antica 
fcrada delTEuropa, corrispoudente ora alla Bassa Augtria, Bassa I : 



38 SEVEUO SANTO 

Sed tu, qui solitus nosse salubribus 25 

Succis perniciem pellere noxiam, 
Cur non anticipans, quae metuenda sunt, 
Admosti medicas manus ? 

Bueulus 

Tanti nulla metus pervia signa sunt, 

Sed quod corripit, id morbus et opprimit ; 30 

Nec languere sinit, nec patitur moras : 

Sic mors ante luem venit. 
Plaustris subdideram fortia corpora 
Lectorum, studio quo potui, boum ; 
Queis mentes geminae, consona tinnulo 35 

Concentu crepitacula ; 
Aetas consimilis, setaque concolor, 
Mansuetudo eadem, robur idem fuit, 
Et fatum : medio nam ruit aggere 

Par victum parili nece. 40 

Mollito penitus farra dabam solo : 
Largis putris erat gleba liquoribus: 
Sulcos perfacilis stiva tetenderat ; 

Nusquam vomer inhaeserat. 
Laevus bos subito labitur impetu, 45 

Aestas quem domitum viderat altera. 



ria e Schiavonia. — IllyHcos. Illirii, popoli deirilliria, antica regione an- 
ch'essa deU'Europa, oggi incorporata parte all'Austria e parte alla 
Turchia. — Belgas, Belgi, popoli della Gallia Belgica, oggi Belgio, che la 
Marna e la Senna dividean dai Celti. 

vv. 27 e 28. anticipans, prevenendo. Perche non hai prevenuto il male 
che temevi [quae metuenda sunt), ricorrendo al rimedio dell'arte salu- 
tare ? Virgilio ha pure (ib.): medicas adhibere manus ad vulnera. 

v. 29. pervia signa, segni apparenti, visibili, sintomi. 

v, 35. Queis mentes geminae, che aveano il medesimo istinto, lo stesso 
naturale, e,per cosi dire, il medesimo carattere. Vedremo in s.°guito, 
che il P. con felicissime immagini da agli animali che mette in iscena, 
scntimenti cosi teneri, cosi delicati, come quelli dell'uomo, cosa che 
rende indicibilmente vaga questa bell'egloga. L'e iina descrizione non 
meno mirabile di quella che Lucrezio e lo stesso Virgilio ci lasciarono 
della postilenza del bestiame. — consona ecc. i tintinnii dei loro 3onagli 
accordavano insieme armoniosamente. 

v. 39. medio... aggere, e quanto u medio in campo. „ 

v. 42. putris, molle. Virg. [Georg. i, 44) : Zephyro putris se gleba resolvtt 
— - Uquoribus, pcr imbribus. 



SEVEKO SANTO 39 

Tristem continuo disjugo conjugem, 
Nihil jam plus metuens mali. 

Dicto sed citius consequitur necem 

Semper qui fuerat sanus et integer ; 50 

Tunc longis quatiens ilia pulsibus, 
Victum deposuit caput. 

Aegon 

Angor, discrucior, moereo, lugeo. 
Damnis quippe tuis, non secus ac meis, 
Pectus conficitur. Sed tamen arbitror 55 

Salvos esse greges tibi. 

Buculus 

Illuc tendo miser, quo gravor acrius : 
Nam solamen erat vel minimum mali, 
Si fetura daret posterior mihi, 

Quod praesens rapuit lues. 60 

Sed quis vera putet, progeniem quoque 
Extinctam pariter ? Vidi ego cernuam 
Junicem gravidam, vidi animas duas 

Uno in corpore perditas. 
Hic fontis renuens, graminis immemor, 65 

v. 47. Tristem... disjugo conjugem, stacco dall'aratro lo scompagnato ed 
afflitto toro. A somiglianza di Virgilio [Georg. iii, 518): 

It trislis arator 
Moerenlem abjungens fraterna morte juvencum, 
Atque opere in medio defixa relinquit aratra. 
v. 51. Tunc longis... allora un respiro affannoso e prolungato gli fa 
battere i flanchi, e vinto ecc. In Virgilio (Georg. iii, 505): imaque longo 
ilia singultu tendunt. 

v. 56. Salvos esse greges. Fin qui Buculo non ha parlato dei bovi della 
eua gregge, ma soltanto di quei che servivano pei trasporti e per arare. 
v. 62. cernuam, chinare il capo all'in giu. 

v. 63. Junicem, vacca. Propriamente giovenca che non ha ancora fl- 
gliato, ma che ha piu di nn anno, onde in qualche luogO d'Italia e chi»- 
mata soranela, come a dire, che e sopra 1'anno. 
vv. 65-68. Ad imitazione di Virgilio {Georg. in): 

Labitur infelix studiorum atque immemor herbae, 
Victor equus, fontesque avertitur ecc. 
E il Tasso, Ger. xm: 

Langue il corsier gia si feroce, e 1'erba 
Che fu suo caro cibo a schifo prende: 
Vacilla il piede infermo.e la superba 
Cervice dianzi, or giu dimessa pende. 
— 8ucciduo poplite, coi pie vacillanti — nec longum refugit,uh s'allontana 
molto. — Leti ecc. azzoppata, colta dai lacci della morte. 



4U SEVERO SANTO 

Errat succiduo bucula poplite, 
Nec longum refugit ; sed graviter ruit 

Leti compede claudicans. 
At parte ex alia, qui vitulus modo 
Lascivas saliens texuerat vias, 70 

Ut matrem subiit, mox sibi morbido 

Pestem traxit ab ubere. 
Mater tristifico vulnere saucia, 
Ut vidit vituli condita lumina, 
Mugitus iterans, ac misere gemens, 75 

Lapsa est, et voluit mori. 
Tunc tamquam metuens ne sitis aridas 
Fauces opprimeret, sic quoque dum jacet, 
Admovit moriens ubera mortuo. 

Post mortem pietas viget 1 80 

Hinc taurus, solidi vir gregis et pater, 
Cervicis validae, frontis et arduae, 
Laetus dum sibimet plus nimio placet, 

Prato concidit herbido. 
Quam multis foliis silva cadentibus 85 

Nudatur, gelidis tacta aquilonibus : 
Quam densis fluitant velleribus nives ; 

Tam crebrae pecudum neces. 
Nunc totum tegitur funeribus solum : 
Inflantur tumidis corpora ventribus : 90 



v. 70. Lascivas ecc. : avea con bizzarria saltellato qua e la. 
v. 81. solidi... gregis, di tutto, deHMntero gregge — vir.., et pater, capo 
e padre. 
v. 84. Prato... herbido, sul verde prato. In Virgilio e: 

laetis vituli moriuntur in herbis. 
vv. 85-88. Quam multis, ecc. Non meno bellamente di Virgilio {Ae- 
neid. vi, 309) : 

Quam multa in silvis autumni frigore primo 
Lapsa caduntfolia... 
E {Georg. iii, 470): 

Non tam creber, agens hiemem, ruit aequore turbo 
Quam multae pecudum pestes. 
Similitudine imitata da Dante (Inf. m) : 

Come d'Autunno si levan le foglie 
L'una appresso dell'altra ecc. 
Anche Marziale si servi d'una di queste immagini (iv, 3): 
... Densum tacitarum vellus aquurum 
Decidit. 
v. 89. funertbus, cadaveri. 



SEVERO SANTO -il 

Albent lividulis lumina nubibus: 

Tenso crura rigent pede. 
Jam circumvolitant agmina tristium 
Dirarumque avium ; jamque canum greges 
Insistunt laceris visceribus frui ; £j 

Heu ! cur non etiam meis l 

Aegon 

Quidnam, quaeso, quid est, quod vario modo 
Fatum triste necis transilit alteros, 
Affligitque alios? En tibi Tityrus 

Salvo laetus agit grege 1 100 

Bueulus 

Ipsum contueor. Dic age, Tityre, 
Quis te surripuit cladibus his Deus? 
Ut pestis pecudum, quae populata sit 
Vicinos, tibi nulla sit. 

Tityrus 

Signum, quod perhibent esse crucis Dei, 105 

Magnis qui colitur solus in urbibus, 
Christus, perpetui gloria Numinis, 
Cujus filius unicus. 



vv. 99 e 100. En tibi, Qui il tibi non vuol dire a te. Talora e soprabbon- 
dante per eleganza o per render piu viva 1'espressione. Egone, niara- 
vigliato cbe 1'epidemia non avea colpito i bovi di Titiro, interpella viva- 
mente Buculo, afnnche ponga speciale attenzione a tal fatto — Salvo ecc. 
Forse, invece di: Salvum laetus agit gregem. E quando non fosse cosi, ad 
ctgit va sottinteso vitam: Ecco Titiro vive, sta tutto lieto ecc. 

v. 103. quae populata sit. Quae in luogo di quamvis ; perci6 col sog- 
giuntivo. 

y. 106. Magnis... tirbibus. Dopo che Costantino sostitui il labaro , sor- 
montato dalla croce e dal monogramma di Cristo, all'antico stendardo 
dell'impero, il Cristianesimo addivenne la religione dello stato romano. 
Indarno Giuliano Apostata tento rialzare i vecchiidoli: il paganesimo 
era abbattuto per sempre, se non ancora compiutamente distrutto. Sotto 
1'imperatore Teodosio, i templi dei falsi dei furon quali demoliti, quali 
convertiti in templi cristiani, e d'allora in poi il solo Gesu Cristo fu 
pubblicamente adorato nelle grandicitta. Cacciata cosi dai grandi cen- 
tri 1'antica superstizione, cerco un rifugio nelle cani])agne e nei vil- 
laggi [pigus); ed ecco come i gentili e la loro religionc furon chiamaU 
pagani. — boIum per solum. 

v. 107. perpetut... Numinis, dell'eterno Padrc. 



42 SEVERO SANTO 

Hoc signum, mediis frontibus additum, 
Cunctaruin pecudum certa salusfuit: 110 

Sic vero Deus hoc nomine praepotens 

Salvator vocitatus est. 
Fugit continuo saeva lues greges : 
Morbis nil licuit. Si tamen hunc Deum 
Exorare velis, credere sufficit: 115 

Votum sola fides juvat. 
Non ullis madida est ara cruoribus; 
Nec morbus pecudum caede repellitur : 
Sed simplex animi purificatio 

Optatis fruitur bonis. 120 

Buoulus 

Haec si certa probas, Tityre, nil moror, 
Quin veris famuler relligionibus. 
Errorem veterem diffugiam libens; 
Nam fallax et inanis est. 

Tityrus 

Atqui jam properat mens mea visere 125 

Summi templa Dei ; quin age, Bucule, 
Nec longam pariter congredimur viam, 
Christi et numen agnoscimus. 

Aegon 

Et me consiliis jungite prosperis. 
Nam cur addubitem, quin homini quoque 130 

Signum prosit idem perpete saeculo 
Quo vis morbida vincitur? 

v. 111. Sic, ecco come, ecco perche Dio onnipotente e stato con tal 
nome appellato, cioe Salvatore; ovvero: questo Dio ha ricevuto il nome 
di Salvatore, perche onnipotente a salvare. 

v. 116. Votum solafides... la sola fede puo far esaudire i tuoi voti. 

v. 121. nil moror, per nulla indugio ad abbracciar la vera religione. — 
relUgionihns , per religionibus. Anco negli Autori pagani, Lucrezio, Yir- 
gilio, Orazio ecc. trovasi raddoppiata la l per far lunga la prima sillaba. 

v. 123. Errorem veterem, 1'antica superstizione, il culto delle divinita 
false e bugiarde del paganesimo. 

vv. 125-127. Atqui, ebbene — quin age, che anzi. — Nec longam ecc. 
II nec usasi talvolta, come lo e qui, invece del semplice non. 

vv. 130-132. Nam cur addubitem ecc. Imperocche, come dubitare che un 
tal segno, il quale trionfa della forza apportatrice dei mali [vis morbida), 
nan giovi all'uomo per la vita eterna? 



PRUDENZIO 



Prudenzio, nato in Saragozza nclla Spagna 1'anno 348, compose le suo 
opere tra gli anni 403 e 409. Ignorasi 1'epoca precisa della sua niorte. 
La sua poesia e leggiadra ed elegante, e in pari tempo piena di fuoco e 
maesta. Gl'inni da lui composti sono al certo, per isplendore di verita 
e di grandezza, superiori ai canti di Callimaco e di Omero; e 1'inno Sal- 
vete flores rivela un'anima fatta a bella posta pei modi teneri e pei su- 
blimi slanci della lirica. Prudenzio infatti si distingue per robustezza, 
nobilta, verita di pensieri; pe'vezzi, per la bellezza, per la vivacita 
delle immagini e delle descrizioni. Ha cognizioni svariatissime, un giu- 
dizio squisito, un'immaginazione viva e feconda: e se queste qualita 
son quelle che costituiscono un gran poeta, nessuno potra negargli d4 
essere classificato tra' piu illustri. Cio pero che a noi sembra piu am- 
mirabile in lui, ci6 che il colloca in una sfera superiore a quella degli 
altri poeti, e l'entusiasmo profondo e sostenuto,ch'egli sente pe'dommi 
e per la morale, pe'santi e pe' martiri del Cristianesimo, e che sa insi* 
nuare si soavemente e si fortemente nelFanimo de'suoi lettori. 



I. 

Prooemium. 

Per quinqnennia jam decem, 
!s T i fallor, fuimus : septimus ihsuper 
Annum cardo rotat, dum fruimur sole volubili. 

I. Questo poema che il P. scrisse, e mando innanzi a tutte le sue 
opere, e diviso a strofe di tre versi l'una. II primo verso e coriambico 
trimetro o gliconico, il secondo coriambico tetrametro o asclepiadeo, 
delle quali due specie di versi abbiam gia parlato a pag. 36. Quanto al 
terzo verso, esso e coriambico pentametro; cioe e composto di uno 
spondeo, di tre coriambi e di un pirrico, e si scande: 

- - | • u v> - | • v u - | - uu - |uu 

vv. 1-3. Da questi versi risulta, che Prudenzio avea 57 annl, quando 
scrisse questo proemio. Per quinquennia decem, cioe per quinquaginta 
annos. — Nifallor. Si puo dire non solo quando non si e certi di una 
cosa, isa anche quando si vuole sfuggire aria di presunzione dicendola 
Or il P. dice cosi nel secondo senso, certo com'egli era d'esser nato 
totto il console Salia. — fuimus, lo stesso che viximus. — septimus... ro- 
tat, metonimia: cardo rotat septimum annum. Cardo sta a significare i 
cardini del mondo, 1'asse, i poli. Si noti che rotare, volvere spesso tro- 
vausi adoperati in poesia per esprimere il giro dell'anno, le rivoluzioni 
dei pianeti e degli astri. Anche Anacreonte, (3de IV: 



BtoTos-, rpixet xu^wGd; 
Oliyr) 6"! 7.cto-6p£O"0a 
Kovtr, acTgojv Xv0evT6>v« 



44 PRUDENZIO 

Instat terminus, et diem 
Vicinum senio jam Deus applicat: 5 

Quid nos utile tanti spatio temporis egimus ? 

Aetas prima crepantibus 
Flevit sub ferulis : mox docuit toga 
Infectum vitiis falsa loqui, non sine crimine. 

Tum lasciva protervitas 10 

Et luxus petulans (heu pudet ac piget ! ) 
Foedavit juvenem nequitiae sordibus ac luto. 

Exin jurgia turbidos 
Armarunt animos, et male pertinax 
Vincendi studium subjacuit casibus asperis. 15 

Bis legum moderamine 
Frenos nobilium reximus urbium: 
Jus civile bonis reddidimus, terruimus reos. 

v. 4. terminus. Sottint. vitae. 

v. 6. Quicl nos ecc. Cio dice per umilta, ed espressioni simili ricorrono 
spesso nelle sue opere. 

vv. 7-9. crepantibus, e quanto resonantibus. — ferulis. La ferula (sferza 
o ferza) era una verghetta fiessibile di legiio, che i maestri e i peda- 
goghi usavano a percuoter le mani dei loro discepbli. Onde Giovenale 
(i, 15) : Et nos ergo manum ferulae subduxiinus, il qital verso ando in 
proverbio. Marziale la chiama scettro dei pedagoghi (x, 62): 
Ferulaeque tristes sceptra paedagogorum. 

— toga. Alcuni voglion che sia qui la toga pretesta, la qUale iudossavasi 
dai giovanetti romani nobili sino alVeta di 15 anni. E questa interpreta- 
zione e favorita da cio che il P. sembra appresso distingua dall'adole- 
scenza la gioventu: Tum lasciva, ecc. Ma e certo, cbe la tOga, adoperata 
cosi assolutamente, vale per lo piu la virile, che venia presa dai giovani 
al cominciar dell'anno xvi, quando. dice Terenzio: 

Liberior erat vivendi potestas. 

— falsa loqui. Allusione all'arte menzognera dei retori. Di fatti, l'an- 
tica rettorica, come lo attesta troppo ingenuamente il virtuoso Tsocrate, 
consisteva nel dar apparehza di grandezza alle piccole cose,e viceversa. 
Essa addestrava i giovani ad ornare la bugia con gli artificii della pa- 
rola, e specie alTepoca di Prudenzio, esistehdo tuttavia al suo tempo 
dei declamatori che tenevauo a cio aperte le loro scuole. — non sine 
crimine. Perche in mendacio crimen est. 

vv. 10-12. In questa strofa il P. confessa e deplora i vizii della sua 
gioventu, ma troppo esagerandoli per quella umilta cristiana ch'egli 
profondamente sentiva di se. — juvenetn, si riferisce a tne sottinteso. 

vv. 13-15. Dopo di avcr parlato della sua eta giovanile, passa il P. a 
parlare del resto della sua vita. E da prima, dice, fui giureconsulto, av- 

vocato. — jurgia, liti, processi, cause. — turbidos animos, per turbidum 

animum — armarunt, e quanto: durarunt, superbum fecerunt. — male 
pertinax vincendi studium, 1'ostinatissimo desiderio di vincere. Male 6 
talora posto per valde. 

v. 1G. Bis legum. Prudenzio fu due volte governatore di provincia, ed 
in conseguenza incaricato deH'amministrazione della giustizia. 

v. 18. Jus zirile... Accenna a' due ufficii proprii del magistrato: difen- 
der 1'innocehte, punire ilreo. 



PRUDENZIO 45 

Tandem militiae gradu 
Evectum pietas principis extulit, 20 

Assumptum propius stare jubens ordine proximo. 

Haec dum vita volans agit, 
Irrepsit subito canities seni, 
Oblitum veteris me Saliae consulis arguens. 

Sub quo prima dies mihi 25 

Quam multos biemes volverit, et rosas 
Pratis post glaciem reddiderit, nix capitis probat. 

Numquid talia proderunt 
Carnis post obitum, vel bona, vel mala , 
Quum jam quidquid id est, quod fuerarn, mors aboleverit? 30 

Dicendum mihi : Quisquis es, 
Mundum, quem coluit, mens tua perdidit: 



vv. 19-21. militiae gradu evectum... extidtt, mi elevo al grado superiore 
della milizia. E per tal grado hassi ad intendere non quello della mi- 
lizia castrense o coortale, si bene della civile, palatina. La quale ultinia 
dignita era dclle piu alte ed illustri dell'impero in quei tempi, e non 
pot( a csser che o il Vicariato che nelle Spagne valeva quanto la Prefet- 
turu. o il Frossimato [Proxitnatu», proximatus splendor) pel quale servi- 
Aasi la persona stessa delrimperatore (Assiunptum propius stare ecc), 
e nonconferivasi se hon a quelii ch'erano stati gia elevati a grandissimi 
onori. II codice di Teodosio, parlando di coloro ch'esercitavan funzioni 
civili, usa dell'espressioni: militare, ad superiores militias ascendere. 

v. 22. vha volans, cioe cito transiens. Intorno alla brevita della vita. 
spesso leggiamo espressioni simili nei poeti: volatilis aetas,fugaces anni, 
prc.perut cursu vita citato ecc. 

v. 23. Irrepsit. Alcuni codici antichi hanno obrepsit. Giovenale (Sat. 9): 
Festinat enim decurrere velox 
Flosadus ; ungustae, miseraeque brevissima vitae 
Fortio: dum bibimus, dum serta, unguenta rosasque 
Foscimus, obrepit non intellecta senectus. 

r 24. Sdliae. Salia fu, con Filippo, console nello stesso anno, in cui 
nacque Prudenzio, cioe nel 348, o secondo alcuni, nel 350 dell'era cri- 
sti. ua. 

rr. 25-27. Sub quo. Sottint. consule. II sub riferiscesi talora al tempo, e 
va] ora in, ora, com' e qui, Statim posi ecc. Onde spiega: A partir dal 
qulle, il primo giorno della mia vita quanti ecc. — rosas, per metonim., 
la primavera. — nix cupitis. Anche Orazio (Lib. iv, od. 13 ; : et capitis 
niv s. 

v. 29. Carnis post obitum. Notisi questa restrizione tutta cristiana : 

1'anima non muore punto. — vel bona vel mala, cioe vel prospera vel ad- 

. II P. parla dei boni di fortuna, che falsaniente beni s'appellano, e 

piuttos>to mali appellar dovrebbonsi, come quelli che inducono al male. 

v. 31. Dicendum milii, cioe : Dicet milii aliquis: Prudenii, vel quisquis 

es, ecc. 

p. 32. Mundum... Prudenzio finge gli sien rivolte queste parole dopo la 
sua morte. Quindi nessun bisogno di veder col Giselino un'enallage ncl 
perdldit, ^erperdct, amtttet. 



40 PRUDENZIO 

Non sunt illa Dei, qnae studuit, cujus habeberis. 

Atqui fine sub ultimo 
Peccatrix anima stultitiam exuat: 35 

Saltem voce Deum concelebret, si meritis nequit. 

Hvmnis continuet dies, 
Nec nox ulla vacet, quin Dominum canat; 
Pugnet contra haereses, catholicam discutiat fidem. 

Conculcet sacra gentium ; 40 

Labem, Roma, tuis inferat idolis ; 
Carmen martyribus devoveat, laudet Apostolos. 

v. 33. Non sunt illa. Costr.: Illa quae mens tua studuit, non sunt Dei, 
cujus ecc. Si noti che haberi talvolta fu usato per esse, alla maniera 
greca. Ii senso racchiuso nelVhabeberis sarebbe : cujus eris, et ad quem 
solum pertinebis, aut ut te remuneret, aut certe damnet. 

vv. 34-36. Atqui sta per profecto, certe ed anche ideo, nel qual significato 
1'uso Plauto. — Si noti esser proprio dei veri sapienti, all'approssimarsi 
della vecchiaia, ritirarsi dagli affari del mondo, per attendere con mag- 
gior diligenza a quello dell'anima, e prepararsi bene alla morte ; e sif- 
fatto proposito scrivere nelle opere che avessero allora a dare alla luce. 
Lo stesso Varrone, quantunque pagano, cosi da principio all' opera sua 
De re rustica: Cogitans esse properandum, quod', ut dicitur, si esthomo 
bulla, eo magis senex. Annus enim octogesimus admonet, ut sarcinas colli- 
gam antequam proficiscar e vita. — Peccatrix. Di questa ed altre voci 
nuove adoperate da Prudenzio l'autorevole Vossio dice (Inst. Orat.): Ce- 
terum voces in diviniori coetu christianorum inventas, quod receperit noster 
(Prudentius) et adhibuerit, culpare velle absurdum est. — exuat, abjiciat. 
Virgilio ha exuere silvestrem animum. — meritis. Intendi delle altre virtu, 
delle altre opere eccellenti, eroiche: il lodare Dio, se fatto bene, non e 
senza merito. 

v. 37. Hymnis. In questa strofe e nella seguente, accenna il P. alle 
opere da lui scritte; e prima al Catemerinon, composto di 12 inni da 
cantarsi nelle diverse ore del giorno, che la Chiesa stabilite avea per la 
preghiera. 

v. 39. Pugnet contra ecc. Accenna alVApotheosi, in cui canta della Di- 
vinita contro i pagani, Giudei, ed eretici; olVHamartigenia, in cui tratta 
dell'origine del peccato, e combatte 1'eresia dei Marioniti; alla Psico- 
machia, in cui e descritto, al lume della fede e cootro le tenebre del- 
1'eresia, il combattimento spirituale delle virtu e dei vizii. — haereses. La 
prima sillaba e fatta breve. Questa parola, osserva il Clement, udivasi 
ripetere ad ogni momento dai fedeli; la Chiesa se 1'era in certo modo 
appropriata, ed era in tanto uso, da non permettersi un poeta cristiano, 
per quanto erudito egli si fosse, di usarla in modo divers'o da quello che 
ne usavano gli altri cristiani, senza offender gli orecchi, e senza dar 
prova di ridicola affettazione. La quale osservazione puo anche appli- 
carsi alla parola seguente catholicam, ed alla maggior parte dei pretesi 
errori di quantita, si amaramente e si ingiustamente rimproverati ai 
poeti cristiani. E rimandiamo chi volesse maggior luce su tal quistione 
al dotto lavoro che F. Arevalo fa precedere alla sua magnifica edizione 
cli Prudenzio. — discutiat, quanto examinet, secondo il Barth, in ordinem 
digerat, illustret. 

vv. 40 e 41. Conculcet. Accenna ai duo Libri contro Simmaco, prefetto di 
Botoa, il quale volea ristabilita l'ara della Vittoria. 

v. 42. Carmen ecc. Accenna al Peristefanon , poema sui piu. illustri 
martiri della Chiesa e sugli Apostoli Pietro e Paolo. 



PRUDENZIO 47 

Haec dum scribo, vel eloquor, 
Vinclis o utinam corporis emicem 
Liber, quo tulerit lingua sono mobilis ultimo ! 45 

II. 
Hymnus matutinus. 

Nox, et tonebrae, et nubila 
Confusa mundi, et turbida, 
Lux intrat, albescit polus, 
Christus venit, discedite. 

Caligo terrae scinditur 5 

Percussa solis spiculo: 
Rebusque jam color redit 
Vultu nitentis sideris. 

vv. 44 e 45. Vinclis... liber. Ad imitazione di S. Paolo (Rom. vir, 24): 
lnfelix eyo homo! Quis me iiberabit de corpore mortis hujus? 

II. Quesfinno e il 2° del Catemerinon (x«ra/X£pev&)v). Vedi sopra, 
nota al v. 37. Si il primo come il secondo furono dal P. composti per 1'Uf- 
ficio divino, 1'uno (ad Gallicinium) da cantarsi a mezzanotte, 1'altro che 
e appunto quello che riproduciamo qui, da cantarsi alla punta dell'alba. 
La Chiesa ha del primo adottate quattro strofe per inno alle Laudi del 
31 artedi [Ales diei nuntius), e otto del secondo, delle quali quattro per 
inno alle Laudi del Mercordi {Nox et tenebrae et nubila) e quattro per 
inno alle Laudi del Giovedi (Lux ecce surgit aurea). II metro di questo 
inno e giambico dimetro regolare (V. Fasc. I, pag. 54). Esso contiene lo 
sviluppo di quelle parole profetiche (Is. lviii, 10): Orietur in tenebris lux 
tua, e di quelle dell'Apostolo (Eom. xm, 11-14). L'inno non potrebb'es- 
sere piu bello ed elegante 

v. 4. Discedite. Si noti quanto stia bene qui cotesta formola, dagli an- 
tichi pagani adoperata ad allontanar dai sacrificii i profani: Procul, o 
procul esle profahi, e dagFimperatori a licenziare i soldati indisciplinati, 
o codardi: Discedite, Quirites, atque arma deponite. V. Brissonio, de for- 
mulis, lib. iv. Con simil modo il nostro P. nell'inno VI del Catem., vol- 
gendosi al demonio : Discede, Christus hic est. Hic Christus est, liquesce. 

v. 6. solis spiculo, dardo, saetta, e, per trasl., raggio : traslato bellis- 
simo, perche molto bene si accorda col raggio del sole 1'immagine della 
vibrazione di un dardo. Usarono del medesimo traslato Varrone tjacula 
solis) e Lucrezio (non lucida tela diei). Anche i Greci usaron cosi la voce 
Oi).oc. 

vv. 7 e 8. Rebusque ecc. Elegantissimi vcrsi. Virgilio (Aen. vi, 272) : Re- 
bus nox abstulit atra colorem ; e Dante [Par. xxui, 3j : 
La notte che le cose ci nasconde. 

Conforme al nostro P. il Manzoni: 

Come la luce rapida 
Piove cTi cosa in cosa 
E i color varii suscita ecc. 
— nitentis. Vha chi leggo nitenti, e pare con piii proprieta. — sideris, 
solis. 



48 PRUDENZIO 

Sic nostra mox obscuritas, 
Fraudisque pectus conscium 10 

Ruptis retectum nubibus, 
Regnante pallescet Deo. 

Tunc non licebit claudere, 
Quod quisque fuscum cogitat: 
Sed mane clarescent novo 15 

Secreta mentis prodita. 

Fur ante lucem squalide 
Impune peccat tempore: 
Sed lux dolis contraria 
Latere furtum non sinit. 20 

Versuta fraus et callida 
Amat tenebris obtegi, 
Aptamque noctem turpibus 
Adulter occultus fovet. 

Sol ecce surgit igneus: 25 

Piget, pudescit, poenitet ; 
Nec teste quisquam lumine 
Peccare constanter potest. 

Quis mane sumptis nequiter 
Non erubescit poculis, 30 



v. 9. Stc nostra ecc. Alludo al giudizio estremo, in cui dobbiam com* 
parire innanzi a Dio, sole di giustizia. 

vv. 13-15. claudere, occultare. — fuscum, trasl. vitiosum, denigratum 
peccatis. — mane... novo, cioe nel giorno del giudizio : allo splendore di 
questo nuovo mattino, tutt' i secreti del cuore saranno manifestati. 

v. 17. Nelle quattro strofe che seguono ammirasi lo svolgimento ele- 
gante di quella sentenza del Vangelo (Joan. m, 20) : auimale agit, odit 
lucem / e anche del pensiero delFApostolo, in quel passaggio della let- 
tera ai Romani, a cui piii sopra accennammo, ed a cui tuttoTinno e in- 
spirato: Sicut in Die honeste ambulemus ecc. Similmente S. Ambrogio 
(Lib. u, de Cain et Abel)\ u Latro diem reiugit, quasi criminis testem. „ 
I Poeti finsero la Frode e il Mendacio figli della Notte, a dinotar questa 
alle arti dei medesimi vizii acconcia e propizia. 

v. 24. occultus, pcr nasconder la sua vergogna. — fovet, ama, desidera. 

vv. 25 e 2G. Sol ecc. Nel testo corretto e invece: Lux ecce surgit aurea, 
e cio perche questo e gli altri versi 85, 86, 88, 89-100 si vollero assegnati 
al canto delle Laudi, quaudo sorge 1'aurora, e non il sole. — Piget ecc. 
cioe, adulterum sui sceleris ecc. 

v. 28. constanter, per audacter, fiducialiter. 

v. 29. Quis mane... Alludesi alla pressoche general consuetudine, in- 
valsa specialmente fra i Giudei, e poi fra i Cristiani, di non ber vino di 
mattina. Onde leggiamo negli Atti (II) che S. Pietro a rimuovere da se, 
dagli Appatoli e daglialtri 120, su' qnali era disccso lo Spirito Santo, il 
sospetto d'ubbriuchuzza, ditsbe che era 1' ora del mattino: cum sit ora 
diei tertia. 



PRUDENZIO 49 

Cum fit libido temperans, 
Castumque nugator sapit? 

Nunc , nunc severum vivitur, 
Nunc nemo tentat ludicrum, 
Inepta nunc omnes sua 35 

Vultu colorant serio. 

Haec hora cunctis utilis, 
Qua quisque, quod studet, gerat: 
Miles, togatus, navita, 
Opifex, arator, institor. 40 

Illum forensis gloria, 
Hui c iriste raptat classicum: 
Mercator hinc ac rusticus 
Avara suspirant lucra. 

At nos lucelli ac fenoris 45 

Fandique prorsus nescii, 
Nec arte fortes bellica , 
Te, Christe, solum novimus. 



r. 32. Castumque, e il libertino torna a' casti pensieri. tastum per ca- 

etitatem o casie. Di simili enallagi ricorron sovente in Prudenzic; come 

nella seguente strofe: severum, per severe, graciter ; inepta per ineptias. 

v. 34. htdierum. Sta in forza di sostant. neutro: giuochi, cose da 

Bcherzo, follie. 

v. 38. Qua sottint. in. 

vv. 41 e 42. Ad Arevalo sembra questi due versi essere stati traspo- 
Sti, e dover mettersi prima Hunc triste ecc. e poi IUum forcnsis ecc, 
perche in tal modo questa strofe verrebbe ad avere corrispondenza di- 
Tetta con 1'antecedente, cd inversa con la seguento. — Si noti inoltre, 
col medesimo interprete. la forza del raptat, posto ad indicare che i 
piu non eleggono un'arte, una professione qualsiasi. con sennata deli- 
berazione, ma a caso o temerita 1'afferrano. Di che e data ragione di que' 
versi di Orazio (Sat. i, lib. 1): 

Qui nt, Moecenas, ut nemo quam sibi sortem, 
Seu ratio dederit, seu sors objecerit, illa 
Contentus vivat?... 

Agricolam laudat juris legumque peritus... 
v. 45. fenoris, usura. Fenus, cosi un commentatore del nostro P.. &{- 
eitur a manipulo feni, quict sicut fenum manipulis augetur, ita fenus, i. e 
pncioiia aiujmentaiur colligendo La quale etimologia e preferibile, pare, 
a quolla che ne diede Varrone. 

vv. 46 e 47. II P. non alladera certamente con questi versi a tutti i 
cristiani in generale; poiche anche tra questi vi avea milites, togati, nau- 
tae, opifices, aratores, institores ; si bene a tutti quei cristiani, che, riu- 
niti iusieme a vita comune, appartatisi dal pubblico vivere, passavau la 
v.ta in orazione e cantici di lode al Signore: llac artetantum vivimus, 
adombrando cosi gli ordini religiosi che vennero poi oostituendosi e fio- 
rendo sempro piii nel seno della Chi sa. E che esistessero fin dai tempi 
di Prudenzio coteste associazioni di fedeli, si raccoglie da S. Agostino 
che ne parla nel libro primo de Moribus Lcclesiae Catkolicae. E forse, os- 



Carnnna. — II 



30 PRUDENZIO 

Te mente pura et simplici, 
Te voce, te cantu pio 50 

Rogare curvato genu, 
Flendo et canendo discimus. 

His nos lucramur quaestibus , 
Hac arte tantum vivimus : 

Haec inchoamus munera, 55 

Cum sol resurgens emicat. 

Intende nostris sensibus, 
Vitamque totam dispice : 
Sunt multa fucis illita, 
Quae luce purgentur tua. 60 

Durare nos tales jube, 
Quales remotis sordibus 
Nitere pridem jusseras, 
Jordane tinctos tlumine. 

Quodcumque nox mundi dehinc 65 

serva Arevalo, Prudenzio anch'esso erasi cosi ritirato. — Fandique. In- 
tendi 1'arte rettorica artificiosa e ingannatrice. Vedi pag. 44, vv. 7-9. 

v. 49. mente pura et simplici. Conforme alle parole di G. C. (Joann. iv,24), 
e a quelle della Sapienza (i, 1). 

v. 52. Flendo et canendo. I Cristiani sogliono mescolar le lagrime nei 
loro cantici e nelle loro preghiere a Dio. Se ne ha esempii in Davide, 
Ezechia e Giuditta nell'antico Testamento, e in S. Pietro e in S. Maria 
Maddalena nel Nuovo. Nelle vite dei Santi spesso e rammentato il dono 
delle lagrime. E bene a ragione: Lacrimae tacitae quodammodo preces 
sunt ; veniam non postulunt, et merentur ; causam non dicunt, et miseri- 
cordiam consequuntur. S. Massimo di Torino, hom. 3. 

v. 56. Usavano gli antichi cristiani pregar Dio non solo al sorger del 
sole, ma anche in atto di guardar 1'oriente. E ce ne da la ragione S. Giu- 
stino (Quaest. 118 ad orthod.): Praestantissima quaeque ad honorem Dei 
destinamus: oriens praestabilior est omnibus creaturis, ergo vultum ad 
orientem vertimus. 

v. 59 fucis illita, cioe maculata vitiis. In alcuni codici antichi leggesi 
fuscis illita, cioe inquinata tenebris, o peccatis tenebrosa. E l'una e 1'altra 
lezione lega bene col verso seguente, perche il sole e illumina le cose 
g le purifica. 

vv. 61-64. Durare ecc. Fa che noi serbiamo quel candore onde ci fa- 
cesti risplendere allorche fummo lavati da'nostri peccati nelle acque 
del Griordano. — Molti SS. Pari attribuiscono al oontatto delle carni im- 
macolate del divino Agnello con le acque del Giordauo la virtu che al- 
1'acqua del nostro battesimo e conferita da tal sacramento. E in questo 
senso che Giovenco, invocando sopra di se la grazia che ci fa cristiani, 
esclama: 

Ergo age, sanctificans adsit ecc. 
V. fasc. I, p. 30. — Ed era questa la ragione che anticamente molti dei 
catecumeni si portavano a ricevere il battesimo nel Giordano (S. Girol. 
De Locis Hebr.); molti cristiani vi si lavavano: Costantino desidcro di 
-sservi battezzato ; se ne portava 1'acqua assai lontano pel le.ttesinia 
«lei figli dei re e dei principi. 

v. 65. Dehinc. cioe dopo il bat.tesinoo 



PRUDENZIO S| 

Iofecit atris nubibus, 
Tu, rex, eoi sideris 
Vultu sereno illumina. 

Tu, sancte, qui tetram picera 
Candore tingis lacteo, 70 

Ebenoque crystallum facis, 
Delicta terge livida. 

Sub nocte Jacob caerula, 
Luctator aulax angeli, 

Eo usque dum lux surgeret, 75 

Sudavit impar proelium. 

Sed cum jubar claresceret, 
Lapsante claudus poplite, 
Femurque victus debile, 
Culpae vigorem perdidit. 80 

Haec nos docent imagines, 
Hominem tenebris obsitum, 



v. 67. Tu, rex ecc. Qualche antica edizione ha lux invece di rex, e nella 
correzione e: Tu vera lux credentium, forse per maggior chiarezza. Ma 
non puo negarsi che una tal lezione appare, coine ben notano il Pimont 
e il Venturi, men colorita, e fors'anco meno efficace di quella di Pru- 
denzio che serbando 1'immagine rifiessa in tutto Finno , prega il Si- 
gnore, afrinche illumini noi con la serenita del suo volto, Egli luce di- 
vina, da cui tragge ogni suo splendore questo sole terreno. — eoi sideris, 
del sole; perche nasce all'oriente. Si noti che la prima sillaba in eoi e 
generalmente luuga, ma fu talvolta fatta breve anche da' poeti pagani- 
Per es. Virgilio : 

Etjam prima dies clara surgebat eoo. 

vv. 69-72. Tu sancte ecc. II Weitz osserva aver Prudenzio, nello scri- 

vere questi versi, risguardato a quei d'Ovidio {De Ponto, Ub. \u,eleg. 3): 

Sed neque mutatur nigra piee lacteus liumor, 

Xec quod erat candens, fit tevebinihus, ebur. 

— picem, per peccata o peccatorem, — Candore ecc. Cioe de sordidis et pec» 

catoribus candidos reddis et justos. — Ebenoque. L'ebano e albero che na- 

gce nelle Indie e altrove. II suo legno e dentro nero, e fuori del color 

del bossolo. Tagliato e gittato nell'acqua indurisce, e diviene come pie- 

tra nerissima, onde fannosi stromenti per diversi usi. 

v. 73. Sub nocte ecc. Vedi il racconto di questo fatto nel Genesi, xxxir. 
II P., al pari di 8. Ambrogio, lo interpreta analogicamente. 

v. 70. Sudavit. Cioe: luctutus est vehementer laborando ac sudando. An- 
che Persio uso questo verbo con 1'accusativo (v, 149). 

r. 77. jubar, il sole, il raggio del sole, la luce del giorno. In Virgilio e 
nel medes. senso: jubare exortn. 

rictus, vinto, sopraffatto dalla debolezza delle gambe. 
Si noti la | rbo passivo con 1'accusativo. che suole spesso 

dai poeti a <\ p iraraL 

i'.lla intendi della pertinacia. delToUtinata audacia di 
Dio. 
v» 82 & pcr j (tis. 



52 PRUDENZIO 

Si forte non cedat Deo, 
Vires rebelles perdere. 

Tandem facessat caecitas, 85 

Quae nosmet in praeceps diu 
Lapsos sinistris gressibus 
Errore traxit devio. 

Haec lux serenum conferat, 
Purosque nos praestet sibi : 90 

Nihil loquamur subdolum, 
Volvamus obscurum nihil. 

Sic tota decurrat dies : 
Ne lingua mendax, ne manus, 
Oculive peccent lubrici, 95 

Ne noxa corpus inquinet. 

Speculator adstat desuper, 
Qui nos diebus omnibus 
Actusque nostros prospicit, 
A luce prima in vesperum. 100 

Hic testis, hic est arbiter, 
Hic intuetur quidquid est, 
Humana quod mens concipit: 
Hunc nemo fallit judicem. 



vv. 86-88. Quae nosmet ecc. che ci fe' taute volte ruinare nelle ingan- 
nevoli vie dell'errore. 

v. 89. Baec lux. Cioe, Christus. La grazia di Cristo e luce che rasse- 
rena la mente e purinca il cuore, dando sicura pace ed animando ad 
opere di virtu, per renderci degni degli sguardi suoi pietosi (sibi). 

v. 92. Volvamus, cioe cogitemus. Rammenta anche qui con poetica forma 
la sentenza evangelica (Joann. ix, 4): Chi opera male, odia la luce. 

v. 93. aies. II giorno ordinario, ovvero 1'intero corso della vita, conie 
nel luogo di S. Giovanni citato nella nota antecedente. 

vv. 97-100. Speculator ecc. Notisi quanto bella e vera immagine e 
espressa in questa strofe. Richiama in mente le parole bibliche (Psal. 
xcni, 9): Qui plantavit ecc; e fu presente al genio del Manzoni la dove 
nell'iuiio della Passione canta, che l'ira di Dio 

Gia dall'ardue vedette s'affaccia, 
Quasi accenni: tra poco verro. 
— a luceprima, da mane a sera, se hai preso dies pel giorno naturale; 
dairalba della vita alVuUima serz, se il nostro corso mortale. 



PRUDENZIO Gv> 

III. 

Hymnus ante somnum. 

Ades, Pater supreme, 
Quem nemo vidit unquam, 
Patrisque sermo Christe, 
Et Spiritus benigne. 

Trinitatis hujus 5 

Vis una, lumen unum, 
Deus ex Deo perennis, 
Deus ex utroque missus. 

Fluxit labor diei, 
Redit et quietis hora: 10' 

Blandus sopor vicissim 
Fessos relaxat artus. 

Mens aestuans procellis, 
Curisque sauciata, 

Totis bibit medullis 15 

Obliviale poclum. 

Serpit per omne corpus 
Lethaea vis, nec ullum 
Miseris doloris aegri 
Patitur manere sensum. 20 

Lex haec data est caducis, 
Deo jubente, membris, 
Ut temperet laborem 
Medicabilis voluptas. 

m. Questo e il 6° del Catemerinon. II metro e giambico dimetro cata- 
lettico, detto anche anacreontico, dal nome del suo inventore. 

v. 1. Ades. Sta per adesto. 

v. 10. Redit et ecc. II primo piede e anapesto; ed e cosa che non ri- 
pugna al metro. Onde ness an bisogno di sopprimere Yet, come taluni 
fecero. 

v. 12. Fessos. Ad imitazione di Virgilio (Aen. v, 857): 
Vix primos inopina quies laxaverat artus. 
Cicerone ha : animus somno relaxalus. Questa descrizione che il P. in- 
comincia del sonno e stupenda. I giovani ne facciano il confronto con 
quella di Lucrezio (lib. iv). 

v. 16. Poclum, sincope di fiocuhim, come in Plauto. L'immagine poi 
trovasi in Orazio (Ep. xiv, 3 e 4): 

Pocula Lethaeos ut si ducentia somnos 
Arente fauce traxerim. 

v. 24. Medicabilis, che puo medicare e sanare, utile, salutare. Infatti il 
Bonno ristora e conserva la sanita del corpo. 



54 PRUDENZIO 

Sed, dum pererrat omaes 25 

Quies amica venas, 
Pectusque feriatum 
Placat rigante somno : 

Liber vagat per auras 
Rapido vigore sensus, 30 

Variasque per figuras, 
Quae sunt operta, cernit: 

Quia mens soluta curis, 
Cui est origo coelum, 

Purusque fons ab aethra, 35 

Iners jacere nescit. 

Imitata multiformes 
Facies sibi ipsa fingit, 
Per quas repente currens 
Tenui fruatur actu. 40 

Sed sensa somniantum 
Dispar fatigat error : 
Nunc splendor intererrat, 
Qui dat futura nosse: 

Plerumque dissipatis 45 

Mendax imago veris, 
Animos pavore moestos 
Ambage fallit atra. 

Quem rara culpa morura 
Non polluit frequenter, £0 

Hunc lux serena vibrans 
Res edocet latentes. 

At, qui coinquinatum 
Vitiis cor impiavit, 

v. 27. feriatum, ozioso, riposato. 

v. 29. vagat sta per vagatur. Arcaismo usato anche da Plauto e cla 
altri classici pagani. 

v. 38. facies, fantasmi, immagini. 

v. 42. Dispar... error. Cosi piace ad Arevalo di leggere, e non horror, 
perche vi e maggior conformita con la distinzione c]ie fa il P. delle due 
specie di sogni, buoni e cattivi, piacevoli ed ingrati, lieti o paurosi. 

v. 43. Nunc splendor ecc. Non si puo negare clie talora i sogni vengano 
da Dio : ce ne ha esempii nella Scrittura. Ma ncppure si pu6 negare 
che i sogni che riescon veri talora dipendan dal caso. I sogni son tanti; 
che maraviglia, se qualcuno riesca? Quis est, dicea Cicerone, qui wtum 
diem jaculans, non aliquando collineat? 

v. 61. Hunc, per illum, anteced. di queni. — Vibrans. Viorare, per fulgere 
adoperato spesso da'classici pagani. 



PRrDF.NZIO 55 

Lusus pavore multo 55 

Species videt tremendas. 

Hoc Patriarcha noster 
Sub carceris catena 
Geminis simul ministris 
Interpres approbavit. 00 

Quorum reversus unus 
Dat poculum tyranno : 
Ast alterum rapaces 
Fixum vorant volucres. 

Ipsum deinde regem, G5 

Perplexa somniantem, 
Monuit famem futuram 
Clausis cavere acervis. 

Mox praesul ac tetrarches, 
Regnum per omne jussus 70 

Sociam tenere virgam, 
Dominae resedit aulae. 

quam profunda justis 
Arcana per soporem 

Aperit tuenda Christus ! 75 

Quam clara, quam tacenda 1 

Evangelista summi 
Fidissimus magistri, 
Signata quae latebant, 
Kebulis videt remotis. 80 

v. 56. Species tremendas. Dei sogni paurosi e terrifici degli r-mpii 

parlano sovente le Scritture. Yedi Sap. xvm, 17; Job vn, J4. 

v. 57. patriarcha. Il patriarca Giuseppe. Vedi Gen. xi. 

v. 62. tyranno. II re Faraone. 

v. 64. Fixum, confitto in croce. Suspendunt te in cruce, et lacerabunt 
volucres carnes. Gen. XI, 17. 

v. 65. Ipsum ecc. Gen. xli. 

v. 66. perplexa, come dicesse obscura. 

v. 69. praesul ac tetrarches, principe e governatore. 

vv. 71 e 72. sociam virgum, comune, insieme lo scettro. Stazio ed Ovidio 
hanno socium regnum. — Dominae, aggettivo usato da Ovidio e Proporzio. 

r. 74. Soporem. II P. prende questa voce in senso largo. Si sa che i 
mistici spesso ne rappresentan l'estasi come un sonno dell'anima. a Dc 
j-cessu, dice S. Bernardo (Serm. 32, in Cant.), qui contemplatio <li<i- 
faeU quitscere animam. „ 

vv. 75 e 7G. Aperit tuenda, da a vedere, rivela. — Quam ecc. o quanto 
: '-i ed Ineffftbill ! 

v. 77. Ev a m fii i st o. L'Evangeli.sta S. Giovanni neHApoealisse. 

v. 79. signata, suggellate, chiuse. 



o6 PRUDENZIO 

Ipsum Tonantis agnum 
De caede purpurautem, 
Qui conscium futuri 
Librum resignat unus. 

Hujus manum potentem 85 

Gladius perarmat anceps, 
Et fulgurans utrinque 
Duplicem minatur icturn. 

Quaesitor ille solus 
Animaeque corporisque, €0 

Ensisque bis timendus 
Prima ac secunda mors est. 

Huic inclytus perenne 
Tribuit Pater tribunal : 

Hunc obtinere jussit C5 

ftomen supra omne nomen. 

Hic praepotens cruenti 
Extinctor Antichristi : 
Qui de furente monstro 
Pulcrum refert tropaeum. 10> 

Quam bestiam capacem, 
Populosque devorantem, 
Quam sanguinis Charybdirn, 
Joannes execratur : 



v. 88. Duplicem... ictum. Questo duplice colpo e, come risulta dal te- 
Bto delPApocalisse, e come lo stssso P. spiega nella strofe seguente, la 
morte del corpo, e quindi il supplizio dell'inferno, che sara la morte 
eterna delFanima [Apoc. xx, 14). II P. ci rappresenta 1'Agnello con la 
spada in mano e non in bocca, com'e nelFApocalisse, perche egli consi- 
dera la parola di Dio,la quale e simboleggiata dalla spada, non in quaiito 
e pronuuziata dalla sua bocca, ma in quanto e eseguita dalla sua niauo. 

v. 93. Huky cioe a G. Cristo. 

v. 94. Tribuit ecc. S. Giov. (v, 22): Keque enim Pater jtulicat quemqxiam^ 
sed omne judicinm dedit Filio. 

v. 96. Nomen. S. Paolo, Phil. (n, 9): Donavit illi nomen quod est super 
ornne nomen. 

v. 97. praepotens, e quanto valde potens et prae aliis. Cicerone lo die a 
G-iove, nello stesso signincato. E molto opportunamente qui e dato a 
Cristo, perche trattasi della vittoria ch'egli riportera suH'Anticristo. 

v. 101. capacem, con ventre spazioso. In alcune edizioni: rapacem. 

v. 103. Sanrjuinis Charybdim, Cariddi sanguinaria. Cariddi qui sta an- 
tonom. per voragine, nel qual senso anche Cicerone (De Or. m, 41, 163): 
Charybdim bonorum. II P. chiama cosi 1'Anticristo, perche quanti ven~ 
gono a lui tutti porta in precipizio. Vedi Apoc. xvn. 

v. 104. Joannes. Con 1'ultima breve. V ha chi legge Joannis per non 
ma,^carc al m A tro, scnza riflettcrc chc i nomi flniti in es spesso, piii cho 



PRDDENZIG 57 

Hanc nempe, quae sacratuni 105 

Praeferre nomen ausa 
Imam petit gehennam, 
Christo perempta vero. 

Tali sopore justua 
Mentem relaxat heros, 110 

Ut spiritu sagaci 
Coelum peragret omne: 

Nos nil meiemur horum 
Quos creber implet error, 

Concreta quos malarum 115 

Yitiat cupido rerum. 

Sat est quiete dulci 
Fessum fovere corpus: 
Sat, si nihil sinistrum 
Vanae minentur umbrae. 120 

Cultor Dei, memento, 
Te fontis et lavacri 
Rorem subisse sanctum, 
Te chrismate innotatum. 

Fac, cum vocante somno 1*25 

Castum petis cubile, 
Frontem, locumque cordis 
Crucis figura signet. 

comunemente non si creda, furono e possono farsi brevi. Consulta il 
Gifanio Tndic. Lucr. Is ter*minata). 

vv. 105 e 106. sacratum... nomen. II nome di Dio stesso, come predice 
Paolo (TJies. II, 2, 4), e in ispecie il nome di Cristo, come ii P. accenna 
nel verso 108. Lattanzio [Instit vn, 19- : u Hic est autem qui aDpellatur 
Antichristus ; sed ipse Christum mentietur, et contra verum dimicabU. n 

v. 108. Christo... vero. II Gallandi legge : Ohristi... verbo, per la ragione 
ch'e nella Scrittura, Cristo uccider 1'Antigristo sfAritu oris sui. *vla cosi, 
osserva bene Arevalo, andrebbe via 1'eleganza dell'antitesi tra il Cristo 
vero e il falso. 

o. 110. heros. Questo nome che i pagani diedero ai loro semidei ed 
agli uomini illustri, fu gon piii ragione dato da' SS. Padri ai Santi e 
le loro virtu furon dette eroiche. S. Agostino (De Civ. x): Eos (Martyres) 
multo elegantius, si ecclesiastica loquendi consuetudo pateretur, no- 
stros heroes vocaremus. 

'•. 113. Nos nil ecc. Xoi non siam degni di cosiffatti sogni, noi che 
siam ripieni di tanti errori, e macchiati dalla inveterata passione del 
male. — Yirgilio disse concreta labes (Aen. vi, 746). 

v. 121. Cultor, adoratore, servo. 

9, 124. Te, ecc. Evidente allusione al sacramento della Cresima. — in~ 
notatum, segnato, notato. 

v. \i~ eoc. II Codige Vaticano Aless. ha la glossa: ■ Haeo 

Bunt duo illa superiiminaria qnae sanguine agni videbantur aspergi : 



PRUDENZIO 

Crux pellit omne crimen : 
Fugiunt crucem tenebrae : 130 

Tali dicata signo 
Mens fluctuare nescit. 

Procul, o procul vagantum 
Portenta somniorum: 

Procul esto pervicaci 135 

Praestigiator astu. 

tortuose serpens, 
Qui mille per Meandros, 
Fraudesque flexuosas 
Agitas quieta corda : 140 

Discede, Christus hic est: 
Hic Christus est, liquesce : 
Signum, quod ipse nosti, 
Damnat tuam catervam. 

Corpus licet fatiscens 145 

Jaceat recline paulum, 
Christum tamen sub ipao 
Meditabimur sop"ore. 



sic enim frons superliminare capitis, sic et cor superliminare, et prin- 
cipale, pectoris. „ 

v. 136. Praestigiator. II demonio somiglia a quei maghi che ci fanno 
veder le cose in modo diverso da quel che sono, o fannoci comparire in- 
nanzi agli occhi obbietti che non hanno realta. Questo invito che fa la 
Chiesa, con la voce de' suoi Dottori e de' suoi Poeti, di scongiurare con 
la preghiera i presligii del principe delle tenebre, ed i notturni fantasmi, 
fu solennemente rinnovato dalla maggiorparte dei vescovi della Francia 
aH'occasione delle tavole giranti e parlanti, i cui supposti prodigii parea 
che facessero le veci di religione presso i cittadini del mondo nuovo, ed 
•avean momentaneamente turbata la fede di alcuni dell'antico. — astu. 
Geggesi anche actu. 

v. 138. Meandros. II Meandro e un fiume della Caria nelFAsia minore, 
il cui corso e tanto sinuoso da parer come ritornare sopra se stesso. 
Onde molto acconciamente il P. lo adopera ad indicare i giri tortuosi 
del serpe infernale. Si noti che il P. ha fatto breve la prima sillaba, 
id imitazione dei Greci, che abbreviano il dittongo seguito da vocale. 

v. 142. liquesce, fuggi, va via. 

v. 145. fatiscens, rifinito, stanco. 

«. 146. recline, Der redinalum. Alcuni leggono reclive. 



PRUDENZIO 59 

IV. 
Hymnus omni hora. 

Da, puer, plectrum, cboreis ut canam fidelibus 
Dulce carmen et melodum, gesta Cbristi insignia ; 
Hunc camoena nostra solum pangat, hunc laudet lyra. 

Cbristus est quem rex Sacerdos affuturum protinus 
Infulatus concinebat voce, chorda et tympano. 5 

Spiritum coelo influentem per medullas hauriens. 

Facta nos et jam probata pangimus miracula, 
Testis est orbis, nec ipsa terra quod vidit negat, 
Cominus Deum docendis proditum mortalibus. 

Corde natus ex parentis, ante mundi exordium, 10 



IV. Vi ha delle edizioni che portano quesfinno con divcrso titolo : 
De (jestis miracvUs Christi, o: Paean Je vita et morte Christi, o: De miracu- 
lis Christi. II metro e trocaico tetrametro catalettico. Ogni verso si com- 
pone di sette piedi ed una sillaba. I piedi sono trochei, ma ne' luoghi 
pari possono essere anche spondei. Scandesi nel seguente modo : 



Talora il verso dividesi in due, e forma cosi un verso trocaico dime- 
tro acatalettico, ed un verso trocaico dimetro catalettico, come: 

Da puer plectrum choreis 



Ut canam fidelibus. 

v. 1. E costume dei lirici chiamare il servo o giovin che loro arrechi 
la lira. II Fabrizi crede che il nostro P. alluda al costume degli antichi 
di far cantare i fanciulli sulla lira, o di far cantare altri sulla medesima 
da essi fanciulli sonata, costume ch'e attestato da Ateneo. — choreis, co- 
rei o trochei. II P. fa allusione alla specie di verso ch'egli vuol usare, 
nel quale domiha il coreo. 

w. 4t e 5. Sacerdos. Suole chiamare cosi i profeti. XeH'inno 7<> del Ca- 
tem. chiama Elia vetus sacerdos. — Difidatus. Sia perche cintosi 1'efod di 
lino, salto dinanzi 1'Arca del Signore, sia perche re, non essendo l'infula 
che una fascia a guisa di diadema. Essa e bellamente descritta da Lu- 
crezio [lib. i): 

Cui simul iufula virgiueos circumdata comptus 
Ex utraque pari malaru.m parte profusa est. 

v. 1. probata, avverati. 

v. 9. Cominus ecc. Barugh (m, 38): In terris visus est, et cum hominibus 
Convers<ttus est. 

v. 10. CordSt dal scno. Sccondo il biblico (Ps. cix, 4: E.r trterq ante 
luciftrum gcnui te, 6 {Ps. xliv, i): Eructavit cor meum verbum bonum. 



bO TRUDEXZIO 

Alpha et w cognominatus, ipse fons et clausula , 
Ornnium quae suut, fuerunt, quaeque post futura sunt. 

Ipse jussit, et creata, dixit ipse, et facta suut, 
Terra, coelum, fossa ponti, trina rerum machina, 
Quaeque in his vigent sub alto solis et lunae globo. 15 

Corporis formam caduci, membra morti obnoxia 
Induit, ne gens periret protoplasti ex germine, 
Merserat quam lex profundo noxialis tartaro. 

beatus ortus ille, virgo quum puerpera 
Edidit nostram salutem, feta sancto Spiritu, 20 

Et puer Redemptor orbis os sacratum protulit! 

Psallat altitudo coeli, psallat omnis angelus, 
Quidquid est virtutis usquam psallat in laudem Dei : 
Isulla linguarum sile-cat, vox et omnis consonet. 

Ecce quem vates vetustis concinebant saeculis, 25 

Quem prophetarum fideles paginae spoponderant, 
Eraicat promissus olim ; «incta collaudent eum. 

Cantharis infusa lyrnpha fit falemum nobile, 
Nuntiat vinum minister esse promptum ex hydria, 
Ipse rex sapore tinctis obstupescit poculis. 30 

v. 11. Nell' Apoc. (xxi, 6): Ego sum « ef w, initium etfinis. Gli antichi 
cristiani facean grand'uso di queste due lettere. Si vedeano impresse 
Bulle manete, sulle lapidi sepolcrali, sui piedistalli delle colonne. S. Pao- 
liuo descrive con esse la croce cosi (xix): 

Alplia crucem circumstat et omega 
Alpha itidem mihi Christus et omega. 
— clausola, fine. 

v. 12. Virgilio (Georg. IV, 392) : Novit namaue omnia vates, Quae sunt, 
quaefuerint, quae mox ventura trahuntur. 

vv. 13-15. Ip.se ecc. G-iusta il biblico [Ps. xxxn,9): Quoniam ipse dixit 
etfactasunt; ipse mandacit, et creata sunt; e {Ps. cxlv, 4): Quifecit coe- 
Jum et terram, mare et omnia quae in eis sunt. — fossa ponti: maris conca- 
vitas, mare. Alcuni han letto: stagna profundi — trina rerum machina, 
cioe la terra, il cielo ed il mare, enumerati gia nel medesiino versO. 11 
qual verso imito Fortunato nelFinno : Quem terra, pontus aethera. 

v. 17. gens... protoplasti ex germine, la discendenza , la progenie del 
primo uomo. Protoplastus e parola greca TzpuTog^ primo, e 7rA«<7<7to, 
formo, fingo. 

v. 24. Nulla linguarum. Ellen. per nulla lingua. 

vv. 25 e 26. vates. Davide ricordato piu sopra. — fideles, veridici. 

vv. 28-30. Catitharis ecc. Parla del miracolo di Cristo, che fu nelle 
nozze di Cana, dove converti 1'acqua in vino (Joann. n, 9). — falernum, 
per sined. il vino. Falerno, nella Campania, rinomatissimo pel vino. 
Vedi Orazio, Sat. i, 10, 24; Ode n, 11, 19; Silio Italico, vn, 1G2 e seg. — 
rex, maestro, direttore del convito, 1'architriclino, il padron di casa, ov- 
vero il sacerdote chiamato a benedire e presedere al convito. — sapore 
per meton. colore. II P. ha posto sapore per esser fedele al testo del Van- 
£elo : Ut autem gustavit, ecc. 



PRUDENZIO 61 

Membra morbis ulcerosa, viscerum putredines 
Mando ut abluantur, inquit ; fit ratum quod jusserat, 
Turgidam cutem repurgant vulnerum piamina. 

Tu perennibus tenebris jam sepulta lnmina 
Illinis limo salubri, sacri et oris nectare: 35 

Mox apertis hac medela lux reducta est orbibus. 

Increpas ventum furentem, quod procellis tristibus 
Verrat aequor fundo ab imo, vexet et vagam ratem: 
Ille jussis obsecundat ; mitis un ia sternitur. 

Extimum vestis sacratae furtim mulier attigit: 40 

Protinus salus secuta est, ora pallor deserit, 
Sistitur rivus, cruore qui fluebat perpeti. 

Exitu dulcis juventae raptum ephebum viderat, 
Orba quem mater supremis funerabat fletibus: 
Surge, dixit; ille surgit, matri et adstans redditur. 45 

Sole jam quarto carentem , jam sepulcro absconditum 
Lazarum jubet vigere, reddito spiramine: 
Foetidum jecur reductus rursus intrat halitus. 

Ambulat per stagna ponti, summa calcat fluctuum 
Mobilis liquor profundi pendulam praestat viam, 50 

ISec fatiscit unda sanctis pressa sub vestigiis. 

Suetus antro bustuali sub catenis frendere 

vv. 31-33. Membra ecc. Guarigione del lebbroso. V. S. Matt. vin, 2; 
S. Marco i, 40; S. Luca v,12. La lebbra era un morbo vergognoso e ap- 
piccuticcio, un'oscena fioritura della pelle a guiso, di squame di vario 
colore e schifosissimo. — inquit. Sottint. Christus. — fit ratum, si adem- 
pie, si verifica. — piam&na. Lo stesso ehe pinctda, e qui per nieton. la 
cosa stessa che offresi in espiazione. Perche il P. allude all'offerta che 
G. Cristo ordino al lebbroso di presentare ai sacerdoti per 1'ottenuta 
guarigione. 

v v. 34-36. Tu perennibus ecc. Guarigione del cieco nato. S, Giov. ix, 1-7. 

— perenntbus tenebris. Conforme alle parole delTEvangelista: caecus a 
naticitate. — lUinis. 11 P. medesimo {Apoth. 675): iUevit cae.cos cculos, et 
lumina limo reddidit. — oris nectare, sputo, scialiva. — orbibus, occhiaie, 
occhi. Gli occhi son chiamati orbes per la loro rotondita. Ovid. ha lumU 
nis orbis, e Virgilio : oculorum orbes. 

vv. 37-39. Increpas ecc. Tempesta calmata. S. Matt. vm, 31. 
vv. 40-42. Extimum, estremita, orlo della veste. Parla della guarigione 
della donna che pativa il flusso di sangue. 

vv. 43-45. Risorgimento del figlio della Vedova di Naim. S. Luca vn, 11. 

— Exitu chdcis juventae, sul primo fiore degli anni, sul limitare della 
gioventu. — ephebum, giovane. 

vv. 46-48. Sole ecc. Risorgimento di Lazzaro. S. GioV. xi, 1. — Foetidum 
jecur. Allusione a quelle parole di Marta; Domine, jamfoetet, quatridua- 
nus est enim. 

vv. 49-51. Ambulat ecc. Gesu cammina sopra le acque. S. Matt. xiv, 22 

— /'itisrit: deflcit. 

9V. "2-57. Suetus eoo. Bloana an dcmoniaro da una legion di domonii. 
S. Marco v, 1.— antro buetuali, sepolcro. — milh'for»ti*,o mttliformis, * cft 



62 PRUDENZIO 

Mentis impos, efferatis percitus furoribus 

Prosilit, ruitque supplex, Christum adesse ut senserat. 

Pulsa pestis lubricorum milleformis daemonum 55 

Corripit gregis suilli sordida spurcamina, 
Seque nigris mergit undis : fit pecus lymphaticum. 

Ferte qualis ter quaternis ferculorum fragmina; 
Affatim referta jam sunt accubantum millia, 
Quinque panibus peresis et gemellis piscibus. 60 

Tu cibus panisque noster, tu perennis suavitas ! 
Nescit esurire in aevum, qui tuam sumit dapem, 
Nec lacunam ventris implet, sed fovet vitalia. 

Clausus aurium meatus et sonorum nescius 
Purgat, ad praecepta Christi, crassa quaeque obstacula, 65 
Vocibus capax fruendis, ac susurris pervius. 

Omnis aegritudo cedit, languor omnis pellitur; 
Lingua fatur, quam veterna vinxerant silentia, 
Gestat et suum per urbem laetus aeger lectulum. 

Quin et ipsum, ne salutis inferi expertes forent, 70 
Tartarum benignus intrat ; fracta cedit janua, 
Vectibus cadit revulsis cardo dissolubilis. 

Illa prompta ad irruentes, ad revertentes tenax, 

gione della gran moltitudine de' demonii cbe eran dentro al demoniaco. 
— gregis... spurcamina, lo stesso clie gregem suillum sordidum ac spur- 
cum. — nigris. Per cagion dei porci. — lymphaiicum, furibondo. II P. 
volle rendere le parole di S. Matteo (vnr, 32): Et ecce cum impetu abiit 
totus grex per praeceps in mare. Onde non ha luogo 1'interpretazione del 
Cellario, che intese, per pecus lymphaticnm, i pesci. 

vv. 5S-60. Ferte. Sottint. iuquit Christus. Moltiplicazione dei pani. San 
Matt. xiv, 15; S. Giov. vi. — qualis ter quatemis, dodici panieri. '— ge- 
mellis: chwbus. Cesare ha gemella legio per due legioni. 

vv. 61-63. Tu cibus ecc. Questa bellissima apostrofe il P. ha desunta 
dal cap. vi di S. Giov.: Caro mea vere est cibus ; Ego swn panis vivus, qui 
de coelo desccndi ecc. — lacunam, cavita, vuoto; lacunum ventris, lo sto- 
maco. Cic. ha lacunam explere. — fovet vitalia, nutre Tanima. 

vv. 61-66. Clausus ecc. Guarigione del sordomuto. S. Marc. vn, 32. — 
Purgat, cava fuori, espelle. — vocibus... e addivengon capaci di godere il 
piacer dell'udito, e lino di sertire i piu leggieri suoni. 

vv. 67-69. Omnis aegritudo ecc. S. Matt. xv, 30; S. Luc. iv, 38; S. Gio- 
vanni v, 1. — veterna, aggett. da vetus, e quanto inreterata. — urbem, Ge- 
rusalemme. 

v. 72. dissolubilis, quasi dissolutus, disciolto, distaccato. Da alcuni leg- 
gesi indissolubilis, che e megiio. 

v. 73. prompta ecc*. ^d imitazione di Virgilio (Aen. VI, 126): 
... Facihs descensus Averno ; 
Noctes atque dies palet atrijanua Dilis: 
Sed revocare gradum, superasque evadere ad auras, 
Hoc opus, hic labor est. 
E il Tasso [Geru8. lib. vn): 

Che quel serraglio e con mirabil uso 
Sempre alFentrar aperto, a 1'uscir chiuso. 



prudeNzio G3 

Obice extrorsum recluso, porta reddit mortuos 

Lege versa, et limen atrum jam recalcandum patet. 75 

Sed Deus, dum luce fulva mortis antra illuminat, 
Dum stupendibus tenebris candidum praestat diem, 
Tristia squalentis aethrae palluerunt sidera. 

Sol refugit, et lugubri sordidus ferrugine 
Igneum reliquit axem, seque moerens abdidit ; 80 

Fertur horruisse mundus noctis aeternae chaos. 

Solve vocem, mens, sonoram; solve linguam mobilem: 
Dic trophaeum passionis, dic triumphalem crucem : 
Pange vexillum notatis quod refulget frontibus. 

novum caede stupenda vulneris miraculum ! 85 

Hinc cruoris fluxit unda, lympha parte ex altera. 
Lympha nempe dat lavacrum, tum corona ex sanguine est,. 

Vidit anguis immolatam corporis sacri hostiam ; 
Vidit, et fellis peru^ti mox venenum perdidit, 
Saucius dolore multo, colla fractus sibila. 90 

Quid tibi, profane serpens, profuit rebus novis 
Plasma primum perculisse versipelli astutia ? 
Diluit culpam recepto forma mortalis Deo. 

Ad brevem se mortis usum dux salutis dedidit, 
Mortuos olim sepultos ut redire insuesceret, 95 

Dissolutis pristinorum vinculis peccaminum. 

v. 76. dum lucefulva ecc. Conforrne al vaticinio d'Isaia (ix, 2), di cui 
Zaccaria annunzio il prossimo cornpiinento (S. Luc. i, 79). 

v. 79. Sol ecc. Virgilio [Georg. lib. i, ±66): 

Hle etiam extinrto miseratus Caesare Bomam, 
Quum caput obscura nitidam ferrwjine texit, 
Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem. 

vv. 84. notatis...frontibus, sulle fronti cresimate. 

v. 85. caede stupenda. Chiama cosi il colpo di lancia, ch'egli crede forb 
parte a parte (Hinc cruoris ecc.) il lato del Salvatore. Della quale opi- 
nione e pure S. Cipriano {Serm. de Pass. Christi). 

v. 87. lavacrum, battesimo. — corona ex sanguine, il martirio. 

v. 90. colla fractus sibila. Virgilio (Georg. iii, 421): sibila colla tu- 
mentem. 

vv. 91-93. rebus novis,o,l principio del mondo, nella creazion dellecose. 

— Plasma primum, il primo uomo. — forma ynortalis, l'umana natura. 

— recepto Deo, accolto in se Dio, 

v. 9-t. ad... mortis usum, in potere, in mano della morte. 

v. 95. Mortuos sepultos. Aggiunge sepultos contro 1'errore tli quelli i 
quali non credean che i morti risorgerebbero coi proprii rispettivicorpi. 
- r ' . Sottint. ad vitdm. Fra le ragioni o fra i fini della risurrezione 
di G. C, pone il P. quella di dare agli uomini la speranza della loro ri- 
BUrrezione. .'. Attivamente, cioe assu^fact)-et. Urazio (Sat. i, 

4, 105): Insutvit ijater ojjtimus hoc me % ut ecc. 



b'i PRUDENZIO 

Hunc patres, sanctique multi conditorem praevium 
Jam revertentem secuti tertio demum die, 
Carnis indumenta sumunt, deque bustis prodeunt. 

Cerneres coire membra de favillis aridis, 100 

Frigidum venis resumptis pulverem tepescere, 
Ossa, nervos, ao medullas glutino cutis tegi. 

Post, ut occasum resolvit, vitae et hominem reddidit, 
Arduum tribunal alti victor ascendit Patris, 
Inclytam coelo reportans passionis gloriam. 105 

Macte judex mortuorum, macte rex viventium l 
Dexter in parentis arce qui cluis virtutibus, 
Omnium venturus inde justus ultor criminum. 

Te senes, et te juventus, parvulorum te chorus, 
Turba matrum virginumque, simplices puellulae, 110 

Voce concordes pudicis perstrepant concentibus. 

Fluminum lapsus et undae, littorum crepidines, 
Imber, aestus, nix, pruina, silva et aura, nox, dies, 
Omnibus te concelebrent saeculorum saeculis. 



v. 97« patres sanctique, i patriarchi e i giusti delPantico Patto. San 
Matt. xxvii, 52. 

v. 98. tertio demum die. S. Matteo che mette questo prodigio nel nio 
mento della morte del Redentore, lo fa, secondo gli interpreti, con anti- 
cipazione. 

v. 103. ut occasum resolvit, spezzati i vincoli della morte. 

v. 105. coelo : per ad coelum. Enallagi frequenti ne'Poeti. 

vv. 106 e 107. Macte, salve. — cluis o clues, risplendi. 

v. 111. perstrepant, faccian risonare. 

v. 114. omnibus ecc. II Damasceno [cap. I, lib. II, Orthod.fidei): " Quod 
autem saeculorum saecula dicuntur, ideo nt quod septem hujus mundi 
saecula multa saecula seu vitas hominum complectuntur. Atque unum 
illud saeculum saeculaomnia complexu suo tenet: saeculumque saeculi 
dicitur praesens hoc et futurum. „ 



PRUDENZIO 65 

V. 

Hymnus ad defunctorum exsequias. 

Veuient cito saecula, quum jam 
Socius calor ossa revisat, 
Animataque sanguine vivo 
Habitacula pristina g^stet. 

Quae pigra cadavera pridem 5 

Tumulis putrefacta jacebant, 
Volucres rapientur in auras, 
Animas comitata priores. 

Quid turba supeistes inepta 
Plangens ululamina miscet? 10 

Cur tam bene condita jura, 
Lucto dolor arguit amens? 
. Jam moesta quiesce querela, 
Lacrymas suspendite matres, 
Nullus sua pignora plangat: ]5 

Mors haec reparatio vitae est. 

Sic semina sicca virescunt 

V. Le strofe di quesfinno sono estratte dal 10° del Catemerinon. II 
verso e anapestico dinietro catalettico, di tre piedi od una sillal-a. 
Spesso per primo piede ammette lo spondeo, rare volte pel secondo. 
Scandesi: 



L'inno e de' piu belli. Secondo il Barth, e plane divinus ; e il medesimo 
autore, lodando Prudenzio {Ub. xlii): u Cnde lODge eleganter Prudentius, 
cujus verba, imo totus ille funebris bymnus nullo verborum ambitu, 
nulla copia erUditionis enarrari satis possunt. „ 

v. 2. calor, calor vitale, anima. Virgilio {Aen. ix, 475): At subitus mise- 
rat caJor ossa reliquit. 

v. -4. Habitacula pristina, Fantica dimora, il corpo primiorO. 

v. 9. turba. 11 Chamillard tiene,che il P. alluda a qnelle donne prez- 
zolate, che intervenivano a piangere il morto e cantarne le lodi. 

v. 10. Flangens ecc. Leva inutili pianti e lamenti. In luogo di plangens, 
qualch'edizione ha clangens. 

v. 15. pirjnora, figli. 

17-20. Sic semina. Stupenda immagine, tolta da S. Giovanni, \n. 24: 
nisi granum frumenti mortuumfuerit, ipsum solum manet. — medii 
prepniano, maturano. Meditari aJiquid e, in generalo, non ptir pensare, 
ma al* resi fare alcuna cosa; onde pcnesi per exercere. S. Paolino {L- 
obitu <>lsi pueri, v. 229): 

Cum lifaciem meditantur in omni 

Corpore, et in terris germina, et astra polo. 
— veteres. Perche il seme viene dalle spighe, e le riproduce. 

Carmiuu — II. 5 



66 PRUDEXZIO 

Jam mortua, jamque sepulta, 
Quae reddita cespite ab imo 
Yeteres meditantur aristas. 20 

Nunc suscipe, terra, fovendum, 
Gremioque hunc concipe molli : 
Hominis tibi membra sequestro, 
Generosa et fragmina credo. 

Animae fuit haec domus olim, 23 

Factoris ab ore creatae ; 
Fervens habitavit in istis 
Sapientia, principe Christo. 

Tu depositum tege corpus; 
Non immemor ille requiret 30 

Sua munera fictor et auctor, 
Propriique aenigmata vultus. 

Veniant modo tempora justa, 
Quum spem Deus impleat omnem, 
Reddas patefacta necesse est, 85 

Qualem tibi trado figuram. 

Non si ^ariosa vetustas 
Dissolverit ossa favillis, 
Fueritque cinisculus arens, 
Minimi mensura pugilli; 40 



v. 23. sequestro, deposito, affido. 

v. 25. haec, Qioe haec caro» 

v. 27. in istis. Sottint. membris: In qiteste niembra abito una sapienza 
piena d'ainore, di cui Cristo e la sorgente. 

v. 32. aenigmata. Per traslato, imniagine, figura misteriosa. E verO' 
cbe renimmadioe immagine alquanto oscura; ma 1'uomo rappresenta 
egli Dio-chiaramente, apertamente ? 

v. 33. modo. Talora e riferito a tempo futuro, e vale tosto. — justa, con- 
veniente, opportuno. 

v. 35. patefacta , si riferisce a terra, Costr. : Necesse est patefias et 
reddas figuram talem qualem trado tibi. 

v. 37. cariosa vetustas, 1'azione distruggitrice del tcmpo, il tempo 
edace. 

vv. 38 e 39. favillis..... cinisculus. Quantunqne i cristiani no.i abbian 
mai usato di bruciare, come facevano i pa.^ani, i corpi dei defunti, si 
adattavano pero al comun parlare, e chiamav; no anch'essi cineres o /a- 
villae le reliqaie dc-i medesimi dcfunti, conser^at • religiosamente ne'se- 
polcri. Ne poi mancano esempii, negli stcssi scrittori pagani, d"aver essi 
adoperato tali voci a significare la minnta polvc, a cui fosse ridotto il 
corpo umano o per fuoco, o per altro modo qualsiasi. 

t\ 40. Minimi ecc. da poter essere contenuto in un piccolissimo pu- 
gno, nel cavo di picciolissima mano. 



rRUDKNZIO 67 

Nec si vaga flumina, et aurae 
Vacuum per inane volantes 
Tulerint cum pulvere nervos, 
Hominem periisse licebit. 



VI. 

Octavo Calendas Januarias, 
sive de Natali Domini. 

Quid est quoi arctum circulum 
Sol jam recurrens deserit? 
Christusne terris nascitur, 
Qui lucis auget tramitem ? 

Heu ! quam fugacem gratiam 5 

Festina volvebat dies ! 
Quam pene subductam facem 
Sensim recisa exstinxerat! 

Coelum nitescat laetius, 
Gratetur et gaudens humus ; 10 

Scandit gradatim denuo 
Jubar priores lineas. 



v. 41. fiumina. Pare alluda al barbaro costume dei p Q r?eeutori dt far 
gittare nel mare o nei fiumi i corpi dei uiartiri, ad impedirne la se- 
poltura. 

v. 42. Vacnum per inane, cioe per 1'aria. 

VI. Metro giambico dimetro regolare. V. Fasc. I, p. 54. Di quesfinno 
cosi il Buchner: u Egregium illud (carmen) ac plane divinum. Cui neque 
ad dictionis elegantiam, nec concinnitatem numerorum, tum inventio- 
nis acumen atque ingenium quidquam deest. „ 

vv. 1 e 2. Quid est ecc. Verso la fine di Dicembre, il sole esce dal segno di 
Capricorno, e i giorni cominciano ad esser piu lunghi.Verso la fine di que- 
sto medesimo mese, Gesu Cristo, chiamato da Malachia sole di giustizia, 
vienc sulla terra per discacciarne le tenebre dell'errore e del peccato. 
Nel qual congiuugimento dei due soli a risplendere con diversa luce 
sulla terra, il Muratori, ravvisando un cousi><lio divino, loda ^ssai il P. 
che seppe in questi primi versi si beu coglierlo ed esprimerlo. 

v. 1. Qnilncis ecc. S. Pier Crisologo (Serm. 159): tt Crescere dies coe- 
pit, quia verus dies illuxit. n 

vv. 5-8. r/ratiam, dono, beneficio, luce gradita: Ahi con qual rapidita i 
giorni cprrevano a privarci della loro luce beuefica! — Qnam pene ecc. 
Come dimiDuendo a poco a poco (soisim recisa) aveano quasi estinto e 
sottratto a' nostri occhi il loro lunie ! 

v. VI. Jubar, il sole. — lineas i gradi dell'eclittica, pe'qualiil solo 
ascendendo ritorna verso il polo boreale. 



68 PRUDENZIO 

Enierge, dulcis pusio, 
Quem mater edit castitas, 

Parens et expers conjugie, 15 

Mediator et duplex genus. 

Ex ore quamlibet Patris 
Sis ortus et verbo editus, 
Tamen paterno in pectore 
Sophia callebas prius. 20 

Quae prompta coelum condidit, 
Solem, diemque et caetera; 
Virtute Yerbi effecta sunt 
Haec cuncta: nam Verbum Deus. 

Sed ordinatis saeculis, 25 

Rerumque digesto statu, 
Fundator ipse et artifex 
Permansit in Patris sinu. 

Donec rotata annalium 
Transvolverentur millia, 30 

Atque ipse peccantem diu 
Dignatus orbem viseret. 

Nam caeca vis mortalium 



v. 13. pusio, dal greco Tratc, fanciullino. 

v. 14. mater castiias. Una madre non solo casta , ma la castita 

stessa. 

vv. 15 e 16. expers conjugis, vergine. — Mediator si riferisce a Pusio. — 
Duplex genus, cioe di due nature, divina ed umana. 

vv. 17-20. Ex ore ecc. II P. ebbe, pare, la mente al biblico (Eccl. xxiv, 5): 
Ego ex ore Altissimi prodivi ecc. Spiega: Abbenehe tu sia uscito dalla 
bocca del Padre e nato dal suo Verbo, pure la tua sapienza non era pria 
meno grande, meno splendida, nel paterno suo seno. II Petavio (Lib. vi, 
cap. 8) : a Siquidem Verbum persona de Verbo Patre, id cst, ratione vel 
intelligentia oritur. „ Alcuni intendono che il P. parli non deila gene- 
razione divina, ma della urnana, perocche dicendo S Giovanni: omnia 
per verbum facta sunt, et sine illo factum est nihih puo dirsi che il Verbo 
i+apienza infinita [Sophia callebas prius) per se stesso s'incarno e nacque 
nel mondo. — Sophia. Si noti che, quando i voeaboli tratti dal greco 
conservano l'accento primitivo, i poeti cristiani fau lunga la sillaba 
accentuata, affinche la quantita non discordi con la pronunzia, e non 
offenda gli orecchi. A questa causa dehbesi far rimontare un gran 
r.umero de' pretesi errori di cui si fa rimprovero ai poeti cristiani. 

r. 21. prompta. Apparondo, uscendo dalla bocca del Padre. La Sa- 
pienza, il Verbo di Dio si mauifosto nclla creazione. Tortulliano (J.ib. 
adv. Praxeam): u Tunc igitnr etiam ipse Sermo speciem et ornatum 
guum sumit. sonum et vocem, cum dicit Dous: Fiat lux. „ 

v. 29. annalium, per amiorion. 

v. 33. vis. Non solo in poosia, ma talora anche in prosa, via e presa per 
tntiltitudo. 



PRUDENZFO GO 

Yenerans inanes naenias, 

Vel aera, vel saxa algida, 35 

Vel ligna credebat Deum. 

Haec dum sequuntur, perfidi 
Praedonis in jus venerant, 
Et mancipatam fumido 
Vitam barathro immerserant. 40 

Stragem sed istam non tulit 
Christus cadentum gentium ; 
Impune ne forsan sui 
Patris periret fabrica. 

Mortale corpus induit, <L5 

Ut excitato corpore 
Mortis catenam frangeret, 
Hominemque portaret Patri. 

Hic ille natalis dies, 
Quo te Creator arduus 50 

Spiravit, et limo indidit, 
Sermonem carnem glutinans. 

quanta rerum gaudia 
Alvus pudica continet, 

Ex qua novellum saeculum 55 

Procedit et lux aurea! 

r. 34. inanes naenias. Propriamente naenia era 1' inno funereo che 
cantavasi a suon di flauto in ouore del defunto, innanzi al cadavere. Ci- 
cerone (De leg., lib. u, cap. 24) : " Honoratorum vivorum laudes in con- 
cione memoranto, easque etiam ad cantus et ad tibicinem prosequuntor, 
cui nomen naeniae, quo vocabulo etiam G-raeci cantus lugubres nomi- 
jiant. _ Qui per ina)ies naenias il P. allude al culto che dai pagani rende- 
vasi agli uomini ascritti per grandi loro gesta fra gli dei. Ma puoi anche 
intendere le favole e le invenzioni superstiziose, a cui gFidolatri pre- 
stavan fede. 

vv. 37 e 38. perfidi praedonis in jus, in potere del demonio. Da taluno e 
tolta la virgola dopo sequuntur, e riferita la voce perfidi aipagani: per- 
fidi, perche adoravan gPidoli. 

v. 43. Impune, cioe sine poena diaboli. 

v. 46. excitaio. Sott. a morte, risorto. 

vv. 50-52. te. Si riferisce a Cristo. — Creator, il Padre. — arduus, supre* 
mo. — spiravit, genero. — Sermone ecc. Secondo il Chamillard: u Yerbi 
sui efficacitate corpus compingens. „ Altri intendono Y unione ipo- 
statica. 

9. 55. novelhim saeculum. 'Is. ix, G). L'aspettazione del Redentore era 
universale. Le profezie eransi sparse da per tutto, le Sibille se le ave- 
t.ppropriute, e i poeti gentili le travolgevano e sfiguravano ad ap- 
plicarle a persone, il cui nome e rimasto sconosciuto. Virg. [Egl. iv); 
Mdgnu8 ab integrd saedorum nascitur ordos 
Jam redit et Viryo, redeunt Saturnta rec/na; 
t,,„ novmprogi niea coelo demiltitur alto. 



70 PRUDENZIO 

Vagitus ille exordium 
Vernantis orbis prodidit : 
Nam tunc renatus sordidum 
Mundus veternum depulit. 60 

Sparsisse tellurem reor. 
Rus omne densis floribus, 
Ipsasque arenas syrtium 
Fragrasse nardo et nectare. 

Te cuucta nascentem, Puer, 65 

Sensere dura et barbara; 
Victusque saxorum rigor 
Obduxit herbam cautibus. 

Jam mella de scopulis fluunt, 
Jam stillat ilex arido 70 

Sudans amomum in stipite, 
Jam sunt myricis balsama. 

sancta praesepis tui, 
Aeterne rex, cunabula, 

Populisque per saeclum sacra, 75 

Mutis et ipsis credita ! 

Adorat haec brutum pecus, 
Indocta turba scilicet ; 

v. 58. vernantis, lo stesso cheflorentis. 

v. 60. vetemum, cioe peccatum. 

v. 61. sparsisse. Inconrincia il P. a dipingere con immagini sensibili 
tutte le virtu che per mezzo del Verbo la grazia divina sparse sulla 
terra, mentre i popoli erano gia immersi nella superstizione, ne' vizii e 
nella barbarie. Isaia (xliii, 19), Gioele (m, 17), Amos (ix, 13) profetizza- 
rono a questo modo la redenzione dell' uman genere. Virgilio ripro- 
dusse le stesse immagini : 

Occidet et serpens, et fallax herba vencni 
Occidet ; Assyrium vulgo nuscetur amomum. 

v. 63. syrtium. Sirti era il nome che davan gli antichi a due gran 
banchi di sabbia del mare Libico, sulle coste settentrionali delTAfrica 
(ora Grande e Piccola Sirti nel golfo d; Barberia), e per traslato a qua- 
lunque rivoltura d'arena agitata dal mare, ed anche alle solitudini set- 
tentrionali dell'Africa, o a qualunque luogo deserto, arenoso ed infuo- 
cato. Delle due ultime specie parla Orazio (Od. lib. i, 22): Sive per Syrtes 
iter aestuosas ; solo dell'ultima il nostro Pocta. 

v. 66. Sensere. Nota col Buchner coine con tal verbo s'accresca maesta 
all'immagine. 

v. 69. Jam mella ecc. Virgilio, nota Erasmo, dice meno: 
Et durae quercus sudabunt rosclda mclla. 

v. 71. stipile. Sottint. in. 

v. 76. Mutis. Aggiunto ch'e proprio dei bruti, adoperato dal P. a dino- 
tare il bue e 1'asino, che in quasi tutt' i dipiuti vedonsi rappresentati ncl 
Presepio Is. (i, 3). 



PRUDENZTO 71 

Adorat excors natio, 

Yis cujus in pastu sita est. 80 

Sed, quum fideli spiritu 
Concurrat ad praesepia 
Pagana gens et quadrupes, 
Sapiatque quod brutum fuit: 

Negat patrum prosapia S5 

Perosa praesentem Deum: 
Credas venenis ebriam, 
Furiisve lymphatam rapi. 

Quid prona per scelus ruis ? 
Agnosce, si quicquam tibi 00. 

Mentis resedit integrae, 
Ducem tuorum principum. 

Hunc, quem latebra obstetrix 
Et Virgo foeta et cunulae, 
Et imbecilla infantia, 95 

Regem dederunt gentibus, 

Peccator, intueberis 
Celsum coruscis nubibus, 

v. 79. excors natio, creature insensate, irragionevoli. 

vv. 83 e 84. Pagana gens et quadrupes, i pagani e le bestie. Si noti che 
gem- puo dirsi anche dei bruti. — Sapiatque... ed abbian intelligenza i 
fcruti. 

v. 85. patrum prosapia, la progenie dei patriarchi, gli Ebrei. 

v. 87. venenis. Qui, malie, incantesimi,- stregherie, per cui la mente e 
fatta aliena, ed esce fuori di se [Furiisve, ecc). 

v. 93. latebra obstetrix. Cosi nel codice Vat. ed in altri antichissimi; 
non gia latebrae et-obstetrix. S. Girolamo contro Elvidio : tt Nulla ibi ob- 
stetrix, nulla muliercularum sedulitas intervenit. Ipsa Maria involvit 
Infantem, ipsa et Mater et obstetrix fuit: nam ipsa collocavit eum in prae- 
sepio, ipsa pannis involvebat. „ II P. ad espnmere Tassenza della leva- 
tnce nel parto del bambino Gesu, dice poeticamente che fu levatrice la 
stessa grotta. Si noti la non elisione in latebra. Esempii di non elisione, 
e quindi d'iato, non mancano negli autori pagani. Virgilio, per es. : Post 
habita coluisse Samo hic Ulius arma. Perche farne soggetto d' agcusa ai 
poeti cristiani ? 

v. 94. Virgo foeta, la Vergine che ha partorito, la»Vergine Madre. 

v. 95. imbecilla infcmtia, debole, tenera infanzia. — La voce imbecillus 
ha per etimologia m, privativa, e baculus, bastone: ond'e che Prudenzio 
abbrevio con ragione 1'antipenultima. Di che se i poeti del secolo d'Au 
gusto la fecero lunga, fu perche ad essi parve comoda questa licenza a 
far entrare la detta voce nel verso esametro. CosiOrazio: Imbecillus, 
iners sim, quid vis? adde propino. In cio essi hanno fatto uso di un atto in 
tutto arbitrario ; ed e poi curioso che rimproverasi ai poeti cristiani di 
ftvei mutato la quantita di qualche sillaba, quando motivi positivi han 
loro consigliato di farlo. 

v. 96. dederunt, ostenderunt. 

r 98, Celsum ecc. Apoc. (i, 7): Ecce venit cuvi nulibus, et videbit eum 
vnf.-Ua oculus, et qui eum pupuqerunt. 



7 2 PRUDENZIO 

Dejectus ipse et irritis 
Plangens reatum fletibus; 100 

Quum vasta signum buccina 
Terris cremandis miserit, 
Et scissus axis cardinem 
Mundi ruentis solverit. 

Insignis ipse et praeminens 105 

Meritis rependet congrua, 
His lucis usum perpetis, 
Illis gehennam et tartarum. 

Judaea, tunc fulmen crucis 
Experta, qui sit senties, 110 

Quem, te furoris praeside, 
Mors ausit et mox reddidit. 

VII. 
Hymnus Epiphaniae. 

Quicumque Christum quaeritis, 
Oculos in altum tollite: 
Illic licebit visere 
Signum perennis gloriae. 

v . 101. Quum vasta... S. Matt. (xxiv, 31): Et mittet angelos suos cum 
tuba et voce magna. E 1'Apostolo (I. Cor. xv, i) : Canet enim tuba. 

v. 102. Terris cremandis. S. Pietro (Ep. n, cap. iu, 10): Terra autem, et 
quae in ipsa-sunt oper.a exurentur. V. Giovenco Fasc. I,pag. 28, l, v. 5. 

v. 105. praeminens, per crasi, praeeniinens. 

v. 106. Meritis. Giusta il Yangelo. S. Giovanni (v, 28); 1'Apostolo 
[Eom. n, 6). 

v. 108. gehennam. Geenna, clie viene dall'ebraico gehinnon, cioe valle di 
Hinnom, la quale era presso Gerusalemme, dove gli Ebrei idolatri anda- 
vano a sacrificare a Molocb, facendovi passare i loro figliuoli pel fuoco. 
II re Giosia ne fece una cloaca, per metterlo in orrore, e vi si portavano 
le immcmdezze della citta e i cadaveri, cui non si concedeva la sepol- 
tura; e per consumare 1'ammasso di cosiffatte materie vi si manteneva 
il fuoco continuo. Di qui per similitudine venne questa parola adope- 
rata a significare 1'inferno, ove il fuoco nonsi estingue mai. 

vv. 109 e 110. Judaea ecc. Nel giorno del giudizio universale, gli oc- 
chi dei Giudei saran colpiti dalla luce sfolgorante della croce, eome da 
fulmine. S. Matt. (vni, 30): Et tunc parebit signum Filii hominis in coelo. 
Che qucsto segno sia la croce, e scntenza coniune dei Padri. 

v. 112. Mors ecc. Erasmo legge: Mors hausit et mors reddidit. 

VII. Di quesfinno la Chiesa canta parte nella Festa della Trasfigura- 
zione {Quictimque Christuni quaeritis), parte nella Festa degPInnocenti 
(Aitdit tgrannus anxius, e: Salvete Jlores martyrum), parte nell' Epifania 
(O sola maynarum urbium). II metro e giambico dimetro regolare. Vedi 
FjCisc. I, pag. 54. 



PRUDENZIO 73 

Haec stella, quae solis rotam 5 

Vincit decore ac lumine, 
Venisse terris nuntiat 
Cum carne terrestri Deum. 

Non illa servit noctibus, 
Secuta lunam menstruam : 10 

Sed sola coelum possidens, 
Cursum dierum temperat. 

Arctoa quamvis sidera 
In se retortis motibus 

Obire nolint, attamen 15 

Plerumque sub nimbis latent. 

Hoc sidus aetemum manet: 
Haec stella numquam mergitur, 
Nec, nubis occiirsu abdita, 
Obumbrat obductam facem. 20 

Tristis cometa intercidat, 
Et, si quod astrum sirio 
Fervet vapore, jain Dei 
Sub luce destructum cadat. 

En, Persici ex orbis sinu, 25 

Sol unde sumit januam, 
Cernunt periti interpretes 
Regale vexillum Magi. 



v. 5. Haec stella. Apparve in cielo sopra la Giudea. II Vangelo (S. 
Matt. ii, 2) la chiama stella di Cristo. Si noti, che molte cose dette qui 
dal P. della stella, riferir si devono a G. Cristo, vera stella, vero sole. 

v. 10. Secata... come la luna nelle sue mensili rivOluzioni. 

vv. 11 e 12. Sed sola ecc. Questa stella f ulgidissima non perdeva il suo 
splendore dinanzi alla luce del sole, e dirigeva i Magi anche di giorno 
(cursum dierum temperat). 

vv. 13-16. Arctoa... sidera. Cioe le due costellazioui, dette Orsa Mag- 
giore ed Orsa Minore, le quali fan le loro rivoluzioni attorno al polo, e 
non mai tramontano, ne ci si rendono invisibili, se non quando le nu- 
vole ce le nascoudono. 

v. 17. aeternum. Si perche mai non tramonto durante la sua missione, 
si perche annunziava Cristo che e eterno. 

v. 21. Tristis. Perche era opinione -allora comune, come oggidi presso 
il vi)lgo, che ie comete accennassero a peste, a guerra e ad altre pub- 
bliche calamita. 

vv. 22 e 23. Sirio... vapore, i fuochi di Sirio, dell'astro cioe, ch' e in 
bocca della canicola, il quale in congiunzione col sole ne raddoppia 
1'ardore. Virgilio ha sirius ardor. 

vv. 25 e 20. sinu, regione, recesso.— unde. Cioe dall'Oriente. — januam, 
originc, nascimento; perche ivi rimane 1'oriente. 

v. 28. Magi. Savii de' paesi d'Oriente. Prudenzio ed altri Scrittori li 



74 PRUDENZIO 

Quod ut refulsit, caeteri 
Cessere signorum globi, 30 

Nec pulcher est ausus suam 
Conferre formam lucifer. 

« Quis iste tantus, inquiunt, 
Regnator, astris imperans, 

Quem sic tremunt coelestia, 35 

Cui lux et aethra inserviunt? 

« Illustre quiddam cernimus, 
Quod nesciat finem pati, 
Sublime, celsum, interminum, 
Antiquius coelo et chao. » 40 

Hic ille Rex est gentium 
Populique Rex Judaici, 
Promissus Abrahae patri, 
Ejusque in aevum semini. 

Aequanda nam stellis sua 45 

Cognovit olim germina 
Primus sator credentium, 
Nati immolator unici. 

Jam flos subit Davidicus, 
Radice Jessaea editus, 50 

Sceptrique per virgam virens 
Rerum cacumen occupat. 

Exin sequuntur perciti 
Fixis in altum vultibus, 

dicono della Persia; altri, piu probabilniente, delTArabia Deserta o della 
Caldea, o della Mesopotamia. Certo e; che essi eran versati intorno alla 
speculazione de' movimenti degli astri {periti interpretes), e o fosse per 
qualche memoria ch'avessero delle profezie di Daniele, o perche con- 
scii della profezia di Balaam (Num. xxiv, 17), o per rivelazione, giudi- 
caron al veder quella stella straordinaria esser nato il Messia, e subito 
raossero ad adorarlo. 

v. 29. Quod. Riferiscesi a vexillum, sidus. 

vv. 37-40. Illuslre ecc. Va tutto rapportato a Cristo, non alia stella. 
flublime ecc. II P. adopera molti vocaboli a far meglio risultare la gran- 
dezza e maesta divina di Cristo. 

vv. 45-47. Aequanda ecc. Vedi Gen. xv, e xxn. — sua germina, filios 

auos, la sua discendenza. — sator, padre. 

v. 49. subit, apparisce. Veggasi Isaia (xi, 1). Pel fiore inteuder devi 
O. C, per la Verga di Gesse, la Vergine Ss. 

v. 51. Sceptrique ecc. Cioe.: jiorens per potestatem regni. La verga era 
anticamente 1'insegna dei re, ed il verde di essa simboleggiava la per- 
petuita del regio potere. 

v. 53. Exin, pcr exinde, trovasi auche in prosa. — sequuntur perciti, 
muovono in fretta. 



65 



PRUDENZIO 75 

Qua stella sulcum traxerat, 55 

Claramque signabat viam. 

Sed verticem pueri supra 
Signum pependit imminens, 
Pronaque submissum face 
Caput sacratum prodidit. 60 

Videre quod postquam Magi, 
Eoa promunt munera : 
Stratique votis offerunt 
Thus, myrrham, et aurum regiun. 

Agnosce clara insrgnia 
Yirtutis ac regni tui, 
Puer, o cui trinam Pater 
Praedestinavit indolem. 

Regem Deumque annuntiant 
Thesaurus et fragrans odor 
Thuris Sabaei; at myrrheus 
Pulvis sepulcrum praedocet. 

Hoc est sepulcrum, quo Deir^ 
Dum corpus extingui sinit, 
Atque id sepultum suscitat, 
Mortis refregit carcerem. 

sola magnarum urbium 
Major Bethlem, cui contigit 
Ducem salutis coelitus 
Incorporatum gignere ! 

Altrice te, summo Patri 
Haeres creatur unicus, 
Homo ex Tonantis spiritu, 
Idemque sub membris Deus. 

Hunc et prophetis testibus, 85 

w. t>8-60. Signum, la stella. — pependit imminens, s'arrest6. — Pronaque 
submiksum face. Bellissima imruagine ! Abbasso umiliata i suoi raggi, e 
mostro, ecc. 

vv. 61-63. Quod, quod caput.— Eoa, orientali. — votis, co' loro voti. 

v. 68. indolem, carattere. 

w. 69-72. Regem ecc. V. Fasc. I,pag. 55, v. 12. 

v. 74. corpit8. Sottint. suum. 

vv. 77 e 78. O sola ecc. Michea, v, 2: Et tu, BethJeem, terra Jwla, ne- 
quaquam minima es in principibus Juda: ex te enim exietdnx ecc. — Major. 
11 comparativo in luogo del superlativo. V. Fasc. I, pag. 41, v. 31. 

v. 83. ex Tonantis spiritu, creato dal soffio deH'Onnipotento. 

w* 85-88. Uunc ecc. Sottint. Filiam. Avendo detto sopra csser 1'Uomo 



80 



76 PRUDENZTO 

lisdemque signatoribus, 
Testator et satorjubet 
Adire regnum et cernere; 

Regnum quod ambit omnia 
Dia et marina et terrea, 90 

A solis ortu ad exitum, 
Et tartara, et coelum supra. 

Audit tyrannus anxius 
Adesse regum principem, 

Qui nomen Israel regat, 35 

Teneatque David regiam ; 

Exclamat amens nuntio : 
k Successor instat., pellimur: 
Satelles i, ferrum rape, 
Perfunde cunas sanguine. 100 

« Mas omnis infans occidat, 
Scrutare nutricum sinus, 
Interque materna ubera 
Ensem cruentet pusio. 

« Suspecta per Bethlem iniki 105 

Puerperarum est omnium 
Fraus, ne qua furtim subtrahat 
Prolem virilis indolis. » 

Transfigit ergo carnifex 
Mucrone districto furens 110 

Effusa nuper corpora, 
Animasque rimatur novas. 

Locum "rninutis artubus 
Vix interemptor invenit, 

Quo plaga descendat patens, 115 

Juguloque major pugio est. 

Dio Tunico erede del divin Padre, vieue ora a dire elegantemente del 
testatore, che e lo stesso Padre, del testamento che e il Vangelo, e dei 
testimonii o notai che sono Mose ed Elia. — Adire et cernere. Modo assai 
elegante: trattandosi di eredita, il primo di questi verbi vale entrare in 
possesso, il secondo dichiarare di accettarla; nel qual significato ri- 
corron frequente in Cicerone. 

v. 90. Dia, quanto aerea, coelestia. 

v. 93. lyrannus, Erode. 

v. 97. amens nuntio: alFannunzio dei Magi Erode tutto fuori di se, 
esclama ecc. 

v. 112. Animasque... e fa scempio, fa strage d'esistenze no relle, che ap« 
pena cominciano ad essere [novas). 

v. 116. Juguloque. Erasino osserva: u Cum pugio sit gladiolas brevior, 
tamen jugulo major. Est autem epiphonema rei narratae. n 



PRUDENZrO 77 

barbarum spectaculura ! 
Lllisa cervix eautibus 
Spargit cerebrum lacteuni, 
Oculosque per vulnua vomit; 120 

Aut iu profundum palpil 
Mersatur infans gqi 
Cui subter arctis faucibus, 
Sing-uitat unda et halil 

Salvete, tlores manyrum, 125 

Quos lucis ipso in iimine 
Christi insecutor sustulit, 
Ceu turbo nascentes rosas. 

Yos prima Cbristi victima, 
Grex immolatorum tener, 130 

Aram ante et ipsam simplices 
Palma et coronis luditis. 

Quid proficit tantum nefas? 
QuiJ crimen Herodem juvat? 
Unus tot inter funera 135 

Impune Christus toliitur. 

Inter coaevi sanguinis 
Fiuenta, solus integer, 

vv. 123 e 124. subter... perlastretta gola e l'acqua ed il respiro pas- 
sano a stento. 

vv. 125-128. SaJvete ecc. Questa e la seguente strofe non potriano esser 
piu belle e commoventi. Vi spira un'aura, dice il Venturi, di fragrante 
freschezza, e alla poesia delle immagini mirabilmente risponde la sin- 
cerita dell'affetto. Son versi, secondo il Villemain, che non periran mai; 
su 1'ultima terra conquistata e benedetta dal Cristianesimo echeggera il 
loro canto ! — liuis ipso in limine. Virgilio {Aen. vi, 426): 
Continuo audiiae voces, vagitus et ingens, 
Infantumque animae flentes in limine primo. 
— Ceu turbo ecc. Gentile similitudine. Stazio (lib. ni, canto iii, 12): 
Qualia pallentes decliaant lilia culmos, 
Pubentesque rosae primos moriuntur ad Austros. 
S. Agostino (Serm. 220): u Quos Herodis impietas lactentes matrum 
uberibus abstraxit, qui jure dicuntur martyrum fiores, quos in medio 
frigore infidelitatis exortos, velut primas erumpentes Ecclesiae gem- 
mas, quaedam persecutionis pruina decox.it. fl 

vv. 131 e 132. Aram ecc. Immagini tolte dall'Apocalissi, vi, 9; e vn, 9. 
S. Paolino adopero in modo simile eotesta graziosa immagine nell'elegia 
sulla morte del giovanetto Celso: 

Aut cum Betidaeis infantibits in paradiso 

Quos malus Ilerodes peradit invidia, 
htier lii nemu8, atque coronas 

Vft. 137-110. I»ler ecc. I 
inter fiuenta coaevi sanguinis, frfellit ecc. — Nun unente puo 



78 PRUDENZIO 

Ferram quod orbabat nurus, 

Partus fefellit Virginis. 140 

ISic stuiia Pharaonis mali 
Edicta quondam fugerat, 
Christi figurani praeferens 
Moses, receptor civium. 

Cautum et statutum jus erat, 145 

Quo non liceret mafribus, 
Quum pondus alvi absolverent, 
Puerile pignus tollere. 

Mens obstetricis sedulae 
Pie in tyrannum contumax, 150 

Ad spem potentis gloriae 
Furata servat parvulum. 

Quem mox sacerdotem" sibi 
Assumpsit orbis conditor, 

Per quem noiatam saxeis 155 

Legem tabeilis traderet. 

Licetne Christum noscere 
Tanti per exemplum viri? 
Dux ille caeso Aegyptio 
Absolvit Israel jugo. 160 

At nos subactos jugiter 
Erroris imperio gravi, 
Dux noster hoste saucio 
Mortis tenebris liberat. 

Hic expiatam liuctibus 165 

Plebem marino in transitu 
Repurgat undis dulcibus, 
Lucis columnam praeferens. 

significare qualunque donna, qui sta per le madri degrinnocenti, uccisi 
da Erode. 

v. 144. receptor, restitutore, liberatore. Nel qual senso e in Tacito ed 
in altri. 

v. 145. jus, legge, decreto. 

vv. 147 e 148. Quum ecc. quando avessero partorito, allevare itollere) i 
loro bambini. 

vv. 149 e 150. Mens... Una levatrice diligente e piainente ribelle al ti- 
ranno, nasconde (furata) ecc. Orazio ha sedula nutrir. 

v. 158. per exemphim : per figuram. II P. fa con bel riscontro vedere 
como Mose fosse figura di G. C. 

v. 160. Absolvit ecc. Abbiam gia altrove notato, che la servitu degli 
Ebrei in Egitto fi^urava il giogo del peccato, sotto cui gemeva il genere 
umano, prima della venuta di Cristo. 

vv. 165-168. Ilic, cioe dux nosler, Gesii Cristo, che ha fatto succedere 



PRDDENZIO 79 

Hic praeliante exercitu, 
Pansis in altum brachiis^ 170 

Sublimis Amalech premit, 
Crucis quod instar tunc fuit. 

Hic nempe Jesus verior, 
Qui longa post dispendia, 

Victor suis tribulibus 175 

Promissa solvit jugera; 

Qui ter qu^ternas deni 
Kefluentis amnis alveo 
Fundavit et fixit petras, 
Apostolorum stemmata. 180 

Jure ergo se Judae ducem 
Vidisse, testantur Magi, 
Quum facta priscorum ducum 
Christi figuram pinxerint. 

Hic rex priorum judicum, ' 185 

Rexere qui Jacob genus, 



la luce alle ombre, la realta del N. .T. alle figure dell' A. Si noti che il 
P. in questa e nelle seguenti strofe, parla delle figure insieme e del fi- 
gurato.— expiatum. Sottint a Moyse. — marino in transitu, nel passaggio 
del Mar Rosso. — undia dulcibus, nel Giordano. — II passaggio del Mar 
Rosso era immagine del battesimo; la colonna luminosa, che serviva 
di guida agl' Israeliti nel deserto, prefigurava la dottrina di G-. C, alla 
cui luce tutti camminar dobbiamo. 

v. 169. Hic. Mose. Eeod. xvn, 8. In questa vittoria riportata sopra 
Amalech che figurava il demonio, Mose non era che lo strumento di 
Dio e del suo Verbo, che egli ebbe 1'alto onore di prefigurare. Fu col di- 
stender le braccia sulla croce che G. Cristo vinse il nemico dell'uman 
genere. 

vv. 171 e 172. Sublimis, dalFalto della collina. — Crucis ecc. e cio fu, 
avvenne per la figura della croce. 

vv. 173 e 174. Jssus verior. Gesu vale Salvatore; e questo stesso vale 
Giosue, col qiuale il P. riscontra ora G. C. Come Giosue condusse il po- 
polo ebreo nella Terra Promessa, cosi G-. C. introdusse in cielo il genere 
umano liberato dalla schiavitu del demonio. Cristo dunque verior Jesus 
Josue. — dispendia, cammino, viaggio. Allusione ai 40 anni che gli 
Israeliti passaron nel deserto. — Promissa jugera, la Terra Promessa 

vo. 177-180. Qui ter ecc. Alludesi al capo iv, vers. 9 del libro di Giosue. 

— Apvstbtorum stemmata. Le dodici pietre eran figura dei dodici Apo- 

htoli. Tertulliano [eontra Marc, lib. iv, 13): " Totidem enim Apostoli 

portendebantur... lapides solidi fide, quos de lavacro Jordanis Jesus ve- 

'• jit ecc. „ 

vr. 181-184. Judae dueem. I Magi non videro da prima il re dei Giudei, 
iua la stclla che a tal Re accennava. E compresero che la stella accen- 
nava a lui, perche, secondo il P. ed altri autori, essi ben conoscevano lc 
gesta degli antichi condottieri del popolo ebreo, i quali erano stati fi- 
ijura del Mcssia. 



80 PRUDENZIO 

Dominaeque rex Ecclesiae, 
Templi et novelli et pristini. 

Hunc posteri Ephraim colunt, 
Hunc sancta Manasse domus, 190 

Omnesque suspiciunt tribus, 
Bis sena fratrum semina. 

Quin et propago degener, 
Ritum secuta inconditum, 

Quaecumque dirum fervidis 195 

Baal caminis coxerat ; 

Fumosa avorum numina, 
Saxum, metallum, stipitem, 
Rasum, dolatum, sectile 
In Christi honorem deserit. *200 

Gaudete, quicquid gentium est, 
Judaea, Roma, et Graecia, 
Aegypte, Thrax, Persa, et Scytha: 
Rex unus omnes possidet. 

Laudate vestrum principem, 205 

Omnes beati ac perditi, 
Yivi, imbecilli ac mortui: 
Jam nemo posthac mortuus. 

v. 187. Dominaeque ecc. e della Chiesa nostra madre. 

v. 188. Templi et novelli ecc. II nuovo tempio e la Chiesa fondata da 
Cristo. L'antico poi quello fondato da Salomone e rifabbricato dopo la 
cattivita, centro e compendio della religione giudaica, figura della cri- 
stiana. 

vv. 189-192. Ephraim.., Manasse. Due figli di Giuseppe, benedetti da 
Giacobbe. Gen. l. — suspiciunt, riconoscono, ammirano. In alcune edi- 
zioni e suscipiunt.— bis sena ecc. la progenie de'12 fratelli, cioe, i figli di 
Giacobbe. 

v. 193. propago degener... quaecumque.I Gentili, i pagani; tutti degeneri, 
perche allqntanatisi dalla legge di Dio, ed abbandonatisi in braccio clel- 
1'egoismo e della corruzione di se stessi. — Quaecumque sta per omnis. 

v. 196. Baal. Sta per qilalunque idolo. 

vv. 197-199. Fumosa, antichi. Come in Cicerone: Fumosae imagines.— 
stipitem, legno. — sectile. E riferito a saxum. — Erasmo : u Tres materias 
refert deorum, lapidem, aes, lignum. Opificium item triplex : ttietallam 
raditur lima, saxum sccatur, lignum dolatur. B 

v. 204. Jtex unus ecc. Voi siete tutti divenuti sudditi d'uno stesso re, 
piu non avete che uno stesso re. 

vv. 205-208. Laudate ecc. Invita tutti a lodar Gesii, felici ed infelici; 
sani, infermi, morti. E moralmente: buoni e cattivi [beati acperditi), 
giusti (vivi), imperfetti (imbectili), morti alla grazia di Dio (wortiaL— 
Jam nemo ecc. Nel senso che G. C. ha distrutto La niorte. 



PRUDENZIO 81 



VIII. 

II poeta esprime il suo desiderio di andare a Roma 
per prostrarsi ai piedi del sepolcro di S. Lo- 
renzo. 

ter quaterque et septies 

Beatus urbis iucola 

Qui te ac tuorum cominus 

Sedem celebrat ossium ! 
Cui propter advolvi licet, 5 

Qui fletibus spargit locum, 

Qui pectus in terram premit, 

Qui vota fundit murmure ! 
Nos Vasco Iberus dividit 

Binis remotos Alpibus, 10 

Trans Cottianarum juga, 

Trans et Pyrenas ninguidos. 
Vix fama nota est, abditis 

Quam plena sanctis Roma sit, 



VIII. Questi versi sono gli ultiini (529-584) dell'inno 2° del Periste* 
phanon, composto dal P. ln onore di S. Lorenzo, diacono della Chiesa di 
Roma, martirizzato sotto 1'impero di Valeriano e Galieno. II metro e 
giambico dimetro regolare. — II Peristephanon [nsol <TT£<paVG)V, cle Co- 
ronis) e una raccolta di 14 inni in lode dei Martiri, che antichi dotti 
gmdicarono commendevolissrino, riponendolo tra le piu belle opere di 
Prudenzio. Pietro Crinito <Lib. v de Poetis latinis): "Praecipuani laudem 
consecutus est (Prurtentius) judicio doctiorum ex eo poemate, quo pro- 
sequitur illorum probitatem atque constantiam, qui seipsos devoverunt 
pro christiana religione. „ 

vv. 2-4. urbis. Roma. — te. Sottint. : o Laurenti. — sedetn... ossium, se- 
polcro, tomba. 

t>. 6. Cui. Ha per antecedente incola. — propter. Lo stesso che juxta. 
— advolvi, prosternere se. 

v. 8. murmure, cioe submissa: voce, a voce bassa. 

vv. 9-12. Nos Vasco ecc. Ma noi abitiamo oltre 1'Ebro che bagna Va- 
sconia, noi ci troviamo lungi da Roma, dietro una doppia catena di monti, 
dietro le cime delle Cozie, dietro i nevosi Pirenei. — Vasco, onis e qui 
aggettivo. Chiama cos\ l'Ebro, perche scorre per la Guascogna. — Al- 
pibus Antonomasia adoperata dai Poeti ad indicare qualunque catena di 
alte montagne. — Cottianarumjuga, per sined., la catena intera delle Alpi. 
Prudenzio, dunque, per andare a Roma, dovea traversar l'Ebro,i Pirenci 
e le Alpi. 

v. 13. abdins, ignoti, che non conosciam noi. 

Carmina — II. 6 



82 phudenzio 

Quam dives urbanum solum 13 

Sacris sepulcris floreat. 
Sed qui caremus his bonis, 

IN"ec sanguinis vestigia 

Videre coram possumus, 

Coelum intuemur eminus. 20 

Sic, sancte Laurenti, tuam 

Kos passionem quaerimus: 

Est aula nam duplex tibi, 

Hic corporis, mentis polo. 
Illic inenarrabili 25 

Allectus urbi municeps, 

Aeternae in arce curiae, 

Gestas coronam civicam. 
Videor videre illustribus 

Gemmis coruscantem virum, 30 

Quem Roma coelestis sibi 

Legit perennem consulem. 
Quae sit potestas credita 

Et muneris quantum datum, 

Probant Quiritum gaudia, 35 

Quibus rogatus annuis. 
Quod quisque supplex postulat, 

Fert impetratum prospere; 



vv. 15 e 16. urbanum, per antonom., romanum, di Roma. — sepulcris 
floreat. Modo simile al Jlorent flumina flammis, floruit mare navibus di 
Lucrezio. 

vv. 18 e 19. sanguinis vestlgia. Gli antichi cristiani solevano conser- 
vare divotamente il^sangue de' martiri nei vasi, nelle pezze, nci fazzo- 
ietti ecc. — coram. E quanto praeseniialiter, da vicino, co' nostri occhi. 

v. 21. Sic, cosi, cioe, mirando il cielo. 

vv. 23 e 24. Est aula ecc. A talunoe sembrato vedere questi e i versi 
della strofa seguente ispirati al P. da Cicerone che , parlando d'un 
illustre Romano, M. Porcio Catone, oriundo dalla piccola citta di Tu- 
scolo, disse (De Jeg. m: " F.go mehercule, et illi, et omnibus munici- 
pibus, duas esse censeo patrias, unam naturae, alteram civitatis. „ 

vv. 25 e 26. Illic, cioe Xn polo, iu coelis. — inenarrabili..., fatto, eletto 
cittadino della citta ineffabile, cioe della Gerusalemme celeste, di cui 
vedi Apoc. cap. xxi. 

v. 28. coronam civicam. Cbiamavasi corona civica uua corona di foglie di 
quercia; che davasi a colui che nella guerra avesse salvato un cittadino 
romano. S. Lorenzo, combattendo per la fede, converti al cristianesimo 
molti cittadini romani, e li fe' cosi entrare nella via della salute eterna. 

v. 35. Probant. S. Agostino [SerfH. 30-i): u Quam glorioso enim et quanta 
virtutum multitudine, quasi fiorum varictate, distincta Laurentii niar* 
tyris sit corona, universa testis est Koma. „ 



PRUDENZIO 83 

Poscunt, litantur , indicant, 

Et tristis haud ullus redit. 40 

Tu praesto semper adsies, 

Tuosque alumnos urbicoa 

Lactante complexus sinu 

Paterno amore nutrias. 
Hos inter, o Christi decus, 45 

Audi et poetam rusticum, 

Cordis fatentem crimina, 

Et facta prodentem sua. 
Indignus (agnosco et scio) 

Quem Christus ipse exaudiat, 50 

Sed per patronos martyres 

Potest medelam consequi. 
Audi benignus supplicem 

Christi reum Prudentium; 

Et servientem corpori 55 

Absolve vinclis saeculi. 



v. 39. Utantur. Sbaglio, dicono niolti conimentatori, degli nrnanuensi; e 
leggoiu, chi laetantur, chi laetanter, chi latenter, chi licenter, chi jocantur, 
chi finiilmente litant, et ; la quale ultima lezione sembra esser la mi- 
gliore : Pregano e sono esauditi (poscunt, litant); moatrano un desiderio (in- 
dicmntj, e ognuno sen toma appagato. II grammatico Lattanzio ne' suoi 
commenti a Stazio (Theb. 10, 610): u Inter iitare et sacriiicare hoc inter- 
orificare est hostias immolare, litare vero post iuimolationem 
hostiarum impetrare quod postules. fl 

r. 41. A-isies. Arcaismo. per adsis. 

((•. 42-11. TuosqHe ecc. II P. paragona, in certo modo, la carita di san 
Lorenzo verso i Romaui ;illa tenerezza con cui una madre allatta il suo 
bambino. — alumnos, figliuoli, come in Plinio: alumnos forlunae. — urbi- 

cos. Anche qui per antonom., i Romani. — Lactante Btringendoli al 

seno, come una madre. 

v. 46. ruslicum, villico, forese. Si noti 1'antitesi ad ttrbicos. 

v. 54. Christi reum, reo di Cristo, cioe colpevole verso Cristo. Cic. 
disse: reus MVonis. 

v. 65. seruit/tte/ji corpori, schiavo del corpo, della carne. 



84 PRUDENZIO 

IX. 

Hymnus in honorem B. Eulaliae Martyris. 

Germine nobilis Eulalia, 
Mortis at indole nobilior, 
Emeritam sacra virgo suam, 
Cujus ab ubere progenita est, 
Ossibus ornat, amore colit. 5 

Proximus occiduo locus est, 
Qui tulit hoc decus egregium, 
Urbe potens, populis Locuplesi 
Sed mage sanguine martyrii, 
Virgineoque potens titulo. 10 

Curriculis tribus atque novem 
Tres hiemes quater attigerat, 
Quum^, crepitante pyra, trepidos 

IX. Questfinno, che e ll 3° del Peristephanon, si coinpone di versi dat- 
tilici trimetri ipercatalettici; genere di versi graziosissimo, clie i Poeti 
Cristiani han peculiarmente consacrato alFelogio delle vergini martiri. 
Constano di tre dattili ed una sillaba, e scandonsi: 



L'Ab. Bayle (£tude sur Prudence, in) : a Prudenzio sa, quando e' vuole, 
addolcire 1'energico suo verso, ed esprimere con facilita e disinvoltura 
pensieri graziosi. Eccolo infatti cangiar tuono, aggiunger novelle corde 
alla sua lira per cantar d'un modo piu dolce il martirio di S. Eulalia. « 

v 1. Germine... nobilis, di nobil sangue, lignaggio. — Euialia. Soffri il 
martirio verso 1'anno 304 di Gesu Cristo, sotto 1'iinpero di Diocleziano. 

v. 2. Mortis... indole, per il carattere, per la qualita della sua morte. 
Indoles (presso i Greci yapc/.y.Trjp) suol chiamarsi la speranza che dal 
volto dei fanciulli traspare, e ci fa riprometter bene della futura loro 
virtu. Onde il P. potrebbe aver adoperata tale parola per virtu, come la 
causa per 1'effetto, perche 1'indole, il carattere precedela virtu; e quindi 
potrebbe anche spiegarsi : per Veroismo della sua morte. 

vv. 3 e 4. Emeritam. Merida, citta della Spagna, nell'Estremadura, ca- 
pitale un tempo della Lusitania; e chiamata cosi, perche i Romani vi 
mandavano i veterani emeriti. E sitoata snlla destra delVAnas, oggi 
Guadiana. — Cujus ab ubere progenita est, dove nacque, sua patria. 

vv. 6 e 7. Proximus ecc. II luogo che diede i natali a questa vergine 
gloriosa, e prossimo all'occidente. — Occiduus, adoperatosostantivamente. 

t\ 10. titulo, iscrizione sepolcrale, sta qui per lo stesso sepolcro. 

vv. 11 e 12. Curriculis ecc. Perifrasi che dinota esser la santa Vergine 
d'anni 12. OurrietUutn vitae o vireudi disse Cicerone a signincare lo spa- 
zio, il corso della vita; e il nostro P. ha usato curriculum assolut. per 
rivoluzione Jel sole, anno. 



PRUDENZIO 85 

Terruit aspera carniiices, 
Supplicium sibi dulce i 15 

Jam dederat prius indicium 
Tendere se Patris ad solium, 
Nec sua membra dicata toro : 
Ipsa crepundia reppulerst, 
Ludere nescia pusiola. 20 

^pernere succina, flare rosas, 
Fulva monilia respuere, 
Ore severa, modesta gradu, 
Moribus et nimium teneris. 
Canitiem meditata senum. 25 

Ast ubi se furiata lues 

Excitat in famulos Domini, 
Christicolasque cruenta jubet 
Thura cremare, jecur pecudis 
Mortiferis adolere Deis; 30 

Infremit sacer Eulaliae 
Spiritus, ingeniique ferox, 
Turbida frangere bella parat, 
Et, rude pectus anhela Deo, 
Femina provocat arma virum. 35 

Sed pia cura parentis agit 

Virgo animosa domi ut lateat, 

Abdita rure et ab urbe procul, 

Ne fera sanguinis in pretium 

Mortis amore puella ruat. 40 

vv. 14 e 15. aspera. Antonio di Lebrixa e il Teolio intendono: aspera 
in scmetipsam ; altri : aspera in carnifices, cioe terribile; altri iinalmente: 
fortis. — raia. Lo stesso che arbitrata, giudicando. 

v. 18. dicata. Sottint. esse. -- toro, per conjugio. 

v. 20. pusiola. Diminutivo di pusio, fanciullina. 

vv. 21 e 22. Spernere,flare, respuere, infiniti storici, retti dal verbo sott. 
coepit. — flare rosas e quanto respuere rosas , sprezzare. — Fulva, cioe 
aurea. 

vv. 24 e 25. Moribus ecc. In eta cosi tenerella, regolava la sua vita con 
la saggezza della canizie. — meditata, e quanto imitata esi. 

v. 2G. furiata lues, persecuzione. 

v. 28. cruen'a. Si riferisce a lues. 

vv. 32-35. ingenilque ferox, coraggiosa, fiera. — frangerebelia, trionfar 
della lotta. La persecuzione, in fatti, era una guerra, una lotta tra i 
Gentili ed i Fedeli, tra le vittime ed i carnefici. — rude pectus anhela 
J>eo; ellen. per: rudi pertore ipsa (Eulalia) anhela Deo. — rude, semplice, 
giovane. — virum, per virorum. 

v. 39. fera, intrepida. — sanguinis in pretium... ru.it: corra alla palma 
del inaitirio. 



86 PRUDENZl i 

II la perosa qivietis opem 

Degeneri tolerare mora, 

Nocte fores sine teste movet, 

Septaque ciaustra fugax aperit, 

Inde per invia carpit iter, 45 

reditur peditjus laceris, 

Per loca senta situ et vepribus, 

Angelica comitata choro : 

Et licet horrida nox sileat, 

Lueis faabet tamen illa ducem. 50 

Sic habuit generosa patrum 

Turba coiumniferum radium, 

Scmdere qui tenebrosa potens, 

Nocte viain face perspicua 

Praestitit, intereunte chac. 55 

aliter pia virgo, viam 

Nocte secuta, diem meruit; 

Nec tenehris adoperts fuit, 

Regna Canopica quum fugeret. 

Et super astra pararet iter. 6.0 

lila gradu cita pervigili, 

Millia muita priusj peragit. 

Quam plaga pandat eoa poium : 

Mane superba tribunal adit, 

Fascibus astaf et in mediis: 65 

Vociferans: ocRogo quis furor est 

Perdere praecipites anirnas, 



vv. 41 i? 42. perosa quietis... Costr.: perosa tolerare opem qideiis ?noi-a 
degeneri. 

vv. 45-47. invia , cioe loca sine via , luogki impraticabili. — Ingredi- 
tur ecc. Ad iruitazione di Virgilio, quando descrive il viaggio di Euea 
airinfcrno (Aen. vi, 461): per loca senfa situ. 

v. 51. Sic ecc. Veggasi il fatto ck'e narrato nell'Esodo, xiii, 21. 

v. 55. intereunte chao, fugando 13 onibre, l'oscurita della notte. 

v. 59. liegna Canopica, ll regno d'Egitto, figura di questo niondo. 

v. 64. superba. II piii delle volte superbus e preso in niala parte, tal- 
volta, come qui, in buona parte: illustre, nobile. 

v. 65. Fascibus. Fasces, fasci, erano un fascio di verglie, sorniontate 
dal ferro d'una scure, stretta ncl mezzo, ed era portato dai littori in- 
nanzi ai consoli, ai dittatori e ad altri supremi magistrati romaui, a 
contrassegnalc della loro autorita. Talora, per meton. gli stessi magi- 
Btrati. 

v. 67. praeeipites animas. Indica coloro che sacriiicavano agl'idoli per 
debolezza. 



PRUDENZIO 87 

Et vnale prodi Bui 

Sterner( ilis, 

Omnipal im ? ~® 

Quaeiitis, c> mls anus, 

Christicolum genus? En, ego sum 
Daemonicis inimica sacris, 
Idola protero sub pedibus, 
Pectore et ore Deum fateor.' 75 

Isis, Apollo, Venus nihil est, 
Maximianus et ipse nihil: 
Illa nihil, quia facta rnanu ; 
Hic, manuum quia facta colit: 
Frivola utraque et utraque nihil. 80 

Maximianus, opum dominus, 
Et tamen ipse ciiens lapidum, 
Prostituat voveatque suis 
Numinibus caput ipse suum: 
Pectora cur generosa quatit ] S5 

Dux bonus, arbiter egregius, 
Sanguine pascitur innocuo, 
Corporibusque piis inhiatfs, 
Viscera sobria diiacerat. 
Gaudet et excruciare fldem. 90 

Ergo age, tortor, adure, seca, 
Divide membra coacta luto: 
Solvere rem fragilem facile 
Non penetrabitur interior, 

itante uolore, animus. » 95 

Talibus escitus, in furias 

Praetor, ait : «Rape praecipitem, 
Lictor, et obme suppliciis ; 



v. 69. Stemere ecc, far prostrare innanzi a pietre lisciate, lavorate, 
Innanzi agl' idoli. GH scrittori cristiani chiaman lapides gl' idoli per 
atto di disprezzo. Arnobio (Lib. i): * Si quando conspexeram lubricatuni 
lapidem. n Minuzio: u lapides... effigiatos, unctos et coronatos. , 

vv. 71 e 72. manus, multitudo. — Christicolum, per Christicoiarum. 

t;. 86. Dux bonus ecc. Per ironia. 

v. SO.fidem, i Fedeli. 

■ >. Solvere. Ovidio (Trist. eleg. n): et mtnirne vires frangere quassci 
s<l nt 

vo. 96 e ,97. Talibus. Sottint. verbis. — praecipitem, BCOHfiigliata, tO 
meraria. 



83 PRUDEXZIO 

Sentiat «sse deos patrios, 

Nec ieve principis imperium. 100 

Quam cuperem tamen, ante necem, 

Si potis est, revocare tuam, 

Torva puellula, nequitiam! 

Respice gaudia quanta metas, 

Quae tibi fert genialis honor! 105 

Te lacrymis labefacta domus 

Prosequitur, generisque tui 

Ingemit anxia nobilitas, 

Flore quod occidis in tenero, . 

Proxima dotibus et thalamo. 110 

Non movet aurea pompa thori ? 

Non pietas veneranda senum 

Quos temeraria debilitas? 

Ecce parata ministeria 

Excruciabilis exitii. 115 

Aut gladio feriere caput, 

Aut laniabere membra feris; 

Aut, facibus data fumificis, 

Flebiliterque ululanda tuis, 

In cineres resoluta flues. 120 

Haec, rogo, quis labor est fugere? 



v. 99. sentiat. Eichiauia alla mente quel motto di Caligola: Itaferi, ut 
se -mori sentiat. 

v. 102. Sipotis est, se e possibile. — revocare, distorti, frastornarti. 

vv. 1J4 e 105. metas, recida, distrugga. — genialis honor, cioe nuptialis 
honor, ie nozze, il talamo. 

v. 10G. domus, la tua famiglia. 

v. 112. pietas senum, 1'amore, la tenerezza de' tuoi vecchi genitori. 

v. 114. ministeria. Ministri e strumenti di supplizio. Apulejo (Met. in): 
'- Tunc me per proscenium medium velut quamdam victimam/publice 
ministeria perducunt. „ E parimenti 1'usarono Plinio, Tacito ed altri. — 
excruciabilis exitii, supplizio atroce, spaventevole. 

v. 117. Aui ecc. Intendi del supplizio della croce, su cui si lasciavano 
i rei in pasto ai cani ed agli uccelli rapaci. Orazio : Non pasces in cruce 
corvos. 

v. 118. Autfacibus ecc. II Barth osserva esser questo modo di dire ele- 
gantissimo, in vecedi: in nsum faculae accensae. Cosi Catullo : u Et non 
pistriro traderis atque asino „invecedi: ad moJam, vice asini. Cotesto 
jenere di supplizio inflitto ai cristiani e menzionato da Tacito (Annal. 
jtVj ! u Pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu 
ranum mterirent. aut crucibus affixi, &v.t flammandi ; atque ubi defecis- 
v»et dies, in usum nocturni luminis urerentur. „ Ma puoi ancora spie- 
gare per le tiaccole, onde talora i martiri vcnivano abbrustolati. 



PRUDBNZIO 89 

Si modicum saiis eminulis 

Thuris et exiguum digitis 

Tangere, virgo benigna, velis, 

Poena gravis procul abfuerit. » 125 

Martyr ad ista nihil, sed enim 

Infremit, inque tyranni oculos 

Sputa jacit: simulacra dehinc 

Dissipat, impositamque molam 

Thuribulis pede prosubigit. 130 

Nec mora, carnifices gemini 

Juncea pectora dilacerant; 

Et latus ungula virgineum 

Pulsat utrimque, et ad ossa secat, 

Eulalia numerante notas. 
« Scriberis ecce mihi, Domine: 

Quam juvat hos apices legere, 

Qui tua, Christe, tropaea notant ! 

Nomen et ipsa sacrum loquitur 

Purpura sanguinis eliciti. » 140 

Haec sine fletibus et gemitu 

Laeta canebat et intrepida. 

Dirus abest dolor ex animo, 



91, 122 e 123. modieum saHs..., un po' di sale e d'incenso. — eminulis... 
digitis, con la punta delle dita. Lattanzio : thura tnbus digitis compre- 
hensa in focis jaciare; e S. Girolanio : duobus digitnlis thura compressa in 
bustum arae jacere. Presso i pa^ani, dice il Peverato, i ricchi offrivano 
1'incenso a sacca, i poveri ne offrivano un pizzico. II P. fa menzione 
del sale per la mola salsa, pasta cli farro salata, con cui aspergevasi il 
fuoco, il coltello, il turibolo e la fronte stessa della vittima, pria che la 
venisse sgozzata. Da mola venne immolare. 

vv. 127 e 128. inque ecc. Arevalo leg^erebbe : inque Ujranni oculis, cioe 
che Eulalia disprezzasse gPidoli alla presenza del tirauno. Offrirsi spon- 
taneamente al mirtirio, provocare il tirauno, disprezzare e stritolare 
gl'idoli, non e lecito, generalmente parlando. Ma S Eulalia il fece per 
impulso dello Spirito Santo, com' e provato dalla sua invitta costanza 
ne' tormenti, e da' miiacoli che poscia seguirono. 

vv. 129 e 130. niolam. Vedi sopra la nota a' versi 122 e 123 — prosubi- 
git. Yirgilio (Georg. m, 256): et jpede prosubvjit lerrjtm. 

v. 132. Juncea. Bel traslato: tenero, snello, delicato, giovanile. Secondo 
11 Chamiilard, juncea varrebbe quanto: pulcre dedueta et composita, come 
Bono i lavori fatti di giunco. Terenzio adopero anch'esso cotesto traslato. 
— nngula, unghia, uncino di ferro, strumento di tortura. 

vv. 134 e 135. ad ossa, cioe usque ad ossa — notas, piaghe, ferite. 

v. 133. miTti, su di me, sul corpo mio. 

vr. 130 e 140. Xomen et ecc.: II purpureo sangue che spiccia [ellciti) 
rite, moimora anch'esso il tuo sacro nome. 



fiO PRUDENZIO 

Membraque picta cruore novo 

Fonte cutem recalente lavant. 145 

Ultima carnificina dehinc 
Non laceratio vulnifica, 
Crate tenus nec arata cutis: 
Flamma sed undique lampadibus 
In latera stomachumque furit. 150 

Flamma crepans volat in faciem. 
Perque comas vegetata caput 
Occupat, exsuperatque apicem: 
Virgo citum cupiens obitum, 
Appetit et bibit ore rogum. 155 

Emicat inde columba repens, 
Martyris os, nive candidior, 
Visa relinquere et astra sequi : 
Spiritus hic erat Eulaliae, 
Lacteolus, celer, innocuus. 160 

Colla fluunt, abeunte anima, 
Et rogus igneus emoritur : 
Pax datur artubus exanimis, 
Flatus in aethere plaudit ovans, 
Templaque celsa petit volucer. 165 

Vidit et ipse satelles avem 
Feminae ab ore meare palam ; 

vv. 134 e 145. Membraque ecc. E il Sangue che sgorga dalle vene,colora, 
imporr/ora ipicta) le meinbra di lei, e, qual tepida sorgente, ne rileva lo 
spiendore; owero: E ie sue membra solcate dal sangue, come da caldo 
lavacro (fonte recalente), dan risalto alla bellezza del suo volto. 

v. 148. Crate ecc: Ne la carne scavata infino alle o^sa. II P. La preso 
crates per costa, come Virgilio ed Ovidio: crates pectoris, Iftterum. 

v. 152. Perque comas vegelata, e la fiamma rifiorendo per le chiome. 

v . 155. rogum, il fuoco, le fiamme. 
m vv. 156-158. Emicat ecc. A un tratto (repens), e' si vede uscire dalla 
bocca della martire e volare al cielo una colomba, piu che ueve can- 
dida. Le anime de' giusti sono spesso rapprcsentate sotto 1'immagine 
d'una colomba. S. Paolino : 

tt Nos quoque perficies placitas tibi, Christe, columbas, 
Si vigeat puris pax tua pectoribus. „ 

Dal biblico: Estote simplices, sicut columbae . 

v. 161. Colla. Meton., per corpus. — fiuunt, s'abbandona, cade, si con- 
suma. 

vv. 163-165. Pax ecc. Bellissima immagine. E data pace al corpo, 
quasi abbia esso sostenuto la guerra contro al tiranno ed ai tormenti. — 
Flatus... ovans, le aure spirano liete e sembrano applaudire pel cielo. — 
volucer. la colomba. 

v. 1C6. Vidit et. Alcuni leggono ut, invece di et. 



PRUDENZIO 91 

Obstupefactus et attonitus 

Prosilit, et sua gesta fugit ; 

Lictor et ipse fugit pavidus. 170 

Ecce nivem glacialis hiems 

Ingerit, et tegit omne forum, 

Membra tegit simul Eulaliae, 

Axe jacentia sub gelido, 

Pallioli vice linteoli. 175 

Cedat amor lacrymantum bominu 

Qui celebrare suprema solent ; 

Flebile cedat et officium : 

Ipsa eiementa, jubente Deo, 

Exsequias tibi, virgo, ferunt. 180 

ISunc locus Emerita est tumulo 

Clara colonia Vettoniae. 

Quam memorabilis amnis Anas 

Praeterit, et viridante rapax 

Gurgite moenia pulcra lavat. 185 

Hic, ubi marmore perspicuo 

Atria luminat alta nitor 

Et peregrinus et indigena, 

Pvelliquias cineresque sacros 

^ervat humus veneranda sinu. 100 

Tecta corusca super rutilant 

De laquearibua aureolis . 



v. 169. sua gesta, il luogo del supplizio. 

v. 172. forum. Risulta dagli Atti dei Martiri, che spesso si faceva loro 
subire il martirio ncl f< o. 

vv. 174 e 175. Axe, cielo. — Pallioli ecc. a guisa d'un picciol mantello di 
tela, a guisa d'un lenzuolo. 

vv. 181-185. Nunc locus ecc. II luogo scelto per sua tomba e Merida, l'il- 
lustre colonia dei Vettoni, le cui belle mura bagna il celebre Ana che 
corre rapido tra le verdeggianti sue sponde. — Vettoniae, Vettonia, pro- 
vincia della Lusitania, tra ll Duro e il Tago. Pare dovria esser lunga la 
seconda sillaba, come in Lucano (Lib. iv): Vectonesque leves, profugique 
a gente vetusta Gallorum; ma chi potrebbe numerare le licenze dei poeti 
circa la quantita dei nomi proprii ? — Anas, ae, 1'Ana, oggi Guadiana. — 
rapax. Fluvii rapacs diconsi quelli che traon seco pietre ed arena. — 
viridante gurgtte. Per le sponde coperte di alberi, e per 1'erbe de' prati 
adiuccuti. Son rinomati i pascoli dell'Ana: vi si conducon le pecore fino 
da' lontani monti dcll'Asturia. 

v. 187. Atria alta. Erigevansi ordinariamente delle cappelle e dellc 
chiese sulle tombe dei martiri. — In luogo di aJta, altri legge aima. 
v. 191. supcr, per desuper : in alto, la volta ecc. 



92 PJtUDENZIO 

Saxaque caesa solum variant, 

Floribus ut rosulenta putes 

Prata rubescere multimodis. 195 

Carpite purpureas violas 

Sanguineosque crocos metite : 
xson caret his genialis hiems> 
Laxat et aura tepens glaeies, 
Floribus ut cumulet calathos. - 200 

Ista comantibus e foliis 

Munera, virgo puerque, date : 

Ast ego serta choro i.n medio 

Texta feram pede dactylico, 

Yilia, marcida, festa tamen. 205 

Sic venerarier ossa libet, 
Ossibus altar et impositum: 
Illa Dei sita sub pedibus 
Prospicit haec, populosque suos 
Carmine propitiata fovet, 210 



vv. 193-195. solum, pavimento : e de' frammenti di pietre forniano un 
pavimento a mosaico. — rosulenta. Da rosa, come, in Plinio, rorulenta da 
rore: ch' e' ti paia di vedere un prato smaltato di rose e di variopinti 
fiori. 

vv. 196-197. Oarpite ecc. I Cristiani solevano sparger di fiori le tombe 
dei loro defunti, specie de' Martiri. Anche i G-entili coslsolevano fare 
rlguardo ai loro defunti, si che Cicerone ed altri scrittori pagani ne 
trassero argomento dell'immortalita delFanima. 

v. 198. Non caret. Cioe ibi, in Merida, vuoi per la dolcezza del cliina, 
vuoi per la primavera precoce. — genialis. Come Virgilio {Georg. i, 302): 
Invitat genialis hycns. 

vv. 201 e 202. Ista comantibus.. raunera, questi doni di foglie chio- 
manti, questi fiori con foglie chiomanti. 

vv. 204 e 205. pede dactylico. Accenna al metro di questo carme, che ha 
piedi dattili. — festa, lo stesso che festiva. 

vv. 206-210. venerarier. Arcaismo per venerari. — altar, altro arcais., 
per altare. Sulla tomba dei Martiri veniva anticamente fabbricato l'al- 
tare, e la Chiesa mantenne sempre quelFuso, e per lo piu ripone i corpi 
le ossa dei Martiri sotco gli altari. — Illa, cioe S. Eulalia — Dei sub 
pedibus. Perche sopra 1'altare si celebrava ii Sacrifizio della Messa, e vi 
si conservava il Ss. Sacramento. S. Ambrogio (De reJiquiis SS. Gervasii et 
Protasii): tt Succedant victimae triumphales in locum ubi Christus ho- 
stia est: sed ille super altari, qui pro omnibus passus est ; isti sub 
altari, qui illius redempti sunt passione. ,, — ProspicU haec, sorride a 
tale omaggio. — propitiala, fatta propizia dal mio cauto. 



PRUDENZIO 93 

X. 

Passio Saneti Romani Martyris. 

San Romano rifiuta di sacrificareagVidoli, 

e confessa il vero Dio. 

Miseret tuorum me sacrorum et principum, 

Morumque, Koma, saeculi summum caput. 

Age, explicemus, si placet mysteria, . 

Praefecte, vestra ; jam necesse est audias, 

Nolis velisne, quid colatis sordium. 
Nec terret ista, qua tumes, vesania, 

Quod vultuosus, quod supinus, quod rigens, 

Tormenta letbi comminaris asperi : 

Si me movere rebus ullis niteris, 

Ratione mecum, non furore dimica. 10 

Dopo aver flagellato le infami e ridicole divinitd 
del paganesimo, san Romano continv.a cosl: 

Ad baec coienda me vocas, censor bone ? 
Potesne quicquam tale, si sanum sapis, 

X. Quesfinno e il 10° del Peristephanon, inno lunghissimo di ben 1140 
versi. Ne riproducianio solo dei brani piu belli. II metro e gianibico tri- 
metro regolare. Vedi Fasc. I, pag. 66, v. 19. Al Fabricio parve si bello 
quesfinno, che gli fe' dire: ut solos christianos sopere, solos facundos esse 
dixeris. E il Barth: Eloquentiae tanti viri (Prudentii teslis sit vel una co- 
ronatio Romani, quae praeferquam quod paucis tioevis iisque non tam aucto- 
ris, quam ronscriptorum, etianmum inquinata ut caeteroquin provocare pos- 
sit jaml orum omnesjam inde ab Oratio poetas. 

S. Romauo, diacono ed esorcista della Chiesa di Cesarea, fu arrestaio 
in Antiochia, per ordine del governatore Asclepiade, e sostenne il mar- 
tirio alla presenza dello stesso imperatore Galerio, 1'anno 303 dell'era 
volgare. S. Giovanni Crisostomo ne tesse due volte 1'elogio, ed Eusebio 
fe' la narrazione del suo martirio nella Storia clei Martiri della Palestina 
e nel secondo libro della Risurrezione. 

vv. 1 e 2. sacrorum, degli Dei, degl' idoli. — saeculi summum caput, 
Eoma. Altrove [Apoth. 507) : imyerii domina. 

vv. 4 e 5. Praefecte. II governatore Asclepiade. — sordixm. Allude ftgli 
idoli, chiamati nelPinno di S. Lorenzo (v. 273): daemonum sordea. 

v. 7. vultuosus, con volto aspro, terribilo, oipiglioso. — supinus, su- 
perbo, arrogante; come in Persio e Giovenale. 

r. 10. Balione eoo. Minuzio: Cum non diapuiantis auctoritas, sed I 
tati > ttas n quit •> ■ 

r 11. Wi '■'■. cioe numina, — censor, correttore de' ooBtnmij giudloe. 
— bonc. Per iroma. 



94 PRUDENZIO 

Sanctum putare? IXonne pulmonern movet 

Derisus, istas intuens ineptias, 

Quas vinolentae somniis fingunt anus? 15 

Aut, si quid usquam vanitatis mysticae 

Nobis colendum est, ipse primus incipe : 

Promisce adora quicquid in terris sacri est : 

Deos Latinos, et deos Aegyptios, 

Quis Roma libat, quis Canopus supplicat. 20 

Yenerem precaris? comprecare et simiam. 

Piacet sacratus aspis Aesculapii ? 

Crocodilus, ibis, et canis cur displicent? 

Appone porris relligiosas arulas, 

Venerare acerbum cepe, mordax allium. 25 

Fuliginosi thure placantur Lares, 

Et respuuntur consecrata oluscula? 

Aut unde major esse majestas focis, 

vo, 13 e 14. Nonne pulmonem ecc. Giovenale (Sat. 10): 
Perpetuo risu pulmonem agitare solebat 
Democritus 

— derisus. E il riso misto allo scherno, 

v. 16. vanitatis mysticae, variita misteriose, sciocchezze, ridicolezze. 

vv. 18-20. Fromisce, lo stesso che promiscue. Altri leggono : Promisce, 
udora; ovvero: Pronusque adora. Nella Commedia e nella Tragedia de- 
gli antichi Eomani gli dei d'Egitto furono spesso oggetto di scherno e 
di risa. Narra Tertulliano (Apol. 7), che i Romani scacciarono una volta 
dal Campidoglio Iside, Arpocrate col suo Cinocefalo, e ne rovesciaron 
gli altari. — Quis e sineresi, per queis, quibus. — Canopus, ora "Rosette, 
citta posta ad una delle principali bocche del Nilo. Si adopero il suo 
nome per indicar tutto 1'Egitto. 

v. 21. simiam, scimia, dea egiziana, chiamata da Giovenale (xv, 4) cer- 
copiteco: Effigies sacri nitet aurea cercopitheci. 

v. 22. aspis Aesculapii. Esculapio era adorato in Roma sotto la figura 
di un serpente. Vedi Ovidio [Metam. xv, 669 e seg.). 

v. 23. ibis, ibi, uccello d'Egitto, che fa grande strage di serpenti, e per- 
ci6 adorato dagli Egiziani. G-iovenale {Sat. 15): 

Croeodilon adorat 

Pars haec, illa pavet saturam serpentibus ibin. 

— canis. Anubi, adorato sotto la figura di un cane. G-iovenale ride di tai 
nnnri {ib.): 

Oppida tota canem venerantur, nemo Dianam. 

v. 25. cepe, sostant. indecl., che scrivesi anche caepe. Dal greco xc(qu1y), 
capo, perche della cipolla, cosi un'antica glossa, e buono il solo capo o 
bulbo. Anche Giovenale ha cepe, renza dittongo (ib.) : 

Porrum et cepe nefas violare et frangere morsu. 

v. 26. Fuliginosi. Pel fumo della cucina, dove i Lari erano conservati. 
Altroye il medes. P. {ln Symm. II, 204): Unguentoque Lares humescere ni- 
gros. E vero che Orazio (Ep. 2) li dice renidentes, ma per dinotar la cura 
che si avea di tenerli tersi e puliti, ed ungerli con olio o lardo. 

v. 27. oluscula, erbe, ortaggi, legumi, e, per antonomasia, i cavoli. 



PRUDENZIO 93 

Quam nata in hortis sarculatis, creditur? 
Si numen ollis, numen et porris inest. 30 

Sed pulcra res est forma in aere sculptilis. 
Quid imprecabor officinis Graeciae, 
Quae condiderunt gentibus stultis Deos ? 
Forceps Myronis, Polvcleti malleus 
Natura vestrum est, atque origo coelitum. 35 

Miror quod ipsum non sacrastis Mentorem, 
Nec templum et aras ipse Phidias habet, 
Fabri deorum, vel parentes numinum: 
Qui si caminis institissent segnius, 
Nqn esset ullus Jupiter conflatilis. 40 

Non erubescis, stulte, pago dedite, 
Te tanta semper perdidisse obsonia, 
Quae Dis ineptus obtulisti talibus, 
Quos truila, peivis, cantharus, sartagrnes, 
Fracta et liquata contulerunt vascula ? 45 

Tgnosco fatuis haec tamen vulgaribus, 



v. 29. nata. Sottint. majestas ohtseulorum. II P. ebbe la raeiite a quel di 
Giovenale {ib.): 

sanctas gentes, quibus liaec nascuntur in Jiortis 
Xumina ! 

v. 30, ollis. Arcaismo, per UUs. II Cellario intende per ollis le pentole, 
le pignatte, perche esse, come gli altri vasi e strumenti di cucina, por- 
tavano impresse delle iinniaginette rappresentanti i dei Lari, ed eran 
porcio sacre e venerate in onore de' niedesiini. Dunque, diceva S. Ro- 
mano, se 1g pignatte, dove si cuocono i porri, godono per voi,o Romani 
della divinita, perche non ne godranno i porri? 

v. 31. forma in acre sculptilis. una statua di bronzo. 

iv. 31 e 35. Myronis, PohjcUti. Mirone e Policlete, celebri statuarii 
greci, vivevano tutti e due verso il 130 avanti G-. C. — vestrum... coeli- 
tum : cioe vestrorum Deorum. 

vv. 36-38. Mentorem. Mentore, celebre incisore greco. — Fidias. Fidia, 
il piu celebre degli scultori greci; visse vcyso Tanno 118 av. G. C. La 
sua statua di Giove fu reputata come una delle maraviglie del mondo. 

— fabri, cioe: qui fuerunt fabri. 

v. 10. Jupiter confiatilis, un Giove di getto, una statua di Giove. 

v. il.pago dedite, pagano. Per pagus puoi intendere o i villaggi, perche 

la superstizione idolatrica era maggiore ne' villaggi che nelle citta, te- 

!.e lo stesso Cicerone (De Leg. n); o, secondo il Censorino, quei 

luoghi sacri, che i gentili avevano in mezzo de' loro poderi in oampagna 

nerarvi i loro dei. Unde il bel passo di S. Agostino (Serm. 62) : 

- Multi pagani hal oininationes in fundis suis. Nuniquid ac- 
cedimus, et confringimus ? Prius enim agimus, ut idola in ipsorum cor- 
dibus confringanl 

i. 43. DU. Dativo pl. per diis o deis. 

V. 15. llquata, fu8a. — contuisrunt, formarono, composero. 



y J PRUDENZIO 

Quos lana terret discolore in stipite, 

Quos saepe falsus circulator decipit: 

Q uibus omne sanctum est, quod pavendum rancidae 

Edentularum cantilenae suaserint. cO 

Vos eruditos miror et doctos viros, 
Perpensa vitae quos gubernat regula, 
Nescire, vel divina vel mortalia 
Quo jure constent : quanta majestas regat 
Quicquid creatum est, quae creavit omnia. 55 

Deus perennis, res inaestimabilis, 

Non cogitando, non videndo clauditur: 

Excedit omnem mentis humanae modum, 

Mec comprehendi visibus nostris valet, 

Extraque et intus implet, ac superfiuit. 60 

Intemporalis ante quam primus dies: 
Esse et fuisse semper unus obtmet: 

v. 47. Quos lana ecc: i quali tremano al vedere il bastone d'un cerre- 
tano. Secondo il Nebrissense, edil Weitz, gli antichi cerretani solevano 
andare attorno con un bastone islipite) a varii colori dipinto, ed ornato 
di una benderella di lana, ad imporre e far credere i loro prestigi a'fan- 
ciulli ed agli stolti. Altri pero interpretano diversamente. I pagani ave- 
vano degli alberi sacri (vedi Plinio, lib. xir, cap. i), e forse n'aveano uno, 
celebre per antichita o favole, in ogni loro campo o podere. Pruova ne 
siano la quercia descritta da Lucano (Lib. i, il lauro di Virgilio (Ecl. vn): 
Laurus erat... Sacra comam multosque metu servata per annos. Ai quali al- 
beri usavano d'appendere lucerne (Marziale x, epig. 6), corone eon na- 
stri di lana o bende a varii colori. Onde Stazio \Theb. n): Ab arbore ca- 
sta Nectent purpureas niveo discrimine vittas. Or queste bende, chiamate 
da Stazio purpureae vittae, e da Arnobio picturatae naeniae, Prudenzio 
chiama lana discolor. Secondo la quale interpretazione spiegherai: i quali 
tremano dinanzi ad un albero»bendato, al veder delle bende sur un al- 
bero. — Terret. Per quel certo timore o terrore che la religione, benche 
falsa, soleva sempre ispirare. 

vv. 49 e 50 rancidae. Marziale ha: rancido ore loqui. Altri leggono 
vanulae, altri raucidcce. — Edentularum, vecchie, le quali soglion per lo 
piu essere sdentate. 

v. 52. Perpensa... che la riflession guida in tutti i vostri atti. I cri- 
stiani eran qualificati dai pagani per ignoranti e stolti; oud'essi li chia- 
mavanoironicamente dotti e savii. Arnobio ILib. n): Vos soli sapicntia 
conditi, atque intelligentiae vi mera ecc. 

vv. 56 e 57. res inaesiimabilis, incomprensibile. — Kon cogitando ecc 
che non puo essere entro i limiti de' nostri pensieri e de' nostri sguardi 
racchiuso 

vv. 58-60. modum, misura, capacita. — visibus nostris, da' nostri sensi. 
Extraque et intus ecc, ed ogni cosa, tutto empie, ed esubera. S. Ilario di 
Poitiers (De Trin., lib. m): Jpse extra omnia in omnibus est. 

vv 61 e 62. Intemporalis, eterno. — dies. Sott. esset: egli esisteva pria 
che cominciasse il primo giorno. — Esse et fuisse ecc, che e sempre 
identico a se nel pres nte e nel passato, cbe riunisce in se tutti i tempi, 
che possiode in im punto tutt' i tempi. Boezio dofini 1'eternita: Intermi' 
tiiiOilis vitae tota simul et perfecta possessw. 



PRUDENZIO »i 

Lux ipse vera, veri et auctor lurninis, 

Quum lumen esset, lumen effudit suum : 

Ex luce fulgor natus hic est filius. 65 

Vis una Patris, vis et una est Filii, 

Unusque ab uno lumine splendor satus., 

Pleno refulsit claritatis lumme. 

Natura simplex pollet unius Dei, 

Et quicquid usquam est, una virtus condidit. 70 

Coelum solumque, vim marini gurgitis, 
Giobos, dierum noctiumque praesides, 
Ventos, procellas, fulgura, imbres, nubila, 
Septentriones, hesperos, aestus, nives, 
Fontes, pruinas, et metalla, et flumina; 75 

Praerupta, plana, montium convallia, 
Feras, volucres, reptiles, natatiles, 
Jumenta, pecora, subjugales belluas, 
Flores, fruteta, germina, herbas, arbores, 
Quae sunt odori, quaeque vernant esui. 80 

Haec non labore et arte molitus Deus, 
Sed jussione quam potestas protulit : 
Mandavit esse, facta sunt quae non erant; 
Verbo creavit omniformem machinam : 
Virtus paterna semper in Verbo fuit. 85 

Cognostis ipsum: nunc colendi agnoscite 
Ritum modumque: quale sit templi genus, 
Quae dedicari sanxerit donaria, 



v. 65. Ex luce ecc. Secondo S. Paolo (ad Hebr. i, 3). Onde il Verbo e 
detto nel Simbolo: lumen de lumine. 

vv. 66-68. Vis una ecc. II Padre ed il Figlio hanno nna sola e niedesima 
e6senza (vis), e 1'unico splendore (lo Spirito Santo) uscito (satus) dal- 
1'unica loro luce, ne riflette tutta la pienezza. 

v. 69. Katara ecc. La natura di questo Dio e semplice ed una, e tutto 
quanto esiste fu creato da un unico atto della sua potenza. 

vv. 71 e 72. vim marini gurgUis, per marinum gurgUem, mare. — G7o- 
bos ecc. Conforme al biblico (Gen. i, 16): luminare majus ut praeesset diei ; 
et luminare minus ut praeesset nocti. Virgilio disse: glohus lunae. 

v. 74. Septeyitriones, le due Orse. 

v. 70. Prae rupta, le montagne. 

v. 78. subjugales belluas. I cavaili, i buoi e tutti gli animali avvezzi n 
portare il giogo. 

v. 81. molitus. Sott. est. 

v. 86. Cognostis. Sincope por cognovistis. 

V. 88. donaria, doni, offcrte. 



Carmina — II. 



98 PRUDENZIO 

Quae vota poscat, quos sacerdotes velit, 

Quod mandet illic nectar imraolarier. 90 

Aedera sibi ipse mente in hominis condidit 
Vivam, serenam, sensualem, flabilem, 
Solvi incapacem posse, nec destructilem, 
Pulcram, venustam, praeminentem culmine, 
Discriminatis illitam coloribus. 95 

Illic sacerdos stat sacrato in limine, 
Fioresque primas virgo custodit Fides, 
Innexa crines vinculis regalibus, 
Poscit litari victimas Christo et Patri, 
Quas scit placere, candidatas, simplices. 100 

Frontis pudorem, cordis innocentiam, 
Pacis quietem, castitatem corporis, 
Dei timorem, regulam scientiae, 
Jejuniorum parcitatem sobriam, 
Spem non jacentem, seraper et largam manum. 105 

Ex his amoenus hostiis surgit vapor, 
Vincens odorem balsami, thuris, croci, 
Auras madentes persicorum aromatum; 
Sublatus inde coelum adusque tollitur, 
Et prosperatum dulce delectat Deum. 110 

i\ 90. immolarier per immolari. Nectar era la bevanda degli dei, e am- 
trosia il cibo. II poeta allude al sacrificio della Messa, dove G. C. si fa 
cibo e bevanda delle anime. 

vv. 91 e 92. Aedem. II Barth levo a cielo questa descrizione che il P. fa 
qui del tempio mistico di Dio nel cuore umano: u Quam rem nemo um- 
quam gratius et suavius quam... suavissimus augur et olor Christi Pru- 
dentius in Romano: Aedem sibi ipse... (Lib. lv, cap. 5)- „ II P. s'inspiro 
a quel di S . Pietro (I. n, 5): Et ipsi tamquam lapides vivi superaedtfica- 
mini, domus spiritualis, sacerdotium sanctum, offerre spirituales hostias, 
acceptabiles Deo per Jesum Christum ; e a S. Paolo (I. Cor. 111, 16 e 17): 
Tfescitis quia templum Dei estis, et Spiritus Dei luibitat in vobis?... — sen- 
eualem, dotata di sentimento. — flabilem, spirituale. 

v. 95. Discriminatis. E lo stesso che variis. Accennasi alle virtu del- 
1'anima. 

v. 97. Foresque ecc. La prima virtu e la fede, perche sine fide impossi- 
tile est placere Deo. 

vv. 99 e 100. litari, che siano offerte. — placere. Sottint. illi, aG.C, al 
Padre. — candidatas, immacolate. Queste vittime semplici ed immaco- 
late sono dal P. enumerate nella strofe che segue. 

vv. 103. regulam scientiae, la norma della sapienza. 

v. 105. largam, liberale. 

vv. 108-110. madentes, effondenti. Le aure inumidiscon per gli effiuvii 
degii aromi de' quali s'impregnano. Si noti l'ellenismo del genitivo per 
1'ablativo persicis aromatibus. — tublatus ecc. il qual profumo (vapor) si 
eleva, e sale sino al cielo. — prosperatum per prosperum, propitium: di- 
lutta dolcemento Iddio, e ce lo rende propizio. 



PRUDENZIO 90 

Hanc disciplinam quisquis infensus vetat, 

Vetat probatum vivere, et sanctum sequi, 

Vetat vigorem mentis alte inten lere, 

Nostrique acumen ignis ad terram vocat, 

Nec excitari vim sinit prudentiae. 115 

mersa limo caecitas gentilium ! 

camulenta nationum pectora ! 

spissus error! o tenebrosum genus, 

Terris amicum, deditum cadaveri, 

Subjecta semper intuens, nunquam supra! 120 

Furorne summus, ultima et dementia est, 

Deos putare, qui creantur nuptiis? 

Rem spiritalem terrulente quaerere ; 

Elementa mundi consecrare altaribus; 

Id quod creatum est, conditorem credere: 125 

Deasciato supplicare stipiti ; 

Yerris cruore scripta saxa spargere; 

Aras ofellis obsecrare bubulis; 

Homines fuisse quum scias quos consecras, 

Urnas reorum morticinas lambere! 130 

Desiste, judex saeculi, tantum nefas 

vv. 111 e 112. discipUnam, culto. — quisquis infensus, chiunque con 
animo ostile impedisce questo culto, impedisce ecc. — probatum, per 
probate, probe. — sanctum. Altra enallage, per santita. 

vv. 114 e 115. ignis, forza, vigore dell'anima, 1'anima stessa. Nel- 
1'inno V chiamo l'anima socius calor. — prudentiae, 1'intelligenza, le fa- 
colta dello spirito. 

vv. 119 e 120. deditum cadaveri, schiavo del cadavere, cioe del corpo, 
che piu presto o piu tardi dovra risolversi e divenir cadayere. — su.pra, 
enall., secondo il Fabricio, per supema, o meglio supera. 

v. 122. qui creantur nupliis, quanto: qui nascuntur, clie nascono, che 
debbono la loro esistenza ad altri. 

v. 123. terrulente, in modo terreno, nella terra. — altaribus, sottint. (n, 
super. 

rv. 126-128. Deasciato, levigato eoll'ascia. Tertulliano (Apol. 12): In 
Deos vestros....i)irumbunt asciae, et runcinae, et scobinae. — Verris. I porci 
erano immolati a Cerere, a Cibele,a Marte e ad altri Dei. — sgripta saxa. 
A pie dei simulacri od,idoli usavauo di porre delle iscrizioni; percio il 
P. li ohiama seripta saxa. — Aras ecc, offrir sulTaltare pezzi, fette 
di carne bovina. Harziale (xiv, 221) : 

Parva tibi curva craticula sudet ofella: 
Spumens in longa cuspide fumet aper. 
v. 130. Urna».,. mortieinos. Mortieinus vale morto da se, ab se mortuus: 
quindi um ■■ sarebbero i sepolcri, le tombe dei defunti. — 

::. Arevalo pensa. che il P. voglia alludere coi versl 
I8fl agrinij eraton ascritti nel novoro dogli dei, le cui urne i Ro- 
mani baciavano {lambi n ). 



400 PPUDENZIO 

Viris jubere fortibusque et liberis; 

Nil est amore veritatis celsius, 

Dei perennis numen asserentibus 

Nihil est pavori, mors et ipsa subjacet. 135 

I carnefici martirizzano san Romano, il quale, per ria- 
nimare il coraggio dei cristiani W 'Antiochia y manifesta il 
suo disprezzo per le torture, e parla degli eterni godi- 
menti promessi agli eletti. 

Scindunt utrumque milites teterrimi 
Mucrone hiulco pensilis latus viri ; 
Sulcant per artus longa tractim vulnera, 
Obliqua rectis, recta transversis secant; 
Et jam retectis pectus albet ossibus. 140 

Nitendo anhelant, diffluunt sudoribus, 

Quura sit quietus heros in quem saeviunt. 

Haec inter, addit sponte Romanus loqui: 

« Si quaeris, o praefecte, verum noscere, 

floc omne, quicquid lancinamur, non dolet : 145 

Dolet, quod errcr pectori insidettuo, 

Populos quod istos perditus tecum trahis : 
Currunt frequentes undique ad spectaculum 
Gentile vulgus, heu ! gemenda corpora: 
Crudumque nostrae sortis exemplum tremunt. 150 

Audite, cuncti, clamo longe ac praedico, 
Emitto vocem de catasta celsior : 



\ 132. Viris jabere. Cotesta costruzione di jubeo col dativo e dallo 
Scioppio difesa e ritenuta, con 1'autorita di Cicerone, Livio ed altri 
Classici, come latinissima. 

v. 137. Mucrone hiulco, con le spade sguainate. — Sinoti come in qile- 
Sti versi sia dipinta al vivo 1'immagine dell'orrendo supplizio di san 
Eomano. — pensilis viri, S. Romano, appeso forse all'eculeo. 

v. 139. olliqiia ecc. Aggiungon ferite a ferite in tutti i sensi. II Fabri- 
cio nel seguente verso riconosce un' enallage, per: ossa albent reiecto 
pectore. 

v. 141. Nitendo, per gli sforzi, per la fatica. 

v. 143. Addit... loqui, continuo a dire. Addere coll'infin. e anche in Silio 
Italico. Altri leggono audet. 

v. 150 Crudumque, crudele. — tremunt, per meton., temere. Tito Livio 
disse: virgas ac secures tremere. 

v. 152. catasta. La catasta era un letto di ferro su cui erano torturati 
1 martiri. Ma qui, specie di palco, ov'erano collocati i martiri per esporli 
alla vista del popolo, durantc il martirio. Da questa parola vei.ue, SB- 
coudo alcuni, 1'italiana catafalco, e la spagnuola cadahalso. 



PRUDENZIO 101 

Christus paternae gloriae splendor ; Deus, 

Rerum creator, noster idem particeps, 

Spondet salutem perpetem credentibus; 155 

Animae salutem, sola quae non occidit, 
Sed juge durans, dispares casus subit, 
Aut luce fulget, aut tenebris mergitur: 
Christum secuta, Patris intrat gloriam ; 
Disjuncta Christo, mancipatur tartaro. 160 

Curauda merces qualis ac quaenam mihi 
Contingat olim perpetis substantiae: 
Kam membra parvi pendo quo pacto cadunt, 
Casura certe lege naturae suae. 
Instat ruina: quod resolvendum est ruat. 1G5 

>vec distat, ignis an fidiculae saeviant, 
An corpus aegrum languor asper torqueat : 
Quum saepe morbos major armet saevitas. 
Non ungularum tanta vis latus fodit, 
Mucrone quanto dira pulsat pleurisis. 170 

Nec sic inusta laminis ardet cutis, 
Ut febris atro felle venas exedit: 
Vel summa pellis ignis obductus coquit, 
Papulasque fervor aestuosus excitat : 
Credas cremari stridulis cauteribus. 175 



v. 154. noster idem particeps. II Parrasio legge: tiostri et idem particeps 
nostro mediatore, compaguo. 

vv. 156 e 157. Animae salutem. Retto da spondet. —juge, perpetuamente. 
— dispares.. subit, puo subire due diversi destini. 

vv. 161 e 162. Curanda ecc. Io non debbo pensare che alla ricompensa, 
cif& un giorno serbata a questa sostanza immortale. 

v. 166. fidicidae. Strumento di tortura, consistente in nervi o corde 
sottili, flagello. Altri v'intendon 1'eculeo, o un tormento che si faceva 
pubire sull'eculeo. 

v. 168. Quum saepe ecc. perche sovente le malattie son piu violente 
de' supplizii. — Saevitas, lo stesso che saevitia. 

vv. 169 e 170. Xon ungularuiA ecc. Gli unghioni di ferro che ne sca- 
vano i fianchi, non son tanto crudeli quanto la terribil pleuritide che 
ne pprcote quasi punta di una spada. Pleurisis o phuriii* e il mal di 
punta, che comunemente dicesi puntura. 

v. 171. himinis. Lamine di ferro roventi, le quali si applicavano alle 
carni de' martiri. 

v. 173. summa pelHs, u summitatem pellia „ 1' epidermide. — iynis obdu- 
clus, tt ignis latens „ infiammagione intcrna. 

v. 175. eauUribus. II cauterio era un ferro arroventato che f. 
Bcorrere r^pidamente sulla Bnperficie della pelle in modo da produrvi 
come Btrisoie di fuoco. 



102 PRUDENZIO 

Miserum putatis, quod retortis pendeo 
Extensus ulnis; quod revelluntur pedes ; 
Compago nervis quod sonat crepantibus : 
Sic ejulantes ossa clamant dividi, 
Nodosa torquet quos podagra et arthrisis. 180 

Horretis omnes hasce carnificum manus : 
Num mitiores sunt manus medentium, 
Laniena quando saevit Hippocratica? 
Vivum secatur viscus, et recens cruor 
Scalpella tingit, dum putredo abraditur. 185 

Purate ferrum triste chirurgos meis 
Inferre costis, quod secat salubriter : 
Non est amarum quo reformatur salus. 
Videntur isti carpere artus tabidos, 
Sed dant medelam rebus intus vividis. 190 

Quis nescit autem quanta corrupteia sit 
Contaminatae carnis ac solubilis? 
Sordet, tumescit, liquitur, foetet, dolet, 

vo. 176 e 177, Miserum ecc. II piu dc' commentatori inteudon qui l'e- 
culeo .o cavalletto. Ma 1'eculeo, osserva l'Arevalo, era una pena tutta 
plebea, di tal che avendo Asclepiade saputo che S. Roniano era di nobil 
sangue, rivoeo 1'ordine dato di farlo punire con tal supplizio. E lo stesso 
Poeta che dice (Vedi vv. 108-115 neirinno intero): 
Jubet amoveri noxialem stipitem, 
Plebeja cTarum poena ne damnei virum. 
D'altronde e certo che v'erano altre specie di tortnra, in cui i martiri 
venivano appesi e scarnificati da unghioni. Onde qui, secondo 1'Arevalo» 
si ha da intendere che S. Romano fu appeso, le braccia ligate dopo le 
spalle, con grave peso a' piedi. 

vv. 179 e 180. Sic ejulantes ecc. Ma quelli che son tormentati dalla po- 
dagra e dalFartritide, mandan dolorose grida, e ripetono anch'essi che 
le ossa sono loro spezzate. Dice nodosa la podagra, perche attacca i nodi, 
le congiunture delle ossa. Ovidio: 

Tollere nodosam nescit medicina podagram. 
Orazio {Ep. I, i, 31): 

Nodosa corpus nolds proldbere cheragra. 
— arthrisis, che scrivesi anche arthresis, e lo stesso che arthriiis, ar- 
trite o artridite, morbo che infiamma le articolazioni. 

v. 183. Laniena... Hippocratica, quella parte della medicina che appel- 
lasi chirurgia. 

v. 184. viscus. Nota Servio, che questa voce esprime non solo i visceri, 
ma tutto cio ch'e sotto la pelle. Qui vale carne* come in Cicerone, Vir- 
gilio ed altri. 

vv. 186 e 187. Puiate ecc. Figuratevi di veder de' chirurgi portar nelle 
mie carni un ferro crudele, le cui ferite sono salutari. — quo, nel v. seg. 
ha per antecedente id. 

v. 191. Quis nescit ecc. Sviluppa quelle parole di Paolo (ad Gal. v, 17): 
Caro concupiscil ecc. 

v. 193. Sordet, tumescit. V'e chi legg<?rebbe con piii eleganza, sorde tu* 



prudbnzio 103 

Inflahir ira, solvitur libidine : 
Plerumque feile tincta livores trahit. 105 

Aurum regestum nonne carni acquiritur? 

Illusa vestis. gemma, bombvx, purpura 

In carnis usum mille quaeruntur dolis: 

Luxus vorandi carnis arvinam fovet, 

Carnis voluptas omne per nefas ruit. 200 

Medere, quaesoj carnifex, tantis malis ; 

Concide, carpe fomitem peccaminum: 

Fac ut, resecto debilis carnis situ, 

Dolore ab omni mens supersit libera, 

Nec gestet ultra quod tyrannus amputet. 205 
Nec terrearis, turba circumstantium : 

Hoc perdo solum quod peribit omnibus, 

Regi, clienti, pauperique et diviti. 

Sic vernularum, sic senatorum caro 

Tabescit, imo quum sepulcro condita est. 210 
Jactura vilis mordet et damnurn leve, 

Si, quo carendum est, perdere extimescmnis; 

Cur quod necesse est non voluntas occupat ? 

Natura cur non vertit in rem gloriae? 

Legale damnum deputemus praemiis. 215 

Sed praemiorum forma quae sit fortibus 

Videamus: illa nempe quae nunquam perit. 



r.se opina p ] avarizia, citando 

a conforto della -na opinionc Orazio, il quale (£ 
per avarizia. 

v. 196. regestum, tratto, strappato dalle viscere della terra. 

v. 197. IUusa veslis, vesti ricamate. Virgilio (Geor. n, 4G4): UJusas 
auro vestes. 

v. 203. resecto debUis carnis situ, troncato il debol filo deila mia vec» 
chiaia. 

v. 208. clienti, suddito. 

vv. 211 e 212. mordet, punge, affligge, dispiace. — perdere, Sott. ;V7. 

vv. 213-215. Cur.., non vohnitas occupat? Perche non volere andar in- 
nanzi, v perche non prevenire un avvenimento fatale, la morte? — Xct- 
tura. E presa anton. per quella dell'nomo, e quindi, per meton., 1'nomo 
stesso. — vertii. Sott. quo<l neces84 tst, mortem. Altri intendon per natura 
la morte, essendoche la morte sia cosa naturale, e iuterpretano : Cur 
necessitas moriendi non vertitur in rem gloriae? S. Giu.stino Murtire ai 
Romani : u Nec vero occideremur, nec potentiores nobis essent iniqui 
homines, nisi omnino cuilibet homini genito etiam mori constitutum 
esset. Id igitur debitum (mortis) nos persolventos. gratias agfanus. - — 
Legalc damnum, la morto, il debito della morte, perche e legge il morire. 
— deptitemuSt cambiamo eo' premii eterni. 
v. 216. fortibus, ai forti, cioe ai martiri. 



104 PRUDENZIO 

Coelo refusus subvolabit spiritus, 
Dei parentis perfruetur lumine, 
Regnante~Christo stans in arce regia. 220 

Quandoque coelum, ceu liber, plicabitur, 
Cadet rotati solis in terram globus, 
Sphaeram ruina menstrualem destruet: 
Deus superstes solus, et justi simul 
Cum sempiternis permanebunt Angelis. 225 

Contemne praesens utile, o prudens homo, 

Quod terminandum, quod relinquendum est tibi : 
Omitte corpus, rem sepulcri et funeris, 
Tende ad futuram gloriam, perge ad DeunK 
Agnosce qui sis, vince mundum et saeculum. 230 

Asclepiade fatta coi sassi pestar la bocca al martire gli 
minaccia di gittarlo nella fornace ardente ; tratta la 
sua costanza come follia e ostinazione, e gli dice ter- 
minando : 

Hic nempe vester Christus haud olim fuit y 
Quem tu fateris ipse sufpxum cruci. 

Risposta di S. Romano. — Elogio della Croce. 

Haec illa crux est omnium nostrum salus, 
Romanus inquit, hominis haec redemptio est. 
Scio incapacem te sacramenti, impie, 



v. 218. refusus. Pare un' enallage, per refusurus: lo spirito volera per 
ritornare al cielo. 

v. 221. plicabitur. Immagine tutta biblica (Is. xxxiv, 4): et complica- 
buntur sicut liber coeli ; e (Apoc. vi, 13 e 14): et stellae de coelo ceciderunt... 
Et coelum recessit, sicut liber involutus. 

v. 223. sphaeram menstrualem, la luna. Detta menstrualis o menstrua t 
mensuale, per le sue rivoluzioni intorno alla terra, con le quali segna 
i mesi dell'anno. 

v. 224. Deus ecc. Dio solo rimarra, e insiem con lui i giusti e gli An- 
geli, eternamente. I dannati rimarranijo essi pure, ma nonsimul cum Deo. 

v. 226. praesens utile, per: praesentem utilitatem. 

v. 230. qui sis. In Virgilio e qui sim. II Burman legge quid sis. 

v. 233. incapacem sacramenti. Sccondo s. Paolo (adCor.I. II, 14): Ani- 
vmlis autem homo non percipit ea quae sunt spiritus Dei: stultitia enim est 
%Ui, et nvn poteit iniellfy >re. 



PRUDENZIO 105 

Nou posse caecis sensibus mysterium 

Haurire nostrum : nil diurnum nox capit: 233 

Tamen tenebris proferam claram facem : 
Sanus videbit, lippus oculus obteget. 
Removete lumen, dicet insanabilis: 
Injuriosa est nil videnti claritas. 
Audi, profane, quod gravatus oderis. ^40 

Regem perennem rex perennis protulit, 
In se manentem, nec minorem tempore, 
Quia tempus illum non tenet, nam fons retro 
Exordiorum est, et dierum, et temporum, 
Ex Patre Christus : hoc Pater quod Filius. 245 

Hic se videndum .praestitit rnortalibus, 
Mortale corpus sumpsit immortalitas, 
Ut dum caducum portat aeternus Deus, 
Transire nostrura posset ad coelestia: 
Homo est peremptus, et resurrexit Deus. 

Congressa mors est membra gestanti Deo : 
Dum nostra tentat, cessit immortalibus. 
Stultum putatis hoc, sophistae saeculi : 
Sed stulta mundi summus elegit Pater. 
Ut stultus esset saeculi, prudens Dei, 

Antiquitatem Romuli, et Mavortiam 

Lupam renarras, primum et omen vulturum. 



". nil diumum nox eapit. Pensiero tolto dal Vangelo di S. Gio- 
vanni, iv, 5: Lux in tenebris lucet, et tenebraeeam n m com\ rehenderunt. 

vv. 230 e 237. tenebris. Sott. in. — oculus. Qualche comentatore legge 
oclus, per il quarto giambo. Ma altri ritengono ocidus, osservando col 
Teolio che due brevi valgono quanto una lunga. Non e questo il priino 
caso che Prudenzio ponga ne'senarii, per quartu piede, invece del gianibo, 
il tribraco: ed e questa una licenza che trovasi anche in altri Poeti. 
o. 240. grovatus, adirato. 

v. 213. retro. E qui riferito a tempo passato, onde retro exordiorum e 
quanto: exordiorum quae fuerunt, di tutto cio che ccmincio ad essere, 
v. 249. nostrum. Sott, corjpus. 

v. 251. Congressa. Costr.: Mors congressa est Dco gestanti tnembra, la 

morte oso attaccare, assalire un Dio uomo. Congredior, in tal senso, puo 

costruirsi in diversi modi: congredi eum aliquo, contra o adversus aH- 

Uicuu 

152. Dum nostra lentat ecc Mentre lamorte tenta, assale, ferisce le 

memhra di Cristo, quali sono le nostre, mortali, dovo poi cedere ad 

(fttte iinmortali nella risurrezione 

tita mundi. Secondo PApostolo (I. Cor. n, 27): Sed <i><ae 
stulta sunt mundi elegit Deus ecc. — saeculi... Dei. (>recismi: dinanzi al 
. dinan/.i a Dio. Vedi l'<i- : . " . r>v. 132-135. 

rv. 250 e 2o~. Mavortiam lupam f la lupa di Mafte, quella che narrau 



106 PRUDENZIO 

Si res noveilas respuis, nil tam recens : 

Vix mille fastis implet hanc aetatulam 

Cursus dierum conditore ab augure. 260 

Sexcenta possum regna pridem condita 
Proferre toto in orbe, si sit otium, 
Multo ante clara, quam capellam Gnossiam 
Suxisse fertur Juppiter, Martis pater: 
Sed illa nou sunt, haec et olim non erunt. 265 

Crux ista Christi, quam novellam dicitis, 
Nascente mundo factus ut primum est homo, 
Expressa signis, expedita est litteris: 
Adventus ejus mille per miracula 
Praenuntiatus, ore vatum consono. 270 

Reges, prophetae, judices et principes, 
Virtute, bellis, cultibus, sacris, stylo, 
]N T on destiterunt pingere hanc formam crucis. 
Crux praenotata, crux adumbrata est prius. 
Crucem vetusta combiberunt saecula. 275 

Tandem retectis vocibus propheticis, 
Aetate nostra comprobata antiquitas 
Coram refulsit ore conspicabili, 



le favole avesse allattato Romolo e Remo, reputati figli di Marte. — pW- 
mum et omen il primo ausx^icio, eioe quello di Remo, che vide sull'Aven- 
tino 6 avoltoi, mentre poi Romolo, sul Palatino, ne vide 12. 

v. 258. Si res ecc. Se tu rigetti tutto cio che non e antico, sappi che 
non v'e cosa piu recente di quella che tu vanti. 

v. 259. Vix ecc. Appena e se corsero mille anni dalla fondazione di 
Roma. Ferfasti, intendi i fasti consolari, que' registri, cioe, in cui erano, 
per ordine cronologico, descritti i nomi di tutfi consoli. E siccome que- 
sti sirinnovavano anno per anno, cosi e che i Romani contavano gli anni 
dal succedersi dei consoli medesimi, e talvolta gl' indicavano colla pa- 
rola.fasti, come usa qui il nostro P. 

v. 262. si sit otium, se potessi, se il tempo mel permettesse. Imitazione 
di Plauto (Aulul. ir, 4, 41): tt Sexcenta sunt quae memorem,sisit otium.„ 

v. 263. capellam Gnossiam. La capra di Gnosse, vale a dire, la capra 
Amaltea che allatto Giove. Vedi la favola. Gnosse, citta di Creta. 

v. 265. Sed illa ecc. Un commentatore ha la variante : 

Sed illa nunc sunt ? Haec et olim non erant. 
Per haec intendi: haec quae colitis, le vostre tradizioni favolose. 

v. 268. signis, dalle figure. Figura della croce fu Palbero della vita nei 
paradiso terrestre, il serpente di bronzo nel deserto, la verga di Mose 
e molte altre. Vedi il Gretser lib. i, de Cruce, cap. 42. — exjjedita, pre- 
nunciata dalla sacra Scrittura. 

v. 275. Cruc.em ecc. Bellissimo modo. La croce fu 1'oggetto delle aspi- 
razioni di tutta 1'antichita. 

v. 278. Coram, avverbio. — ore conspicaYdi, visibilmente. Conspicabiiid 
vale insigue, visibile; deriva da conspicor.. 



PRUDENZIO 507 

Ne fluctuaret veritas dubia firle, 

Si non pateret teste visu cominus. 280 

Hinc nos et ipsum non perire credimua 
Corpus, sepulcro quod vorandum tiaditur; 
Quia Christus in se mortuum corpus cruci 
Secum excitatum vexit ad solium patris, 
Viamque cunctis ad resurgendum dedit. 285 

Crux illa nostra est, nos patibulum ascendimus ; 
Mobis peremptus Christus, et nobis Deus 
Christus reversus, ipse qui moriens homo est; 
Katura duplex : moritur, et mortem domat : 
Reditque in illud, quod perire nesciat. 290 

Dixisse pauca sit satis do mvsticis 
Nostrae salutis, deque processu spei. 
Jamjam silebo: margaritas spargere . 
Christi vetamur inter immundos sues, 
Lutulenta sanctum ne terant animalia. 295 

XI. 
Martirio di S. Ippolito. 

Vix haec ilie, duo cogunt animaiia, freni 
Ignara, insueio subdere colla jugo: 

v. 281. non perire pus. Vedi S. Paolo (Cor. i, xv). 

vv. 286 o 2 / ecc. A simigliarifca deH'Apostolo (Gal, n, 19): 

Christo confixu8 aum cruci. Si noti il tribraco al 4° piede. — Nobia perern* 
ptus, morto per noi. 

v. 289. Natura duplex ecc. Vuol dire ehe in Gesu Cristo son due nature, 
1'uniana e la divina, delle quali una niuore, 1'altra trionfa della morte. 

vv. 291-293. de mysticis, dei misteri. — processu spei, dclrincremento 
della speranza. — marf/aritas. G-iusta il Vangelo (Matth. vn, 6). 

XI. Togliamo que.sta e la seguente descrizione dall'inno XI del Pert- 
stephanon, ch'6 : ad Valerianum episcopum de passtone S. Hippolyti Marty 
ris. S Ippolito, semjjlice sacerdote, secondo alcuni; vescovo di Ostia, se- 
condo altri, fu martirizzato 1'anno di G-esu Cristo 252, sotto 1'imperatore 
Decio; e i suoi avanzi mortali, premurosamente raccolti dai fcdeli, fu« 
ron sepolti nella eaverna [crypta) Verania, sulla via Tiburtina. 

v. 1. Vix haec ille, come il tiranno ebbe eio detto, ordinato, cioe, la 
morte d«T Banto, in un modo simile a quello che narran le favole d'Ip- 
polito, tiglio di Teseo e di Antiope, il qua\e fu lacerato dai proprii ca- 
valli. Le parole del tiranno, a cui accenua il P. furono tw. 87 e 88): 
Ergo sit Hippolytus, quatiet, turbetque jugales, 
Intereatque feris dilaceratus equis. 
DelVavyentura dTppolito parla Ovidio nellibro xv. oap xi delle M< « 
U, osserva il Barth, eianijicat equum, 
JMmenfum in - teris litteris, quas imitatur Prudeni 



108 PRUDENZIO 

Non stabulis, blandive manu palpata magistri, 

Imperiumque equitis ante subacta pati ; 
Sed campestre vago nuper pecus e grege captum, 5 

Quod pavor indomito corde ferinus agit. 
Jamque reluctantes sociarant vincula bigas, 

Oraque discordi foedere nexuerant. 
Temonis vice funis inest, qui terga duorum 

Dividit, et medius tangit utrumque latus; 10 

Deque jugo in longum se post vestigia retro 

Protendens trahitur, transit et ima pedum. 
Hujus ad extremum, sequitur qua pulvere summo 

Cornipedum refugas orbita trita vias, 
Crura viri innectit laqueus nodoque tenaci 15 

Astringit plantas, cumque rudente ligat. 
Postquam composito satis instruxere paratu 

Martyris ad poenam verbera, vincla: feros 
Instigant subitis clamoribus atque flagellis, 

Iliaque infestis perfodiunt stimulis. 20 

Ultima vox audita senis venerabilis haec est: 

« Hi rapiunt artus, tu, rape, Christe, animam.»^ 
Prorumpunt alacres, caeco et terrore feruntur, 

vv. 3-5. stabidis. Sott. in. — Imperiumque ecc., e non ancora costretti 
d obbedire alla voce del cavaliere. — cumpestre pecus, cavalli canipestri. 

vv. 7 e 8. bigas, equos, i due cavalli. — discordi foedere, in alleanza, in 
unione forzata, propensa a discordia. — nexuerant, ligafrerant. 

v. 11. jugo, giogo, ossia il nodo che congiunge insieme i due cavalli, 
come attaccati ad un medesimo cocchio. 

v. 12. transit et ima pedum. Ad indicar che la fune era assai lunga e 
trascinavasi per terra, prima vi fossero attaccate le gambe del Martire. 

vv. 13 e 14. Hujus, cioe funis. — sequiiur... la ove le orme circolari 
(orbita) , impresse sulla superficie del suolo (pulvere summo), seguon, 

tracciano (sequitur) la via percorsa dai cavalli fuggenti (cornipedum 

refugas vias). — I cavalli son chiamati comipedes per avere i piedi duri 
come il corno. Virgilio: cornipedum equoruiu cursus. — orbita. Chiama 
cosi le vestigia dei cavalli, perche di forma circolare. Ma propriamente 
e il vestigio dellaruota che corre. 

v. 16. plantas, invece di pedes. — rudente. Propriamente, fune da nave, 
:na qui per qualunque fune, o, secondo una glossa, fune nuova (fune 
novo). 

v. 18. feros. Assolutamente, ferus vale bestia feroce, indomita, ed an- 
che cavallo, come in Yirgilio, Catullo ed Orazio. 

vv. 21 e 22. senis, di S. Ippolito. — Hi, cioe equi. — rapiunt. Altri leg« 
gono rapiant. 

v. 23. Prorumpunt ecc. Seneca nclTIppolito, atto iv, scena i: 
Inobsequcntes protinus frenis equi 
Bapuere currum: jamque deerrantes via, 
(^uacumque pavidos rapidus evexit furor, 
Hac ire pergunt, seque per scopulos agunt. 



PRTDENZIO 109 

Qua sonus atque tremor, qua furor exagitant. 
Jncendit feritas, rapit impetus, et fragor urget: 25 

Nec cursus volucer mobile sentit onus. 
Per sylvas, per saxa ruunt: non ripa retardat 

Fluminis, aut torrens oppositus cohibet. 
Prosternunt sepes, et cuncta obstacula rumpunt; 

Prona, fragosa petunt, ardua transiliunt. 30 

Scissa minutatim labefacto corpore frusta 

Carpit spinigeris stirpibus hirtus ager. 
Pars summis pendet scopulis, pars sentibus haeret: 

Parte rubent frondes, parte madescit humus. 
Exemplar sceleris paries habet illitus, in quo 35 

Multicolor fucus digerit omne nefas. 
Picta super tumulum species liquidis viget umbris, 

Effigians tracti membra cruenta viri. 
Rorantes saxorum apices vidi, optime Papa, 

Purpureasque notas vepribus impositas. 40 

Docta manus virides imitando effingere dumos, 

Luserat e minio russeolam saniem. 
Cernere erat, ruptis compagibus, ordine nullo 

Membra per incertos sparsa jacere situs. 
Addiderat caros, gressu lacrymisque sequentes, -13 

Devia qua fractum semita monstrat iter. 
Moerore attoniti, atque oculis rimantibus ibant : 

Implebantque sinus visceribus laceris. 

V. 24. exagitant, lo stesso che agv.ni, spingono. trasnortano. 

v. 26. mobile onus, il corpo del rnart.ire. 

v. 30. Prona. Sott. loca. Un' antica glossa: prvna, liuniilia; fragosa, 
aspera; arduu, montes. 

vv. 33 e 34. Pars. Sott. corporis. — Parte, cioe; parte sanguinis illius. 

vv. 35 e 36. Exemplar sceleris, riuiinagine del misfatto, del supplizio 
del martire. — paries... illitus, un dipinto a fresco. — fncus. Sta qui nel 
significato di semplice colore, come in Lucrezio. — digerit, cioe ordi- 
nat, componit. 

v. 37. liquidis umbris. A giadizio del Barth, si vuol qui indicato un di- 
segno ritraente al vero, al naturale, un disegno nettamente eseguito. 

v. 39. oplime Papa. Valeriano, vescovo del nostro Poeta. Un tempo ora 
dato il nome di Papa a tutfi Vescovi. Gregorio VII, 1'anno 1063, nel Si- 
nodo Romano, lo dichiaro proprio esclusivamente del Romano Pontefice. 

v. 40. purpureasque notas, impronte sanguinose. 

99, 41 e 42. Docta manus ecc. Una mano maestra piacquesi di ripro- 
durre , col minio , su verdi pruni , sanie rosseggiante. — Luserut , e 
quanto: ludendo dopinxerat. 

w. 43 e 4-1. C< rnere erat, cerni poterat. — incertos... situs, luoghi or- 
ridi, rioi) mai veduti. 

v. 4u. caros. Gli amici ed i parenti dcl martire. 



110 PRUDENZIO 

Ule caput niveum complectitur, ac reverendam 

Canitiem moili confovet in gremio. 50 

Hic humeros, truncasque manus, et brachia, et uinas, 

Et genua, et crurum fragmina nuda legit. 
Palliolis etiam bibulae siccantur arenae, 

Ne quis in infecto pulvere ros maneat. 
Si quis et in sudibus recalenti aspergine sanguis 55 

Insidet, hunc omnem spongia pressa rapit. 
Nec jam densa sacro quidquam de corpore silva 

Obtinet, aut plenis fraudat ab exequiis. 
Quumque recensitis constaret partibus ille 

Corporis integri, qui fuerat, numerus, 60 

Nec purgata aliquid deberent avia toto 

Ex homine, extersis frondibus et scopulis : 
Metando eligitur tumulo locus; Ostia linquunt : 

Roma placet, sanctos quae teneat cineres. 

XII. 

Le catacombe e le basiliehe di Roma. 

Haud procul extremo culta ad pomaria vallo 
Mersa latebrosis crypta patet foveis. 

. vv. 53 e 54. Palliolis, Piccole fascie, secondo il Barth, o legacci di sot- 
tilfilo. — infecto pulvere, terra tinta, macchiata, intrisa di sangue. — ros. 
Bicesi non solo dell'acqua, ma di altri liquori, come latte, sangue ecc. 
Qui, goccia di sangue. 

v. 55. sudibus, pali, spini. — recalenti aspergine sanguis, spruzzo di san- 
gue ancor caldo. Da questo luogo si rileva quale e quanta fosse la cura 
e diligenza degli antichi cristiani in raccogliere il sangue dei martiri. 
Esistono ancora de' vasetti di saugue rappreso e frammenti di spugne 
onde il raccoglievano. 

v. 61. avia, luoghi aspri, inaccessibili. 

v. 63. Ostia. La citta di Ostia, situata all'imboccatura del Tevere. 

XII. tt Non si leggera certo senza interesse, dice l'ab. Gorini, questa 
descrizione delle catacombe, che il P. intreccio col racconto del marti- 
rio di s. Ippolito, dedicato al Vescovo Valeriano. Noi vi vediamo le due 
prime manifestazionidell'architettura eristiana,la prima, quando nascon- 
dendosi sotterra e aspettando di poter dispiegare le sue pompe alla luce, 
trasforma in sacritemplile gallerie sotterranee, dove i martiri dolla fede 
attendono il giorno della risurrezione ; la seconda, quando per l'avveni- 
mento di Costantino, augurio di piu sereni giorni, s' impadrouisce della 
vecchia basilica romana, e impianta il nuovo culto in quei vasti e gran- 
diosi ricinti, dcve sedovano ieri i rappresentauti del potere persecu- 
tore. „ La descrizione e, a giudizio del Barth, elegantissima, e degna di 
Bommo poeta. 

v. 1. culta ad... pomaria, presso i giardini, gli orti del sobborgo. Altri 
leggono pomeria o pomoeria, pomerio (pone o post moenia), spazio lungo 
le mura della citta, dove non era permesso ne coltivare, ne fabbricare, 
riguardato dai Romani come sacro. 

v. 2. crypta, da x.o-j-to), nascondo, grotta, catacomba^ dove i cristiani 



PRUDENZIO 111 

Hujus In occultum gradibus via prona reflexis 

Ire per anfractus, luce latente, docet. 
Primas namque fores summo tenus intrat hiatu, 5 

Illustratque dies limina vestibuli. 
Inde; ubi progressu facili nigrescere visa est 

Nox obscura, loci per specus ambiguum, 
Occurrunt caecis immissa foramina tectis, 

Quae jaciunt claros antra super radios. 10 

Quamlibet ancipites texant hic inde recessus 

Arcta sub umbrosis atria porticibus, 
Attamen excisi subter cava viscera montis 

Crebra terebrato fornice lux penetrat. 
Sic datur absentis per subterranea solis 15 

Cernere fulgorem, luminibusque frui. 
Tahbus Hippolyti corpus mandatur opertis, 

Propter ubi apposita est ara dicata Deo. 
Illa sacramenti donatrix mensa, eademque 

Custos fida sui martyris apposita, 20 

nel tempo dclle persecuzioni, rifugiavansi per celebrare i divini misteri 
e seppellire i loro defunti. S. Girolamo {in Ezech. cap. lx) : B Dum essem 
Romae puer, et liberalibus studiis erudirer, solebam cum coeteris ejus- 
dem aetatis et propositi, diebus dominieis, sepulcra apostolorum et mar- 
tyrum circuire : crebroque cryptas ingredi, quae in terrarum profunda 
defossae ex utraque parte iugredientium per parietes habent corpora 
sepultorum: et ita obscura sunt omnia, ut propemodum illud prophe- 
ticum compleatur: Descendant ad iufernum viventes : et raro desuper lu- 
men admissum horrorem temperet tenebrarum, ut non tam fenestram, 
quam foramen demissi luminis putes: rursumque pedetentim acceditur, 
et caeca nocte circumdatis illud Virgilianum proponitur: Horror ubique 
animos, simul ipsa silentia terrent. „ 

v. 3. gradibus via prona reflexis, una strada in pendio che gira intorno 
a se stessa, una scala fatta a spira. 

vv. 5 e 6. Primas ecc. Imperocche la luce (dies) che s'immette all'en- 
trata (primas fores) arriva sino all'orincio (summo tenus hiatu), ed il- 
lumina 

vo. 7 e 8. progressu facili, andando oltre con facilita. — ubi... nigre- 
scere visa est nox obscura, appena le tenebre sembran fatte piii oscure 
— ambiguum, incerto, pericoloso, che fa esitare d'andare piu addentro. 

v. 9. occurrunt. Altri leggono: Decurrunt celsis immissa foramina te- 
ctis. 

v. 10. Quae jaciunt ecc. Nelle catacombe eran de' luoghi piu illuminati. 
o, a meglio dire, meno oscuri, a cagion della luce che direttamente vi 
pioveva pei fori praticati al di sopra. 

vv. 11 e 12. recessus. Cavita sotterranee che dilungavansi a dritta ed 
a manca. — arcta... atria, gallerie strette, anguste. 

vv. 17 e 18. opertis. Cicerone uso questa voce per luogo chiuso. Pru- 
denzio e S. Paolino 1'usarono per luogo oscuro, tenebroso. — mandatur, 
itOj sepolto. — Propter, avverbio, vicino, a costa. 

v. 19. menea, aliare. Gliautori greci cristiani ftdoprarono anch'essi la voce 
-;y-:>-y. n-.lio Bteaso .siguihcato» 



112 PRUDENZIO 

Servat ad aoterni spem judicis ossa sepulcro, 

Pasoit iteni sanctis Tibricolas dapibus. 
Mira loci pietas, et prompta precantibus ara 

Spes hominum placida prosperitate juvat. 
Hic corruptelis animique et corporis aeger 25 

Oravi quoties stratus, opem merui. 
Quod laetor reditu, quod te, venerande sacerdos, 

Complecti licitum estj scribo quod haec eadem, 
Hippolyto scio me debere : Deus cui Christus 

Posse dedit, quod quis postulet, annuere. 30 

Ipsa, illas animae exuvias quae continet intus, 

Aedicula argento fulgurat ex solido. 
Praefixit tabuias dives manus aequore laevi 

Candentes, recavum quale nitet speculum. 
Nec Pariis contenta aditus obducere saxis, 35 

Addidit ornando clara talenta operi. 
Mane salutatum concurritur; omnis adorat 

Pubes; eunt, redeunt solis adusque cbitum. 
Conglobat in cuneum Latios simul ac peregrinos 

Permixtim populos relligionis amor. 40 



v. 22. Tibricolas (da Tibris, Tevere, e colo abito), i Romani, perche abi- 
tanti lungo o vicino il Tevere. 

v. 25. corruptelis.., aeger , travagliato da infermita di ecc. ; ovvero: 
soffrendo io delle infermita ecc. 

v. 27. venerande sacerdos. II Yescovo Valeriano. 

vv. 29 e 30. Dens. Cotesta cesura pare inusitata. Certo non imitabile, 
togliendosi 1'armonia alla finale del verso. — annuere, concedere, ac- 
cordare. 

v. 33. tabulas... aequore laevi candentes, lamine levigate e piane. Aequor, 
nel senso proprio, e ogni superficie piana ed uguale. Cicerone (2 de 
Acad.): u Quid tam planum quam mare, ex quo et aequor iliud poetae 
vocant? „ Lucrezio (lib. iv) : u Eejectae reddunt speculorum ex aequore 
visum. „ 

vv. 35 e 36. Pariis... saxis, marmo di Paro. L'isola di Paro, patria del 
poeta Archiloco, era celebre presso gli antichi per la bellezza de' suoi 
marmi. — talenta. Per sineddoche, 1'argento, onde si facean talenti. 

vv. 37 e 38. salutatutn. Virgilio (Georg. n, 462): 

Mane salutantum totis vomit aedibus undam. 
E Marziale (xn, 78): Mane salutatum venio. — Pubes. Con 1'ultima breve, 
come al v. 104 dell'inno ante somnum, pag. 56. Prudenzio spesso pren- 
desi cotesta licenza di prosodia riguardo a' nomi in es della 3.a declina- 
zione. Ed ha con se Tautorita dei poeti classici pagani, i quali, per lo 
stesso motivo, scrivono indifferentemente vallis e valles , felis e feles, 
vulpis e vulpes. 

v. 39. in cuneum, a schiere. Cuneo, presso gli antichi Eomani, erii 
una BChiera di soldati a tre cajiti, ordinata a battaglia. 



PRUDENZIO 113 

Oscula perspicuo figunt impressa metallo: 

Balsama diffunduut, fletibus ora rigant. 
Jam quum se renovat decursis mensibus annus, 

Natalemque diem passio festa refert, 
Quanta putas studiis certantibus agmina cogi, 45 

Quaeve celebrando vota coire Deo? 
Urbs augusta suos vomit effunditque Quirites, 

Una et patricios ambitione pari. 
Confundit plebeja phalanx umbonibus aequis 

Discrimen procerum praecipitante fide. 50 

Isec minus Albanis acies se candida portis 

Explicat, et longis ducitur ordinibus. 
Exsultant fremitus variarum hinc inde viarum ; 

Indigena et Picens plebs et Etrusca venit. 

vv. 41 e 42. perspicuo, nitido, lucido. Allude alle lamine d'argento di 
cui sopra, cosi levigate e terse da risplendere conie speechi. — Balsama. 
Era costume presso gli antichi cristiani di portare degli unguenti pre- 
ziosi ai scpolcri dei martiri, conie aloe, timiama, storace, balsamo ecc. 

v. 44. Natalemque diem. La fine di questa vita e pei martiri il principio 
dell'eternita : onde il giorno della loro morte e come la loro nascita alla 
vita eterna. 

vv. 45 e 4G. atudiis certantibua, a gara. — celebrando, ad celebrandum. 
— vota coire, far voti. 

vv. 47 e 48. Urbs augusta. Roma, cosi chiamata nel codice di Teodosio. 
L'immagiue che segue pare ispirata dal verso di Virgiiio, riportato nella 
nota vv. 37 e 38. — ambitione, desiderio, zelo. 

vt\ 49 e 50. umbonibus aequis. Secondo il Chamillard, scuta pura et albu, 
cioe scuti semplici, senza ornamenti, senza steiniiii od immagini glo- 
riose. 11 Barth interpreta tutto il distico: u jhciri cultu, pari festinatione. 
Proceres habebant vestitum quo dignoscerentur, sed omnis tum vesti- 
tus aequalis habebatnr festinatione niniia.„ II Cellario: - Studio pietatis 
et festinatione inornati exibant proceres et plebeji. v Finalmente il Go- 
rini da -alla voce uoibo queiristesso significato che Giusto Lipsio e il 
Casaubono gli danuo nel"33° verso della V Batira di Persio, cioe : ])ars 
illa togae defiuens, quae nodo firmabatur, illud erat quod sinum voca- 
bant: sinus autem summa pars, quae quasi inflata erat, umbo dicebatur 
(Montfaucon, UAntiquit&i expliquie, t. 3). In modo che secondo quesful- 
tima intcrpretazione, uuibo varrebbe qui, per sined., la to^ra. L'Arevalo. 
dopo di aver portato simili interpretazioni, conchiude dicendo: u Mene 
Prudentii haec mihi esse videtur. Ut Quirites Urbe effusi, et ambitione 
pari patricii properabant, ita plebeji aeque fide armati praecipites ibant, 
neque hac in re ullum erat discrimen. Dixit verp poeta umbonil 
quia pro aequalibus armis allegorice, quoniam agmina et plebejam pha- 
Umgem dixerat, et mox acies. „ — praecipitante, eioe incitante, impel- 
lente ad hoc. 

r. 51. Atbani8... portia, dalle porte di Alba. Citta del Lazio, posta al 
sud di Roma, Bulla via Appia. — candida. pel color della toga ch'era 
il vestimento distintiyo de' cittadini Bomani, o per queilo dclla \est< 
che faceasi indossare a' nuovi battezzati, o pel candore dell'innocenza 
e della piei 

Altri legge Peligno. — Picens. II Picenum, oggi Marta 

Carmina — II. S 



il4 * PRUDENZIO 

Concurrit Samnitis atrox, habitator et altae 55 

Campanus Capuae, jamque Nolanus adest. 
Quisque sua laetus cum conjuge, dulcibus et cum 

Pignoribus, rapidum carpere gestit iter. 
Vix capiunt patuli populorum gaudia campi, 

Haeret et in magnis densa cohors spatiis. 60 

Angustum tantis illud specus esse catervis 

Haud dubium est, ampla fauce licet pateat. 
Stat sed juxta aliud quod tanta frequentia templum 

Tunc adeat, cultu nobile regifico, 
Parietibus celsum sublimibus, atque superba 65 

Majestate potens numeribusque opulens. 
Ordo columnarum geminus laquearia tecti 

Sustinet, auratis suppositus trabibus : 
Adduntur graciles tecto breviore recessus, 

Qui laterum seriem jugiter exsinuent. 70 

At medios aperit tractus via latior alti 

Culminis, exurgens editiore apice. 



d'Ancona, era sulla riva dell'Adriatico, e aveva per confine 1'Umbria ed 
il Sannio. — Etrusca. L'Etruria, oggi Toscana, era al nord del Lazio, 
lungo il mar Tirreno. 

vv. 55 e 56. Samnitis. Piu coniuneniente Samnis. I Sanniti abitavano 
all'est del Lazio. II P. li chiama atroces, perche bellicosissimi, e Rorna 
ne traeva i miglion suoi gladiatori. — Campanus. La Campania al sud 
del Lazio, estendevasi lungo il Tirreno. Le principali sue citta erano 
Capua e Nola. — Nolanus. II P. ne ha fatta breve, per sistole, la prima 
>illaba, che d'ordinario e lunga. 

vv. 59 e 60. Vix cupiunt ecc. Quanto bene si esprime con questi versi 
la grande affluenza dei pellegrini ai sepolcri dei martiri, in quei tempi 
di fede e di pieta! 

vv. 63 e 61. Stat juxta aliud. . Ma non lungi e un altro tempio a rice- 
vere cotanta moltitudine di gente, un tempio d' uno splendore vera- 
mente reale. Alcuni vogliono fosse questo un tempio consacrato a s. Ip- 
polito. Ma altri sostengono fosse la Basilica di s. Lorenzo, in campo 
rerano, il quale era vicino alla tomba del nostro Martire. 

v. 65. Parietibus. "fii noti la sineresi nella 2.a e 3.a vocale, per modo 
che questa parola forma un dattilo, seguito da una lunga. 

vv. 69 e 70. AdUuntur ecc. Inoltre vi hanno delle piccole cappelle {gra- 
riles recessus), a volta piu bassa (tecto breviore), tali che internansi suc- 
cessivamente {jugiter exsinuent ) lunghesso ciascun de' lati (laterum se- 
riem). Exsinuent vale, secondo il Giselino, quanto: sinum, seu laciniarum 
in morem, explicent, latiusque extendnit. Ausonio {Edyl. xiv, 29): 

Vertice collectos iUa exvinuobat amicMts. 
K s. Paolino (Ad Macar. ep. 36): " Cum velum videret jam exsinuatum. „ 

vv. 71 e 72. At medioa ecc. Ma nel mezzo, sotto alla parte piii elevata 
rtel tetto (exsurgons editiore apice), apresi la nave principale di maggior 
lnnghezza ed altezza (via latior cdti ctdminis). 



PRUDENZIO 115 

Fronte sub adversa, gradibus sublime tribunal 

Tollitur, antistes praedicat unde Deum. 
PJena laborantes aegre domus aecipit undas, 75 

Arctaque confertis aestuat in foribus, 
Maternum pandens gremium quo condat alumnos, 

Ac foveat foetos accumulata sinus. 

XIII. 
Trionfo del Cristianesimo. 

Audiit adventum Domini, quem solis Iberi 
Vesper habet, roseus et quem novus excipit ortus. 

vv. 73 e 74. gradibus sitbliine tribunal iollitur, su de' gradiui elevasi su« 
blime la cattedra episcopale. 

vv. 75 e 7G. domus, questo tempio. — undas , oude di popolo. — labo- 
rantes, che si sforzano per entrarvi. 

77 e 78. alumno8, figli. — «cfoveat ecc, e li couforti tutti intorno 
affollati airalmo suo seno. 

* Questi ultimi versi, cosi il Bayle, descrivono esattamente le basili- 
che pnmitive, di cui a Roma esiste ancora qualcuna, con le loro soffitte, 
con le loro navi laterali, con la gran porta d'ingresso, con la loro tri- 
buna, dove il Vescovo spiegaVa il Vangelo al popolo, col loro pavi- 
mento, d'ordinario, in mosaico. „ 

XIII. E una prova della divinita della religione cristiana, desunta dal 
miracolo della sua propagazione. Tutfi popoli l'hanno riconosciuta di- 
viua questa religione, e i Cesari stessi, la cui conversione era creduta 
da Tertulliano impossibile, hanno umiliato le loro corone dinauzi allo 
stendardo della croce. Quelli stessi che voglion ostinarsi contro r'irre- 
sistibile autorita del Crist\sono forzati a piegar il capo; e in mezzo 
alle stesse sacrileghe cerimonie, colle quali insultano al Dio che han 
conosciuto, basta talvolta la presenza di un cristiano a coufondere il 
demonio ed obbligarlo a confsssare apertamente la sua disfatta. 

I versi sono tratti da.IV Apoteo.si(vv. 424-508), poema suirincarnazione, 
in cui il Poeta combatte i diversi errori intorno a questo domma cen- 
trale della nostra divina religione. I Patripassiani, i Sabelliaui, i Giu- 
dei, i Giudaizzanti, i Manichei sono via via 1'oggetto della sua vigorosa 
argomentazione. 

In questo e negli altri poemi, di cui daremo de' saggi, Prudenzio ad- 
dimostrasi non pure gran poeta, ma gran teologo; onde a buon dritto 
nieritava d'esser posto dal Bossuet e dal dotto Huet uel numero de- 
gli autori, che doveano formare la biblioteca dei poeti latini editi e 
commentati art usum Delphini. II P. Chamillard della Compagnia di 
Gesii, a cui venne affidata 1'edizione di Prudenzio ad usnm Delphini, lodo 
la teologia di questo Poeta uon meno che la bellezza de' suoi versi. Noi 
liamo attingere, egli dice, ne' suoi scritti, come in una pura sor- 
. tutt' i dommi della Chiesa. II P. Emmannele Iiisco non teme di 
asserire, d'aver trovato in Prudenzio tutti gli argomenti in favore della 
fede cattolica, portati contro gli eretici de'suoi tempi da' piii dotti di- 
f- naorl dei dommi rivelati. Parecchi teologi, tra gli altri il P. Petan, 
trattando della Trinita, o deirincarnazione, citano i versi di Prudenzio, 
come citerebbesl nna pagina dei piii grandi Padri della Chiesa (Bayle, 
£tucL nce). 

vv. 1 e 2. quem. Relativo ad iUe> soggetto di audiit. — solis ecc. Peri- 



116 PRUDENZIO 

Laxavit Scythicas verbo penetrante pruinas 

Vox Evangelica, Hyrcanas quoque fervida brumas 

Solvit, ut exutus glacie jam mollior amnis 5 

Caucasea de caute fluat Rhodopejus Hebrus. 

Mansuevere Getae, feritasque cruenta Geloni 

Lacte mero sitiens exsanguia pocula miscet, 

Libatura sacros Christi de sanguine potus. 

Novit et Atlantis pridem plaga perfida Mauri, 10 

Dedere crinitos ad Christi altaria reges. 

Ex quo mortalem praestrinxit Spiritus alvum, 
Spiritus ille Dei, Deus, et se corpore matris 
Induit atque hominem de virginitate creavit; 
Delphica damnatis tacuerunt sortibus antra, 15 

frasi ad indicar la Spagna ed il Portogallo, chiamati anticamente Iberia 
pel nume Iberus, oggi Ebro, che li bagna. — roseus. Prudenzio prendesi 
talvolta la licenza di far lunga per cesura una vocale breve. V. Fasc. I, 
pag. 30, vv. 25-27. 

vv. 3-6. Laxavit, calefecit, mollivit. — Scythicas... pruinas, i geli della 
Scizia. Sotto il nome di Scizia comprendevansi anticamente tutfi paesi 
del Nord dell'Asia. — Hijrcanas... brumas, i freddi, l'inveruo delTIrca- 

nia, contrada dell'Asia situata sulle coste del mar Caspio. — fervida 

e il suo calore dissipo ecc. — exutus glacie. Altri legge : exutus glaciem ; 
elegante grecismo, secondo 1'Heins. — Caucasea... caute, rupe caucasia, 
cioe simile a quelle del Caucaso. — Rhodopejus Hebrus, 1'Ebro (oggi 
Marzia). Lo chiama rodopeo, perche nasce dal monte Rodope, o secondo 
altri, perche bagna la Tracia, dove il detto monte ritrovasi. 

vv. 7-9. Getae. I Geti, popoli della Scizia Europea, prossimi ai Daci.— 
Geloni. Gelonii, collocati da alcuni nella Scizia, da altri nella Tracia. Si 
stimatizzavan le carni, e bevevan il sangue dei cavalli mescolato col 
latte. Virgilio (Georg. iii, 461): 

Acerque G-elonus 

Cum fugit in Rhodopen atque in deserta Gctarum, 
Et lac concretum cum sanguine potat equino. 

— Libatura, e per bere, gustare. 

vv. 10 e 11. Atlantis... Mauri, delFAfrica. L'Atlante, monte della Mauri- 
tania, il piii alto dell'Africa. Ebbe tal nomc da Atlante, famoso astro- 
nomo, re della Manritania, trasformato, sccondo le favole, in questo 
altissimo monte, a reggere il cielo sopra le spalle. Onde Virgilio 
(Aen. iv, 481): 

maximus Atlas 

Axem humero torquet stellis ardentibus aptum. 

— perjida, infedele. Altri leggono fervida. — Dedere, offrire, consacrare. 
v. 12. Ex quo, postquam, jam vero postquam. — praestrinxit... alvum, 

entro, discese in uu seno mortale. — Spiritu8, il Verbo. Non solo Pru- 
denzio, ma anche de' Santi Padri cosi chiamaron talora il Verbo, non 
solo in quanto incorporeo, ma perche in largo senso chiamavano spirito 
qualunque emanazione. 

v. 15. Delphica ecc. L'oracolo delFantro di Delfo e condannato al si- 
lenzio (Vedi Fasc. i, pag. 67, w. 23-28). L'ammutolimento degli oracoli 
e uno dei fatti piu notal)ili dei primi tempi del Cristianesimo, e fece 
impressiono aglJ stcssi pagani. Plutarco scrisse appositamente un li- 
bro per indagarne lc cause; ma accecato dal paganesimo, non gli riusci 



PRUDE.NZIO 117 

Non tripodas cortina tegit, non spumat anhelus 
Fata sibyllinis fanaticus edita libris. 
Perdidit insanos mendax Dodona vapores, 
Mortua jam mutae lugent oracula Cumae, 
Tsec responsa refert Libycis in syrtibus Ammon, 20 

Ipsa suis Christum Capitolia Romula moerent 
Pnncipibus lucere Deum, destructaque templa 
Imperio cecidisse ducum : jam purpura supplex. 
Sternitur Aeneadae rectoris ad atria Christi, 
Vexillumque crucis summus dominator adorat. 25 

di scoprirle. Raccontasi che Angusto mandasse a consultar l'oracolo di 
Delfo, e ne avesse il seguente responso: 

Me puer Hebraeus, divos, Deus ipse, gubernaus, 
Cedere sede jubet, tristemque subire sub orcum: 
Aris ergo dehinc tacitus discedito nostris. 
vv. 16 e 17. ccrtina. Specie di tappeto, secondo alcuni, che copriva il 
tripode, su cui collocava.si la Pitonessa per dare i suoi oracoli; tenda,. 
secondo altri, intorno al medesimo tripode. Detta cosi dalla pelle (co- 
rium) del serpente Pitone , onde la tenda stessa era fatta. Virgilio 
{Aen. III, 92) : * et mugire adytis cortina reclusis. „ — non spumat ecc 
Sott. vates : Non piu 1'indoviuo, la profetessa, ansante e furibonda pro- 
nuncia con la bocca spumante le sentenze scritte nei libri della Sibilla. 
I poeti pagani ci rappresentano la Pitonessa di Delfo, o la Sibilla Cu- 
mana, cou irti i capelli, nero lo sguardo, tremante la persona, le labbra 
spumanti, con grida ed urli e parole strane, interrotte, male articolate 
e sconnesse. Qual differenza tra i profeti di Dio, e i profeti di Satana! 
Quelli animati dallo Spirito-Santo, e rapiti al di sopra di se stessi, di- 
cono cose sovrumane, fanno talora prodigii, ma tutto con quiete e in- 
telligenza. Questi al contrario, agitati dallo spirito maligno, come sono 
gli ossessi, parlano ed operano disordinatamente. 

v. 18. Dodona, Dodona, citta delFEpiro, celebre per 1'oracolo di Giove 
(Yedi Fasc. l,pag. 01, v. 23) e per la quercia fatidica, cioe che rendeva 
oracoli, in quanto che i Sacerdoti, non \isti da quelli che nel consultar 
1'oracolo si tenean per rispetto ad una certa distanza dal medesimo, 
vi si nascondevan per certe incavature, e davan le loro risposte. — in- 
sanos... vapoves. Chiama cosi il fanatico furore degl'indovini, peiche pro- 
veniente, secondo il Giselino, da vapori caldi ed eccitanti che salgono 
al cervello. 

9. 19. Mortua ecc. Cuma silenziosa piange la morte dei suoi oracoli. 
Cuma era una citta marittima della Campania, celebre per la sua 
Sibilla. 

v. 20. Ltbyeis in syrtibus, nelle sabbie della Libia. Vedi pag. 70, v. 63. 
— Ammon. Ammone, ossia Giove, che con tal sopramioine era partico- 
larmente adorato nelTalto Egitto e nella Libia, sotto forma d'ariete. E 
nella Libia, ne'corfini della Cirenaica, era il tempio e 1'oraeolo, a cui 
allude il Poeta. Alessandro, trovandosi in Egitto, si rec6 a visitare co- 
testo oracolo, e, corrompendo il sacerdote, si fe' salutare figlio di Giove. 
Alcuni vogliono che sotto tal nomo di Ammone fosse venerato Cam, fi- 
glio di Noe, primo abitatore d'Egitto. 

V. Q.Copitolia Bomula, Giove Capitolino, o il tempio di Giove in Campi- 
doglio. Al dire di Peverat, lo indicaron cosi anche altri scrittori, specie 
cristiaui, come Agostino, Cipriano ed altri. 
pp. 23-25. Imperio ducum, per oruYno degli imperatori. — purpura,pet 



118 PRUDENZIO 

Principibus tamen e cunctis non defuit unus, 
Me puero, ut memini, ductor fortissimus armis. 
Conditor legum, celeberrimus ore manuque, 
Consultor patriae, sed non consultor habeudae 
Relligionis, amans tercentum millia divum. 30 

Perfidus ille Deo, quamvis non perfidus Urbi , 
Augustum caput ante pedes curvare Minervae 
Fictilis, et soleas Junonis lambere, plantis 
Herculis advolvi, genua incerare Dianae, 
Quin et Apollineo frontem submittere gypso, 35 

Aut Pollucis equum suffire ardentibus extis. 

Forte litans Hecaten placabat sanguine multo, 
Pontificum festis ferienda securibus illic 



meton., la regia dignita. Lucano ha omnis purpura, tutt'i re. — Aenea- 
rfae rectoris, deirimperatore romano. E noto che i Romani pretendevano 
discendere da Enea. — ad atria, ad templa. — summus dominator , il pa- 
drone del rnondo, cioe 1'imperator Costantino. 
v. 26. imus. Giuliano Apostata. 

vv. 29 e 30. habendae relligionis, della vera religione (V. pag. 42, v. 121). 
— amans ecc. amando, adorando divinita senza numero. 

v. 31. Perfidus, infedele, traditore. — Urbi, Eoma. Altri legge orbi. 
Questi versi ne danno il vero ritratto di Giuliano 1'Apostata. A. de Bro- 
glie, dopo di aver descritte le manifestazioni diverse, alle quali diedero 
luogo i funerali di Giuliano, e riportata 1'iscrizione che alcuni amici gli 
posero sulla tomba, aggiunge: tt Fra le volgari invettive dei commedianti 
e 1'eccessivo entusiasmo dei vecchi soldati, pare fosse riserbato a un 
poeta cristiano di trovare, pochi anni dopo, un giusto mezzo. Questi 
versi di Prudenzio, scritti ai principii del secolo seguente, non avreb- 
bero forse potuto figurare con piu vantaggio sulla lapide funerea, corne 
1'epitafio vero di quell'uomo si strano, che avea adunato in se stesso 
tante contraddizioni, e tante ancora ne suscitava dopo la sua morte ? 
(UEglise et Vempire romain au IV siecle, II pctrtie, ch. 8). „ 

v. 32. curvare. Infinito retto da solebat. Cosi dicasi degli altri infiniti 
che seguono, lambere, advolvi ecc. 

v. 33. soleas lambere, leccare, baciare i sandali. — plantis advolvi, 

prostrarsi a' piedi. — genua incerare Dianae, appendere i suoi voti alle 
ginocchia di Diana. I pagani solcvano scrivere i loro voti su tavolette 
di cera ed appenderle alle ginocchia degli dei; ed anche, secondo il Pe- 
verat, affiggerveli con cera, e spesso apporvi il suggello. Si appende- 
vano od affiggevano alle ginocchia, perche le credevan scde della Mise- 
ricordia. 

vv. 35 e 36. ApoUineo... gypso, ad un Apolio di gesso. — Aut Pollucis ecc 
o far bruciar le interiora delle vittime sotto al cavallo di Polluce. 

v. 37. I versi che seguono sono assai ammirati dal Barth per la loro 
dolcezza. — Forte litans, un giorno faceva cgli un sacrificio per pla- 
care ecc. Hecaten. Ecate, figliuola di Giove e di Latona, a cui le favole 
diedoro un triplicc nonie, cioe nel cielo (Luna), nclla terra (Diana), nel 
tartaro (Proserpiua), detta percio dai pocti tergemina, o triformis. Era 
placata con 100 vittimc. 

v. 38. festis ferienda securibus, che dovean cadere sotto 1'accetta sa- 
cra dei ecc. 



PRUDENZIO 119 

Agmina vaccarum steterant, vitulasque revincta 

Fronte coronatas umbrabat torta cupressus. 40 

Jamque insertato reserabat viscera cultro 

Vittatus de more senex, manibusque cruentis 

Tractabat trepidas letali frigore fibras, 

Postremosque animae pulsus in corde tepenti 

Callidus interpres numeris et fine notabat : 45 

Tum subito exclamat media inter sacra sacerdos 

Pallidus : En quid ago? Majus, Rex optime, majus 

Kescio quod numen nostris intervenit aris, 

Quam suffene queant spumantia cymbia lacte, 

Caesarum sanguis pecudum, verbena, coronae. 50 

Accitas video louge dispergier umbras: 

Territa Persephone vertit vestigia retro, 

Exstinctis facibus, tracto fugitiva flagello. 

Kil agit arcanum murmur, nil Thessala prosunt 

Carmina, turbatos revocat nulla hostia manes. 55 

Nonne vides ut thuribulis frigentibus ignis 

Marceat ? ut canis pigrescat pruna favillis ? 

Ecce palatinus pateram retinere minister 

Non valet, elisa destillant baisama dextra. 

Flamen et ipse suas miratur vertice laurus 60 

Cedere, et incertum frustratur victima ferrum. 



vv. 39 e 40. vitulasque ecc. Costr. : et torta rupressus umbrabat vihilas, 
revinciens frontem coronae instar. Carlo Pasqualio (de Coronia) dimo- 
stra che spesso le vittime venivano coronate di cipresso. D'ordinario si 
adornavano con bende dorate, e si spargea sul ioro capo del farro to- 
stato e della farina salata. 

v. 42. Vittatus. I sacerdoti offrendo sacrificii agli dei, si cingevan il 
capo di bende e di corone. 

. v. 45. numeris et fine notabat, osservava il numero ed il termine delle 
ultime pulsazioni ecc. 

v. 49. Spumantia... Virgilio (Aen. iu', 6G): 

Inferimus tepido spumantia cymbia lacte. 

v. 51. Accitas umbras ; le ombre evocate. — disperyier, arcaismo : 

tlispergi. 

v. 53. tracto. Altri legge fracto, altri torto. 

vv. 54 e 55. arcanum murmur. Parole occulte, aventi virtii magica. — 
ThessaJa rarminn, tessali incantesimi. Quei di Tessaglia erano dagli an- 
tichi tonuti per abilissimi nell'arte magica. 

58-61. pulatinus... mininter. I servi del palazzo imperiale sul Palati- 
no, assistenti ai sacrificii delTiniperatore ; ovvero i Bacerdoti palatini od 
imperiali. — elisa, concussa, tremula. — destVbmt, la sua mano tremante 

lascia colare il balsamo. — suas miratur cedere, si meraviglia di ve- 

dersi cader dalla fronte la corona d'alloro. — incertum, il colpo della 
scure male asaestato: Vfrtgrllio (A*n. n, 262) : ineerto %ec\ 



120 PRUDENZIO 

Nescio quis certe subrepsit Christicolarum 

Huc juvenum: tremit hochominum genusinfula, etomne 

Pulvinar divum. Lotus procul absit et unctus, 

Pulcra reformatis redeat Proserpina sacris. 65 

Dixit, et exanguis collabitur: ac velut ipsum 
Cerneret exerto minitantem fulmine Christum, 
Ipse quoque exanirnis posito diademate princeps 
Pallet, et astantes circumspicit, ecquis alumnus 
Chrismatis inscripto signaret tempora signo, 70 

Qtfi Zoroastraeos turbasset fronte susurros. 
Armiger e cuneo puerorum flavicomantum, 
Purpurei custos lateris, deprenditur unus. 
±sec negat; et gemino gemmata hastilia ferro 
Projicit, ac signum Christi se ferre fatetur. 75 

Prosiliit pavidus dejecto antistite princeps, 
Marmoreum fugiens nullo comitante sacellum, 
Dum tremefacta cohors, dominique oblita, supinas 
Erigit ad coelum facies, atque invocat Jesum. 

Jamne piget facti? jam poenitet? En tibi Christum, 80 

vv. 62-64. Xescio quis ecc. Certo qualche giovane cristiano si e qua in- 
truso. — infula per meton.: i sacerdoti e tutti i templi (pulvinar) degli 
dei temono questa razza di uomini, cioe i cristiani. Pulvinar, per tem- 
pio, come in Cicerone {Cat. iii, 10) : tt Ad omnia pulviuaria supplicatio 
decreta est. „ Perche, in occasione di pubbliche preghiere, si ponevan 
de'letti nei templi, per collocarvi le statue degli Dei ed imbandirvi vi- 
vande. — lotus, battezzato ; unctus, cioe cum chrismate, cresimato. Co- 
testa formola di anatema era frequentemente adoperata dai sacerdoti 
gentili. L'usavano contro i fedeli, la cui presenza turbava i sacrificii, 
perche fugavano i demonii col segno della croce. Vedi Lattanzio, lib. IV, 
cap 27. 

v. 67. exerto...ful>nine, con la spada sguainata. 

v. 68. posito diademate. GTirnperatori, offrendo sacrificii aglidei, jndos- 
savano le insegne regali. 

vv. 69 e 70. aliunnus Ohricmatis, discepolo di Cristo. — signo, segno 
della croce. 

v. 71. Zoroastraeos susurros, incantesimi, parole magiche, pronunziate 
a bassa voce. Zoroastro, re della Battriana, passava per 1'inventore della 
magia. 

v. 72. puerorum. Gli schiavi, che formavauo la guardia delrimpera- 
tore {purpurei custos lateris), erano Germani, e la maggior parte di essi 
;.vevano i capelli biondi. 

v. 74. gemino gemmata hastilia ferro, la ricca asta armata d'una dop- 
I»ia punta di ferro. 

vv. 76 e 77. princeps. L'imperatore. — marmoreum sacellum, 1'ara, l'al- 
tare di marmo. 

vv. 78 e 79. cohors, la moltitudinc, la folla. — dominique oblita, dimen- 
tica deirimperatore, non curando di lui. — supinas facies, alza gli oc- 
chi al cielo. Vedi Fasr. i, pag. 52, v. 38. 

■v. 80. Jamns ecc. Si rivolge agli Ebrei.-. 



PRUDE.NZIO 121 

Infelix Judaea, Deum ; qui sibbata solvens 
Terrea mortales aeterna in sabbata sumpsit. 
Gentibus emicuit, praefulsit regibus, orbem 
Possidet, imperii dominam sibi cedere Romam 
Oompulit, et simulacra Deum Tarpeja subegit. 85 

XIV. 

Divinita di Gesu Cristo. 

Mira fides ! utero puer interceptus anili 
Virgineum Dominum materno ex ore salutat 
Primus, et infantem non natus nuntiat infans 
Jam nostrum vagire sibi ; nam pusio nondum 
Norat, et ora Deb reserabat garrula Christo. 5 

Promite secretos fastos, date, pandite librum, 
Evomuit spirante Deo quem sanctus Isajas. 
Percensere libet, calamique revolvere sulcos, 

vv. 81 e 82. 8abbata... terrea, abplendo il sabato terreno. 
v. 85. simuJacra Deum Tarpeja, i simulacri degli Dei adorati in Campi- 
doglio. Anche Lucano appella Tarpeji dii quelli che insieme con Giove 
adoravansi sul Campidoglio. II Capitolino prima chiamavasi Tarpejo. 
Ovidio (Met. xv): tt Quique tenes altus Tarpejas, Jupiter, arces. „ 

XIV. Questo luogo delF Apoteosi (vv. 590-671 e 741-781) che qui ripor- 
tiamo, e contro Ebione ed i suoi seguaci, i quali pretendevano che Gesii 
Cristo non fosse uomo e Dio, ma uomo soltanto. La fede ardente da cui 
il Poeta e animato, la causa sublime che difende, rendono il suo stile 
vibrato, rapido, energico, eloquente. 
v. 1. interceptus, accolto, concepito. 

v. 2. Virgineum Dominum, il Signore, che nascera da una Yergine. — 
materno ex ore. Perche Giovanni non parlo, ma esultando nel seno della 
madre, die segno della venuta del Signore. 

t>. 5. Norat. Sott. loqui. — ora... garrula, e gia apriva le graziose lab- 
bra ad annunziar Gesii Cristo. Garrulus si dice per vezzo de' fanciulli 
graziosi. Tibullo i, 5, 25. 

v. S.fastos. II P. intende per fastos i libri profetici, la Bibbia. Li dice 
secretos, perche conservati dagli Ebrei nel luogo santo, 

v. 7. Evomuit. II P. adopero questo verbo per clictavit, detto, ad espri- 
mere come il Profeta parlava o scriveva per impulso dello Spirito 
Santo che gli avea acceso e ripieno il pettu delle divine verita in modo 
da non poter contenersi dal manifestarle. L'e una metafora simile a 
quelia ch'e nel salmo 4-4: Eructavit cor meum verbum bonum. Quelli che 
prescindendo da questa osservazione, giudicassero indecorosa la meta- 
fora, ricordino quella di Orazio: dum sublimes versus rwtatur. — Tsajas, 
Altri scrivono Isaias, altri Esaiast. II profeta Isaia visse piii di sette se- 
coli prima di Gesii Cristo. S. Agostino (De Civ. Dei, lib. 18, c. 29): u Esaias 
de Christo multo plura quam caeteri prophetavit, ita ut a quibusdam 
Evangelista, quam Propheta, potius diceretur. „ 

9V. 8 e 9. calamiqM* ecc. e leggere le linee che 1'aurea sua mauo vergto 
con carattoro di fnnon. 



122 PRUDENZIO 

Sidereis quos illa notis manus aurea duxit. 

Ite hinc, dum rutilos apices submissus adoro, 10 

Dum lacrymans veneror, dumque oscula dulcia figo. 

Gaudia concipiunt lacrymas , dant gaudia fletum. 

Advenit promissa dies, quam dixerat iste 

Adfore versiculus, quum Virgo puerpera, teste 

Haud dubie sponso, pacti cui cura pudoris, 15 

Edidit, Emmanuelque meum me cernere fecit. 

Estne Deus jam noster homo? Versatur et astat 

Nobiscum, nomenque probat, versumque vetustis 

Obscurum saeclis praesenti illuminat ore. 

Estne Deus, cujus cunas veneratus Eous, 20 

Lancibus auratis regalia fercula supplex 

Virginis ad gremium pannis puerilibus offert? 

Quis tam pennatus rapidoque simillimus austro 
Nuncius Aurorae populos atque ultima Bactra 
Attigit, illuxisse diem laetantibus oris, 25 

Qua tener innupto penderet ab ubere Christus? 
Vidimus hunc, ajunt, puerum per sidera ferri, 

v. 10. Ite Jiinc. II P. si rivolge contro gli Ebioniti. II movimento e 
ammirabile, e ci mostra sino a qual punto i primitivi cristiani spinges- 
sero la loro venerazione pe' libri santi. 

vv. 13 e 14. iste... versicidus. Cioe il famoso versetto d'Isaia (vn, 14): 
M Ecce Virgo concipiet et pariet filium. „ Iste talvolta e adoperato per hic. 

v. 16. Emmanuel. Nome ebraico, indeclinabile, che vale: Dio con noi.. 

vv. 18 e 19. nomenque probat, prova la verita del suo nome, cioe che 
veramente Dio e con noi. — versumque... obscurum saeclis. II versetto gia 
ricordato d'lsaia. — praesenti ore, colla presenza del suo volto, colla sua 
personale p^resenza. 

v. 20. Eous, gli orientali, cioe, i Magi ch'erano dell' Oriente. V. pag. 73. 
v. 28. 

v. 21. fercula, per munera, dona. Ma pare non se ne abbiano esempi in 
altri scrittori antichi. 

v. 24. Aurorae populos. Cosi chiama Virgilio i popoli orientali: ab Au- 
rorae populis (Aen. vni, 686). — Bactra. Battra, citta capitale della Bat- 
triana, regione delTAsia, tra il nume Osso, la Partia e 1'India. La dice 
ultima, come Virgilio (76. 687): et ultima secum Bacira vehit; perche l'im- 
pero Komano non si estendeva piu in la. 

v. 25. Attigit. Sott. nuntians, annunzio. — laetantibus oris, cioe laetantibus 
terris. — Questa lezione,come piu naturale, abbiam ritenuta tra le tante 
vananti degli antichi codici : luctantibus horis, laxantibus horis, lactenti- 
bus horis, laetantibus horis, loetantibus oris, delle quali gl'interpreti so- 
stennero chi l'una e chi 1'altra. Spiega: Qual messaggero alato, simile 
nel suo volo al rapido ostro, e andato ad anuunziare ai popoli dell'au- 
rora ed ai lontani Battri, che era spuntato il giorno, quel giorno d'alle- 
grezza per tutto il mondo, in cui il bambino Gesu pendeva dal seno 
d'una Vergine ? 

vv. 27 e 28. per sitlera ferri... ftnnunziato da una stella, innanzi al cui 
spiendore cedeva quello di tutti gli astri. 



PRUDENZIO 123 

Et super antiquos signorum ardescere tractus. 
Diriguit trepidans Chaldaeo in vertice pernox 
Astrologus, cessisse Angttem, fugisse Leonem, 30 

Contraxisse pedes lateris manco ordine Cancrum, 
Cornibus infractis domitum mugire Juvencum, 
Sidus et Hircinum laceris marcescere villis. 
Labitur hinc pulsus puer Hydrius, inde Sagittae ; 
Palantes Geminos fuga separat, improba Virgo 35 

Prodit amatores tacitos in fornice mundi. 
Quique alii horrificis pendent in nubibus ignes, 
Luciferum timuere novum ; rota lurida solis 
Haeret, et excidium sentit jamjamque futurum, 
Seque die medio velandum tegmine glauco, 40 

Splendoremque poli periturum nocte diurna, 
Orbe repentinis caput obnubente tenebris. 



vv. 29 e 30. Diriguit eO. L'astronomo che vegliava la notte (psrnox) 
sui monti della Caldea, rimase attonito e pien di spavento al vedere di- 
sparire il Serpente,fuggire il Leone. — Anguem, Leonem, le costellazioni 
del Serpente e del Leone. Leggendo questi e i seguenti bei versi, di 
gran lunga superiori alle descrizioni analoghe d'Ovidio, non si puo a 
meno di pr.rtecipar 1'ammirazione del primo editore di Prudenzio, il Gi- 
selino, il quale pieno di entusiasmo esclama : u Nihil hac fictione libera- 
lius, nihil vividius, nihil ingeniosius, praesertim, si ejusdem stellae lau- 
des supra elegantissime decantatas huc adducas, et cum hisce compares: 
incredibile, quanta ingenii vis et elegantia utrobique elucebit. „ E gli 
altri commentatori non sono men larghi d'encomio. E poi da notare col 
Clement il senso allegorico sotto si poetiche immagini racchiuso. Cia- 
scuna costellazione che divien pallida alla presenza della stella venuta 
da Oriente, era una divinita agli occhi dei pagani, e 1'imperator Giu- 
liano aveale onorate con culto speciale. Laonde per mezzo di cotesta 
viva ed ingegnosa finzione il P. ci rappresenta il Figlio della Vergine, 
vincitore del demonio e dei falsi dei, il culto de' quali fu distrutto dal 
Cristianesimo. 

v. 31. Contraxisse ecc, il Cancro mutilato (tnanco ordine) riserrare i 
suoi piedi. II Cancro, altra costellazione, o segno del Zodiaco. 

v. 32. Juvencum, il Toro, anch'esso uno de' 12 segui del Zodiaco. 

v. 33. Sidus et Hircinum, la costellazione del Capricorno. — marcescere, 
languire per i lacerati suoi peli. 

v. 34. puer Hydrius, 1'Aquario. In questa costellazione fu convertito 
Ganimede ; percio puer. — 8agiUae t il Sagittario. 

t\ 35. Palantes Geminos, la fuga separa i Gemelli e li disperde. — im- 
proba Virgo, la Vergine infedele abbandona i suoi compagni silenziosi 
sotto la volta del cielo. Anche Varrone disse: u Coeli ingentes fornices, 
le immense volte del cielo; ma a Cicerone non piacque un tal traslato. 

v. 37. ignes, per aidera. 

vv. 38-41. rota lurida solis, il disco del sole, fatto rugginoso. — Haerel, 
s'arresta. — et excidium ecc. Allusione all'ecclissi solare, verificatasi alla 
morte di Gesu Cristo. — velandum. Iietto da sentit. Altri leggono velan* 
lam, riferendolo a rota. — poli, del cielo. — nocte diuma, in una notte di 
giorno, notte insolita. 



124 PRUDRNZIO 

Hunc ego non cumulem, myrrhaeque, et thuris, et auri 
Muneribus? scio quem videam, quae dona rependam. 
Hunc ego non venerer? qui cpelo visus, humique 45 
Inventus rex atque Deus , moderatur utrumque 
Naturae specimen, tumuloque inferna refringens 
Regna, resurgentes secum jubet ire sepultos? 
Coelum habitat, terris intervenit, abdita rumpit 
Tartara : vera fides, Deus est, qui totus ubique est. 50 
Numquid vana viros, aut mens, aut lingua fefellit? 
Numquid fortuitis frustrantia dona dederunt 
Casibus, aut caeco votum sub honore dicarunt? 
Quae porro causa, aut ratio submittere colla 
Ante pedes Mariae, puerique crepundia parvi, 55 

Si tantum mortalis erat, nec summa potestas 
Implebat teneros divinis flatibus artus? 

Sed jam tolle Magos, thus, aurum, myrrhea dona, 
Quae verum docuere Deum: praesepia, pannos, 
Matris adoratum greihium, face sideris ardens. 60 

Ipsa Deum virtus factorum, et mira loquantur. 
Insanos video subito mitescere ventos, 
Quumjubeat Christus : video luctantia magnis 
Aequora turbinibus tranquillo marmore tendi 
Imperio Christi : video, calcatus eumdem 05 

Quum patitur gurges, tergum solidante liquore. 
Ipse super fluidas piantis nitentibus undas 



vv. 45-48. coelo visns. Per 1'apparizione della stella. — humique inventus, 
riconosciuto sulla terra conie re e Dio. Cio per 1'adorazione e per le 

offerte dei Magi. — utrumque specimen , l'una e 1'altra bellezza della 

natura, cioe il cielo e la terra, di cui dianzi ha parlato. — tumulo, colla 
sua morte. 

vv. 49 e 50. Coelum ecc. S. Agostino (De Civ. Dei, lib. xxn, cap. 29): 
u Non enim quia dicimus Deum esse et in coelo et in terra (ipse quippe 
ait per prophetam: Coelum et terram impleo), aliam partem dicturi su- 
mus eum in coclohabere; et in terra aliam: sed totus in coelo est, 
totus in terra, non alternis temporibus,sed utrumque siniul, quod nulla 
natura corporalis poteat. „ 

vv. 51-53. viros. I Magi. — frustrantia, senza significato, per inganno. 

v, 55. puerique crepundia, e dinanzi alla culla d'un fauciullino. 

v. 60. face... risplendente per la luce della stella. 

v. 61. mira, miracoli. 

v. 64. marmore, superficie piana, aspetto del mare in calma. Virgilio 
1'usa per lo stesso mare. 

v. 66. tergum, la superficie del mare. Ovhlio ed altri antichi 1'adopra- 
rono nello stesso significato. I^ retto qui da iendi chc e piu sopra. — so- 
lidante liquore, per solidum, consistentc. 



PIIUDENZIO 125 

Ambulat, ac presso firmat vestigia fluctu ; 

Increpat ipse Notos, et flatibus otia mandat. 

Quis jubeat saevis aquilonibus : Ite, silete 70 

Carceribus vestris, amploque facessite ponto, 

Sit nisi coelipotens, aquilonum conditor idem? 

Ninguidus agnoscit Boreas atque imbrifer Euru^ 

Nimborum dominum, tempestatumque potentem ; 

Excitamque hiemem verrunt, ridente sereno. 75 

Quis pelagi calcarit aquas? Quis per vada glauca 

Gressibus impressis spatiatus, triverit udum 

Non submersus iter, sola pendulus, et pede sicco, 

Aequoreae nisi factor aquae? Qui spiritus olim 

Ore superfusus patrio, volitabat in undis 80 

Nondum discretis, nec certo littore clausis? 

Sustinuit gressum domini famulus liquor, ac se, 

Mobilitate carens, solidos substrinxit ad usus... 

Sed quid ego haec autem titubanti voce retexo, 
Indignus qui tanta canam ? Procede sepulcro, 85 

Lazare ; dic, cujus vocem tellure sub ima 
Audieris, quae vis penetraverit abdita lethi ? 
Quod, quum te Christus penitus nigrante profundo 
Immersum vocat, ut redeas, ceu proximus, audis, 
Nec remoratus ades, quae tam vicina Charybdis 90 

Regna tenebrarum tenui distantia fine 
Conjungit superis? ubi Taenara tristia vasto 

vv. 71 e 72. Carceribu8. Vedi Virg. Aen. i, 55-67. — ponto. Sott. ab. — 
Coelipotens, Padrone del cielo. 

v. 74. Niniborum ecc. Ad imitazioue di Virgilio (Aen. I, 84): * Xini- 
borurnque facis, tempestatumque potentem. „ 

v. 75. Excitamque ecc. portan via la tempesta sollevata, e torna in cielo 
a ridere il sereno. 

v. 78. sola pendulus. Ellenismo, per: sola pendula , suspensa. Sola, le 
piante de'piedi. Malamente, secondo il Barth, interpreto il Fabricio : 
tt babens sub se solum pendulum. „ 

vv. 79-81. spiritus. II Figlio di Dio, in quanto procede dal Padre, come 
Verbo, e qualcbe volta dal P. e da alcuni SS. Padri designato col nome 
di Spiritus. — superfusus, effuso, emauato, uscito. — volitabat ecc. Giu- 
8ta il biblico : Et Spiritus Dei fertbatur super aquas. — discretis, se- 
parate. 

vy. 82 e SS.famulus liquor, 1'onda, come un servo, come uno scniavo.— 
8olidos ecc. si e consolidata per servirlo. 

v. 84. Sed quid e<jo haec autem. Modo Virgiliauo, Aen. n, 101. 

v. 87. abdita lethi, la solitudine della morte. 

v. 88, trante profundo immer8um, dal fondo del nero abisso, 

dove tu eri Bepolto. — ceu proximus, come so tu fossi vicino. 

vv. UU-93. quaetam ecc. qual si vicina Cariddi riunisce dunque di (anto 



126 PRUDENZIO 

In praeceps dejecta chao, latebrosus et ille 

Amnis inexpletis volvens incendia ripis? 

Ante fores tumuli, quas saxa immania duro 95 

Objice damnarant, scopulis substructa cavatis, 

Stat Dominus, nomenque ciet frigentis amici. 

Kec mora, funereus revolutis rupibus horror 

Evomit exsequias gradiente cadavere vivas. 

Solvite jam laetae redolentia vincla sorores, 100 

Solus odor sparsi spiramen aromatis efflat, 

Kec de corporeo nidorem sordida tabo 

Aura refert, oculos sanie stillante solutos 

Pristinus in speculum decor excitat, et putrefactas 

Tincta rubore genas paulatim purpura vestit. 105 

Quis potuit fluidis animam suffundere membris? 

al soggiorno dei viventi {superis) il regno dei morti ? Cioe, qual e lo sco- 
glio, il luogo vicino al regno dei morti si che Cristo puo far udire a Laz- 
zaro la sua voce, onde lo richiama al regno dei viventi ? — I golfi di 
Scilla e Cariddi nel Faro di Messina sonp pericolosissimi ai navi- 
ganti. E noto 1'adagio : u Incidit in Scyllam, cupiens vitare Charybdim.,, 
Pare che il P. faccia allusione a quel di Virgilio {Aen. m, 684 e 685): 

Scyllam atque Charybdim 

Inter utramque viam, leti discrimine parvo. 

— Taenara. II Tenaro, oggi capo Matapan. Credeano i pasani che ivi 
fosse la bocca deirinferno, per una caverna che eravi profondissima. 
Virgilio {Georg. iv, 467): Taenarias fauces alta ostia Ditis. E fu detto per 
lo stesso inferno, come in Orazio (Od. i, 34, 10): u invisi horrida Taenari 
sedes. „ — chao, voragine. 

v. 94. Amnis. Cocito. II P. rammenta in questo luogo con ironia le 
vecchie favole del Paganesimo, ed in ispecie quel di Virgilio (Aen. vi, 
26 e seg.): 

Facilis descensus Averno : 

Sed revocare gradum, superasque evadere ad auras, 
Hoc opus, hic labor est. 

Tenent media omnia sylvae, 

Cocytusque sinu labens circumvenit atro. 

— inexpletis. Sta per tt insatiabilibus „ epiteto proprio dell'inferno. — 
incewlia, ignes. 

v. 96. damnarant, clauserant. — sabstructa. Altri leggono substracta, o 
subtracta : tagliata. 

v. 97. ciet, vocat ; come in Virgilio, osserva il Chamillard : aere ciere 
viros. — frir/entis, ghiacciato dalla morte. 

vv. 98 e 99. funereus liorror, 1'orrore del sepolgro. — exequias, spoglie, 
avanzi. 

v. 100. sorores. Maria e Marta, sorelle di Lazzaro. 

v. 101. solus ecc. Un solo odore si diffonde, quello d'aromatico pro- 
fumo. 

v. 104. Pristinus in speculum decor excitat. u Ex vero simili, cosi 1'Arevalo, 
refert Poeta, Lazarum speculo pristinum decorem vidisse ; uisi malis 
ita explicare, oculos iterum vitae redditos fuisse, et in morem speculi 
lucidos. B 

v. 195. et putrefactas Tincta rubore... purpura vestit, invece di dire : ge- 
nae putrefact.ae tinctae paulatim rubore vestiuntur purpura. 

v. 100. Jluidis... membris, membra decomposte, disciolte. 



PRUDENZIO I-" 

Ximirum qui membra dedit, qui fictilia ulvae 
Perflavit venam madidam, cui tabida gleba 
Traxit sanguineos infecto humore colores. 

rnors, auditis jam mitis legibus ! o mors, 110 

Surda prius, jam docta sequi quodcumque juberis, 
Cui tantum de te licuit? Convicta fatere, 
Ssse Deum, solus qui me tibi praeripit, Jesum. 
Abde negatores Christi, nemo invidet, abde ; 
Utere sorte tua, blasphemis nocte tenendis 115 

Perpetua : plebem justorum capta resolve, 
Qui norunt hominem atque Deum sic dicere Christum, 
Ut verus summusque Deus mortalia gestet. 
Ipse gerit, quod struxit opus : nec ferre pudescit 
Factor quod peperit : corpus loquor atque animae vim : 120 
Finxerat hoc digitis, animam sufflaverat ore. 
Totum hominem Deus assumit, quia totus ab ipso est, 
Et totum redimit quem sumpserat, omne reducens 
Quidquid homo est: istud tumuiis, ast illud abysso. 



vv. 107-109. Xim>'rum ecc. Di certo sol Colui che formo le membra 
umane, che nelle vene di un po' di argilla fe' scorrer sangue, in virtu 
del Quale (cui) il fango (tabida gleba) pote abbellirsi (traxit) di vcrmigli 
colori (sanguineos colores) cOl lavorio degl'intromessi umori (infecio hu- 
more). Nel senso proprio, osserva il Clement, idu« e erba paludosa, e 
nel traslato, loto, fango. — infecto humore, e quanto tt sanguine penitus 
immisso „ quasi tt intus facto. „ Se ne hanno esempi analoghi in Vir- 
gilio ed in altri Poeti. 

V. 110. awlitisjam mitis legibus, si docile alle leggi che ti sono imposte : 
»i docile ai suoi comandi. 

v. 111. quodcumque juberis, tutfi suoi ordini. Altri leggono diversa- 
mente : " quacumque juberis, quaegumque jubentur,, quodcumque ju- 
betur ecc. „ 

v. 112. Cui... licuit. Emistichio virgiliano : chi e colui che ha su di te 
tanto potere? (Aen. vi). 

uc. 115 e 116. Utere sorte tua. Ancor questa e frase virgiliana (Aen. xn). 
— bhisphemis... perpetua. Come apposizione, che spiega la voce sorte: 
Usa de' tuoi dritti, fa cioe che i bestemmiatori siano imprigionati fra 
f-terne tenebre. — capta tt mors capta a Christo „ schiava di Cristo, 
.-ottomessa al potere di Cristo. — resolve, rendi la liberta. 

v. 120. animae vim. Espressione poetica , anima. Di modi simili ve- 
demmo altrove ne' classici. 

v. 121. Finxerat. II corpo, opera delle sue mani ; 1'anima, soffio della 
Bna bocca. 

v. 124. istud, cioe il corpo. — illud, cioe 1'anima. — abt/sso, sede dt-lle 
anime dopo niorte. 



{28 PRUDENZIO 

XV. 

I supremi destini. 

Omnibus una subest natura; sed exitus omnes 
Non unus peragit, placitorum segrege forma. 
Haud secus, ac si olim per sudum lactea forte 
Lapsa columbarum nubes descendat in arvum 
Ruris frugiferi, laqueos ubi callidus auceps 5 

Praetendit, lentoque illevit vimina visco, 
Sparsit et insidias siliquis vel farre doloso. 
Illiciunt alias fallentia grana, gulamque 
Innectunt avidam tortae retinacula setae , 
Molle vel implicitas gluten circumligat alas : 10 

XV. Questo passaggio fu estratto dall' Amartigenia (vv. 802-858 e 
931-951) altro poema di Prudenzio (da auapTta, peccato ; e ytvo^Ki, 
nascere); in cui tratta deH'origine del peccato. Dopo di aver rigettato 
il dualismo assurdo, col quale i Marcioniti e i Manichei pretendean ri- 
solvere il problerua dell'origine del rnale, espone con eloquenza il dom- 
ma della liberta umana, e svolge la lunga catena de' rnalanni, che il 
peccato trae dietro di se. II Giselino ammira in questo poema la erudi- 
zione, la facondia, 1'eleganza del nostro Poeta: u Materiam difficillimam 
intricatissimamque de fato ac libera voluntate mirum quauta verbo- 
rum et sententiarum dignitate ac mole pertractet, ipsis rhetorum flo- 
sculis bellissime omnia referciens; adeo ut ex solo hoc poematio quis 
facile conjecerit, in quovis illum scientiae ac litterarum genere excel- 
luisse. „ In questo, come nell'altro poema delYApoteosi, egli sa con il 
solletico delTironia, con lo splendore delle comparazioui, con la copia 
delle immagini, con la foga de' movimenti, togliere alla discussione 
ogni sorta monotonia. Le verita piu astratte sono afferrate e rese con 
una forza, che pare improntata a Lucrezio, e ricorda il linguaggio del- 
1'antico poeta filosofo di Roma; d'altra parte, a cagion del pensiero cri- 
stiano, che domina in tutto il Poema, e' ti pare d'esser trasportato in 
quel Paradiso di Dante, dove il P. incoraggiato dalla presenza di Bea- 
trice, osera d'agitare le piii ardue quistioni di Teologia (Ozanam, Civi- 
lisation ecc, lez. 18). „ 

Col passaggio che qui riportiamo, Prudenzio chiude il suo poema de- 
scrivendoci da prima, sotto un'immagine che richiama a mente le gra- 
ziose similitudini delTAlighieri, gli ultimi destini dell'anima nostra, se- 
condo che ella seppe resistere, o non, alle perfide lusiughe dei sensi. 
Poi segue una descrizione del cielo e deirinferno, dove i diversi destini 
si compiranno; e infine una preghiera oommoventissima, nella quale 
scongiura il Cristo Salvatore, questo Giudice sovrano, il cui pensiero lo 
fa temere insieme e sperare, di voler dimenticare i suoi peccati, e difen- 
derlo nell' ora estrema contro le implacabili rivendicazioni del de- 
monio. 

v. 2. placitorutn... forma, a cagion della diversita de' loro sentimenti, 
delle loro opere, perche non tutti hanno la stessa volonta. 

v. 3. per 8udu*n\ pel ciel screno. Propriamente il sereno che torna dopo 
la pioggia. Composto da se persine, e itdus, quasi 8%ne udo. 



PRUDENZIO 120 

Ast aliae, quas nullus amor prolectat edendi, 
Gressibus innocuis sterili spatiantur in herba, 
Suspectamque cavent oculos convertere ad escam. 
Mox ubi jam coelo revolandum, pars petit aethram 
Liberam sideream, plaudens super aera pennis: 15 

Pars captiva jacet, laceris et saucia plumis 
Pugnat humi, et volucres nequidquam suspicit auras. 
Sic animas coeli de fontibus unicoloras 
Infflndit natura solo : sed suavibus istic 
Devinctae illecebris retinentur, et aethera paucae 20 
Conscendunt reduces: multas viscosus inescat 
Pastus, et ad superas percurrere non sinit aurast 

Praescius inde Pater liventia tartara plumbo 
Incendit liquido, piceasque bitumine fossas 
Infernalis aquae, furvo suffodit Averno, 25 

Et Phlegethonteo sub gurgite sanxit edaces 
Perpetuis scelerum poenis inolescere vermes. 
ISorat enim flatu ex proprio vegetamen inesse 
Corporibus nostris, animamque ex ore perenni 
Formatam non posse mori : non posse vicissim 30 

Pollutam vitiis rursum ad convexa reverti, 
Mersandam penitus puteo ferventis abyssi. 
Vermibus et flammis, et discruciatibus aevurn 



v. 12. Gressibus innocuis, con sicurezza, illesc. — sterili in herba, sulle 
aride zolle. 

v. 14. revolandum. Sott. est. 
v. 16. laceris... ferita, con l'ali rotte. 

v. 17. Pugnat humi, si dibatte per terra. — volu res auras, 1'aerea sua 
dimora. 

rv. 18 e 19. unicoloras, pure, imncacolate, egualmente pure, immaco- 
late. Altri leggono unicolores.— natura, cioe * natura divinitatis „ Iddio. 
— solo, sulla terra, ne' corpi. 

v. 22. superas... auras, regioni del cielo. 

v. 23. Praescius inde Pater. Indi e che il Padre, il quale tutto prevede. 
v. 26. Phlegethonteo, di Flegetonte, fiume dell'inferno che corre onde 
di fuoco (da m^gyg^ci), brucio, ardo). 

v. 27. vermes. Del verme de' dannati paiia Isaia, capo lxvi, S. Marco, 
IX, 43, 45 e 47. 

j. 28. flatu... inesse, che vi ha nel nostro corpo una vita che il suo sof- 
flo ha creato. Vegetamen e parola formata dal P , e vale principio di vita, 
forza vitale. 

v. 29. ex ore perenni, dalla bocca dell'Eterno. 

v. 31. ad conrexa. Convexa coeli, e anche sempl. convexa, e la volta del 
Cielo, il Cielo. Virg. Aen. iv, 451. 

v. 33. discruciatibus, tormenti crudeli. — aevum. durata. 

Carmina — II. 9 



PRCBENZIO 

Inim:. aaio ne poena periret, 

I>on pereunte anima. Carpunt tormenta. foventque 35 
— 5ine finc l&tam: mors deserit ipsa 
-.'nos geinitus, et flentes vive: e : _ '. 
At diversa procul regionibus in paradisi 
7 i lemia constituit majestas gnara futuri 
Spiritibus puris, et ab omni labe remotis, 

tque Gomorrhaeas non respexere ruinas : 
Aversis sed rite oculis, post terga tenebras 
Liquerunt, miseri properanda pericula mundi. 
Ac primum facili referuntur ad astra volatu, 

- duens anima structum vegetaverat Adam. 45 

... quia naturam tenuem declivia vitae 
Pon t non reprimunt, nec tardat ferrea compes, 
rtum celeri relegens secat aera lapsu, 

:. ie polum fervens scintiiia remensum, 
Carcereos exosa situs, quibus haeserat exul. 50 

Func . =:_iminio redeuntem suscipit alto 
Cana Fides gremio, tenerisque oblectat alumnam 
Beliciis, multos post diversoria carnis 
Ore renarrantem querulo, quos passa, labores. 
Illic purpureo latus exporrecta cubili, 55 

Floribus aeternis spirantes libat odores, 
Ambrosiumque bibit roseo de gramine rorem... 



sh sine fine datam. L'anima, sostanza immortale. 
11 - ■ ' le rovme di G-omorra. lletom, i ."... 

-_:, carnali. Gomorfa, eitta della Pentapoli, distmtta per le sne 
d_ : " - - 
. | -■iranda. Epessegesi ardica, per * fugienda properando, cele- 

riter fugienda. „ Altri han letto | r :_: t r ■ . U 

16 Unde fluens ecc. Ond _ima che animo il corpo d'A- 

dam: :_ la finale lnnga, per la doppia consonante che segne 

nel p. La quale licenza e autorizzata dal- 

i I o che ha dimostrato ii Quicherafc 

Bfam htHme. 

■ ram tenuem, 1'anima. — declicia vitae pondera, il grave far- 

dello della vita. 

. :».3, al ritorno. — eeleri... lapsu, con rapid: 
I9U ; wm) ed oli _1 fer- 

- .intilia gli spazi del cielo pjlum). Chiama l'ani__ - yitilla, 

non nel senso dei Gentili _.lo_on, che credeano ignea la natura della- 
nima, ma per quell'analogia, o similitudine che si suole desumere dalle 
.ili, per far intendere in qualche modo le spirituaii, 
v. 51. pcstliminio. Sott. «c, dall'esiglio. 

vc. \ n£_ car*ii, durante il suo terreno pellegrinaggio. 

■ jfm — ..-'..-- r.posando. 



PRUBENZH) 131 

De^ cnnctiparens, animae dator, o Dee Christe, 
Cujus ab ore Deus subsistit Spiritus Q 
Te moderante regor, te vitam principe duco: 60 

Judice te pallens trepido, te judice eodem 
Spem capio, fore, quidquid ago, veniabile apud te, 
Quamlibet indignum venia faciamque loquarque. 
Confiteor (dimitte libens. et parce fatenl 
Omne malum merui: sed tu bonus arbiter anfer 
Quod merui : meliora favens Largire precanti. 
Dona animae quandoque meae. cum corporis hujus 
Liquerit hospitium, nervis, cute. sanguine. felle, 
Ossibus extructum, corrupta qucd incola luxu. 
Heu ! nimium complexa fovet : cum flebilia hora 
Clauserit hos orbes, et conclamata jacebit 
Materies, oculisque suis mens nuda fruetur: 
Ese cernat truculentum aliquem de gente latronum, 
Immitem. rabidum, vultuque et xoce minaci 
Terribilem : qui me maculosum aspergine morum 75 
In praeceps, ut praedo, trahat, nigrisque ruentem 
Immergat specubus, cuncta exacturus. adusque 
Irantem minimum, damnosae debita vitae... 

r. 58. De>:. II Sanzio sostiene che il vero vocativo di Deua non e altro 
che Dee ; e dicendo noi Deus, al vocativo, faeciaino nn greeisrno. Intanto 
,.:ivo !'■-■ e innsitato, e biscgna dire Deus. II Sanzio stesso avra 
scritto o parlato secondo quesfuso. — t v.uire. creatore di 

tutte le oose. Vedi Fose. i, pag. 30, w. 23 e 24. — o .. . .r.:tore 

deH'anima mia. 

p. 59. Deus... Spirilus u.nus, lo Spirito Santo, Dio insieme con te. 

v. 63. Quawlibet. per quanto. — in . . --.:- — 3ot1 

v. 67. quanJoquc, aliquando. 

99. 09 e 70. corrupta .. foret, cha essa abita corrornpendosi. awolta 
ne' legarni funesti della volutta: ovvero: cui essa abitando . conotta 
dal iuBSO, ahi ! troppo a se lo stringe ed arna. 

r. 71 i miei occhi. — conrl.imaia... il rnio corpo 

sara sepolto tra i lamenti ed il pianto. 

9. 75. maculosuni... morum. macchiato dal fango dei miei peccati. 

rr. 77 b 78. arfusque qua.lr. m, sino airultimo quattrino 

Locuzione biblic*. 



132 PRUDENZIO 



XVI. 



Combattiniento 
deirincontinenza e della Temperanza. 

Venerat occiduis mundi de finibus hostis 
Luxuria, extinctae jam dudum prodiga famae, 
Delibuta comas> oculis vaga, languida voce, 
Perdita deliciis : vitae cui causa voluptas, 
Elumbem mollire animum, petulanter amoenas 5 

£VI. Estratto dalla Psicomachia (vv. 310-453), o Combattimento delVanima 
(da il/uyyj, anirna; e u.v.yj), pugna), poema eroico-rnorale, o epicodida- 
scalico, nel quale Prudenzio, sotto il velo d'una continuata allegoria, ci 
pone sotto gli occhi la lotta del bene e del rnale, delle virtu e dei vizi 
nel cuore dell' uoino, affin di dare norma ed esempio al ben vivere, 
e convertire gli uomini del suo secolo dalla idolatria e dallo scisma 
alla fede e religione cristiana. A chi avesse a leggerlo, consigliamo con 
1'Arevalo di farne il riscontro con 1'aureo libro di Lorenzo Scupoli u II 
Combattimento spirituale „ e con i due spagnuoli tt Una Lucha y Com- 
bate del alma con sos afectos desordenatos fl di Ludovico de Vera, e 
a De la Perfeccion de la vida christiana „ di G-iovanni de Costaniza, i 
quali autori attinsero certamente e pel disegno e per la esposizion del- 
1'opera a questa tutta originale del nostro Poeta. u Questa, cosi 1'Anni- 
balli che ne die' la traduzione in ottava rima, e una delle piii nobili e 
piu lodate opere del nostro Poeta: grande e il soggetto, proprii e degni 
i caratteri, elettissimi gli episodii, eloquenti i parlati, armoniosi e fluidi 
i versi, le sentenze gravi, animati i concetti, elegante lo stile. fl Alcimo 
Avito, reputato dottissimo fra i poeti dell'eta sua, nel suo carme de Laude 
Virginitatis , v. 365: 

At tu, Virgo Dei, sanctis quam moribus ornant 

Hinc Pudor, inde Fides, internis fortior armis 

Bella geris 

Hae virtutis opes, haec sunt solatia belli 

Quae prudenti olim cecinit Prudentius ore. 
vv. 1 e 2. occiduis mundi de finibus. Secondo il G-iselino, dalla Spagna e 
dallWfrica, a causa della gran copia di oro, di argento, di lane, di aromi 
e di altre cose, fomiti d' incontinenza, per cui esse, specie la Spagna, fu- 
rono oltremodo celebri.Ma, a giudizio dell'Arevalo,gli e assai piu proba- 
bile che il P. intenda parlare di tutto 1'Occidente, in quanto questa parte 
del mondo dalTOrientale distinguesi. Imperocche, il lusso, 1'iuconti- 
nenza era di quei tempi maggiore nell'Occidente che nelFOriente (Vedi 
Sulpicio nella vita di S. Martino). E quindi, siccome 1'impero romano 
era allora diviso in due, orientale ed occidentale, e venivano frequen- 
temente sotto i medesimi nomi d'Oriente ed Occidente designati, Pru- 
denzio avra voluto indicare 1'impero occidentale, e Roma sopra tutto, 
dove, piu che altrove, la licenza e la corruzione abbondava. — extincfae... t 
prodiga, millantatrice di una rinomanza da un pezzo perduta. Perduta, 
cioe per opera di Cristo. In Tacito (Annal. x\): u Infamiae apud prodi- 
gos novissima voluptas est. „ 
v. 3. Delibufa. E fatta lunga la seconda sillaba, in grazia dd metro. 
vv. 4 e 5. vitae, cui... Elumbem ecc, sua vita e la volutta, slomuare ed 
ammollire la forza della vita umana ecc. u Causa vitae o vivendi, av- 



prudenzio 133 

Haurire illecebras, et fractos solvere sensus. 

At tunc pervigilem ructabat marcida coenam : 

Sub hicem quia forte jacens ad fercula raucos 

Audierat lituos, atque inde tepentia linquens 

Pocula, lapsanti per vina et balsama gressu, 10 

Ebria calcatis ad bellum floribus ibat. 

Non tamen illa pedes, sed curru invecta venustc 

Saucia mirantum capiebat corda virorum. 

nova pugnandi species ! Non ales arundo 

Nervo pulsa fugit, nec stridula lancea torto 15 

Emicat amento, frameam nec dextra minatur: 

Sed violas lasciva jacit, foliisque rosarum 

Dimicat, et calathos inimica per agmina fundit : 

inde eblanditis virtutibus, halitus illex 

Inspirat tenerum labefacta per ossa venenum, 20 

Et male dulcis odor domat ora, et pectora, et arma, 

Ferratosque toros oblito robore mulcet. 

Dejiciunt animos, ceu victi, et spicuia ponunt 

Turpiter, heu ! dextris languentibus obstupefacti, 

Dum currum varia gemmarum luce micantem 25 

Mirantur, dum bracteolis crepitantia lora, 

Et solido ex auro pretiosi ponderis axem 

Defixis inhiant obtutibus, et radiorum 

Argento albentem seriem, quam summa rotarum 

Flexura electri pallentis continet orbe. 30 

verte Arevalo, solent dici virtutes. Juven. (Sctt. S, v. 84): Et propter m"- 
tam, vivendi perdere causns. Ratione contraria, luxuriosis vitae causa 
est voluptas. „ 

v. 8. 8ub lucem, sul far del di. 

v. 10. lapsanti... gressu, col pie vacillante, per cagion del vino e dei 
profumi. La sala del convito veniva cosparsa di fiori e di balsamo, e di 
altri unguenti odorosi. 

v. 12. pedes, a piedi, camminando a piedi. 

rr. 14-16. arundo, per sined., la saetta, la freccia, come in Yirgilio [Aen. 
iv, 73): letalis arundo. — Xervo, la corda delTarco. — stridida lancea, gia- 
vellotto. — torto amento, dal nervo o fune teso. II giavellotto Bcagliavasi 
per lo piu con mano, e talvolta con coreggia o fune. 

V. 19. eblanditis virtutibus, ammollito, snervato il coraggio. — hcditv.s 
illex, il buo alito lusinghiero. 

U. male dulcis odor, i suoi amari profumi. Male ha qui forza priva- 
tiva, come nel statio malefida carina di Yirgilio, nel maU vaJidu8 tilius di 
Orazio, ecc. 

82. Ferratosque... Seduce i guerrieri coperti di forro, e fa loro di- 
menticaro il corsggio. Torus dicesi delle parti del corpo muscolari, spe- 
cie nelle braccia, indicanti forza, robustezza. 
v. 23. currum. Jl cocchio dolla incontinenza. 



134 PRUDEXZIO 

Et jam cuncta acies in deditionis amorem 
Sponte sua versis transibat perfida signis, 
Luxuriae servire volens, dominaeque fluentis 
Jura pati, et laxa ganeorum lege teneri. 

Ingemuit tam triste nefas fortissima virtus, 35 

Sobrietas, dextro socios decedere cornu, 
Invictamque manum quondam sine caede perire. 
Vexillum sublime crucis, quod in agmine primo 
Dux bona praetulerat, defixa cuspide sistit, 
Instauratque levem dictis mordacibus alam, 40 

Extimulans animos, nunc probris, nunc prece mixta: 
Quis furor insanas agitat caligine mentes? 
Quo ruitis? cui colla datis? quae vincula tandem, 
Proh pudor ! armigeris amor est perferre lacertis, 
Lilia luteolis interlucentia sertis, 45 

Et ferrugineo vernantes flore coronas? 
His placet assuetas bello jam tradere palmas 
Nexibus? his rigidas nodis innectier ulnas? 
Ut mitra caesariem cohibens aurata virilem 
Combibat infusum croceo religamine nardum, 50 

Post inscripta oleo frontis signacula, per quae 
Unguentum regale datum est, et chrisma perenne: 
Ut tener incessus vestigia syrmate verrat, 

vv. 31 e 32. Et jam. Senso: " Et jara cuncta acies versis signis (depo- 
nendo il loro vessillo) ad deditionem transit. „ 

vv. 33 e 34. dominaeque fluentis juva pali, obbedire al comando delia 
imbelle, della molle signora. — et laxa... ed esser retta dalle leggi sen- 
suali del piacere. 

v. 36. dextro ecc. al veder disertare 1'ala dritta del suo esercito. 

v. 37. sine caede, senza combattere. 

v. 39. defixa cuspide sistit.... arresta e pianta a terra il sublime vessiilo 
della croce, 

v. 40. levem. leggicra, incostante. 

v. 44. armigeris laccrtis, braccia fatte per le armi. 

v. 46. ferrugineo, purpureo. 

v. 48. innectier, paragoge, pcr inneali. 

v. 50. religamino. Lo Stesso clic reticulo, fascia o cappclletto ad uso di 
rete, con cui le donnc e gli nomini galanti e molli cingevano i loro lun- 
ghi capelli. Giovenale (Sat. 2): u Reticulumque comis auratum ingen- 
tibus impleDt. „ — narduni. Ungucnto fatto con nardo. 

w. 51 e 52. Post ecc. Allude al Sacraraento della Cresima: Dopo cbe 
sulla vostra fronte imprimendo il segno della croce, 1'olio santo vi ha 
con unzionc reale consacrato per 1'eternita. 

v. 53. Ut tener ecc. Accenna al lusso delle vesti. S. Cipriano similmente: 
a Paludamentis talaribus pavimcnta verrentcs.^— vestigia, per solum,pa* 
vimentum. 



PRUDEXZIO 135 

Sericaque infractis fluitent ut pallia membris, 

Post immortalem tunicam, quam pollice docto 55 

Texuit alma Fidos, dans impenetrabile tegmen 

Pectoribus lotis, dederat quibus ipsa renasci. 

Inde ad nocturnas epulas, ubi cantharus ingens 

Despuit effusi spumantia damna Falerni, 

In mensam cyatbis stillantibus, uda ubi multo 60 

Fulcra mero, veterique toreumata rore rigantur? 

Excidit ergo animis eremi sitis, excidit ille 

Fons patribus de rupe datus, quem mystica virga 

Elicuit, scissi salientem vertice saxi ? 

Angelicusne cibus, prima in tentoria nostris G5 

Fluxit avis: quem nunc sero felicior aevo 

Vespertinus edit populus de corpore Christi? 

His vos imbutos dapibus jam crapula turpis 

Luxuriae ad madidum rapit importuna lupanar: 

Quosque viros non ira fremens, non idola bello 70 

v. 54. infractis, molli, effeminati. 

vv. 55 e 56. Post ecc. Accenna al sacramento del Battesimo. 
v. 61. Fulcra, letti. — toreumata, vasi cescllati, torniti. — rore, liquori, 
vini. Questo luogo di Prudonzio fu imitato da Salviano [lib. iv, adversus 
Avaritiam): ■ Natant tricliniorum pavimenta vino; falerno nobili lutum 
faciunt, mensae corum ac toreumata mero jugiter madent, semper uda 
sunt. „ 

v. 62. Excidit ergo animis, dimenticaste dunoue. — II P. lia fatto breve 
la seconda sillaba di eremus, ch'e lunga. Vedi Esodo xvi e xvn. 

vv. 65-67. prima in tentoria... avis, attorno alle tende de' nostri avi. — 
quem ecc. e che oggi piii felice, un popolo novello raccoglie, nella sera 
dei tempi, nutrendosi del corpo di Cristo. Di cotesta simiglianza dcl 
pane eucaristico con la manna spesso han fatto menzione i SS. Padri. 
Secondo il Fabricio, e mirabilmente detto dal P.: vespertinus populuS, ad 
indicare il popolo cristiano.tporche con la voce vespera spesso la sacra 
Scrittura accenna a Cristo, al suo Avvento, e alla settima eta del mondo. 
(Vedi pag. 22, v. 9). II Peverato stima che il P. dioa vespertinus, facendo 
allusione all'ora tarda, dopo l'ora nona e verso sera, che il popolo mau- 
gio del corpo di Cristo, quando cioe avvenne il miracolo della moltipli- 
cazione dei pani nel deserto. 

vv. 68 e 69. TJls vos occ. Nudriti di questo sacro cibo, la turpe Inconti- 
nenza sfrenata, ubbriaca vi trascina nei piu immondi ridotti. 

v. 70. non idolrt bello. Anche Sedulio fece breve la seconda &'idolu8 s di 
natura lunga. Cio fecero per accomodarsi alTuso invalso a' loro tempi. 
Asooltisi il Gorini: u Suole Prudenzio, in dispetto dolretimologia greca, 
far breve la seconda sillaba di questa parola. Egli usa d'una licenza 
analoga a quella con cui furon da lui adoprato altre voci tirato dal 
greco, come Chalredon, daemon, eremus, haeresis, Lacedaemon, mathesis, 
phrenesis, poesis, sphaera ecc. Prima di fargliene un dolitto, e di portare 
sopra i su<>i Bcritti irnvorentemente la mano, gli editori del Rinasci- 
mento avrebbero dovuto correggere tutti i capoHaTori dei olassici; p' 1 - 
rocche anche in Virgilio troviam le voci: Jonio, Sithonius, A 

grabatum t Aenea4ae;ihOr*zlo: orichalco, ptisana ; ip Uvidio: Ori na; 



136 PRUDENZIO 

Cedere compulerant, saltatrix ebria flexit. 

State, preeor, vestri memores, memores quoque ChristL 

Quae sit vestra tribus, quae gloria, quis Deus, et rex, 

Quis dominus. Meminisse decet : vos nobile Judae 

Germen ad usque Dei genitricem, qua Deus ipse 75 

Natus homo, procerum venistis sanguine longo. 

Excitet egregias mentes celeberrima David 

Grloria, continuis bellorum exercita curis. 

Excitet et Sarnuel, spolium qui divite ab hoste 

Attrectare vetat, nec victum vivere regem 80 

Jncircumcisum patitur : ne praeda superstes 

Victorem placidum recidiva in proelia poscat, 

Parcere jam capto crimen putat ille tyranno : 

At vobis contra, vinci et succumbere votum est. 

Poeniteat, per si qua movet reverentia summi 85 

Numinis, hoc tam dulce malum voluisse nefanda 

Proditione sequi : sLpoenitet, haud nocet error. 

Poenituj.t Jonathan jejunia sobria dulci 

Conviolasse favo sumto, mellisque sapore, 

Heu, male gustato, regni dum blanda voiuptas 90 

Oblectat juvenem, jurataque sacra resolvit. 

Sed quia poenituit, nec sors lacrymabilis illa est, 

Nec tingit patrias sententia saeva secures. 

En ego Sobrietas, si conspirare paratis, 



in Catullo: crepida eplatea; in Tibullo: chorea ; e in generale, in tutt' f 
poeti latini: hepar, pater, mater, tutte usate contrariamente alle .'eggi 
deiretimolqgia. Non e retimoiogia, ma l'uso quello che forma la supreina 
legge del linguaggio. Che noi umanisti del xvi o del xix secolo adot- 
tiamo come tipo invariabile della nostra latinita le opere del tale 
scrittore della tale epoca, sta bene: la lingua latina e unalingua morta; 
la morte le ha improntato il suggello dell'immobilita. Ma non bisogna 
dimenticare che per i nostri scrittori, la lingua latina era vivente, vale 
a dire, soggetta alle variazioni inerenti alla sua vita. Se essi avessero 
parlato la lingua diCicerone, o di Virgilio, avrebbero fatto un'opera da 
erudito, buona ad esser riposta nelle biblioteche o nei musei ; ma que- 
sto non fu mai il loro pensiere, questb non e il compito del genio. „ 

v. 76. procerum sanguhie longo, dal sangue di lunga successione di re. 

v. 80. regem. Il re Agag. Vedi I. Reg. cap. xv. 

v. 85. per si qua ecc. Maniera ellittica: " per reverentiam oro, juro, si 
qua reverentia ecc. fl 

v. 86. dulce malum, un male seducente. 

v. 88. Poenituit Jonathan, ecc. Vedi I. Reg. xiv. 

v. 90. regni. Cioe del rcgno dei Filistei. 

v. 91. jurataque ecc, e ruppe, violo il giuramento di Saul. 

v. 94. si conspirare ixiratis, se siete pronti a mettervi d*accordo, a 
unirvi insicme con me. 



PRUDENZIO 137 

Pando viam cunctis virtutibus, ut malesuada 95 

Luxuries, multo stipata satellite, poenas 
Cum legione sua Christo sub judice pendat. 

Sic effata, crucem Domini ferventibus offert 
Obvia quadrigis, lignum venerabile in ipsos 
Intentans- frenos : quod ut expavere feroces 100 

Cornibus oppansis et summa fronte coruscum, 
Vertunt praecipitem caeca formidine fusi 
Per praerupta fugam : «fertur resupina reductis 
Nequicquam loris auriga, comamque madentem 
Pulvere foedat humi : tunc et vertigo rotarum 105 

Implicat excussam dominam : nam prona sub axem 
Labitur, et lacero tardat suffiamine currum. 
Addit Sobrietas vulnus letale jacenti, 
Conjiciens silicem rupis de parte molarem. 
Hunc vexilliferae, quoniam fors obtulit, ictum 110 

Spicula nulla manu, sed belli insigne gerenti 
Casus agit saxum, medii spiramen ut oris 
Frangeret, et recavo misceret labra palato. 
Dentibus introrsum resolutis, lingua retectam 
Dilaniata gulam, frustis cum sanguinis implet. 115 

v. 96. niulto stipata satellite, circondata, scortata da soldati senza nu- 
mero. — poenas... pendat, paghi il fio. 

vv. 99-101. quadrigis. Alle quadrighe dell'incontinenza, — frenos. Fre 
nam o froenum, alPaccus. plurale fa anche frenos. Fu talora dai poet 
adoperato a significare il cavallo. — feroces, i cavalli. Spaventati i ca 
valli al vedere la croce folgorar nelle distese sue braccia, e nella su 
blime sua fronte... — Invece di quod ut expavere... coruscum, leggesi an 
cora : u quod ut expavere coruscum Cornibus oppansis et summa fronte 
renitens. „ 

v. 105. Pulverefoedat humi. Pare ad imitazione di Ovidio (Met. vin) : 
Pulvere canitiem genitor. vultusque seniles 
Foedat humi fusus. 
v. 107. suffiamine. Propriamente scarpa, cioe quel ferro adattato sotto 
le ruote, perche non girino precipitosamente alla scesa. Ma si prende 
anche per qualunque impedimento o impaccio; onde il Teolio intende 
qui il corpo stesso dell' Incontinenza, implicato nelle ruote del suo 
carro. 
r. 109. silicem ecc v una pietra enorme, avanzo, scaglia d'una roccia. 
vv. 110-113. Hunc ecc. Costr. Casus, quoniam fors obtulit, ayit hunc 8€h 
xum vexilliferae (alla Vessillifera, cioe alla Temperanza che portava il 
llo della croce) gerenti spicula nulla tnanu, aed insigne belli, ut iceret 
illud ita (ictum), ut frangeret ecc. — medii spiramen oris, 1'organo della 
respirazione dentro la bocca. — et recavo... e da ricacciar le labbra sino 
al fondo della gola. 

w. 111 e 115. retpctam. Cosi ieggerebbe Arevalo invece di rest 
perche, egli dice, * non satis intelligitnr cur ^.nila resecta. - Altri legga 
r*fectam.—frustis rum ecc. riempie di grumi di Bftngue, di tggrumat 

Carmina — II. j* 



138 PRUDENZIO 

Insolitis dapibus crudescit guttur, et ossa 
Colliquefacta vorans revomit, quas hauserat, oflfas. 

Ebibe jam proprium post pocula multa cruoreni, 
Virgo ait increpitans: sint haec tibi fercula tandem 
Tristia, praeteriti nimiis pro dulcibus aevi. 120 

Lascivas vitae illecebras gustatus amarae 
Mortis, et horrifico sapor ultimus asperet haustu. 

Caede ducis dispersa fugit trepidante pavore 
Nugatrix acies. Jocus et Petulantia primi 
Cymbala projiciunt : bellum nam talibus armis 125 

Ludebant, resono meditantes vulnera sistro. 
Dat tergum fugitivus Amor : lita tela veneno, 
Et lapsum ex humeris arcum, pharetramque cadentem 
Pallidus ipse rneru sua post vestigia linquit. 
Pompa ostentatrix vani splendoris, inani 130 

Exuitur nudata peplo ; discissa trahuntur 
Serta Venustatis, collique ac verticis aurum 
Solvitur, et gemmas Discordia dissona turbat. 
Non piget attritis pedibus per acuta fruteta 
Ire Voluptatem: quoniam vis major aceibam 135 

Compellit tolerare fugam : formido pericli 
Praedurat teneras iter ad cruciabile plantas. 
Qua se cunque fugax trepidis fert cursibus agmen, 
Damna jacent, crinalis acus, redimicula, vittae, 
Fibula, flammeolum, strophium, diadema, monile. 140 

gue. II Giselino, nella sna prima edizione di Prudenzio, ha invece: 
frustis et singuhie compleU 

vt. 116 e 117. ossa cotUqwffoetaj le ossa ammaccate, schiacciate. 

r. 122. horrifico haust u, con orribili sorsi. Altri leggono: horrilicos ... 

■'iS. 

rr. 125 e 126. C'j>nbala. Yedi F ). — bellum... bulebant, dilet- 

tavansi della gnerra, esercitavansi alla guerra. — n Ineru, 

cercando, studiandosi di ferire. Giovenale ha meditart — 

Strnmento musicale molto in uso presso gli antichi Egiziani. Consisteva 
in una lamina di bronzo ripiegata in figura ovale, simile alla nostra 
lacchetta, o ragchetta. A traverso della lamina passavano alcune piccole 
verghe dello stesso metallo, ed alle due estremita di essa era appiccato 
un manubrio, pel quale agitandosi lo strumento, si che i capi delle ver- 
ghette, adunchi a guisa di uncini, urtassero fn essa lamina, ne usciva 
un sonoro tintinnio. Oggidi adoprasi nelle musiche militari, ma e di ac- 
ciaio, di forma triangolare, e battesi con nna verghetta di ferro per far- 
gli render suono. 

r. 127. lita tela veneno, dardi avvelenati. 

r. 139. Damna, cioe &p $ K . — :Us acus, ago da testa, spillo, o spil- 

letto. che serviva a raccogJiere e fermare le rrecce, detto per lo piu 
semplicemente acus. 

v. 140. jiammeolum. Diminut. diflammemm, o flamewm, specie di velo, 
di color di croco. 



PRUDENZIO 130 

His se Sobrietas, et totus Snbrietatis 
Abstinet exuviis miles, damnataque castis 
Scandala proculcat pedibus, nec fronte severos 
Connivente oculos praedarum ad gaudia tiectit. 

XVII. 

Conversione del Senato e del Popolo Romano. 

Exultare patres videas, pulcherrima mundi 
Lumina, conciliumque senum gestire Catonum 

XVTI. Togliamo questo bel tratto dal Poeina eontra Symmachum (Lib. i, 
vv. 515-608). Sirbmaco, figlio di un altro Simmaco, che era stato prefetto 
di Roma, sotto Yalentiniano I, passava per 1'uomo piu eloquente del 
suo secolo: e celebre nella storia per la sua lotta in favore dell'idola- 
tria. L'imperatore Graziano avea fatto rimuovere, nel 357, dall'aula del 
Senato Romano 1'altare della Yittoria. Riniessovi da Giuliano nel 362, 
Yalentiniano I lo lascio stare. Ma Graziano, figlio di Yalentiniano, lo 
fe' toglier di nuovo, confiscando in pari tempo i beni dei templi. le ren- 
dite destinate alla celebrazione dei sacrificii ed al mantenimento dei 
Pontefici, ed abolendo le pensioni ed i privilegii delle Vestali. Di cio 
dispiaciuti i Senatori romani, fecero risentimento, e deputarono a Mi- 
lano Simmaco, per supplicare 1'Imperatore a rivocare il decreto. I Se- 
natori cristiani, ch'erano in gran numero, protestarono in pubblico ed 
in privato di non andare piu al Senato, qualora 1'altare dell'idolo vi 
fosse rialzato ; e il Papa S. Damaso invio a S. Ambrogio una loro sup- 
plica per 1'Imperatore, il quale non ebbe nessun riguardo a quella dei 
pagani, anzi neppur volle ascoltarli. Cio fu nel 382. Morto Graziano, 
Simmaco, divenuto prefetto di Pioma nel 384, fece fare a norne del Se- 
nato de'reclami per i dirifti, di cui era stata spogliata Pantica religione; 
e poi come obbligato dalla sua carica a render conto di cio che accadeva 
a lloma, scrisse intorno ai medesimi una Ptelazione agl'lmperatori Ya- 
lentiniano II, Teodosio ed Arcadio, la quale fu presentata al solo Va- 
lentiniano. S. Ambrogio avutone avviso, scrisse tosto airimperatore, af- 
finche non si lasciasse preoccupar dai pagani, e gli mandasse una copia 
dell»Relazione di Simmaco. Ebbe egli la copia e la confuto vittoriosa- 
mente, e Yalentiniano non presto piu orecchio ai lamenti dci pagani. 
Questi, quattro anni dopo, si indirizzarono a Teodosio, ma invano ; a 
Yalentiniano, nel 392, ed invano. Dopo la morte di questogiovane prin- 
cipe, die' loro ragione il tiranno Eugenio; ma Teodosio, vincitore di Eu- 
genio, e divenuto egli solo signore delFimpero, prese efficaci misure per 
sopprimere il culto degl'idoli, e non si udi parlare piu dellaltare della 
Yittoria sino al regno di Onorio. Simmaco, giovandosi delTentrata dei 
Galli in Italia, rinnovo le sue istanze, ma furouo inutili, e Prudenzio 
Innammato di nobile sdegno, compose contro di lui un poema in due 
libpi canti.con cui die'1'ultimo colpo a quel tentativo di restaurazione 
che reclamava in pieno Senato il vecchio culto degl' idolatri. Conculeet 
n ; Labem, lioma tuis tnferat idrAis. Vedi pag. 4G, vv. 40 e 41. 

Alle considcrazioni-dottrii-ali, che formano il nerbo del dibattimento, 
il P. non manca di aggiungere, come in BUBsidio e conferma, il fatto 
delht . di Roma ; ed in un quadrcrpieno di grandezza, oppone 

ai mestl lamenti dei fautori del paganesimo lo spettacolo di tntta la 
citta che acoorre e si accalca intorno agli altari flei martiri, e da nnal- 
splendido Buflragio della sua i 

i. l. Fideaa. Symmache< 



i 10 PRUDENZIO 

Candidiore toga, niveum pietatis amictum 

Sumere, et exuvias deponere pontificales. 

Jamque ruit, paucis Tarpeja in rupe relictis, 5 

Ad sincera virum penetralia Nazareorum, 

Atque ad apostolicos Evandria curia fontes, 

Anniadum soboles et pignora clara Proborum. 

Fertur enim ante alios- generosus Anicius Urbis 

Illustrasse caput : sic se Roma inclyta jactat. 10 

Quin et Olybriaci generisque et nominis haeres, 

Adjectus fasstis, palmata insignis abolla, 

Martyris ante fores, Bruti submittere fasces 

Ambit, et Ausoniam Christo inclinare securim. 

Tson Paulinorum, non Bassorum dubitavit 15 

Prompta fides dare se Christo, stirpemque superbam 

Gentis patriciae venturo attollere saeclo. 



r. 3. Candidiore toga. Allusione al colore della toga che era il vesti- 
mento distintivo dei cittadini romani, e a quello della veste, che faceasi 
indossare ai novelli battezzati. 

v. 7. Evandr-ia, di Evandro. Chiarna cosi la curia, perche credeasi che 
Evandro fosse il primo a costruirla. Curia evandria sta pel Senato ro- 
mano, essendo la curia quella sala, dov'esso adunavasi. 

v. 8. Anniadum... Proborum. II P. enumera le grandi famiglie di Roma, 
che furon le prime a convertirsi al Cristianesimo. Della cui nobilta par- 
lano Claudiano, Ausonio ed altri. S. Girol. (Ep. ad Demet): u Scilicet 
non mihi Proborum et Olybriorum clara repetenda sunt nomina, et il- 
lustre Anicii sanguinis genus... Aut-proferendus Olybrius, virginis no- 
strae pater, quem immatura mbrte subtractum Roma congemuit. „ 

vl\ 9 e 10. Urbis caput, il Senato. Altri leggerebbe orbis caput. Ma la 
prima lezione esprime assai bene, come si e detto, il Senato. 

v. 11. Quin et. Lo stesso erede della faniiglia e del nome di Olibrio. 
Due furon gli Olibrii ai tempi di Prudenzio, il primo, che fn Prefett^ di 
Roma; il secondo, suo figlio, a cui qui si allude, che fu Console. 

v. 12. Adjectus , iscritto ne' fasti consolari. — pahnata abolla. Veste 
ornata con foglie di palma, che era propria dei trionfanti. II Fabricio 
affernia che Yabolla era la veste dei senatori, corne la toga l'era dei ca- 
valieri, e l'una e 1'altra chiamavansi pahnatae. Anche le vesti dei Con- 
£oli dicevansi paimatae. 

v. 13. Martyris ante fores, dinanzi la soglia del Martire. P;re S. Pietro 
Apostolo. 

r. 15. VauUnorum. Sulpizio Severo, nella vita di S. Martino, dice che 
la conversione di S. Paofino di Nola prodnsse grandissima impressione 
e maraviglia neUe alte sfcre della societa. Egli era discendente di 
nobilissima famiglia romana, innalzato ad altissimi onori , e a quello , 
fra gli altri, del Consolato. Vcdi Fasc. i, pag. 63, v. 60 e pag. 65. Ond'e 
che Prudenzio non esita ad annoverare il suo nome fra quelli de' piu 
illustri dell'aristocrazia romana. — Bassorum. Anicio Basso, coasole nel- 
1'anno 408. Alla sua famiglia apparteneva probabilmente la piaBassnla, 
puocera di Sulpicio Scvero. 

r. 17. venturo adulhre saeclo , nobilitare dinanzi a' segoli futuri , ai 
postcri. 



PRUBENZIO 1 41 

Jam quid plebicolas percurram carmine Gracchos, 

Jure potestatis fultos, et in arce senatus 

Praecipuos, simulacra deum jussisse revelli ? 20 

Cumque suis pariter lictoribus omnipotenti 

Suppliciter Christo se consecrasse regendos? 

Sexcentas numerare domos de sanguine prisco 

Isobilium licet, ad Christi signacula versas, 

Turpis ab"i'dolii vasto emersisse profundo. 25 

Si persona aliqua est, aut si status urbis, in his est. 

, Si formam patriae facit excellentior ordo , 

Hi faciunt, juncta est quoties sententia plebis, 

Atque unum sapiunt plures simul ac potiores. 

Respice ad illustrem, lux est ubi publica, cellam : 30 

Vix pauca invenies gentilibus obsita nugis 

Ingenia, obtritos aegre retinentia cultus, 

Et quibus exaotas placeat servare tenebras, 

Splendentemque die medio non cernere solem. 

Post hincad populum converte oculos: quota pars est 35 

v. 18. Gracchos. Li chiama amauti della plebo, perche i loro maggiori, 
Caio e Tiberio propugnarono la legge agraria in suo favore. II P. qui 
allude a Gracco, parente di Leta, lodata da S. Girolamo nelYEpist. 107: 
■ Ante paucos annos, propinquus vester Graechus nobilitatem patri- 
ciam nomine sonans, cum Praefecturam gereret Urbanam, nonne spe- 
cum Mythrae, et omnia portentuosa simulacra quibus corax, nymphus» 
miles, leo, perses, helios, Bromius initiantur, subvertit, fregit, exussit, 
et his quasi obsidibus ante praemissis, impetravit baptismum Christi?„ 

v. 2-4. Ghrisii signacula, le insegne, gli stendardi di Cristo. 

v. 25. idolii, tempio degl'idoli, paganesimo. Altri legge idoli, ma e con- 
tro la consuetudine del P. che ne fa breve la seconda. Vedi pag.135, v. 70. 
— profando. Poeticamente profundiun, adoperato assolut., prendesi per 
mare, e, per traslato, pelago, abisso, com'e qui. 

v. 26. si persona ecc. Se Koma racchiude qualche nobilta, o dignita, in 
essi appunto risiede. 

vv. 27-29. Siformam. Se 1'ordine piu elivato e quello che rappresenta 
la patria, questi (cioe consoli e senatorij la rappresent^no, sopra tutto 
quando alla loro opinione quella ancora del popolo si aggiunge, e la 
maggioranza dei cittadini piu onorevoli sentono la stessa cosa, pro- 
fessano le stesse credenze. 

v. 30. cellam. Cappella di un tempio, e talora il tempio stesso. Qui sta- 
per curia. II Senato soleva adunarsi nei templi od in altri luoghi sacri. 
( u )uesti ed altri versi di Prudenzio riporto tradotti in versi italiani il 
Valsecchi, nella sua opera La Religione vincitrice, contro Frereto che, 
mosso dalle parole di Simmaco, sosteneva, con costui stare la parte piii 
illustre del Senato. II Yalsecchi lo confuta con 1'autorita di Ambrogio e 
Prudenzio ■ Poeta, cosi argutamente il Valsecchi, ben degno d*essere 
udito ed apprezzato anche da un Segretario perpetuo deH'Aecademia 
reale delle iscrizioni e belle lettere. ,, 

v. 33. exactas tenelran, le tenebre trascorse, antiehe, eioc Le tenebre del 
Payanesimo. 



142 PRUDENZIO 

Quae Jovis infectam sanie non despuat aram? 

Omnis qui celsa scandit coenacula vulgus, 

Quique terit silicem variis discursibus atram, 

Et quem panis alit gradibus dispensus ab altis, 

Aut Vaticano tumulum sub monte- frequentat, 40 

Quo cinis ille latet genitoris amabilis obses, 

Coetibus aut magnis Lateranas currit ad aedes, 

Unde sacrum referat regali chrismate signum. 

Et dubitamus adhuc Romam tibi, Christe, dicatam 
In leges transisse tuas? omnique volentem 45 

Cum populo, et summis cum civibus, ardua magni 
Jam super astra poli terrenum extendere regnum ? 
Nec moveor, quod pars hominum rarissima clausos 
Non aperit sub luce oculos, et gressibus errat. 
Quamlibet illustres meritis, et sanguine clari, 50 

Praemia virtutum, titulis et honoribus aucti, 
Ardua rettulerint, fastorumque arce potiti 
Annales proprio signarint nomine chartas, 

v. 36. infectam sanie, lordato di sangue impuro. Tertull. (De Spect. 
cap. 13): tt Nec minus tenipla quam nionumenta despuimus. fl E Minu- 
zio Felice: tt Templa ut busta despiciunt, deos despuunt, rident sacra. „ 

v. 37. coenacula. Uitimo piano delle case romane, per alloggio prezzo- 
lato dei forestieri , o per i poveri che non avean tetto. Un personag- 
gio di Plauto adopera la stessa perifrasi a far risaltare.la sua poverta: 
In superiore qui habito coenaculo. 

v. 38. terit ecc. batte delle diverse strade il nero selciato.il colore del 
selce romano, con cui lastricavansi le strade, era nero. Giovenale {Sat. 6): 
ISec melior, pedibus silicem quae conterit atram. 

v. 39. gradibus ecc. Quei che distribuivano il pane a' plebei, solevano 
farlo da' gradini per non essere premuti dalla folla : onde era detto pa- 
nis gradilis. — dispensus, invece di dispensatus. II Gifanio nelle sue os- 
servazioni intorno al verbo Vertere (lib. xlv, cod. Theod.), nota che gli 
antichi spesso solevano adoperare le paroie di origine per le composte, 
come vertere per evertere, e soggiunge : tt Tale est illud adinirabile sane 
dispensus pro dispensatus. „ 

v. 41. Quo cinis ecc. dove son conservate, come un pegno d'amore 
(amabilis obses), le ceneri del Padre. Cioe di S. Pietro. DelTaffluenza dei 
Romani ai sepolcri dc' Martiri, cosi S. Girolamo scriveva a Leta (Ep. 
107) 1'anno 403: u Auratum squalet Capitolium. Fuligine et aranearum 
telis omnia Roinae templa cooperta sunt. Movetur Urbs sedibus suis, 
et inundans populus ante delubra semiruta accurrit ad martyrum tu- 
mulos... Solitudinem patitur et in Urbe gentilitas. „ 

v. 42. Ooetibus magnis, in gran folla, in folla compatta. — Lateranas... 
aedes, la basilica di S. Giovanni in Laterano, ediiicata in onore dei 12 
Apostoli. 

v. 44. Et dubitamus. Movimento Virgiliano : (Aen. vi, 807) : 
Et dubitamus adhuc virtutem extendere factis? 
v. 52. fastorum arce politi, pervenuti alla dignita suprema del ccn- 
solato. 



PRUDEN7J0 143 

Atqtre inter veteres cera numerentur et aere : 

Attamen in paucis, jam deficiente caterva, E5 

Kec persona sita est patriae, nec curia constat, 

Et quodcumque fovent studii, privata voluntas 

Ac jam rara tenet: sed publica vcta reclamant 

Dissensu celebri trepidum damnantia murmur. 

Sic consulta Patrum subsistere conscriptorum, 60 

Non aliter licitum prisco sub tempore, quam si 

Tercentum sensisse senes legerentur in unum. 

Servemus leges patrias, infirma minoris 

Vox cedat numeri, parvaque in parte silescat. 

XVIII. 
Le Vestali e il combattimento dei gladiatori. 

Interea dum torta vagos ligat infula crines, 
Fatalesque adolet prunas innupta sacerdos, 
Fertur per medias, ut publica pompa, plateas, 

v. 54. cera, et aere. I nobili romani scriveano sopra tavolette di cera 
i nomi de' loro antenati, e conservavano gelosamente i loro ritratti di 
bronzo. 

v. 55. deficiente caterva, al venir meno della maggioranza, ribellandos 
la maggioraiiza. 

v. 57. fovent. Sott. pauci W.i. 

vv. 60-G2. Sic ccc. Non altrimenti ne' tempi antichi che i decreti del 
Senato non avean forza di logge'(subsistere) se non se quando i trecento 
Tegliardi si fossero insieme adunati ed in uno stesso sentimento uniti. 

v. 63. infirma minoris ecc. A cosiffatto argomento Simmaco non ebbe 
che rispondere. Nel lib. iv, ep. 27, egli dice: a Facit autem lex curiae 
nostrae, ut majoris apud me numeri antistet auctoritas. n ~t nota la 
formola della-Curia Komana: Xumera Scnatum. 

^XrVIII. II P. a render vani i lamenti delle Vestali, esposti da Sinimaco 
jiel suo Rapporto all'Imperatore per far loro riacquistare le rendite ed 
i privilegii perduti, ne morde, con satira eloquente," la professione, met- 
tendo a nudo tutte le loro magagne, e, a dar maggior risalto al quadro, 
premette 1'elogio delle Vergirii cristiane. Questo e forse il p'iu vigoroso 
e forbito tratto del suo Poema. Ne riportiamo qui il luogo dove mostra 
(puelle pietose vergini gire attorno sfacciatamente per la citta, assistere 
ai pubblici spettacoli dei gladiatori, dove non solo riguardavano, ma 
ordinavano la strage inumana, e ne prendean diletto. II Poeta non po- 
tea chiudere d'una nianiera piu acconcia il suo poema, di queila che a 
lui naturalmente ispirava il suo genio cristiano, scongiurando cioe l'Im- 
peratore di sopprimere quei bafbari giuochi. 
v. 1. torta ihfula. Vedi pag. 59, vv. 4 e 5. 

v. I.fatales. Perche-credeasi che 1'estinzione del fuoco, sacro a Vcsta. 
fosse di sinistro augurio-per lo Stato. 

v. 3. publica pompa. Quella con cui acconipagnavansi le statue degli 



144 PRUDENZIO 

Pilento residens molli, seque ore retecto 

Imputat attonitae virgo spectabilis Urbi. 5 

Inde.ad consessum caveae pudor almus et expers 
Sanguinis it pietas, hominum visura cruentos 
Congressus, mortesque, et vulnera vendita pastu 
Spectatura sacris oculis : sedet illa verendis 
Vittarum insignis phaleris, fruiturque lanistis. 10 

tenerum mitemque animum ! Consurgit ad ictus ; 
Et, quoties victor ferrum jugulo inserit, illa 
Delicias ait esse suas, pectusque jacentis 
Virgo modesta jubet converso pollice rumpi: 
Ne lateat pars ulla animae vitalibus imis, 15 

Altius impresso dum palpitat ense secutor... 

dei. Cosi Plauto (in Milite): u Ut te hodie quasi pompam illuc praeter- 
ducerem, „ cioe come un dio co' suoi niinistri e con la gente appresso. 

v. 4. Pilento molli, soffice cocchio. Le Vestali soleano essere portate 
in lettiga, e talora, come rilevasi da questo luogo di Prudenzio e da 
Tacito (lib. xn), col cocchio. 

v. 5. imputat. Secondo il Giselino, objicit, ostenditque ignominiose, et 
quasieo ipso urbem impensae perditae coarguens. Svetonio uso nello stesso 
significato questo verbo (Tib. cap. 53). Ma forse, osserva Arevalo, il P. 
non volle altro significare se non che le Yestali se ostendebant spectabiles 
ore retecto. Invece di spectabilis , leggesi anche expectabilis. 

v. 6. ad consessum caveae, al teatro. Anche Tacito disse consessus caveae, 
pel teatro, o pel popolo spettatore in teatro. Cicerone ha consessus gla- 
diatorum, combattimento dei gladiatori. 

v. 8. vulnera vendita paslu. Perche i gladiatori esercitavano 1'arte loro 
per essere alimentati. Ed erano alimentati bene da vero, tanto che Ta- 
cito chiama gJadiatoria sagina icibipiu sostanziosi. S'iugrassavano come 
carne da macellol Ut saginatus in poenam carius pereat ! (S. Cipriano Ep 
2, ad Donatum). 

v. 10. fruiturque lanistis, e gode della lotta. u Lanista, cosi Isidoro 
(Etym. lib. x) gladiator, id est carnifex Tusca lingua appellatus, a la- 
niando scilicet corpora. „ 

v. 14. converso pollice, ad un cenno del pollice. Presso gli antichi, col 
pollice si dava il segno di favore o di contrarieta, secondo che volge- 
vasi indietro od abbassavasi. Giovenale (Sat. 3): " Verso pollice vulgi, 
quemlibet occidunt populariter. B E Plinio disse (Ub. xxvm, cap. 2) : 
u Pollices cum faveamus, premere etiam proverbio jubemur. „ D'ordina- 
rio, quei gladiatori che feriti dimandavano la grazia deila vita, venivano 
dagli spettatori fatti uccidere, e quelli che si mostravano impavidi e 
coraggiosi nella lotta, venivano salvati. I cristiani rimproveravano ai 
pagani tanta crudelta. Vedi Tertulftano (De Spectat.). Lattauzio \lib. vi, 
cap. 20) : u Quaero nunc an pii possint et justi homines esse, qui consti- 
tutos sub ictu mortis ac misericordiam deprecantes, non tantum pa- 
tiuntur occidi, sed effiagitant, feruntque ad mortem crudelia et inhu- 
mania suffragia, nec vulneribus satiati, nec cruore contenti: quin etiam 
percussos jacentesque repeti jubent, et cadavera ictibus dissipari, ne 
quis illos simulata morte deludat. „ 

v. 15. vitaJibus imis, nel fondo delle viscere. 

v. 16. secutor. Lo stesso che mirmiUo, gladiatore. u Secutor, dice Isi« 
doro, ab insequendo retiarium dictus. „ 



PRUDENZIO 145 

Quod genus ut sceleris jam nesciat aurea Roma, 
Te precor, Ausonii dux augustissime regni, 
Et tam triste sacrum, jubeas, ut caetera, tolli. 
Perspice, nonne vacat meriti locus iste paterni, 20 

Quem tibi supplendum Deus, et genitoris amica 
Servavit pietas? Solus ne praemia tantae 
Virtutis caperet : Partem tibi , nate, reservo, 
Dixit; et integrum decus, intactumque reliquit. 

Arripe dilatam tua, dux, in tempora famam, 25 

Quodque patris superest, successor laudis habeto. 
Ille Urbem vetuit taurorum sanguine tingi, 
Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari. 
Nullus in urbe cadat, cujus sit poena voluptas, 
Nec sua virginitas oblectet caedibus ora. 30 

Jam solus contenta feris infamis arena, 
Nulla cruentatis homicidia ludat in armis. 
Sit devota Deo, sit tanto principe digna, 
Et virtute potens et criminis inscia Roma; 
Quemque ducem bellis sequitur, pietate sequatur. 35 

XIX. 
II Poeta Cristiano. 

Immolat Deo Patri 
Pius, fidelis, innocens, pudicus, 

v. 18. dux. Onorio inaperatore. G-li spettacoli dei gladiatori furono 
aboliti 1'anno 404. 

v. 19. sacrum. Perche i giuochi gladiatorii erano sacri agli dei in- 
fernali. 

v. 20. locus, gloria. — paterni. Onorio era figlio di Arcadio. 

v. 25. dilatam tua in tempora, riservata al tuo secolo. 

v. 29. cujus sit poena toluptas, perche il suo supplizio serva di spetta- 
colo. Spesso gli antichi chiarnarono voluptates gli spettacoli. u Specta- 
cula, cosi Isidoro, ut opinor, generaliter nominantur voluptates, quae 
non per semetipsa inquinant; sed per ea quae illic geruntur. „ 

v. 30. virginitas. Le Vestali 

v. 32. homicidia ludat, offra spettacoli omicidiali. Benissimo detto homi* 
cidia ludat, perche 1'arte stessa dei Gladiatori dicevasi ludus. 

XIX. Cosi dal Gorini e intitolata quesfode che il P. pone come epilogo 
(Epilogus) di tutte le sue opcre. * Qual testimonianza piu commovente, 
cosi il Bayle, delTumilta del Poeta di quella che ne offre 1'epilogo con 
cui chiude egli le sue opere ? Quai accenti dolci ed eminentemente cri- 
stiani ! Quanto diverso dalTor^oglio di Orazio che, fiero de' suoi talenti, 
esclama: Exegi mtmHmentum aere perennius I Vedi Fasc. i, pag. 29, v i\ 17 
e 18). Non e la gioia della vanita soddisfatta che muove Prudenzio ad of- 



146 PRUDENZIO 

Dona conscientiae, 
Quibus beata mens abundat intus; 

Alter et pecuniam 5 

Recidit, unde victitent egeni. 

Nos citos jambicos 
Sacramus et rotatiles trochaeos, 

Sanctitatis indigi, 
Nec ad levamen pauperum potentes : 10 

Approbat tamen Deus 
Pedestre carmen, et benignus audit. 

Multa divitis domo 
Sita est per omnes angulos supellex. 

Fulget aureus scyphus, 15 

Nec aere defit expolita pelvis : 

Est et olla fictilis, 
Gravisque et ampla argentea est paropsis; 

Sunt eburna quaepiam, 
Nonnulla quercu sunt cavata et ulmo. 20 

Omne vas fit utile, 
Quod est ad usum congruens herilem ; 

Instruunt enim domum, 
Ut empta magno, sic parata ligno. 

Me paterno in atrio, 25 

Ut obsoletum vasculum, caducis 



frire le sue opere a Dio ed agli uomini.,, II primo verso della strofe e tro- 
caico, dimetro, catalettico, composto di tre eorei ed una sillaba; il se- 
condo e giambico, trimetro, catalettico, composto di cinque giambi ed 
una sillaba. 

vv. 7 e 8. Con questi due versi il P. accenna al metro del suo epilogo. 
— citos jam bos (Vedi Fasc. I, pag. 66, vv. 15 e 16). — rotatiles trochaeos # 
Perche il piede trocheo e detto cosi da Toiyw, correre, donde anche 
TpoyOb", ruota. 

v. 10. Nec... potentes. Alcuni da questo verso han giudicato che Pru- 
denzio non fosse ricco. E pare molto verosimile, ch'egli ridottosi a vita 
austera, avesse riiiunziato non pure agli onori, ma anche alle ricchezze. 
Del resto, sembra abbia in quesfOde imitato Orazio (Od. iv, 8): Do- 
narem pateras ecc. 

v. 13. Midta ecc. Imitazione dell'Apostolo (II. Tim. cap. II, 20) : In ma- 
gna autem domo non solum nunt vasa aurea et argentea, sed et lignea etfi- 
ctilia. 
v. 16. defit. Per deest, come nel Catem. xv, 85, e Apoth. 812. 
v. 24. magno. Cioe magno pretio. 

v. 26. Ut obsoletnm. Nota la profonda umilta cristiana del nostro Poeta. 
Esempi di tal guisa si leggono frequentemente nel corso delle sue 
opere. 



PRUDENZIO 147 

Christus aptat usibus, 
Sinitque parte in anguli manere. 

Munus ecce fictile 
Inimus intra regiam salutis : 30 

Attamen vel infimam 
Deo obsequelam praestitisse prodest. 

Quidquid illud accidet, 
Juvabit ore personasse Christum. 



vv. 29-32. Muhhs ecc. Ecco io fo le veci d'uu vaso d'argilla nella easa 
della salute ; ma per quanto infinii siano i servigi resi a Dio, vi ha sem- 
pre profitto. — ohsequela, per obsequi»>u. 

vv 33 e 34. Quidquid ecc. Qualunque cosa avvenga, per me sara senipre 
dolce d'aver consacrato la mia vita a cantare il Cristo 



'Jon permiss. dell'Autorita Eccles 



N D I C E 



S. AMBROGIO. 

I. Prirao giorno della creazione pag. 2 

II. Secondo giDrno della creazione „ 4 

III. Terzo giorno della creazione „ 5 

IV. Quarto giorno della creazione „ 7 

V. Quinto giorno della creazione ....... 8 

VI. Sesto giorno della creazione „ 9 

VII. Settimo giorno della creazione „11 

VIII. Ad Matutinum „ 13 

IX. Ad Laudes „ 14 

X. Diebus Dominicis ad Laudes matutinas . . . . „ 15 

XI. Ad Primam «17 

XII. Ad Tertiam „ 18 

XIII. Ad Sextam „ 19 

XIV. Ad Nonam „ 20 

XV. In Sabbato ad Vesperas „ ivi 

XVI. Ad Completorium „ 21 

XVII. In adventu Christi „ 22 

XVIII. De adventu Domini „ 23 

XIX. In nativitate Domini „24 

XX. In Quadragesima „25 

XXI. Ad Tertiam in Quadragesima „27 

XXII. Tempore Paschali, ad Vesperas «28 

XXIII. In festis Paschalibus, ad Laudes .... „30 

XXIV. In Ascensione Domini, ad Vesp. et Laudes „ 31 

XXV. De Martyribus „ 32 

XXVI. De uno Martyre «34 

XXVII. De Virginibus n toi 

SEVERO BANTO. 

Caroien de mortibus boum pag. 36 

PRUDENZIO. 

I. Proemium pag. 43 

II. Hymnus matutinus „47 

III. Hymnus ante somnum „53 

IV. Hymnus omni hora „59 

V. Hymnus ad defunctorum exsequias „65 

VI. Octavo Calendas Januarias, sive de Natali Domini „ 67 

VII. Hymnus Epiphaniae „72 

VIII. D poeta esprime il suo desiderio di andare a Roma per pro- 
.strarsi ai piedi del sepolcro di S. Lorenzo „ 81 

IX. Hymnus in honorem B. Eulaliae Martyris „ 84 

X. Passio Sancti Romani Martyris „93 

XI. Martirio di S. Ippolito „107 

XII. L catacombe e le basiliche di Roma „ 110 

XIII. Trioufo del Cristianesimo „ 116 

XIV. l.lvinita di Gesu Cristo „ 121 

XV. I suprcmi destini „ 128 

XVI. Combattimento deirincontinenza e della Temperanza . „ 132 

XVII. Conversione del Senato e del Popolo Romano . . „ 139 

XVIII. Le Vestali e il combattimento dei gladiatori . . „ 143 

XIX. II Poeta Cristiano «145 



CARMINA 
[ P0ETI5 CHRISTIANIS EXCERPTA 

ADNOTATIONIBUS ILLUSTRATA 
IN USUM STUDIOSORUM 



FASGIGULUS III 

OONTINENS 

DRACONTIUM, SEDULIUM, PROSPERUM TIRUM, 

AUCTOREM INCERTUM, S. ORENTIUM, 

S. HILARIUM ARELAT., CLAUDIUM MARIUM VICTOREM . 

S. PROSPERUM AB AQUITANIAM , 

PAULINUM A PETROCORIO, CLAUDIANUM MAMERTIUM. 



ADGBSTAE TADRINORUM 

PETKI MARIETTI 



PROPRIETA LETTERARIA 



CARMINA 

E POETIS CHRISTIANIS EXCERPTA 



DRACONZIO 



Non si sa con certezza dove e qnando nascesse Draconzio. Certo e clic 
fu ricco c nobile Spagnuolo, e visse nella prirna rneta del secolo xv, poi- 
che 1'anno 423 diniorava nella Betica, antica provincia della Spagn 
ridionale, al tempo cbe era occupata dai Vandali, sotto il re Guntario, 
dal quale fu cbiuso iu carcere, per aver lodato, si dice, il generale ro- 
mano Castino, ch'era del medesimo Guntario e de' Vandali nemico. Egli 
stesso ci ba fatto conoscere questa sua sventura nell'elegia che s 
per placare il Cesare adirato e ricuperare la liberta. Uscito di ca 
pare si recasse in Italia, e dimorasse a Ravenna, ove strinse amicizia 
col padre di Sidonio Apollinare e con altri dotti di quelFepoca. Si vuole 
che i Romani gli avessero innalzata una statua nel foro Traiano. S. Isi- 
doro lo mette nel numero degli scrittori ecclesiastici per il suo poema 
sulla Creazione, Carmen de Dco o Hexaemeron, di cui loda 1'eleganza: et 
eleganter quidem composuit et scripsit (cap. 37). IVTa o fosse perche 1'autore 
non desse 1'ultima mano alTopera sua, o fosse perche gli amanuensi 
vi facessero cattive interpolazioni e sostitnzioni, avvenne che il vescovo 
Eugenio di Toledo la corresse, a quel modo che 1'Eneide fu corretta da 
Tucca e da Vario, Omero da Aristarco e da altri, come dice lo stesso Eu- 
genio nella sua prefazione, per iscusare il suo ardire. Cio fu Fani 
II Barth che fa grande stima di Draconzio, lamenta che il suo : 
non ci sia pervenuto tal quale usci dalla sua penna. 



I. 

Creazione degli uceelli. 

Exsilit inde volans gens plumea laeta per auras . 

I. Carmen de Deo, IAb. i,vr. 210-2G4. Alla voce del Creatore, dice il 
Poeta, gli uccelli si slanciano neiraria, e manifestano co' loro canti la 
che provano d'cssero creati. Varieta de' loro colori, dell- 
. della loro forma. Gli alberi si adornano di verdure, i campi di 
Ive di verdi chiome, e gli abitatori dclTaria corrono ad im- 
nirsi di bi ridente dominio. 
v. 1. lalle acque che produssero non solo i pesci, ma 

gli uccelli. Vedi Fase. n. pag. 8, ■•. 2. ^lario Vittore [Lib. i, v. 121 

II qnale conchiude la sua descrizione degli uccelli dicendo: 

Carmina — III. 1 



2 DRACONZIO 

Aera concutiens pennis crepitante volatu ; 
Ae varias fundunt voces modulamine blando, 
Et ? puto, collaudant Dominum meruisse creari. 
Hae niveo candore nitent, has purpura vestit, 5 

His croceus plumae color est, has aureus ornat; 
Albentes aliis pennae stellantar ocellis, 
Atque hyacinthus adest per colla et pectora fulgens. 
Eminet his cristatus apex, has lingua decorat, 
Et brevitas formae pensatur voce canora. 10 

Has virides pennae reddunt, has discolor ornat 
Pluma, per innumeras currens pictura volucres ; 
Et rudibus tenuem subtexunt aera pennis. 

Ipsa dies folium ramis et floribus herbas 
Evomit, et spicas acuit seges omnis aristis. 15 

Sylva comis vestita viret, nidosque loquaces 
Exhibet, et varias decantat garrula voces , 



v. 4. collaudant meruisse creari. Grecismo per : collaudant quod mer ■ 

-. 7. stellantur. Arevalo logge solidantur, intendendo per oceUis le ra- 
dici delle penne, ossia i bulbi onde le penne escono. -Cosi negli alberi : 
oculinodi sunt, ex quibus frondes exeunt. Isidoro, Lib. xvu, cap. 6, nu\ 
Parimente nelle radici delle canne e Focchio, oculus, clie dicesi anclie 
bulbo (bulbus), e da Plinio (Lib. xxi, cap. 4) ocellus. 

r. 9. cristatus apex. Ovidio dice (Fast. Lib. i, v. 455) cristatum aliteni. — 
has tingua Oecorat, altri si distinguono per il loro linguaggio. J> 
(da decor, oris) con la penultima lunga ha esempii in Silio Italico 
[Lib. xii, v. 743); 

u Tarpeji clamant Jovis, ac delubra decorant, „ 
e in una iscrizione antica riportata dal Muratori (i Ihscript. num. 4): 
" Exuviisque ejus te ipsam, templumque decoro. .. 
ro con la penultima breve e da decus, oris. 

r. 10. Et brevitas ecc, e la piccolezza della loro forma e compensata 
dalla melodia della loro voce. 

r 11. discolor, di diversi, di varii colori, come in Plinio [H. N. x, 2) : 
discolores aves. 

r. 12. Huma, per. Altri leggono: Multa per ecc. — pictura, come se 
fosse passato il pennello su tanti uccelli diversi. 

v. 13. rudibus, invece di novis, recentibus — subtexunt, coprono. Simil- 
mente dissero Stazio ed altri. 

r. 14. Ipsa dies. Gli alberi e le erbe co' rami, con le foglic e coi fiori fu- 
rono creati nel terzo giorno. Se ne ripote qui poeticamentc la narrazione 
come ad esprimere che nel giorno sesto in cui furono creati gli uccelli, 
le foglie cd i fiori vennero fuori in maggior copia in loro uso. 

v. 15. Evomit. Questo verbo, comc nudare c Bimili, spesso vengono 
adoperati ad indicarc abbondanza. 

r. 10. nido8qtte loquaces. Imito Virgilio (Aen. xn, r. 475); 

u Pabula parva lcgcns, nidisque loquacibus escas. v 

i . 17. Deeantat sylva garrula. Altro bellissimo traslato, simile alTante- 
ccdente nidos loquaces. 



DRACONZIO d 

. per inane volar comraotis plausibus ales, 
Floribus insidit, vento cum fronde movetur 

■uibus ad ramos infixa tenacibus haerens. 
Pennigerum vernare nemus vapor urget in usus 
Pignoris, et molli dure.scunt ova tepore : 
Penaantur mernbrata globis, animantur, anhelant, 
Rumpuntur, confracta sonant, nutrita volatus 
Tentant, et rudibus librantur in ai : ra pennis. 23 

II. 

Creazione dei quadrupedi. 

Sexta dies Phoebi rutilo processerat ortu, 
Cum natura parens gignit animantia terris. 

\ne volat. Stazio disse:j?er inane volatus carpit. — com- 
battendo lo ali, facendo strepito con le sue ali. 

-agita, muovesi al vento insiem con 
tfde. 

.: - l igerum nemus. Leggianio cosi con Arevalo, e non come 

Demente, Pennigerum genus ; prima perche sembra si parli propria- 

mente clel bosco che comincia a germogliarc per la covatura, per la 

9U8 pignoris); e secondo, perche pennigerum genus pno, se si 

. significare, per metoniinia, anche gli uccelli. In modo quasi simile 

fco sopra : Sylva varias decantat garrula voees. — molli durescunt ova 

. e le uova si rappigliano , si coagulano sotto il calore delle 

molli piume. La ragione che cla 1' Arevalo dell' epiteto molli, pare 

molto impropria. Mollis (tepor) dicitur quia in molli ovo fit, et moll 

. II tepore, secondo le leggi della Fisica, provenendo da forza 
3iva di calorico, tende a rilasciare, ad ammollire. II P. i 
avrebbe potuto metterci sottfocchio l'antitesi tra Feffetto che il tepore 
prodnce neiruovo, e quello che per sua indole e solito di produrre : 

icunt. Potrebbe anche dirsi, ritenendosi sempre l'antitesi 
il hioUl dell'A. si riferisca a quella spccie di piume oncVe coperto ii petto 
ed il ventre dei polli, col quale essi intendono alla covatura. 

xntur membrata globis, le stesse uora vestono membra e 
penne entro il loro guscio {'jlobis). Di questo vcrbo pennor, aris, non tro- 
viamo esempi negli altri scrittori, mentre pennatus suo participio fu 
usato : p-v.natae apes, pennati equi ecc. disse Plinio. Cassiodoro ha nello 
i senso: pennesco {Lib. i, cap. 38): u Donec paullatim a molli plnma 
Lentes adulta aetate pennescant, „ — membrata, <ia nn 
va usato la prima volta dal celebre grammatico romano Cen 
D Dte Xutali, rap. u, num. 7. 

. 24. eonfraeta sonant, per : confringuntur eum sonitn, rompcndo- 

110. 

\'odi sopra, v. 13. 
II. Ibid. ■•-, 271-285. II toro, il ccrvo, il cavallo, il leoue, il 

.;mali tVogni specie, ciascuno rkeve Vcsistcnza co' natural 
tndo liberamente pei campi. 
. 1. Phoebi, ll - 1 : il sole levandosi radioso avea dato prim 
iorno. 



4 DRACONZIO 

Cornibus erumpunt armata fronte juvenci : 
Et per prata vagum sequitur sua bucula taurum. 
Cervus in arva fugax palmatis cornibus errat: 
Et velox prorumpit equus, pecus utile bellis. 
Impia terribiles producit terra leones. 
Simplicitas ovium fraudes passura luporum, 
Et raucos timuit discurrens dama molossos. 
Spumat aper, mortes lunato dente minatus, 
Et latus obliquans meditatur proelia torvus. 
Nec Massyla fames duros descendat in armos, 



r. 3. Cornibus .. armata. Lo armi delle fiere sono le corna, le uiighie, i 
denti. 

r. 4. seqiiitur oucula taurum. Lo segue, cioe, come capo e padre del 
gregge. 

v. 5. Cervus fugax. Sirnihnente in Ovidio (Trist. iii, el. 11, v. 11): 
u Utque fugax avidis cervus deprensus .ib ursis. „ 
— - palmatis cornibus, le corna grandi e ramose, a guisa della palma della 
mano con le dita. Plinio (Lib. xi , cap. 37, sect. 45,: u Lusit (natura) ani- 
malium armis. Sparsit liaec in ramos, ut cervorum; aliorum (cornua) 
finxit in paimas, digitosque emisit ex iis ; unde platycerotas vocant. „ 
Questa pare la vera interpretazione dell'epiteto pahnatis, e non quella 
che ne dailWeitz; insignia et erecta , quibus cerri omantur, v.l victores 
palma. 

v. 6. prorumpit : si noti come bene si esprima, con questo e con 1'altro 
verbo che e al verso 3 erumpunt , la creazione di quegli animali che 
con forza e con impeto si scagliano, s'avventano. — pecus v.tile bellis. Per 
quo.sto da Virgilio e da altri il cavallo e chiamato beUator, ed era presso 
gli antichi pagani dedicato a Marte. 

p. 7. Tmpia. Qui e nel significato di immiiis, crudele : a quel modo che 
pius e talvolta adoperato per mitis, pietoso, benigno. E dice la terra 
crudele, perche i leoni ch'essa produce, crudeli sono. 

v. 8. Sitnplicitas ovium, le pecore innocue, innocenti. Spesso in Dracou- 
zio trovi le voci simple.r e si)nplicitas invece di innocuus ed innoc 

v. 9. Et raucos molossos. I cani della VTolossia. regione dell'Epiro, e percio 
detti anche Epiroti. 11 Redi crede che questi cani furono originarii di. Al- 
bania, che i nostri antichi dissero anche Alania (provincia dclTantica Gre- 
cia,chc comprcndeva 1'Epiro e l'Illirico)e percio chiamati Alani. Virgilio 
li chiama acres, e Marziale latratores. — timuit dama. Quesfanimale e di 
natura assai timida; lo stesso suo nome, che e dal greco Oity.a,paura,lo 
indica. Percio sogliono dirsi imbelles , pavidae. Si noti la proprieta della 
vocc discurrens che e proprio di chi ha paura. La costruzionc poi 
tscurrens e figurata, per discurrit timt ns. 
. 10 o 11. lunato dente, co' dcnti incurvati, adunchi, a guisa di mezza 
luna. Stazio parlaudo dcl cinghiale (Lib. xi, r. 532) dice: 
" Ignc tremunt oculi, lunataquc dentibus uncis 
Ora sonant. - 

Alcuni riscontrandosi con Virgilio, Orazic, Sencca , leggono lim'tt<> 
— /•// latus obliquanSfh quanto oblique rueus, cammi- 
nando pcr fianco, di travcrso. Ovidio (Mct. Lib. vm , cap. 4, v. 31J); Et 
obliquo 

S^nso: Guai allora. so altre fiere od un 



DRACONZIO -> 

Aut aper alter eat spumantia bella movere. 
Promitur omne genus pecudum, genus omne ferarum 
Inter prata vagurn aullo custode per herbas. 15 

III. 

Creazione deiruomo. 

Naturae jussu nam protulit omnia princeps; 
Ast hominem non terra parit, non pontus ab undis, 
Non coelum, non astra creant, non purior aer: 

Sed dominaturum cunctis dominator et auctor 
Plasmavit per membra virum de pulvere factum. 5 

altro cinghiale gli si oppongono! Massyla fames, le fiere dei Massili o 
della Mauritania. Staziu (Achil. Lib. n, v. 188j d' un leone domato clie ri- 
j sdegno e la vendetta: 
tt Ejurata fides, doniitorque iniinicus, in illuni 
■s, timidoque pndet servisse magi^t 
I popoli Massili sono posti da clii nella Xumidia, da clii nella Libia, 
vicino a' Getuli. Spesso furon detti cosi i Mauritani. — armos, i fianchi 
-ughiale. Ovidio nelle Metainorfosi dice anch'egli del cinghiale : 
•Jplendidaque adversos venabula condit in armos. „ 
Virgilio cbiamo armi i fianchi del cavallo. 

III. Rl'1. vv. 331-359. L'uomo e creato Fultimo, perche deve cIol:. 
tntti gli altri animali. Egli non esce dalla fcerra ne dalle acque... Colui 
che deve regnare sul mondo e 1'opera del re del mondo. — I sentimenti 
del primo uomo entrante in vita diventarono un inno ammirabile sulla 
lira del Milton, e il Buffon ne fa il soggetto d' un eloquente capitolo 
. ologia. Io mi sovcengo, fa egli dire ad Adamo , dl queW istante 

volta la sia- 
fossi, dore fossi, donde venissi. . 
ni! La luce, la volta delcielo,il v 

senti- 

: che tutti gli 

facessero parie di me stesso (Histoire naturelle, de VHomme, 

H). Ora iu Draconzio il pensiero non isviluppasi cosi 

Udamente come sotto la pcnna del brillante genio di Buffon. Ma 

nondimeno vi ha un momento che il Poeta spagnuolo sembra a noi vin- 

cere il naturalista francese, ed h qnando, dipingendo nel primo uomo lo 

svegliarsi di quelTistinto della societa, che e pure un Begno distintivo 

pecie, ce lo mostra lamentarsi di non poter comunicare la 

sua maraviglia e la sua gioia alle creature animate come lui, che cgli 

li lontano. In Buffou e ristinto sen^uale che si rivela; in Braconzio 

i deirintelligenza che si accende e cerca di espan 

•. 1 . Tautore della natura, Iddio. — coman- 

rando. Prndenzio (Aj oth. v. I 

tt Omnia jne 
Imperitante novas traxerunt edita form 

mini formidabile dextra 

.'.omo 



6 DRACONZIO 

Limus adhuc deformis erat, raembratur in artus 

Corporeos species kominis, coelestis imago. 

Conspicitur nova forma viri, sine mente parumper : 

Spiritus infusus subito per membra cucurrit, 

Et calefacta rubens tenuit praecordia sanguis. 10 

Mox rubuere genae, totus rubor inficit artus : 

Jam cutis est qui pulvis erat, jara terra medullas 

Ossibus includit, surgunt immense capilli, 

Orbe micant gemino gemmantia lumina visus, 

Et vocem compago dedit, nova mackina surgens . 15 

Auctorem laudare suum, gavisa quod esset. 

Tunc oculos per cuncta jacit, miratur amoenum 
Sic florere locum, sic puros fontibus amnes 
Quattuor undisonas stringenti gurgite ripas 
Ire per arboreos saltus, camposque virentes 20 

Miratur: sed quid sit homo, quos factus ad usus, 
Ssire cupit simplex, et non habet unde requirat: 
Quo merito sibimet data sit possessio mundi, 



dal linio della terra. Questo verbo e da plasma, lavoro di loto fatto 
dal vasaio, e percio con niolta proprieta 1'applicarono i cristiani autori 
alla creazione delFuorno, che fu ex hito terrae. Vedi Fasc. n, pag. 0, v, 1 

vv. G e 7. membratur in artus.. species liominis, e la sembianza d'uom> 
piglia sue membra in quelle del corpo. Vedi sopra i, pag. 3, v. 23. — 
coelestis imago. Quantunque 1'anima propriamente sia fatta ad immagine 
di Dio, pure si puo dire che anche nel corpo questa risplende in quanto 
esso e 1'espressione delFanima. Tertulliano che certo non circoscriveva 
nel corpo 1'immagine di Dio, disse (De Resuvr. cap. 6): " Ita limus ille 
jam tnnc imaginem induens Christi futuri in carne, non tantum Dei 
opus erat, sed etiam pignus. „ 

v. 11. rubuere genae. Plinio [Lib. YL\,cap. 37, sect. 58): Pudoris haec (genae) 
sedes: ibi magis ostemlitur rubor. — inficit. Lucano (v, 214): ruhor inficit ora; 
e Tibullo (m, 4, 32): Inficitur teneras ore rubente genas. 

v. 12. cutis, per rneton., la carne. 

v. 13. immense, in gran numero: la sua testa covresi di folta chioma. 
Preferiamo questa alle molte varianti : immensa, immerse, :n messe, in 
veste, in merce. La finale e sarebbe fatta breve, per quelle liccnze che 
sogliono prendersi i poeti, come in superne, inferne, e simili. 

v. 14. Orbe micant, come gemme, come diamanti brillan gli occhi [lw 
isus) daUe loro orbite. Ovidio [Am. Lib. \, el. S): Etgemino lumen 
ab orbe venit. 

v. 15. compago, il composto umano, 1'uomo. — nova machina , questo 
nuovo capolavoro. 

vv. 13-21. sic puros ecc: ammira i quattro fiumi chc dallc limpide sor- 
genti (fontibus) romoreggiando tra le rive che gl'imprigionano, corrono 
a travi-rso i fronzuti boschetti e i verdcggianti campi. Questi fiumi 
erano il Geon, il Pison, il Tigri e 1'Eufrate. 

v. 22 non habet... non ha a chi domandarlo. 



DUACONZIO 
Et domus alma nemus por ilorea regna paratum ; 
Ac procul expectat virides jumenta per agros, '25 

Et de se tacitus, quid sint liaec cuncta, requirit, 
Et quare secum non sint haec ipsa, volutat: 
Nam consorte carens, cum qua conferret agebat. 



IV. 
La prima notte 

Mirata diem discedere, solem, 

Nec lumen remeare putat terrena propago, 

Solanturque graves lunari luce tenebras ; 

Sidera cuncta notant coelo radiare sereno. 

Ast ubi purpureum surgentem ex aequore cernunt 

Luciferum vibrare jubar, flammasque ciere, 



•. 24. domua dlma, coine eccellente, alrna dimora. Fa d'apposizione a 
nemtts, il quale puo significare, secondo Festo, selva amena, nel qual 
senso fu adoperato anche da Ovidio. — per, in luogo di inter, come in 
Virgilio [Georg. 1, 237). — paratum, sott. sit. 

v. 25. expectat. L'ha posto invece del semplice spectat, e con isquisita 
proprieta ad esprimere ancora il desiderio di veder vicino e di godere 
1'oggetto veduto. L'adoperarono, in luogo del semplice, Plauto, Stazio, 
Ovidio ed altri. Vedi Arevalo nc' suoi commenti a Draconzio. 

v. 26. de s». Talora la preposizione de si riferisce a persona , come 
a, al, ex. Ve ne ha esempi anco ne' classici pagani. Cicerone disse : 
3Ies*cda de Pompejo quaesivit, quid de reUgione sentiret (ad Att. i, 14 . 

r. 27. Et quare ecc. II P. tiene col Damasceno e con altri, clie gli ani- 
mali non erano con Adamo nel Paradiso. Ne la Scrittura afferma il con- 
trario, parlando soltanto di alberi e fiumi. Alii alia sentiant. 

v. 28. conferret, comunicare i suoi pensieri. — AgeVat, vivea. Vedi 
:. i>((r/. 77, v. 205. 

IV. Ibid. vv. 417-42G. u Un'idea pressoche simile e in Buffon, la ove 
ne descrive lo spavento che provo il primo uomo non aH'avvicinarsi 
della prima notte, ma all'ora del primo sonno „ Gorini, Mdl. t. nr. 

rv. l e 2. Mirata ecc, maravigliati che il giorno se ne andava, Adamo 
ed Eva (terrena propano) temettero che il sole, la sua luce non piu ri- 
tornisse. Si vede che il P. e con quelli che opinano d'avere Adamo ed 
Eva dimorato per alcuni giorni, avanti di peccare, nel paradiso, e non, 
come altri dicono, per poche ore soltanto. 

. Ad imitazione di Virgilio {Aen. iii. 515) : 
■ Sidera cuncta notat tacita labentia coelo: „ 
e tbid. r. 51S: 

" Postquam cuncta videt coclo constare sereno. .. 



8 DRACONZIO 

Et reducem super astra diem de solo rubentem, 
Mox revocata fovent hesterna in gaudia rnentes • 
Temporis esse vices noscentes, lucis et umbrae,' 
Coeperunt sperare dies, ridere tenobras. 



10 

ubens ari- 



. 7. de sole rubentem, indorato dal sole. Catullo fxx 7)- 
sole. v ' ' '' 

-. Mox revocata ecc, i loro cuori si riaprono al ritorno delle gioie 
•• ovvero: si riaprono con gioia al ritorno del di passato [revocata 

•i 1 1) fimi'1 iri I v 



rna in gaudia). 



AUTORE INCERTO 



te pocmotto sui godimenti del Paradlso e cVautore incerto. 

gliono di S. Agostino ; e infatti vi si riconosce, dicono, un 

- ) della Citta di Dio. Le menti clic si olevano alle piu alto contem- 

ii metafisiche, trovano come oratori e como poeti, gli accenti piu 

patetic .n' e pruova S. Tommaso, 1'angelo delle scuole, nel- 

ipplices, c il Dottore seranco S. Bonavcntura nclla Philomena. 

II Bossuet ncl panegirico di S. Teresa sorpassa per estatici rapimenti 

!o stesso Fenelon. Piu questi grandi genii lian compreso gli attributi di 

Dio, piu i loro cuori sono stati investiti della carita che ne irraggia. 

II Paradiso (*). 

Ad perennis vitae fontem mens sitivit arida, 
Claustra carnis praesto frangi clausa quaerit anima: 
Gliscit, ambit. eluctatur exsul frui patria. 

Dum pressuris ac aerumnis se gemit obnoxiam, 
Quam amisit, dum deliquit, contemplatur gloriam ; 5 
Praesens malum auget boni perditi memoriam. 

Nam quis promat summae pacis quanta sit laetitia ? 
Ubi vivis margaritis surgunt aedificia, 
Auro celsa micant tecta, radiant triclinia. 

Solis gemmis pretiosis haec structura nectitur, 10 

Auro mundo tanquam vitro urbis via sternitur, 
Abest limus ; deest fimus^ lues nulla cernitur. 

(1) I)e gaadiis Paradisi. II metro e in versi politici , tre por ogni 
Btrofa. II verso politico si compone di 15 sillabe , come il verso tro- 
ketrametro catalettico da cui deriva (vedi Fasc. i, pag. 30 e Fasc. n, 
59). E diviso in duc emistichii per mezzo di una pausa dopo l'ot- 
tava sillaba. La penultima e sempre breve. Oltre la rima rinale, la 
quarta sUlabarima talvolta interiormente con l'ottava, come nel verso: 
Dum prcssuris ac aerumnis se gemit obnoxium. 
I tesens malum... Similmente Boezio (De Consol. Fhil.): 
- In omni adversitate fortunae infelicissimum genus infoitunii est, 
felicem. B 
E Da. 

. . . Nessun maggior dolorc 
ricordarsi del tcmpo felice 
Nella miseria. 

I., cdiiizii. — triclinia, por meton., lo sale. 
».11. • i nforme all'.! . civi- 

arum mundum, tanquam vitrum p srlucidum. _ 
I 



10 AUTORE INCERTO 

Hiems horrens, aestas torrens, illic unquam saeviunt ; 
Flos perpetuus rosarum, ver agit perpetuum ; 
Candent lilia, rubescit crocus, sudat balsamum. 15 

Virent prata, vernant sata, rivi mellis influunt ; 
Pigmentorum spirat odor, liquor et aromatum ; 
Pendent poma floridorum non lapsura nemorum. 

Non alternat luna vices; sol vel cursus siderum ; 
Agnus est felicis urbis lumen inocciduum; 20 

Nox et tempus desunt ei, diem fert continuum. 

Nam et sancti quique, velut sol praeclarus, rutilant , 
Post triumphum coronati mutue conjubilant, 
Et prostrati pugnas hostis jam securi numerant. 

Omni labe defaecati carnis bella nesciunt, 25 

Caro facta spiritalis et mens uuum sentiunt, 
Pace multa perfruentes scandalum non perferunt; 

Mutabilibus exuti repetunt originem, 
Et praesentem veritatis contemplantur speciem, 
Hinc vitalem vivi fontis hauriunt dulcedinem. 30 

Inde statum semper idem existendi capiunt, 
Clari, vividi, jucundi nuilis peccant casibus : 
Absunt morbi semper sanis, senectus juvenibus. 

Hinc perenne tenent esse, nam transire transiit : 
Inde virent, vigent, florent ; corruptela corruit, 
Immortalitatis vigor mortis jus absorbuit. 

Qui scientem cuncta sciunt, quid nescire hi queunt: 
Nam et pectoris arcana penetrant cor omnium; 
Unum volunt, unum nolunt, unitas est mentium. 

Licet cuiquam sit diversum pro labore meritum, 40 

v. 13. Hiems ecc. Vedi Apoc. xxi, 23 c xxn, 5. 

v, 14. Flos perpetuus rosarum, i rosai sempre in fiorc. — cer ar/it..., la 
primavcra eterna. Si noti in perpetuum Bostituita alla rima 1' assonanza, 
comc nella seguente strofa ecl in alcune altrc. 

v. 18. T * ndent... non lapsura, pcndono per non cader mai, pendono ctcr- 
namente. 

v. 21. Ntim et Sancti... S. Mattco (xm, 43): Tunc justi fulgebunt sicut sol i» 
regno Patrie eontm. 

v . 24. Et prostrati... Costr. : Tam securi hostis prostrati numerant, ecc. 
non avcndo piii nulla a tcmcrc dal nemico che lianno abbattuto. 

V9. 28-30. Mutabilibus e.ruti, spogli dclle lor membra mortali. — origi- 
nem, ecc. Tutta la strofa rcndc quel delV Apocalisse (xxi,6): - Ego sum 
alpha et omega, imtium ct finis. Ego siticnti dabo de fonte aquae vivac 
gratis. H 

v. 34. esse, transire. Infiniti posti per ellonismo, sostantivamonte , il 
primo comc oggetto, il sccondo comc soggctto. 

v. 40. meritum, premio, ricompensa. 



AUTORE INCERTO 11 

Charitas hoc facit suum, quod, dum amat alterum, 
Proprium sic singulorum fit commune omnium. 

Ubi corpus, illic jure congregantur aquilae. 
Quo cum angelis et sanctae recreantur animae, 
Uno pane vivunt cives utriusque patriae. 

Avidi et semper pleni, quod habent desiderant, 
Non satietas fastidit, neque fames cruciat : 
Inhiantes semper edunt, et edentes inhiant. 

Novas semper melodias vos meloda concrepat, 
Et in jubilum prolata mulcent aures organa; ~<> 

Digna, per quem sunt victores, regi dant praeconia. 

Felix coeli quae praesentem regem cernit anima. 
Et sub sede spectat alta orbis volvi machinam. 
Solem, lunam, et globosa cum planetis sidera. 

Christe, palma bellatorum, hoc in muuicipium 
Introduc me post soltttum militare cingulum, 
Fac consortem donativi beatorum civium. 

Probes vires inexhausto laborandi proelio, 
Nec quietem post procinctum deneges emerito, 
Teque merear potiri sine fine praemio. 

il e 42. Charitas ecc La carita. trova la sua felicita. nelTamai 
altri. e nel far tutti partecipi di cio che e proprio di ciascuno in 
. ire. 
•■. 43. corpus aquilae. II P. intende per corpus, Gesii Cristo, 

i giusti. Pare tragga questo senso dal Vangelo di S. Matteo 
(xxiv, 28): Ubicumque fuerit corpus, illic congregabuntur et aquilae. 
ll e 45. Qho cuni angeUs. Costr.: Cives utriusque patriae vivu 

' ecc. 

j. Tnhiantes, braman quel che sempre gustano, e gustano q\i 

sempre bramano. S. Gregorio Magno, trattando della differenz 

corre tra i piaceri del corpo e quelli dell'anima, tra i terreni piac 

mi, dice [Hom. 36 in Ebang,): " In illis appetitus saturitatem 

ritas appetitum parit. Augent enim spiritales deliciae desiderium in 

. dum satiant. quia quanto magis earum sapor percipir 
amplius cognoscitur quod avidius amatur. _ 

x. globosa sidera, le ritonde stelle. Cosi pure Cicerone | - 

?ae et rotundae. Globosus differisce da rotundus, perche 
appropriasi ancora alle cose piane, come ii circolo. 

>tlri, ricompensa. Propriamente era il soprasoldo che il 
priucipe dava ai soldati benemeriti. 

Frobes... metti a pruova con dure incessanti lotte lo mie foi 
... n<j mi negare dopo il militare servizio 
avendomelo meritato [emerito) il riposo. 

8ta come in apposizione a te: in premio. 



TIRO PROSPERO 



Vha chi attribuisce il carme clie qui riportiamo, a S. Paolino di Xola, 
e clii a S. Prospero cTAquitania, il celabre autore del poema De Ingratis. 
E certamente e degno di loro. Ma i migliori critici lo fanno opera di 
Tiro Prospero,il quale Favrebbe scritto circa 1'anno 407, nel tempo delle 
invasioni dei barbari. Xel ciclo che percorriamo egli e un di coloro che 
meglio rappresentano quella poesia dolce e tenera, malinconica e ras- 
segnata, ignota ai Gentili, di cui il solo Cristianesimo puo essere la ispi- 
razione e la sorgente. 



Gli sposi eristiani e 1'invasione dei Barbari ( 1 ). 

Age, jam, precor, niearum 
Comes irremota rerum, 
Trepidam brevemque vitam 
Domino Deo dicemus. 

Celeri vides rotatu 5 

Rapidos dies meare, 
Fragilisque membra mundi 
Minui, perire, labi. 

Fugit omne quod tenemus ; 
Neque fluxa habent recursum; 10 

Cupidasque vana mentes 
Specie trahunt inani. 

Ubi nunc imago rerum? 
Ubi sunt opes potenturn, 

Quib,;s occupare captas 15 

Animas fuit voluptas? 

(]) Poema conjugis ad uxorem. Questo poemetto apresi con alcuni 

giambici dimetri catalettici: il resto e in metro elegiaco. II verso 

giambico dimetro catalcttico, detto Anacreoniico dal nome del suo in- 

ventore, lia una siliaba di meno del giambico dimetro regolare (Yetii 

tasc. i, pag. 54), e ammette lo spondeo o 1'anapesto al primo piede. Qui 

I re anapesto il primo, gli altri giambi, onde si scande : 

oo • | o • | o ■ | o 
1 e 2. mearum... rerum. Cioe la consorte delPoeta: compagna fe- 
dele, compagna inseparabile dellamia sorte, del mio dcstino. Bes dicesi 
anche dello stato, della condizione o qualita della fortuna. 
v. 4. dicemus, dedichiamo, consacriamo. 

:i e 12. vana. Neutro plurale a modo di sostantivo: le vanita dcl 
mondo. — Specie inani, con apparenze false, ingannatrici. 

iunc...doye sono ora le immagini di tantidiversi oggetti?Que- 



TIRO PROSPERO 13 

Qui centum quondam terram vertebat aratris, 

Aestuat, ut geminos possit habere boves. 
Vectus magnificas carpentis saepe ]>er urbes 

Rus vacuum fessis aeger adit pedibus. 20 

Ille decem celsis sulcans maria ante carinis, 

Nunc lembum exiguuum scandit, et ipse regit. 
Non idem status est agris , non urbibus ullis, 

Omniaque in finem praecipitata ruunt. 
Ferro, peste, fame, vinclis, algore, calore, 

Mille modis miseros mors rapit una homines. 



gura poetica vcnnc soventc ripetuta, o fu ammirata ogni volta clie 
6'incontro fuori del meclio cvo, epoca alla qualo sembra piu particolar- 
monte appartcnere, come ne fan fode le cosi dette danze dei mt 
miniature dei manoscritti, i calendarii ecc. II Eambach {Chrte 
Anthologie). 

Ubi Piato, ubi Porfirius .- 
Ubi Tullius aut Virgilius ? 
Ubi ecc. 
s. Bcrnardo (cdiz. di Mabillon) : 

Dic ubi Salomon, olim tam nobilis, 
Vcl Samson ubi est dux invincibilis, 
Vcl pulcher Absalon vultu mirabilis, 
Vel dulcis Jonathas multum amabilis 3 
E i scguenti versi dattilici, misurati e rimati, di Bcrnardo di Morley 
(!>'■ contemptu mundi) lianno un carattere di poesia popolare molto spic- 
e l'ultimo offre un'immagine graziosa e commovente: 
Est ubi gloria nunc, Babylonia? sunt ubi dirus 
Nabuchonosor et Darii vigor, illeque Cyrus ? 
Nunc ubi curia, pompaque Julia ? Caesar obisti, 
Te truculentia (s. e. mors), orbe potontior ipse fuisti. 
Nunc ubi Marius atque Fubricius inscius auri? 
Mors ubi nobilis et memorabilis actio Pori ? 
Diva philippica, vox ubi coelica nunc Ciceronis ? 
Pax ubi civibus atque rebellibus ira Catonis? 
Nunc ubi RcguluSj aut ubi Bomulus, aut ubi Pvemus ? 
Stat rosa pristina ngmino, nomina nuda tenemus. 
v. 18. Aestuat, s'agita invano pcr avere un paio di buoi. 
<-. 20. /.'.'s- vacuum, la sua campagna deserta. I Vandali , gli Alani e gli 
iuvasoro la Gallia vcrso la iino delPanno 40G. Tcstimone il Pocta 
di quclla invasiouo, ne dcscrive con verita insieme cd oncrgia i disa- 
he ne scguirono. Un scntimcnto profondo dello calamita del 
lo anima , e gl' ispira vcrsi belli di tenera ed affcttuosa ma- 
linconia. 

Jl o 22. <leco>i cdsis cavinis , con dicci supcrbo navi. Dec 
per numeroindeterminato. — carinis, sined. nave. — lembum, paliscalmo, 
regiU e ch'egli stcsso govcrua. 

... uUis,i campi, lo citta voltato sottosopra. 
in iscompiglio. — ' cc. Pare da questo verso cho il pi 

della finc del mondo cominciava fin da quell'epoca a preoccup 
menti. 

I I una volta. d'un sol colp-). 



ii rffiO PROSPERO 

Undique bella fremunt, omnes furor excitat, armis 

Incumbunt reges regibus innumeris. 
Impia confuso saevit discordia mundo, 

Pax abiit terris, ultima quaeque vides. 
Et si concluso superessent tempora saeclo, 

Aut posset longos mundus babere dies ; 
Nos tamen occasum nostrum observare deceret, 

Et finem vitae quemque videre suae. 
Narn mihi quid prodest, quod longo flumina cursu 35 

Semper inexhaustis prona feruntur aquis? 
Multa quod annosae vicerunt saecula silvae, 

Quodque suis durant florea rura locis? 
Ista manent nostri, sed non mansere parentes : 

Exigui vitam temporis hospes ago. 40 

Non ergo sumus hic nequicquam in saecula nati, 

Quae pereunt nobis, et quibus occidimus ; 
Sed vitam aeternam vita ut mereamur in ista, 

Et subeat requies longa labore brevi. 
Et tamen iste labor sit forte rebellibus asper, 

Ac rigidas leges effera corda putent : 
Non tamen haec gravis est mansueto sarcina dorso, 

Nec laedit blandum mitia colla jugum. 
Tota mente Deus, tota vi cordis amari 

Praecipitur: vigeat cura secunda hominis. 
Quod sibi quis nolit fieri, non inferat ulli ; 

Yindictam laesus nesciat exigere. 
Contentus modicis, vitet sublimis haberi; 

Sperni non timeat, spernere non libeat. 



v. 30. ultima quaeque vides, tu il vedi, stafin fino ogni cosa. 

. chiudendosi questo seeolo. dopo questo sccolo. 

v. 33. occasum observare, pcnsare alla morte. 

v. 38. Quodque suis... e clic i fiori tcrnino a smaltare le stesse cam- 
pagne ? 

rc. n c 42. Xou ergo... uon e dunque pel tempo, per godcrc il tempo 
culo) che noi siamo vcnuti al mondo, pcl tempo che ci muore e ci 
fa morire. 

c. 41. Et siibeat... e da brcvc fatica spunti, venga lungo riposo. In 
questo Benso il verbo subire e bcn costruito con 1'ablativo, al quale e 
sott. c, ex. 

v. 45. Et tamen. ., e scmbri pur dura questa fatica agli animi ribelli. 
it cura..,. dopo Dio l"uomo dev' csser 1'oggetto dcl nostro 
amore. Vedi S. Matt. xxn, 30, 40. 

v. 51. Quod sibi ecc. Biporta a quel di S. Luca vi, 27-30. 



TIRO PROSPERO 10 

Parcus, vera loquens, et mente et corpore castus, 

Insontem vitam pacis amator agat. 
De proprio cunctis, quos cernit egere, benignus, 

Non sua non cupiat, quae sua sunt tribuat. 
Quid, rogo, mandatis durum censetur in istis? 

Aut quid erit, quod non possit obire fides ? 60 

Qui credunt sacros verum cecinisse Prophetas. 

Et qui non dubitant verba manere Dei, 
Qui Christum passum poenas crucis , ultima mortis , 

In toto excelsi Patris honore vident, 
Quique ipsum multa cum majestate tremendum 

Expectant pingui lampade pervigiles, 
His sordent terrena, patent coelestia, nec se 

Captivos servos temporis hujus agunt. 
Non illos fallax cepit sapientia mundi, 

Nec curas steriles inseruere polis. 70 

Imperia et fasces, indocti munera vulgi, 

Quasque orbis scelerum sernina fecit opes, 
Calcarunt, sancta coelum arnbitione petentes, 

ffragiis Christi, et plausibus angelicis. 
Nec labor hos durus vincit, nec blanda voluptas. 

Quaerere nil cupiunt, perdere nil metuunt. 



v. 57. De proprio benignus, largo de' beui proprii a tutti quelli, ecc. 
'. obire, in luogo di perag\ re, perficere, exsequi. 

tere Dei. II P. ebbe la niente a quellc parole di Gesii 
Cristo: Coelum ct terra transibunt, verba autem mea non praeteribunt. 

13 e 64. ultima mortis, la morte piu acerba, ovvero la rnorte piu 
ignominiosa, piu abietta.. — In toto... honore, risplendere in tntta ia 
gloria del P. celeste. — vident, veggono, cioe con 1'occnio della fcde. 

v. GG. pingui lampade , lampade piene di olio. Allude alla parabola 
delle dicci vergini (S. Matteo xxv). 

v. 70. Xec curas ecc, ne appuntarono ne' cieli inutili studii. Pare chc 
il P. intenda di quell'arte chimerica con la quale gli antichi astrolo- 
ghi pretendevano di poter conoscere e predire gli eventi morali, me- 
diante Fosservazione degli astri. 

. 71. fasces, per meton., dignita. Vedi Fasc. n, pag. 8G, r. G5. — it 
•• Xon est enim, dice Cicerone, consilium in vulgo, non ratio, 
non discrimen, non diligentia [Flanc, 4). „ Da Virgilio fu detto incer- 
tum, da Orazio malignum, infidum, da Stazio mobile, da Sallustio i 
-•■'m atque discordiosum, cupidum rerum novarwn, 

. per la grazia, pe' meriti di Cristo e tra le acclama 
zioni degli angeli. Sufiragium con la seconda sillaba brcve e anco in 
6116): 
Infantea ca^tis vincite suffragiis; 
e in Ovidio: 

tnm nimbos vitantibus essem? 



16 TIRO PROSPERO 

Omnia non Christi qui Christi est, odit, in illo 

Se statuens, in se qui gerere optat eum. 
Ille Deus rerum, coeli terraeque creator, 

Me propter sacra Yirgine natus homo est. 
Flagris dorsa, alapis maxillas, ora salivis 

Praebuit, et figi se cruce non renuit, 
Non ut tanta Deo quidquam patientia ferret, 

Cujus nec crescunt, nec minuuntur opes: 
Sed, quod erat vitiatum in me, ut superaret in illa, 85 

Factus sum Christi corporis, ille mei. 
Me gessit moriens, me victa morte resurgens, 

Et secum ad Patrem me super astra tulit. 
Quidnam igitur tanta pro spe tolerare recusem? 

Aut quid erit, quod me separet a Domino? 
Igem adhibe, rimare manu mea viscera, tortor: 

EfFugient poenas membra soluta tuas. 
Carcere si caeco claudar, nectarque catenis, 

Liber in excessu mentis adibo Deum. 
Si mucrone paret cervicem abscindere lictor, 

Impavidum inveniet : mors cita, poena brevis. 
Non metuo exilium, mundus*domus omnibus una est. 

Sperno famem, Domini fit mihi sermo cibus. 

vv. 77 e 78. Omnia non Christi, cioe : omnia quae non sunt Christi. — l 
se statuens, per : in illo se statuit. Un autico manoscritto ha: in illo Aestuat 
insese; cioo odia tutto, adhuc autem et animdm sc.atn, secondo S. Luca 
(xiv, 26). 

v. 79. Deus revum, Dio dciruniverso. Altri leggono: IUe Dcus coeli, >■■ 
terraeque creator. 

v. 80. Me propter. Alcune volte projpter si pospone al suo caso. 

v. 83. Non ut tanta ecc: non per riportare da tante sofferenze un qual- 
che bene, un qualche vantaggio a Dio. 

vo. 85 o 80. Ked, quod erat ecc, ma per trioufare in esse (in illa patien- 
tia) dc" vizi della mia uatura. Factus suni..., siam diveutati membra io 
del suo corpo, cgli del mio. 

v. 90. Aut <] tid erit... II P. tolsc il pensiero da S. Paolo (Rom. :\ 
Quis enjo nos separabit a chariiate Christi? tribulatio, an < 
fames? an nuditas? an periculum ? an persecutio? an gladius? 

v. 91. rimare manu mea viscera , dilaccra pure con le tue mani le 
mie viscere, fa pure strazio, ecc. Virgilio ha rimari riscera 
Aen. vi, 597. 

v. Oi. in excessu mentis. Come nel Salmo 115: Ego dixi in excess 
nel trasporto, nello slancio della mia mente. 

v. 96. Impavidum. Questa costanza, questo coraggio dcl Pocta diffe- 
risce essenzialmente da quello tutto stoico cd umano di Orazio (<> 
">, 7 . : - lllabatur orbis, Impavidun ferient ruinae. 

r. 97. una, la stessa, ugualmcnte. 

v. 98. Dominifit mihi • la parola dcl Bignore sara mio cibo 



RACCOLTA DI TESTI LATINl 



TIRO PROSPERO 17 

lamen ista mihi de me fiducia surgit, 
Tu das, Christe, loqui, tuque pati tribuis. 10 I 

In nobis nihil audemus, sed fidiraus in te 

Quos pugnare jube>, et superare facis. 
Spes igitur raea sola Deus : quem credere vita est, 

Qui patriae civem me dedit alterius. 
Sorte patrum occiduum, jussus transcurrere mundum, 105 

Sub Christi sacris advena mileseo: 
Tsec dubius rae jure brevi terrena tenere, 

Sic utar propriis, ceu mea non mea sint. 
Non.mirabor opes, nullos sectabor honores, 

Pauperiem, Christo divite, non metuam. 110 

Qua stetero adversis, hac utar mente secundis : 

Nec mala me vincent, nec bona me capient. 
Semper agam grates Christo, dabo semper honorem : 

Laus Domini semper vivet in ore meo. 
Tu rnodo , fida comes, mecura isti accingere pugnae, 115 

Quam Deus infirmo praebuit auxilium. 
Sollicita elatum cohibe, solare dolentem : 

Exemplum vitae simus uterque piae. 
Custos esto tui custodis, mutua redde, 

Erige labentem, surge levantis ope : 120 



Giusta lo parole di Gesit Cristo (S. Matt. iv, i . 
Lorno, sed iii omni rerbo quod procedit dc ore Dei. 

v. 100. Tu das. Se' tu che mi dai la forza di parlare, la forza di Soffrire. 
lUchiama alla ruente quelle altre parole di Gresti Cristo (S. Luca \\i. 15) : 
nim do vohis os et sapientiam, ecc, e quelle di S. Paolo [Filip. iv, 13) : 
Omniapo88um in eo qui vne eonfortat. 

r. 101. Ia nobis nihil audemus, nulla possiam fare da per noi stessi. 
Concorda col passo del Yangelo (S. Giov. xv, 5): Sine me nihil j 

r. 103. Quem credere vita est ; il crcdere in lui e vita. S. Giov. (xr, 25): 

ii in me t etiam s» mortt Ivet. 

v. 105. Sortepatrum, dalla contingenza dei natali. 
r. 106 i sacris, sotto il vcssillo di Cristo. Gli anticbi di- 

. i sacrifizi, le cerimonie religiose, il culto, le immagini 
Dei. 

\us ecc, non ignorando cbe solo per breve teu. 
dritto dere i beni della terra. 

>■. 1H. Lans ecc Come nel Salmo xxx, 2 : aemper laus eju i 

I riferisce a - stata concessa da 

Dio per aiutare la mia debolezza. 

■•• 111 llecita di reprin: 

volmente soccors- 

Carmina — III. 2 



18 TIRO PROSPERO 

Ut caro non eadem tantum, sed mens quoque nobis 
Una sit, atque duos spiritus unus alat. 



zione, o nieglio la pittura che qui-fa il P. della unione cristiana, che 
deve passare fra due esseri che s'incamminano di conserva verso lace- 
leste patria, prestandosi lungo la strada un vicendevole appoggio, ha 
limpronta d' uno spiritualismo che e impossibile rinvenire ne' poeti 
che furono o son fuori del Cristianesimo. 



AUTORE INCERTO 



Erano scorsi gia dieci anni dairinvasione dei Vandali e di altri bar- 
bari, della quale Prospero Tiro ci lascio si toeeante episodio, e la ealma 
nellc Gallie non era stata ancora ristabilita. Fu allora, verso 1'anno 41«, 
ohe un Gallo, di cui ignoriamo il nome, si levo, come Giuseppe de Mai- 
stre in faccia alla rivoluzione, a rispondere alle obiezioni contro la Prov- 
videnza, che 1'aspctto delle grandi calamita sociali fa sorgere negli 
animi poco assodati e stabili nella fcde ; e il fece in un poema che In- 
cmaro attribuisce a S. Prospero d'Aquitania, ma che non ostante una 
rassomiglianza di stile, non potrebbe non essergli contestato, sia 
per ragioni cronologiche, sia per certi passaggi contrarii alla sua dot- 
trina intorno alla grazia. Originario della Provenza, come sembra indi- 
carlo dalla menzione che fa degli Oliveti del suo paose, 1'autore del 
poema I)e Provvlenfiu divina avea provato anch'egli le sventnre delTin- 
vasione, ed era stato trascinato in cattivita dai barbari ; onde non pure 
del suo ingegno, ma anche del suo bell'animo pote dare buona pruova 
col grande esempio che ci porgedi cristiana rassegnazione, benedicendo 
ad ogni verso quella mano che lo avea percosso per provarlo e santifi- 
carlo. Xel prologo del suo poema, che e in versi elegiaci, ei fa parlare 
gli avversarii del domma ; quiixli viene la sua risposta, prima in una 
maniera generale, seguendo le tracce dell'azione divina nel mondo, dalla 
creazione alla redenzione, poi, incalzando piii da presso gli avversarii, 
ne confuta a lungo le obiezioni. L'e un'opera che racchiude i piii salu- 
tari insegnamenti, e merita, dice il Gorini, un posto onorevole nella 
storia letteraria del quinto secolo. Non vi si trovano le vaste e sublimi 
vedute dei grandi genii , ma i ragionamenti sono solidi e giusti , e 
Tcspressione, senza esscre troppo ornata. ha quella nobile facilita che 
tanto si convieue alle materie rilosoficlie e didascaliche. 



I. 

Obiezioni contro la Provvidenza. 

Dic, ajunt, causas^ qui rerum hominumque labores 

Arbitrio credis stare regique Dei: 
Quo scelere admisso, pariter periere tot urbes? 

Tot loca, tot populi, quid meruere mali? 

I. C Ua ditrina f Prologu8. vv. 23-94. L'obiezione comincia con 

nna bi trofe contro coloro che credono le cause delle cose e 

le dure pruove dcll'nmanita dipendere dalla volonta e dalTordine di 
Dio. Quindi Bvilnppasi nella cnumerazione dci mali prodottti dall' in- 
vasione dei barbari. E bene di comparare qnesta bella descri 
con quella Bimile di Tiro Prospero ncl principio delPantecedenl 
tto. 



20 AUTORE LNCERTO 

Si totus Gallos sese effudisset in agros 5 

Oceanus, vastis plus superesset aquis. 
Quod sane desunt pecudes, quod semina frugum,, 

Quodque locus non est vitibus aut oleis, 
Quod fundorum aedes vis abstulit ignis et imbris, 

Quarum stare aliquas tristius est vacuas : 10 

Si toleranda mali labes, heu ! caede decenni, 

Vandalicis gladiis sternimur et Geticis. 
Non castella petris, non oppida montibus altis 

Imposita, aut urbes amnibus aequoreis, 
Barbarici superare dolos atque arma furoris 15 

Evaluere omnes : ultima pertulimus. 
Nec querar extinctam nullo discrimine plebem, 

Mors quoque primorum cesset ab invidia, 
Majores anni ne forte et nequior aetas, 

OfFenso tulerint quae meruere Deo. 20 

Quid pueri insontes, quid commisere puellae, 

Nulla quibus dederat crimina vita brevis ? 
Quare templa Dei licuit popularier igni? 

Cur violata sacri vasa ministerii ? 
Non honor innuptas devotae virginitatis, 25 

Nec texit viduas relligionis amor. 

v. 6. vastis phts superesset aquis, pur sarebbe rirnasta qualeosa di piu 
dopo si vasta inondazioue. 

v. 1. quod semiuafrugum. Sott. desunt. 

v. 8. vitibus, oleis, per sined. u vineis, olivetis. „ 

vv. 9 e 10. fundorum aedes, case di campagna. Quarum stare ecc, e se 
ne resta qualcuua in piedi, spettacolo piu tristo ancora (tristius), essa 
e inabitata. 

rv. 11 e 12. Si toJeranda ecc, se queste calamita dovevano essere in 
pena sopportate, se eravamo destinati per castigo a tali disastri (mali 
labes), abi ! son gia dieci anni che siam saccheggiati, ccc. II caede de- 
cenni mostra che il P. componeva una decina d anrii dopo 1'entrata dei 
barbari nelle Gallie, cioe verso 1'anno 416. — Vandalicis Geticis. I Vandali 
e i Geti erano popoli barbari e ferocissimi, celebri per le loro scor- 
rerie nelle Gallie e in altri luoghi dell'Europa meridionale. Le Gallie 
furouo invase quasi contemporaneamente auche dagli Svevi e dagli 
Alani, e piii tardi, nel 412. dai Visigoti. 

v, 16. UUima pertulimus, sopportammo tutti i mali, le piu acerbe scia- 
gure. Ovidio (Met. 14, 4S3) : Vltima jam passi comites belloque fretoque 
deflciuut. 

v. 18. Mors quoque primorum , non insistero neppure a lamentarmi 
della morte dei potenti. Iuvidia valc qui doglianza , querela , ac- 
cusa, ecc. 

vr. 19 e 20. Majores ecc. Torse una vita piu lunga e piii colpevolc avra 
loro meritato dairira di Dio i mali che sostenncro. 

r. 23. popularier, arcaismo per populari. 

v. 26. reUigioni8. Epentesi". I poeti raddoppiano la l pcr far lunga la 
prima sillaba. 



AUTORE INCERTO 21 

Ipsi desertis qui vitam ducere in antris 

Suerant, laudantes nocte dieque Deum, 
Non aliam subiere necem , quam quisque profanus: 

Idem turbo bonos sustulit atque malos. 
Nulla sacerdotes reverentia nominis almi 

Discrevit miseri suppliciis populi : 
Sic duris caesi flagris, sic igne perusti, 

Inclusae vinclis sic gemuere manus. 
Tu quoque pulvereus, plaustra inter et arma Getarum, 35 

Carpebas duram non sine fasce viam, 
Quum sacer ille senex plebem , usta pulsus ab urbe, 

Ceu pastor laceras duceret exul oves. 
Verum haec sub belli sileantur turbine gesta, 

Confusis quoniam non fuit ordo malis. 40 

Forte etenim placidas res mundi et tempora pacis 

Arbitra dignetur cernere cura Dei. 
Si cunctos annos veterum recolamus avorum, 

Et quidquid potuit nostra videre dies, 
Maximus injustis locus invenietur in orbe, 45 

Oppressis autem pars prope nulla bonis. 
Qui fuerit violentus, atrox, versutus, avarus, 

Cujus corde iides cesserit, ore pudor, 
Hunc omnes mirantur, amant, reverentur, honorant; 

Huic summi fasces, huic tribuuntur opes. 
Quod si quis justus castam et sine crimine vitam, 

Dissimili studio ducere maluerit, 
Hic inhonorus , inops, odium juvenumque senumque, 

In totis mundi partibus exul agit. 



mt, sinc. per sueverant. Si noti la sineresi. 

35 e 36. Tu quoque. Cioe il Poeta, al quale e rivolta 1'obiezione. — 

i ne/asce, non senza essere oppresso da grave peso. Questo ed 11 se- 

guente distico inducono a credere clie il P. stava ai fianchi d*un Ve- 

scovo francese clie avea dovuto abbandonare la sua cattedra episcopale 

per sottrarsi alle porsecuzioni dei barbari. 

' Verum ecc. L'obiezione ponendo da parte i disordini partico- 
lari prodotti dalrinvasione, da rilievo ai disordini apparenti che si pro- 
ducono comunemente nello stato sociale. E un'obiezione che oggi piu 
-ulle bocche degli uoniini , e trasforma tanti infelici, man- 
canti di cristiana pazienza, in nemici radicali della religione e della 
societa. 

somma del potere, le piii grandi dignita. Vedi 

77. 



22 AUTORE INCERTO 

Impius exultat maturis integer annis, 

Carpere non cessant ulcera dira pium. 
Falsa valent in judiciis, et vera laborant; 

Insontes sequitur poena, salusque reos. 
Ignorata piis illudit adultera sacris, 

Blasphemus templi limina tutus adit. 
Quae si cura Dei celsa spectaret ab arce 

Resque ageret nostras sub ditione sua, 
Aut non effugerent ultrices crimina poenas, 

Aut virtus terris sola reperta foret. 
Talia quum facilis vulgi spargantur in aures, 

Quam multis rudibus lingua maligna nocet ! 
Kec tantus dolor est Scythicis consumier armis, 

Quantus ab infidis cordibus ista seri. 
. Prome igitur sanctis coelestia tela pharetris, 

Et medicis hostem confice vulneribus. 
Forte aliqui poterunt errorum evadere noctem, 

Inque viam, visa luce, referre pedem. 

II. 

Iddio governa il mondo. 

Est igitur Deus, et bonus est, et quicquid-ab illo 
Effectum est, culpa penitus vacat , atque querela. 
Omnem autem hanc molem mundi qui coDdidit ipse, 
Et regit; utque nihil non ortum sumpsit ab illo, 
Sic nihil est quod stare queat factore remoto. 5 

Nam qui pigra Deo dant otia, credo verentur 
Ne curae intentum vigiles durique labores 
Conficiant, et tanta simul non explicet unus. 

rr. 55 c 50. Tmpiua cec. Aircmpio la salutc, onde trionfa dcl uuniero 
deglianni; ai giusto le ulceri elie non cessano crudelmente divorarlo. 

vv. 57 e 58. judicit8, davanti ai tribunali. — vera laborant, la verita 
soccombc. — ealus, impunita, scampo. 

v. 61. cura Dei, il vigile occhio di Dio, la Provvidcnza. 

v. 04. Aut virtus ecc, la virtii regucrebbe sola ncl mondo. 

v. 65. facilis, facilc ad esserc ingaunato, crcdulo. 

II. TJjiO. vv. 151-104. Dopo avere stabilita 1* csistenza di un Dio 
creatorc di tutto cio ohe esiste . V autore piglia subito a parlarc del 
domma che e 1'oggetto principale dcl suo pocma. 

vv. 7 c 8. (ntentum, la sua attcnzione, applicazionc. — conficiant, stan- 
chino, esauriscano. 



AUTORE LNCERTO 
mersi in tenebras, divinique ignis inanes, 
Et plus corporeis oculis quam mente videntes, 10 

Qui vestrae aeternum naturae et conditioni 
Audetis conferre Deum, cui, si quid amatis ; 
In laudem, pravi, adjicitis, vestrisque beatum 
Creditis esse bonis, aut ulla incommoda ferre ! 
An quia cum magnas urbes populosque tenetis 1T> 

Sub vestro imperio, miserum est insomnibus aegram 
Partiri curis in multa negotia mentem ; 
Cumque graves trepidis incumbant undique causae, 
Non fert urgentes industria victa labores, 
Et si animis aegris depulsa est sollicitudo, 20 

Blanda voluptatem requies creat otia nactis : 
De Domino hoc sentire pium est, quem semper eundem 
Nil gravat, ex toto nil occupat! Effluit aetas 
Ac venit, et spectant genita et gignentia finem : 
Ille manet, simul acta tenens et agenda, futuris 25 

Ulterior, tum praeteritis prior : omnibus unus 
Praesens, et solus sine tempore tempora condens ; 
Utque aevi spatia ac numeros praecedit et exit, 
Sic nullo immensus cohibetur fine locorum. 
Nilque adeo est magnum, quod non certus modus arcet: 
Et coelum, et terras, et totum denique mundum 
Limes habet : meta est altis et meta profundis. 
Sed nusquam non esse Dei est, qui totus ubique, 
Et penetrat mundi membra omnia liber et ambit. 
Haec igitur vis sola potest moderamina rerum 
Dividere et placidis eadem persistere curis : 

v. 21. otia nactis, dopo la fatica. 

v. 23. Efjluit ecc. Tutto questo passo e sublime per la elevatezza 
del pensiero e per la magnificenza dell'espressione. 

_i. Spectani ecc, tutto cio che riceve la vita o la da, corre alla 
sua nne. 

vv. 25 e 20. acta et agenda, cio che fu e cio clie sara. — futuru 
rior, posteriore all'avvenire e anteriore al passato. — v.nus, egli solo. 
8. aeri epatia ar numeros, le dimensioni e le divisioni del tempo. — 
- .rvola, sorpassa. 
v. 30. qno<l nnn certus modns arcet, clie non sia entro certi limiti ri- 
stretto. 

non esse Dei est, ma non vi e luogo dove non 
~:a Dio. 

■ "> e 36. ii '■ .. questa forza dunque pub essa Bola ma« 

freni dclle cose, Bempre la Btessa, senza mutamento 
za alTanno. 



24 AUTORE INCERTO 

Quam non effugiant cita, nec remorantia tardent; 

Quae nunquam ignara, nunquam longinqua, nec ullis 

Translata accedens regionibus, absit ab ullis ; 

Nec de noscendis egeat manifesta doceri. 40 

Haec testis rerum tacita audiat, abdita cernat : 

Det vitas adimatque datas, pereuntia salvet, 

Dejecta attollat, premat ardua, proroget annos 

Et rninuat, mutet corda, et peccata remittat. 

III. 

La Provvidenza esiste. 

Dic, age, qui nullis Domini moderantis habenis 
Humanas res ire putas, quid ab ordine cessat 
Naturae? quae bella movent elementa? quid usquam 
Dissidet a prisco divisum foedere rerum? 
Sic interjecta solis revocatur in ortum 
Nocte dies ; idem est lunae astrorumque recursus , 
Et relegunt notas subeuntia tempora metas. 
Non aliter venti spirant : ita nubibus imber 
Culta rigat, servantque genus trudentia rlores 
Semina quaeque suum: nec abest ab origine rerum 10 
Ordo manens, iisdem subsistunt omnia causis. 



v. 37. Quam... cita.. , non v'ha rapidita che possa sottrarsi a lei, non 
v ! ha ostacoli che valgano ad arrestarla. 

c. 40. Xec de noscendis, ne ha bisogno d'essere informata delle cose, essa 
che e rnanifesta, presente da per tutto. 

v. 42. Det vitas adimatque datas, doua la vita e la toglie. 

v. 43. Ardua, cio che s'innalza, la snpcrbia, i superbi. 

III. Ibid. vv. 72G-774. II P. rispondendo alle obiezioni contro la Prov- 
videnza, si vale primieramente dell'armonia che regua nella natura ma- 
teriale, e dice: Colui che con tanta cura regola i movimenti degli esseri 
privi di ragione , come poteva escludere dal suo govcrno le creature 
privilegiate a cui egli ha donato la spcranza dclla vita etcrna? 

r. 2. quid ab ordinecessat, chc cosa venno mai mcno nell'ordine della 
natura, s'interruppe mai 1'ordinc dclla natura? 

. 3 e 4. quidusquam ecc, vi fu mai divisione e dissonanza in que- 
sfantica armonia delPuni verso ? 

v. 7. Relegunt, ritornano. — subeuntia tempora, i sccoli che si succedono, 
i secoli successivamente. 

vv. 9 c 10. Servantque ecc. Costr.: <t semina quaeque trudentia flores ser- 
... e ciascuna pianta conserva la sna natura, e produce i medesimi 
fiori. — nec abeei ab ori . nc e diverso da quello che fu % ab 

originc. 



AUTORE LNCERTO ZO 

Quae nisi perpetui sollers prudentia Regis 
Astrueret, molemque omnem spirando foveret, 
Conciderent subita in nihilum redigenda ruina. 
Et cum haec pervigili cura Omnipotentis agantur, 
Quae certum ad finem devexo limite vergunt; 
Quis neget in nostram gentem specialius aequum 
Partiri sua jura Deum ] cui perpetis aevi 
Spem tribuit, propriae largitus imaginis instar. 



IV. 

Perche Iddio ritardi la pena del delitto 
e il premio della virtu. 

At qui nec poenam injustis, nec praemia sanctis 
Restitui ad praesens quereris, veliesne per omnes 
Ultricem culpas descendere judicis iram ? 

Et quo magnanimi clemens patientia Regis 
Distaret saeva immitis feritate tvranni? 
An quae pars hominum peccati nescia mundum 
Possessura foret ? vel sanctae quis locus esset 
Virtuti in terris? cui si praesentia dona 
Afnuerent, coelo potius sublata maneret. 



. 12. sollers lo stesso clio soh-rs. V ba esempii deH'uua e dell' altri. 
ortografia; ma il Cellario e il Mauuzio approvauo il priuio, il Dausquio 
preferisce il secoudo. 

- . Astrueret. Esprime 1'atto con cui Dio raflferma le cose create, 
e le conserva. — spirando foveret, uon la vivificasse col suo spirito. Ei- 
chiama al Genesi: et spiritus Dei ferebatur super aquas. 

. 16. dev.xo limite , e quanto per devexum , segueudo il pendio na- 
turale. 

IV. Ibi'7. vv. 745-803. II P. risponde in secondo luogo con quella che 
. riduzione alFassurdo. Supponiamo uu istante, egli dice, che Dio, 
per coudiscendere ai desiderii degli avversarii , punisca \i\ questo 
mondo il vizio , e premii la virtu. Che accadrebbe ? Si precorrerebbe 
alla fine del mondo : non vi sarebbe piii il tempo della pruova, ma 
da una parte L'inferno implacabile, dalFaltra un cielo prematur 
primcndosi pel giusto insieme con la pruova la materia e 1' occasione 
del merito. E cosi il P. con eloquente movimento enumcra le armonie 
morali che la Proyvidenza sa trarre dalle - manze che nclle 

opere 1'umaua malizia introduce. 

< »ra, al pre- 



26 AUTOKE LNCERTO 

Sic mundi meta abruptis properata fuisset 10 

Temporibus, neque in sobolem generanda veniret 
Posteritas, pariter cum justos atque nocentes 
Aut promissus honos, aut poena auferret ab orbe. 

Nunc vero et generis nostris profunda propago 
Tenditur, ac duplici succedit origine pubes, 15 

Nata patrum membris, et Christi fonte renata: 
Et pia dum populis Domini patientia parcit, 
In lucem multos de tetra nocte reversos, 
Ac posita claros peccati iabe videmus. 
Ille per innumeros vultus, et mille per aras, 20 

Barbatos laevesque deos, juvenesque senesque. 
Ut quondam fecere, colens, jam errore parentum 
Abjecto, solum Unigenam submissus adorat. 
Hic sophicas artes' Graecorum, et vana secutus 
Dogmata, jam Christo sapere, et brutescere mundo, 25 
Gaudet apostolico doctus coelestia ludo. 
Quam multos procul a portu rationis in altum 
Dedecorum turbo abstulerat ; quos aequore toto 
Jactatos, nimiumque vagis erroribus actos, 
Nunc reducesjuvat excipere, amplexuque paterno 30 

w. 10-12. Sic ecc, cosi il tempo, rotto il suo corso [abruptis tempori- 
bus), affretterebbe la fine clel mondo, ne vi sarebbe piu posterita per l'u- 
mana progenie. 

v. 14. Kunc vero, ma non e cosi, al contrario. 

v. 15. duplici origine. Cioe la vita naturale che, come dice nel verso se- 
guente, lianno dai loro genitori, e la vita soprannaturale che hanno da 
Cristo nel battesimo. 

vv. 8-19. de tetra nocte. Intendi la notte, le tenebre delFignoranza e dc-1- 
1'idolatria. — posita. E invece del composto deposita. 

v. 20. vuUus, per le statue, le immagfni degli Dei. Anclic Plinio e Fla- 
vio Vopisco lo usarono per immagine, ritratto. Vodesi da questo pat:so 
che sul cominciare del quinto secolo esistevano ancora alcune tracce di 
paganesimo. 

v. 21. laevex, senza barba, per apposizione a barhatos. 

v. 22. Ut quondam fecere, come gia fecero un tempo i pagani. 

v. 23. Unigenam. Gesu Oristo, 1'Unigenito del Padre. 

v. 24. sophicas artee, le arti filosofiche. Pare che alluda alle arti fal- 
laci doj sdfisti, filosofi che yantavano per ostcntazione e guadagno far 
professione di eloquenza e di sapienza, e traevano in errore le menti dei 
rozzi e degFincauti. 

r. 25. Dogmata, dottrinc, sistcmi. — Christo sapere, cssere saggio di- 
nanzi a Cristo, e inscnsato, folle dinanzi al mondo, ovvcro: di piacere a 
Cristo ed essere disprezzato dal mondo. 

rv. 27 e 28. iv altum, in alto mare. — Dedecorum turlo, il turbine delle 
passioni, dei vizi. 

v. 30. amplexuque pateruo confotos. Ricorda la parabola del figliuol 
prodigO. Vedi iu S. Luca, xv. 



AUTORE INCERTO 2/ 

Confotos, liusquam statione abscedere vitae ! 
Quos si multa inter morum delicta priorum 
Plexisset propere rigor implacabilis irae, 
Intercepta forent melioris tempora vitae, 
Nec standi vires licuisset sumere lapsis. 35 

Mortem, inquit Dominus, peccantis nolo, nec ullum 
De pereunte lucrum est : redeat magis, inque relictum 
Mutatus referatur iter, vitaque fruatur. 
Et quia virtutum similes vult esse suarum 
Quosgenuit: Vindictam, inquit, mihi cedite; reddam 40 
Judicio quae digna meo; detur locus irae. 
Sic dum multorum differtur poena malorum, 
Nonnulli plerumque probos revocantur in actus, 
Ac fit quisque sibi judex, ultorque severus, 
Quod fuerat prius interimens, aliusque resurgens. 45 

At qui persistunt errori incumbere longo, 
Quamvis in multis vitiis impune senescant, 
In saevum finem venient : ibi non erit ulla 
Spes veniae, minimo ad poenam quadrante vocando. 
Nos etenim quoties causa quacumque movemur, 50 

Vindictam celerem cupimus, quia rara facultas 
Non patitur laesis tempus transire nocendi. 
At vero Aeternum nil effugit, omniaque adsut 
Salva Deo;nihil est illi tardumve citumve, 
Nec dilata unquam, nec festinata putemus, 55 

Quae veniunt: nostris mutantur tempora rebus. 
Nam quod ubique agitur, quod gestum est, quodque geren- 

(dum est, 



'. mortem peccanfis nolo. Queste parole che il P. niette in bocca del 
Siguore, sono tratte dal profeta Ezechiele (xxxiii, 11) e dalF Epistola di 
S. Paolo ai Romani (xil, 19). 

y. 45. Quod fuerat ecc, distruggendo quel cho era stato, cioe i suoi 
vizi, le sue passioni, e risorgendo altro uonio. Secondo la sentenza del- 
1'Apostolo agli Efesini (iv, 22 e segg.). 

v. i9. minimo ecc, chiamati a pagare in pena fin l'ultimo centesimo. 
Iddio e dal P. assomigliato ad un creditore paziente, ma inflessibile, il 
quale nel giorno fissato pel pagamento non fa grazia al suo d< 
neppure di un centesimo. Vedi S. Bffatt. v. 

nur t siamo irritati, offosi. - rara farultas. Dice rara 
ilta di vendicarsi nel momento dell' ofiesa, perche non sempre 
lo si puo av 

ravvenire per lui ne tarda i.e 
B*affretta — tto alle azioni, ai fatti d 



28 AUTORE INCERTO 

Ante oculos Domini puncto subsistit in uno, 

Una dies cui semper adest cras atque here nostrum. 



V. 

Dio punisce il vizio e premia la virtu 
anehe in questo mondo. 

Sed quamquam examen Deus omnia servet in illud, 
Quo, quae nunc occulta latent, reserata patebunt, 
Multa tamen mundum per secula cuncta regentis 
Justitiae documenta dedit, dum maxima beilis 
Regna quatit, dum saepe urbes populosque potentes 
Exhaurit morbis, cremat ignibus, obruit undis; 
Dumque inopes ditat, dejectos elevat, auctos 
Imminuit, solvit vinctos, subigitque superbos. 

jNec vero hoc nisi cum magna ratione putandum est 
Accidere, ut quoties iram experiuntur iniqui, 10 

Supplicia insontes videantur obire nocentum. 
Multa quidem semper mundo communia in isto 
Indignos dignosque manent : sol omnibus idem est, 
Idem imber, pariter subeuntur frigora et aestus. 
Utque indiscreta est cunctis aqua, lumen et aura, 15 

Sic injustorum justos mala ferre necesse est: 
Ut dum multa malis insontes compatiuntur, 



v. 59. Una dies, e quel che noi diciarno ieri o doinani, per lui e seni- 
pre un solo e medesimo giorno. Non potrebbesi piu propriamente ed 
energicamente esprimere la grande idca delFeternita di Dio di quel 
che seppe il nostro P. negli ultimi sette versi di questo luogo. 

V. Ibid. vv.SOi-Sol. Anche in questa vita il vizio e la virtu ricevono 
un misterioso acconto della pcna o del premio avveniro. Sotto questo 
punto di vista, la storia non pure degli individui, ma della societa, col- 
pisce d'ammirazione gli occhi di chi non li ha velati dalle ombre delle 
passioni. 

v. 1. examen in illud. L'esame, cioe, che fara Iddio nel giorno del giudi- 
zio universale. 

rr. 2 e 3. mundum... justitiae, della giustizia con cui sempre nel corso 
dei secoli egli governa {regentis) il mondo. 

p.7. auclos, cioe majores farti, cresciuti in potenza, in grandezza; ov- 
vero : auctos pecuniae, ojrfbus, cresciuti in riccliezze. 

ro ecc.Senso: Sc avviencche i buonisono spesso involti 
nelle pcne de' tristi, cio non e senza buone ragioni. 

v, 15. Utque indiscveta, e a quel modo che tutti indistintamente han 
partc ecc. 

•. 17. malis, cutn malle, co' tristi. 



AUTORE INCERTO 

Sint quorum raerito populis parcatur iniquis, 

Er qui conversos virtutis imagine ducant. 

Sed cum perdendis indernutabilis instat 

Finis, non eadem incumbit sententia sanctis. 

Sunt quos diluvium mundi non obruat, et quos 

Arsurit liceat Sodomis evadere : norat 

Angelus Aegypti vastator limina signo 

Scripta crucis, sacro removens a sanguine plagam. 25 

Nec rutilo mulier decepta est vellere, cujus 

Sola domus tanta pereunte superfuit urbe. 

Fit mare per tumidum sanctis via, fitque per amnem: 

Et per inane piis gradus est : cibus alite serva 

Suggeritiuv, perditque avidus sua fercula messor. 30 

Utque Dei servis nihil obsit, vertitur ordo 

Naturae : vinctos labentia vincula solvunt: 

Carcer sponte patet, sera non tenet objice valvas: 

Deficit humor aquas, ignes calor, ira leones. 

Non autem dubium est in magnae turbine cladis 
Involvi teneros annos, et in ore parentum 
Criminis expertes aliena occumbere culpa. 
Nam cum homines pontus tegeret, deleta per orbem 



. '. conversos, e que' clie si convertono , clie tornano sul retto 
sentiero. 
r. 20. Sed eum ecc. ma quando arriva il momonto cho i tristi dobbono 
. ondannati senza remissione, irrevocabilmoDto. Anche Tertulliano 
disse indemutaudis: Deus inconvertiuilis et indemutabilis. 

r. 23. ar8ur%8 Sodomis, 1'incondio di Sodoma citta della ralestina , di- 
strutta con altre cinque citta dal fuoco caduto dal ciolo. 
v. 1o. playrim. La strage dei primogoniti degli Egiziani. 

26 e 27. Xec rutilo ecc. Parla delFostessa Rahab di Gerico,-la 
quale, per avere accolti e nascosti in sua casa gPinviati di G-iosae, fu 
risparmiata dagli assedianti, quando diedoro il sacco alla citta: u: 
di scarlatto appeso alla finestra della casa di lei serviva di segnalc a 
farla riconoscere. 

v. 28. mareper tumidum. Ricorda il passaggio del Mar Rosso. — 
«mnem. II passaggio dcl Giordano. 

xne. Allude specialmonto ad Elia che fu rapito in cielo 
da un carro di faoco, e ad Abacuc che fu preso da un Angelo c po 
volo a Dauiolo nolla grotta dei leoni. — alite sewa,\\i\ uceello qual 
tore somministra loro il cibo. Elia mancando doi nocessarii alimenti, era 
v:, clie mattina e sera gli portavano pane e cari 
I' rche Abaouc porto, per ordine dcirAngclo, a Daniele il cibo 
preparato por i suoi miotitori. 

. II P. fa succossivamcnto allusionc ad altri prodigi 
operati dal Signorc in pro de' suoi servi fedoli. 

'>>•, bambini, fanciulli. — to gli occhi. 

. Allude al diluvio universale. 



30 AUTORE INCERTO 

Multa puellarum et puerorum millia notum est. 

Nec tamen injuste terris exempta videtur 40 

Progenies auctura malos, cui multus in ipso 

Exitio est collatus honos, quod crimine patrum 

Occidit ante sua caderet quam noxia culpa. 

Quod si et justum aliquem complexa est poena malorum, 

Ne dubites placuisse Deo; nec enim mala mors est 45 

Ulla bonis, quibus a vario longoque labore 

Quilibet in requiem patet exitus: aspera vitam 

Dat via ; nec campo capitur, sed fine corona. 

VI. 

Cause degli errori contro al domma 
della Provvidenza. 

Verum nos blandis capti, ofFensique severis, 
Nec bona judicio spectamus nec mala vero, 
Dum non nostrarum curanda negotia rerum 
Suscipimus; propriisque juvant aliena relictis : 
Nec quemquam vitiis miserum, aut virtute beatum 5 

Censentes, frustra externis culpamque decusque 
Jungimus, et coelo ascripti terrena fovemus. 
Felices dici mos est, quos blanda potestas 
In summos apices tumidorum evexit honorum, 
Quos magni quaestus ditarunt, et quibus amplos 10 

Congessit reditus totum res fusa per orbem. 



v. 41. auctura malos, che avrebbe accresciuto il nuinero dei rualvagi. 
v. 42. ante sua... Prinia che come rea anch'essa perisse per propria sua 
colpa. Si noti Yantequam diviso pcr anastrofe. 
v. 45. nec enim..., imperocche la niorte non e mai un male per i buoni. 

VI. Ibid. vv. 852-895. Per il piu degli uomini questa condotta provvi- 
denziale de' destini individuali e sociali ahi! e un libro chiuso. Sedotti 
dalle lusinghe della carnc, pcrdiamo 1'abitudine di vedere al di la de' 
fatti presenti x che son palpati dalle nostre mani, assaporati dagli altri 
nostri scnsi. E il piacere, la volutta che ne accieca; e dal cuore ch'e- 
scono tutti que' sofismi che sono come il luogo comune donde ogni 
giorno trae il suo alimento 1'ignoranza c 1'crrorc. 

r. 2. Xec bonu , non giudichiamo sanamente ne dei beni ne dei 

mali. 

vv. G e 7. frnstra, a torto, con inganno. — extemis, alle apparenze. — 
Junyimus, attribuiamo. — codo aecripti, destinati pel cielo. 

v. 8. blanda potestas, il favorc dei principi, dei potenti. 

v. 11. totitm res fusa, il commercio sparso per tutto il mondo. — Bes 



AUTORG INCERTO 31 

Laudantur vestes pretiosae, et pulchra supellex, 

Magnae aedes, famuli innumeri vigilesque clientes, 

Et quicquid non est nostrum, quodque ut daro quivit 

Una dies, sic una potest auforre : nec illud, 15 

Quod speciale bonum est hominis nullamque timet vim, 

Amplexi, miseros, quibus haec perdentia desunt 

Et per mille modos pereuntia, credimus ; ac si 

Justitiam durus labor urgeat, et dolor aegri 

Corporis, et mortes natorum, et turpis egestas, 20 

Non quantas pariat constans tolerantia palrnas, 

Nec quo pugna brevis sit processura videmus; 

Sed calicem crucis ac vitae libare verentes, 

Vipereum obducto potamus melle venenum. 

Dulcia sunt etenim gustu specieque decora, 25 

Quae morbos mortemque animae generantque foventque, 

Canceris et ritu languentia viscera carpunt; 

Quumque Deus medicam coelo demittere curam 

Dignatur, penitusque putres abscindere fibras, 

Incusamus opem teneri, et tabescere morbo 30 

Malumus, antidoti quam vim tolerare severi. 

Non igitur mala sunt, quae nos mala ducimus, et quum 
Ulceribus diris non parcit dextra medentis, 
Amplectenda salus, non exacuenda querela est. 
Jam quos peccantes Deus arguit, hos etiam nunc 35 

Diligit, et patrio vult emendare flagello. 
Meque istis potius societ, quam congreget illis, 



fO usato in tal senso anco dagli antichi. Inoltre puo qui significare for- 

tuna, averi, patriinonio. 

15-18. nec Uiud. Go&tt.iriec amplexi iUud quod est bonum speeia 
ei nuUam timet vim t credimus miseros iUos quibus ecc. — perdentia 

che ci perdono, ci mandano in rovina, all'inferno. — pereuniia, che peri- 

scono essi stessi 

I » e 20. justitiam perjusios. — turpis egestas. Cosi Virgilio (Aen. vi, 

270), e Monti ad imitazione di lui (Basvil. nj: il turpe bisogno. 

"(O pugna..., ne quali trionfi si riportino da momentanea 

lotta. 

I. Vipereum ecc. Par che ricordi la similitudine di Lucrezio (/. 

ueris ecc, imitata poi anche dal Tasso nel primo canto della 
Gerusalemmi : - Come alFegro fanciul, „ ecc. 

. 11 P. ebbe la mente a quel del Genc^i (iu, 6J : I 
bonum 

■ rimcdio salutare. 
v. & i opera teneri, noi delicati incolpiamo il suo aiuto, la 

nostra delicatezza ci fa accusare la sua mano soccorrevolc. 



32 AUTORE INCERTO 

Quos jam submoto permisit verbere cursu 
Ire voluntatis, propriaque libidine ferri. 
Hi sunt vero illi, quos inter crimina tutos, 
Et scelerum dites fructu, impunita senectus 
Extremas turpis vitae produxit in oras. 
Hi justum injustis odiis pressere: per istos 
Bella excita piis, et flagra medentia tardis. 



VII. 

Lezioni dell'avversita. 

Namque eadem cunctos exercent tela fideles 
Sed duplici causa : dum quo torquentur iniqui, 
Hoc sancti crescunt; et quod poenam attulit illis 
Pro culpa, hoc istis dat pro virtute coronam. 
Denique, si quicquid mundanis rebus acerbum 
Accidit, excutias, totum jam sponte videbis 
Anticipasse Dei famulos. Gemit ille talentis 
Argenti atque auri amissis, hunc rapta supellex 
Perque nurus Geticas divisa monilia torquent : 
Hunc pecus abductum, domus ustae, potaque vina 



v. 42. rltae in oras , agli ultimi connni della vita, al punto 
morte. 

vv. 43 e 44. per istos ecc, per essi s'accende la guerra contro i Santi, 
.sono il flagello di cui Dio si serve per risvegliare la nostra indolenza. 
E sccondo il pensiero di S. Agostino [In Psalm. Liv, 1): u Xc putcti> 
gratis esse malos in hoc mundo, et nihil boni de illis agere Deum. 
Omnis malus aut ideo vivit ut corrigatur, aut ideo vivit ut per il 
bonus exerccatur. n 

VII. Ilhl. rr. 8:*G-933. II cristiano istruito dalla fcde crcde e adora le 
mire provvidcnziali di Dio, e nelle stcsse avversita il suo cuore ricoiio- 
sce una lczionc di amorc, chc lo riempie di gratitudinc verso colui che 
non ci percuotc sc non per rendcrci migiiori. 

v. 1. eadem tela, gli stcssi colpi, le stcsse sventure o avversita. 

r. 3. crescunt, si perfezionano. 

vv. 5 e 7. excutias, mentre tu ccrchi di sottrartici. — totum anticij 
Deifamulo8, i scrvi di Dio espon-isi anticipatamente c con gioia. pr< - 
rorrcre spontancamcnte ecc. — gemit ille eco. Alludc al furore dell 
vasiono, chc i piu preziosi oggotti dci Gallo-Romani passavano tra le 
mani dci barbari. 

v. 9. 08, lc donne dei Q-eti, Vedi pag. 20. Talora i Pocti dis- 

^scro nurus per qualunque donna. Cosi Ovidio [Art. am. nx, 248): l 
's illud eat. 



AUTORE INCERTO 33 

Afficiunt tristes nati, obscenLjue ministri. 
SeJ sapiens Christi servus nil perdidit horum, 
Quae sprevit coeloque prius translata locavit ; 
Ac si quid mundi sub tempestate laboruin 
Incidit, intrepide subiit, manifestus honoris 15 

Promissi, et cupidus victo certamine solvi. 

At tu, qui squalidos agros desertaque defies 
Atria, et exustae proscenia diruta villae, 
Nonne magis propriis posses lacrymas dare danmis, 
Si potius vastata tui penetralia cordis 2 I 

Inspiceres, multaque obtectum sorde decorem, 
Grassantesque hostes captivae mentis in arce? 
Quae nisi per cunctas patuisset dedita portas, 
Inque suam cladem facibus. fomenta dedisset, 
Haec etiam, quae facta manu speciosa fuerunt, 25 

Devoti meritum populi testata manerent. 
Sed quum deformi jaceant prostrata ruina, 
Objiciunt nobis casus nostrosque suosque. 
Hos igitur cineres templorum, haec busta potentum, 
Quae congesta jacent, populati cordis in aula 30 

Plangamus captiva manus ; nos splendida quondam 
Vasa Dei, nos almae arae et sacraria Christi , 
In quibus argentum elocruii, virtutis et aurum, 
Et sceptrum captum est crucis et diadema decoris. 

r. 11. obscenique ministri, i servi sordidi, coperti di cenci 
v. 15. manifesiu8 honoris..., sicuro della gloria prornessa, e dcsideroso 
di uscir vincitore della lotta. Manifestus pare voglia signiiicare la con- 
vinzionc, la sicurczza esternata, rnanifestata al di fuori con segni, pa- 
role di gioia, di gaudio. QuelLi convinzione, quella sicurezza che facea 
a Paolo esclamare: Beposita est mihicorona justitiae, quam reddet mihi 
Dominus justus judex ; e: Cupio dissolvi et esse cum Christo. 

v. 18. Atria, per sined., case. — proscenia, teatri. I ricchi Galli parc 
avessero anch essi a que' tempi nelle loro ville i teatri, a simiglianza 
delle ville degli antichi Romani , massime imperiali : sono celebri le 
ville di Caligola, di Nerone e di Vespasiano presso Cutilia ecc. 

rv. 23-2G. Quae nisi ecc. Ah! se non si fosse essa stessa data in mano 

dei nemici (dedita) loro aprendo tutte le sue porte, se non aves.se essa 

l aceesa la riaccola in mano de' suoi incendiari, starebbero ancora 

in pi nt) que' capolavori della mano dell'uomo (facta manu 

h l attestare a tutti (testata) la pieta d'un popolo fedele. — 

9. Talora si dissero faces le fiaccole incendiarie. 

mt nools, ci presentano lo spettacolo ecc. 
39-81. burta, i busti.lc statue. — congesta, ammonticchiatc BUl suolo. 
— eaptiva manus, o gcnte, o popolo caduto in ischiavitu. 

Pcrche nell'anima del cristiano abita Dio. Consimil 
traslato disee Cicerone: Corpus quasi vaa eet animi, 

rv. 33 c '31. Pn quibua captum oat, donde il ncmico ha rapito ccc. Si noti 

Carmina — III. 3 



34 AUTORE INGERTO 

Isec rabidis justam moveamus questubus iram, 35 

Judicium culpando Dei, quod mentis et oris 
Officium multa transcendit majus abysso. 



la bellezza di tutte queste metafore ; 1'argento della parola, l'oro della 
virtu, lo scettro della croce, il diadema della belta. 

vv. 36 e 37. quod mentls..., clie piu grande del grande abisso {awHa 
abtjsso) trascende la portata {officium) della nostra intelligenza e delle 
nostre parole [oris). Multus in senso di grancle, come e qui, e approvnto 
dagli esempi dei classici antichi. 



SEDULIO 



Sedulio fioriva a'principii del quinto secolo, o paro avesse avuti i na- 
tali in Irlanda, dove lc lettore erano gia in onorc a qucl tempo, a giudi- 
care dalla proniezza con cui vi si riapriron lo scuole dopo il cataclisma 
delle invasioni.Si applico in gioventu allo scicnze profane, e stndio fi- 
losofia in Italia. Piu tardi illuminato dalla grazia divina, si diede 
sivamente allo studio delle sante Scritlure. Ordinato sacerdote, innal- 
zato, secondo alcuni antichi scrittori, all' Episcopato, compose il suo 
tale sotto gl'imperatori Teodosio il Giovane e Yalenti- 
niano III, fra il I2o e il 450. Qucsta sa^a opera gode grande celebrita nel 
medio evo, e papa Gelasio, Cassiodoro, Fortunato, il venorabile Beda, 
Alcuino, Petrarca, Gersone e molti altri iilustri scrittori concordemente 
ne fecero grandissimi clogi. A\ secolo xvu riconoscevasi tuttavia cne 
i suoi pensieri erano nobili e maestosi, o i suoi dolci e ar- 

moniosi. Non e dunque a stupire, se S. Isidoro di Siviglia clie viveva 
sul cominciare del vn secolo, e che non era come noi educato a non am- 
mirare che i soli poeti pagani, attribuiva alla poesia di lui una forza ed 
una maesta imponente. Questo gran santo, anch'egli poeta, congiunse 
gli elogi di Sedulio e di Giovcnco nel seguente suo distico: 

u Ambo pares lingua, florentes versibus ambo, 
be evangelica pocula larga ferunt. „ 



I. 

Soggetto del poema Pasquale. 

m sua gentiles studeant figmenta pootae 
. lisonis pompare modis, tragicoque boatu, 

I. Dal . L'opera principale di Sedulio 6 il . 

liviso in cinque libri o canti. Quali foss< 

' titolo al suo lavoro, cel dice 

lonio: precipua fu che G. C. di cui egli canta le 

- immol6 al I . i. II 

I ;li , armo- 

ii .ne. Nel p i arra i 

vcrsi, lo :.• • 
i 



36 SEDULIO 

Ridiculove Getae, seu qualibet arte canendi 

Saeva nefandarum renovent contagia rerum, 

Et scelerum monumenta canant, rituque magistro 5 

Plurima Niliacis tradant mendacia biblis; 

Cur ego Davidicis assuetus cantibus odas 

Chordarum resonare decem, sanctoque verenter 

Stare choro, et placidis coelestia psallere verbis, 

Clara salutiferi taceam miracula Christi? ]0 

Quum possim manifesta loqui Dominumque tonantem 

Sensibus et toto delectet corde fateri : 

Qui sensus et corda dedit, cui convenit uni 

Facturam servire suam, cuijure perenni 

Arcibus aethereis una est cum Patre potestas, 15 

Par splendor, communis apex, sociale cacumen, 

Aequus honor, virtus eadem, sine tempore regnum, 

Majestas similis : haec est via namque salutis, 

Haec firmos ad dona gradus Paschalia ducit. 

Haec mihi carmen erit: mentes huc vertite functi : 20 
Hanc constanter opem laesis adhibete medullis, 
Quos lethale malum, quos vanis dedita curis, 
Attica cecropii serpit doctrina veneni, 



v. 3. Bidiculove. Sott : boatu. — Getae, Geta, personaggio che faceva da 
buffone nelle coruposizioni teatrali di Menandro. Ma qui e posto ad in- 
dicare la commedia per opposizione alla tragedia {tvagico boatu). 

vv. 5 e 6. scelerum monumenta, le memorie de' delitti. Similmente Ci- 
cerone: monumenta furoris. — rituque magistro , c mossi solo dall'uso, 
dalla consuetudine. — Xiliacis biblis, carta, libri. II papiro (S-j^aoc), 
con cui gli antichi lavoravano la carta, cresceva in abboudanza sulle 
sponde del Nilo. Lucano (m, 222): 

u Nondum flnmineas Memphis contexere biblos. „ 
Ondc venne biUia, bibliotheca. 

vv. 7 e 8. Davidicis... resonare decem, uso a cantaro i salmi di Davide 
al suono del decacordo. Questo strumento musicale, detto anche 1'arpa 
di Davide, era a dieci corde. Xel suono di esso i Padri scorgono simbo- 
leggiata 1'osservanza dei dicci precetti del Decalogo. 

v. 11. manifesta, fatti manifesti, evidcnti. 

v. 20. Jfaec rnibi ecc. A simiglianza di Prudenzio (i, 27): 
u Nam mihi carmen erit Christi vitalia gcsta. „ 

v. 21. laesis medullis, malattic intcrnc, malattio dell'anima. 

vv. 22 e 23. quos sottint. per. Fanstino Arevalo osserva che, quantun- 
que il vcrbo serpere, oltrc al particolar modo sevpeve humi, si costrui- 
sca con qualche iDreposizionc, come : eerpere per le.vvam, sevpeve in av- 
lovcm, pure nulla osta che sia anche costrutto con 1'accusativo senza 
preposizione, in modo che la preposizione pcv ch.2 dai poeti spesso tra- 



s;:dulio •'</ 

Sectantesque magis vitam., spirantia odo-rem 
Legis, Athenaei paedorem linquite pagi. 25 

Quid labyrintheo, Thesidae, erratis in antro, 
Caecaque Daedalei lustratis limina tecti? 
Labruscam placidis quid adhuc praeponitis uvis, 
Neglectisque rosis, saliuncam sumitis agri? 
Quid lapides atque aera coli, quid fana profanis 30 

Proderit, et mutis animas damnare metallis! 
Parcite pulverei squalentia jugera campi, 
Et steriles habitare plagas, ubi gignere fructum 
Arida nescit humus ; nec de tellure cruenta 



lasciasi, venga sottintesa, ovvero che 1'accusativo sia conie di person.i 
paziente. Cosi serpere e adoperato passivamente da Solino: 

u Cum terra nullo serpatur angue. „ 
Perche dunque non si potra dire: 

- Cum nullus anguis terram serpat ? „ 
— Attica doctrina. I/anatema scagliato qui da Sedulio contro le finzioni 
e le osconita della letteratura greca, cade eziandio su quelle della lette- 
ratura latina pagana, la quale non fu che 1'imitazione di quella. 

v. 25. Aihenaei pagi, delle superstizioni ateniesi, o piu generalmente, 
del paganesimo. I cristiani davano agli antichi idolatri il nome di pa- 
gani, a&iKirjus, perche 1'idolatria perduro piii lungo tempo nei villaggi 
(Vedi Fasc u, pag.il). E questa e pur la ragione che i poeti cristiani 
adopraron la voce pagus a significare le paganiche superstizioni. 

v. 26. TheskJae, Atenicsi. Li chiamo cosi Yirgilio da Teseo, loro re, 
che fabbrico la citta di Atene [Georg. n, 382). La Grecia, e particolar- 
mente Atene, fu per le sue belle arti e per la sua letteratura il centro 
del paganesimo, spesso indicato sotto il nome di ellenismo. 

•. 27. DaedaJei, di Dcdalo,uno dei piu valenti artisti ateniesi, eccellente 
sopra tutto nella scultura e nell'architettura. Esiliato, riparo nelTisola 
di Creta, e vi costrui il labirinto si ceicbrato dai poeti, — limina tecti, 
per limina domus. 

. jS e 29. uvis. Tolse il pensiero da S. Giovanni (xv, 1): Ego sum 
vitis veva. — Saliuncam. Da Virgilio [Ecl. v, 16): 

u Lenta salix quantum pallenti cedit olivae 
Puniceis humilis quantum saliunca rosetis, 
Judicio nostro tantum tibi cedit Amyntas. „ 
10 e 31. profanis. Altri leggono : profani, cioe: o profani. — mutis 
s , per mutis simulacris. Similmente Prudenzio ( Lib. i contra 
Symm., 210 : 

- Fiulit, opesque sibi caeca de rupe poposcit. „ 
II Cellario e 1'Arntzenio credono che il P. paragoni gli adoratori degli 
idoli a que' disgraziati che sono condannati alle miniere. Meglio 
opina il Nebrisscnse, dicendo che il P. imita quel di Virgilio [Ecl. 
Damnatis tu quoque votis; dove il verbo damnare e in luogo di obbli 
legar ranimo altrui per benericii od altro. Gli Dci obbligavano (■■' 

■ facean reidivoto, quando concedean qucllo che per voto - 
mandava, e c btavano a fare quanto col voto si era prom 

lo dunque direbbe, secondo il Nebrissense . che non gia gli Dei, 
come quelliche altro non erano che pietre e metalli , aveano obbli- 
gato , fatto Boggetti a bo gli uomini, ma questi eransi da Be - 
fatti Boggetti ad 



38 SEDULIO 

Livida mortiferis vellatis toxica succis, 35 

Tartareis damnata cibis ; sed amoena vireta 
Florentum semper nemorura, sedesque beatas 
Per latices intrate pios, ubi semina vitae " 
Divinis animantur aquis, et fonte superno 
Laetificata seges spinis mundatur ademptis; 40 

Ut messis queat esse Dei, mercisque futurae 
Maxima centenum cumulare per horrea fructum. 

II. 

Invoeazione. 

Omnipotens aeterne Deus, spes unica mundi, 
Qui coeli fabricator ades, qui conditor orbis, 
Qui maris undisonas fluctu surgente procellas 
Mergere vicinae prohibes confinia terrae; 
Qui solem radiis, et lunam cornibus imples, 5 

Inque diem ac noctem lumen metiris utrumque; 
Qui stelias numeras, quarum tu nomina solus, 



rv. 36 e 37. sed amena vireta. Ad imitazione di Yirgilio (Aen. VI, G79): 
u Devenere locos laetos et amoena vireta 
Fortunatorum nemorum, sedesque beatas. „ 

E certo nella mente del P. questi bei versi convenivano assai piu 
ul paradiso dei cristiani clie ai monotoni campi elisi del pocta pagano, 
dove gli eroi non godevano altri piaceri cne quelli di questa vita. 

v. 41. Ut messis. Con simil bellissimo traslato S. Ignazio Martire : 
'• Frumentum Christi sum; dentibus bestiarum molar, ut panis mundus 
inveniar.„ 

v. kl.fructum. Allusione alla parabola della semenza in S. Luca viii. 

II. Ibid. vv. GO-102. Questa invocazione dcl poema di Sedulio non 
manca di sublimita c grazia. Egli non s'indirizza allamusa profana, ma 
a Dio, creatore del cielo e della terra. 

vv. 3 c 4. Qui maris ccc. II P. ebbc in mente le sublimi parole di 
Giobbe (xxx., 11): Et (lixi : Usque huc renies et non procedes amplius, et 
hic confringes tumentes jiuctus tuos. Ed il Corder, ne' suoi commenti a 
Giobbe: u Clarius autem haec maris obcdicntia ad divinum praeceptum 
ostenditur, cum agitatur ventis, ct intumescunt fluctus ejus ; aliquando 
cnim ita crigit suos liuctus, ut ad coelos pertingere videantur, et tanta 
vi ac impetu in terram irruit ut eam penitus obruturum appareat: 
lioc tamen ipso quod arenac pulvcres iniirmos ct lcves attingit, ita se 
contiuet , ut nullatenus illos transgrediatur. „ Yeggasi la bclla descri- 
zionc di Draconzio (Lib. n, v. 343). 

v, G. Inque diem ac noctem, y>?y: interdiu ac nocte, secondo il Wopkens. 
Spiega: e distribuisce con misura la lucc al giorno ed alla notte. — 
lumen utrumque, la lucc del solc c dclla luna. 

v. 1. Qui stellas. Imitazionc biblica. II Darth ci vcde un'imitazione d'0- 
vidio, Met. v. 



39 

i i, potestates, cursus, loca, tempora nosti ; 
liversa novam formasti in corpora terram, 
Torpentinque solo viventia membra dedisti ; 10 

Qui pereuntem hominem vetiti dulcedine pomi 
Instauras meliore cibo, potuque sacrati 

a linis infusum depellis ab angue venenum ; 
Qui genus humanum (praeter quos clauserat arca) 
Diluvii rapida spumantis mole sepultum 15 

L na iterum de stirpe creas, ut mystica virtus, 
Quod carnis delicta necant, hoc praesule ligno 
Monstraret liquidas renovari posse per undas; 
Totum namque lavas uno baptismate mundum: 
Pande salutarem paucos quae ducit in urbem 20 

Angusto mihi calle viam, Verbique lucernam 
Da pedibus lucere meis, ut semita vitae 
Ad caulas me ruris agat qua servat amoenum 
Pastor ovile bonus, qua vellere praevius albo 
Virginis Agnus, oves, grexque omnis candidus intrat. 25 

Te duce difficilis non est via, subditur omnis 
Imperiis natura tuis, rituque soluto 
Transit in adversas, jussu dominante figuras. 
Si jubeas mediis segetes arere pruinis, 

v. 9. Xovrirn i,i terram, sulla terra novella, sulla tcrra che avevi allora 
allora creata. II Gallandi legge, secondo un codice torinesc 
terra. 

teter, eccetto, fuorche. — rapida. Alcuni leggono ra- 
ma la prima lezione 6 piu comune e da preferirsi, stante che il 
P. accenna alla celerita, alla vecnieiiza dcl diluvio. 

rv. Kj-1S. ut mystica ecc. Costr.: ut mystica virtus monstraret hoc quod 
it, posse renovari, praesule ligno, i»r undas liquidas ; 
afnnche per tal misterioso prodigio apparisse conie 1'acqua pura puo, 
in virtii del legno della croce, rinnovare quel che il peccato della carne 
avca fatto pcrire. — II dilavio fu figura dcl battesimo, e 1'arca fu figura 
della croce (S. Agost. dedv. Dei, xv, 26). 

p. 19. Totum ecc. Richiama alla mcnte la sublime immagine di san 
Gregorio Nazianzeno [Oratio in sancta lumina): "ascendit Jesns de aqua 
m quodaminodo demersum educens et elevans mundum. „ 

lucernam... Giusta il biblico (Salm. cx.vm , 105): Lu- 
s me%8 verbum tuum, et lumen semitis 

\, A.werbio quidi stato in luogo, dove, e ncl verso seguente 
rbio di moto per luogo, caro, amato. 

r opposizione ai 
i I giudizio, quelle alla destra, qnesti alla sinistra 

saran coUocati (S. Matt. xw. 

98u dominante, e rompendo le suc leggi, al 
• ao Bovrano comando. 

i }eti dissero 
Meton. invcrno. 



40 SEDULIO 

Messorem producet hiems, si currere mustum 30 

Vernali sub sole velis, florentibus arvis 

Sordidus impressas calcabit vinitor uvas, 

Cunctaque divinis parebunt tempora dictis. 

Indicio est antiqua fides, et cana priorum 

Testis origo patrum, nullisque abolenda per aevum 35 

Temporibus constant virtutum signa tuarum. 

Ex quibus audaci perstringere pauca relatu 

Vix animis committo meis, silvamque patentem 

Ingrediens, aliquos nitor contingere ramos. 

Nam centum licet ora movens vox ferrea clamet, 40 

Centenosque sonos humanurn pectus anhelet, 

Cuncta quis expediet, quorum nec lucida coeii 

Sidera, nec bibulae numeris aequantur arenae ? 

III. 

Nascita di Gesu Cristo. 

Quae nova lux mundo, quae toto gratia coelo ? 
Quis fuit ille nitor, Mariae quum Christus ab alvo 
Processit splendore novo? velut ipse decoro 
Sponsus ovans thalamo forma speciosus amoena 
Prae natis hominum, cujus radiante figura 5 

Blandior in labiis diilusa est gratia pulcris. 

p 32. Sordidus, tinto, inibrattato di niosto. Anclie Ovidio ( Mel. n, 29) : 
tt Stabat et autumnus calcatis sordidus uvis. „ 
— impressas, non premute, ovvero: sovrapposte e premute nel tino. 
Vha esempi delFuno e dell'altro significato. 

v. 31-36. Indicio est, n'e argomento. — cana origo, le antiche origini, 
cioe la storia. Cana sta per prisca, anliqua come in Yirgilio {Aen. i, 296) : 
Cana files et Vesta... — nullisque..., e sussistono eternamente (per aevum), 
senza che la succession deitempi valga a distruggerli , i monumenti 
della sua potenza (virtutum). 

vv. 37-39. Audaci relatu. Pare ad imitazione di Claudiano ( de JRapt. 
Pros.): Juuonis Ihalamos audaci promere cantu. Anche i pagani stimavano 
audacia il voler spiegare le cose divinc. — silvamque. Sembra al Bartli 
che il P. ritrac qui da Teocrito (I. de Laud Stilic. v. 22). 

v. 40. centum ora, vox ferrea. Con simil modo Yirgilio ed altri poeti 
a fare intenderela difficolta, 1'insufficienza di spiegare certe cose. 

r. 43. bibulaearenae, i granelli di sabbia dcl deserto. 

III. Lib. li, w. 48-07. 

v. 1. gratia. Un antico manoscritto ha invcce: gaudia. La quale va- 
riante concorda con la prosa del medcsimo autore: Quae novae lucis 
illatunc claritas mundi totius oras impleviti quae coelo laetitial 

vv. 3-G. Velut... th.alamo: simile allo sposo ch'csce esultando dalla ma- 



SEDULIO 11 

facilis pietas ! ne nos servile teneret, 
Peccato dominante, jugum, servilia summus 
Membra tulit Dominus, primique ab origine mundi 
Omnia qui propriis vestit nascentia donis, 10 

Obsitus exiguis habuit velamina pannis : 
Quemque procellosi non mobilis unda profundi, 
Terrarum non omne solum, spatiosaque lati 
Non capit aula poli puerili in corporo plenus 
Mansit, et angusto Deus in praesepe quievit. 15 

Salve, sancta parens, enixa puerpera regem, 
Qui coelum terramque tenet per saecula, cujus 
Numen, et aeterno complectens omnia gyrp 
Imperium sine fine manet, quce ventre beato 
Gaudia matris habens cum virginitatis honore, 20 

Nec primam similem visa es, nec habere sequentem ; 
Sola sine exemplo placuisti femina Ghristo ! 



IV. 
Assurdita delle oredenze pagane. 

Heu miseri, qui vana colunt, qui corde sinistro 

gnificenza dol talamo nuziale. Conforme al Salmista (xviii, 3): 

letts de thalamo sko. — forma ecc, vince in bellezza tutt' i 
nati degli uomini. Conforme ancora al Salmista (xuv, 3): S^ieciosus 
forma praefUiis hominum ; diffusa est gratia in labiis tuis. 

vr. 8 e 9. Servilia membra. S. Paolo ai Filippesi (n , 7): Semetipsum 
exinanivit formam servi accipiens, in similitudinem hominumfadus, 

v. 11. Obsitus, coperto, involto; non gia squallido, secondo altri. L'usa- 
rono in tal modo Svetonio e Terenzio. 
v. li. plenns, tutto intero. Cosi in Cicerone ed in Ovidio. 
v. 15. p>-:(esepe. Propriamente praesepi; ma anche Plauto Lucrezio ed 
Ovidio spesso dissero mare alTablativo per mari. E \>o\, praesepe puo ve- 
nlre da praesepis fem. leggendosi allora angusta praesepe. 

16-22. Salve... Loda qui il Pocta la Madre di Dio. La liturgia cat- 
tolica fe'suoi questi ultimi yersi, e da 13 secoli le labbra di tutti l cri- 
Btianili ripetono a gara, a salutare 1'incomparabile verginitadiMaria. 

. che avete partorito. — tenet 6 quanto : regit, gub 
— cuju8 Nutnen, al cui cenno possente aspetta, si serba [manet) un im- 
pero senza nne, immenso, eterno. — La parola gyro accenna al per- 
pctuo moto onde tutte cose son portate. — primam. Sottint. foeminam. 
rnardo, nel -1° scrmone sulFAssunta, traspone i w. 20 e 21 per 
adattarli al suo dire: 

iirimam similom visa cst noc liabore soquentem, 
Qaudia matrie habena eum virginitatis honoro. „ 
IV. L\h. r. , ,, 242-279. Questi versi si fanno amxnirare, diee II Gk>- 
rini, per la loro iina e mordacc ironia. Vi si trova il farc di Giovenale. 



42 SEDULIO 

Relligiosa sibi sculpunt simulacra, suumque 

Factorem fugiunt, et, quae fecere, verentur. 

Quis furor est, quae tanta animos dementia ludit, 

Ut volucrem, turpemque bovem, tortumque draconem, 5 

Semihominemque canem supplex liomo plenus adoret? 

Ast alii solem, coecatis mentibus acti, 
Affirmant rerum esse patrem, quia rite videtur 
Clara serenatis infundere lumina terris, 
Et totum lustrare polum : cum constet ab istis 10 

Motibus, instabilem rapidis discursibus ignein 
Officium, non esse Deurn, quique ordine certo 
Nunc oritur, nunc occiduas demissus in oras 
Partitur cum nofite vices, nec semper ubique est, 
Nec lumen fuit ille manens in origine mundi, 
Cum geminum sine sole diem novus orbis baberet. 
Sic lunae quoque vota ferunt, quam crescere cernunt, 
Ac minui, steliisque litant, quae luce fugantur. 

Hic laticem colit, ille larem, sed jungere sacris 
Non audent inimica suis, ne lite propinqua 20 

Aut rogus exiguas desiccet fortior undas, 
Aut validis tenues moriantur foniibus ignes. 

v. 2. Belligiosa. Yedi pag. 20, nota v. 26. — sculpunt. Y'e chi legge scal- 
punt, clie, secondo i grammatici, e meglio. 

v. ±. Jndit, inganna, seduce. — L' Arntzen. legge : dementia cepit, che e 
couforme a Yirgilio. 

vv. 5 e 6. turpemque bovem. Vedi Yirgilio, Georg. m, 52. II P. ride cli Ibi, 
Api, Anubi, Eei degli Egiziani, e, sotto il nome del dragone, ride di Escu- 
lapio. L'uccello e Ibi, il bue e Api, il cane mezz'uomo e Anubi. Son note 
le rispettive favole. — plenus. Xon gia pronus, come vorrebbero leggere 
il V\*opkens e 1'Amtzen. per la futile ragione che lo stesso Sedulio, al- 
trove, ed altri dissero: 2' )ronus adoret ; senza rifiettere che il P. con tal 
lezione, sottile ed elegante , volle fare allusione al semihominem 
canem. 

v. 8. rite s con regolarita, con ordine. 

v. 12. Ofjirium , non esse T)eum , cioe non esse Deum , sed ministrum 
offic ialem. Infatti officium e preso talora in questo senso, a quel modo 
che conj 'uyinm per conjux, matrimonium pcr conjuges, servitia per servi, 
ministeria per ministri, phUosophia per phUosophi, e simili. 

v. 14-. Partitur vices, s'alterna con la notte. Similmente Draconzio 
(Carmen de Deo, II, 10): frigidaluna Partita cum fratre vices. 

. 15 e 16. Xec lumen ccc ., la sua luce non rimonta alle origini della 
terra, perche questa creata che fu [novus) ebbe due giorni senza sole. 
Come poi vi potessero essere i giorni senza sole, basta rificttere che 
que' giorni di cui parla il Genesi, non erano, come prcsentemente e, di 
24 ore, ma epoche, la cui durata non sappiamo. Yeramente non furono 
duei giorni senza sole, osserva cosi il Nebrissense, avendo Dio creato nel 
quarto giorno il sole e la luna. Ma il P parla de' due giorni ciie segui- 
rono il primo, che fu crcata la tcrra. 

v. 18. Jnce. Intcndi quclla del giorno, 

19-22. Uic laticem, chi adora Pacqua, chi il fuoco; ma non osano 



DLIO 43 

Arboreis aliis ponit radicibus aras, 

litque dapes, et ramos flebilis orat 
{*t u.itos caramque domum dilectaque rura 2o 

Gonjugiique fidem, famulos censumque gubernent. 
Ligrieoj ligna rogas ; surdis clamare videris, 
tis responsa petis, quae jura domorum 
Hac ratione regunt, si caesa securibus actis 
Ardua pendentis sustentent culmina tecti, 
Aut subjecta focis dapibus famulentur cdendis. 
Konnulli venerantur olus mollesque por hortos 
Numina sicca rigant, verique hac arte videntur 
Transplantatorum cultores esse deorum. 

Plura referre pudet, sanctoque in carmine longum 
Vel damnare nefas, ne mollia sentibus uram 
Lilia, purpurei neu per violaria campi 
Carduus, et spinis surgat paliurus acutis. 

V. 

La Croee. 

in patuli suspensus culmine ligni, 

nelle loro cerimonie riunire questi due avversarii, per timore che ve- 

nendo in lotta fra loro, la forza piu potente del fuoco non trionfi della 

debole acqua, o che l'acqua piu potente non estingua la debole fiainma. 

la era adorata dagli Egiziani, dagli Sciti e dai Persiani. Yedi 

>7. ii ; il fuoco dai Bomani. — morianiur, per exstinguantur, 

oza che trovasi anclie in altri poeti; come si di6se pure e con- 

.■ ardi ns e ardere. 

ecc. Anche gli alberi erano adorati. Vedi Prndenzio, 

Symm. 1009. 

l. Aclis per : adactis, incussis. 

:. Nonnullx. Di questa foUe snperstizione dei pagani ride bene Gio- 
. xv, 10. 

. longum nefas, tante empieta. — uram. E nel senso di dissec- 
care, inaridire. 

. pe' campi dove la viola fa pompa della sua 
porpora. 

'j \8... Imito VirgiUo, Ech v, 30. 
V. / 2-195. fi degua al certo di considerazione la precisione 

con cni Sedulio, al principio del qninto Becolo . esprimeva in questi 
: i dottrina cattolica rignardo airadorazione della Croce. Inoltre 
vi b\ allude al modo comc fosse quesfalbero di nostra salute orien- 
odo era rivolto ad occidente. E Sedulio s'ac- 
con un gran nnmero dei Padri d lla Oh 
quali veggono in cib nna profezia dei grandi destini ai quali furono 
dalla nnova legge chiamate quelle nazioni ch'erano fino allora 

'. versi vennero piu volte citati dagli scri 
lici contro gli avversarii del culto che prestiamo alle sacre immagini. 



il SEDULIO 

Relligione pia mutans discriminia iram, 

Pax crucis ipse fuit, violentaque robora membris 

Illustrans propriis, poenam vestivit honore, 

Suppliciumque dedit signum magis esse salutis, 5 

Ipsaque sanctificans in se tormenta beavit. 

Neve quis ignoret, speciem crucis esse colendam, 

Quae Dominum portavit ovans, ratione potenti 

Quattuor inde plagas quadrati colligit orbis. 

Splendidus Auctoris de vertice fulget Eous, 10 

Occiduo sacrge lambuntur sidere plantae, 

Arcton dextra tenet, medium laeva erigit axem, 

Cunctaque de membris vivit natura creantis, 

Et cruce complexum Christus regit undique mundum. 

VI. 

Vita di Gesu Cristo. 

A solis ortus cardine 
Adusque terree limitem, 

v. 2. Bettigione., volgendolo da oggetto d'ira e divisione in simbolo 
di religione e pieta. 

v. 3. violentaque robora, 1'albero violento, micidiale, il supplizio della 
croce. Silio Italico chiamo la clava: robur ietale. 

vv. 8 e 9. ratione potenli ecc, vi riconoscera con buona ragione le 
quattro parti in cui si divide [quadrati) il mondo. 

v. 12. medium axem, la linea meridiana. 

v&. 13 e 14. Cunctaque..., e cosi tutta la natura e vivificata per le memtra 
del suo Creatore, e il Cristo dalTalto della Croce abbraccia e governa 
tutto il mondo. Lattanzio (Instit. iv): tt Extendit Christus in passione 
sua manus, orbemque dimensus est. ,E S. Girolamo [Com. in Marcum, 
c. iv): u Ipsa species crucis quid est, nisi forma quadrata mundi ecc. „ 

VI. Quesfinno pieno d'affettuosa semplicita, che racchiude in com- 
pendio tutta la vita di Gesu Cristo, porta diversi titoli negli anticLi 
manoscritti: Versus Sedulii de Christo, Carmen alphabeticum Sedulii, Am- 
brosianum Sedulii. La Chiesa tolsene le sette prime strofe, e ne formo 
1'inno alle Laudi nell'Ufficio di Natale; e le strofe S.a, 9.a, 11. ae 13.:' 
per 1'inno delPEpifania a Vespro c Mattutino. L'inno e alfabetico o 
abccedario, porche consta di 23 strofe, e il primo verso di ciascuna 
comincia con una lettera ordinata dell'alfabeto. Fu per imitazione dei 
Libri santi che talune volte i poeti cristiani si fecero a scrivere dei 
componimenti di .tal sorta: le letterc iniziali di alcuni Salmi di Davide 
e del capitolo primo dclle Lamentazioni di Geremia si succedono ap- 
punto secondo 1'ordine dell' alfabeto cbraico : Aleph, Beth, Ghimel, 
Daleth ecc. Cotesta forma nulla ha in se di biasimevole, cd ha il van- 
taggio di soccorrere alla memoria. A torto 1'hanno taluni condannata, 
perche altri poeti ne fecero abuso. Non era ignota neppure agli antichi 
latini, e da essa ebbc originc i'acrostico. — 11 mctro dcll'inno e giam- 
bico dimetro regolare. Vedi Fasc. i. pag. 54. 

vv. 1-4. A solis. . . cardine, daH'oricnte. — Ad usque . .. Jimitem, all'oc- 



SEDULIO 43 

Christura canamus principem, 
Natum Maria Virgine. 

Boatus Auctor saeculi 5 

Servile corpus induit, 

Ut, carne carnem liberans, 

Ne perderet quos condidit. 
Castae parentis viscera 

Coelestis intrat gratia, 10 

Venter puellae bajulat 

Secreta, quae non noverat. 
Domus pudici pectoris 

Templum repente fit Dei : 

Intacta, nesciens virum, 15 

Yirgo creavit Filium. 
Enixa jam puerpera est 

Quem Gabriel praedixerat ; 

Quem matris alvo gestiens 

Clausus Joannes senserat. 20 

cidente. Nota, cosi il Venturi, il movimento lirico di questa prima strofe, 
e l'uso biblico della parola principem, che manifesta 1'altezza di Cristo 
re, congiunta con 1'umilta di lui nato da Maria: Lui Principe e Salvatore 
esaltb Dio (Act. v, 31). Questi graziosi versi, aggiunge il Piinont, scor- 
rono dal principio alla fine, come limpide acque da sorgente pura e 
feconda. 

. 5-8. Beatus. . . saeculi. Allude il P. alla frase di S. Paolo (Hebr. i, 2): 
per quem fecit et saecula. — Servile... indu.it. Qucsto verso compendia le 
altre parole del medesimo Apostolo (Philip. n, 7) : Sed semetipsum exina- 
nivit formam servi accipiens ecc. 1 n Cristo, nota S. Leone, fu creata la 
forma di servo senza condizione servile, perche 1'uomo nuovo fu cosi 
contemperato col vecchio, che assumesse ia verita del genere, ed esclu- 
desse il vizio della vetusta (Serm. xxn, 3). — Ut came ecc. Questa pro- 
fonda umiliazione volle il Figliuol di Dio subire per salvare con la sua 
carne immacolata la nostra corrotta dal peccato, e con essa il nostro es- 
sere tutto intero condanuato alla morte eterna. II clie fe' dire a S. Ago- 
stino (in Ps. Lxmj: u Si enim non esset homo, non liberaretur homo, et 
ideo passus se teneri ut lioino, et ut videretur, cruciiigeretur, et more- 
retur ut homo. „ Si, e la carne di Gesu Cristo, contiuua a dirc il Pimont, 
che dopo avere opcrato nel sangue e nelle lagrime la nostra redenzione 
sullacrocc, ce ne fa poi assaporare i frutti nel Sacramento Eucaristico, 
unendosi alla nostra carne per identificarla con la sua. ^listero incffa- 
bile, che il P. contempla sotto i divcrsi suoi aspetti nclle strofe che 
seguono. 

r. 12. non noverat. Quantunque a Maria Vcrgine non fosse ignoto l'ora- 
colodlsaia: Ecee Virgo concipiet ecc, pure la sua umilta non le permettea 
credere d'esser proprio dcssa la Vergine privilegiata, come appare dalla 
risposta che die alTArcangelo: Quomo lofiet istud 

r. 10. creavit. Sta pergenuit. Invece di Virgo creavit,i\ Possevino legge : 
Vt rho concepit. 

Gabriel... Giusta le parole deli'Arcangelo (Lttc. r, 31): 
i >-i> BfUium, ecc. 

v. 20. Clausus. Kammcnta le parole di S. Elisabetta (Lu:. 



40) SEDULIO 

Foeno jacere pertulit, 

Praesepe non abhorruit, 

Parvoque lacte pastus est, 

Per quem nec ales esurit. 
Gaudet chorus coelestium, 25 

Et Angeli canunt Deo ; 

Palamque fit pastoribus 

Pastor, creator omnium. 
Hostis Herodes impie, 

Christum venire quid times? 30 



ctuni est, ut audivit salutationem Mariae Elisabeth, exuUavit infans in utero 

ejus. 

vv. 21-24. Foeno ecc. Questa strofe e una delle piu belle nou pure di 
quesfinno, ma di tutta l'innograna cristiana. Richiama alla mente 1) 
care immagini bibliche [Ps. cklvi, 8 e 9): Qui producit in montibus foenum, 
et herbam servituti hominum ; qui dat Jumentis eseam ipsorum, e (Matth. vi, 
26): Respicite volatilia coeli, quoniam non serunt, neque metunt, neque con- 
gregant in liorreo: et Pater vester pascit illa. — Parvoque ecc. Cosi por- 
tano tutti gli antichi manoscritti e tutte le stampe fatte prima di Ur- 
bano VIII, invece di: Et lacte modico pastus est, sostituito da' Ccrrettcri 
degl*inni del Breviario. Sostituzione, dice il Pimont, riprovata a buon 
dritto dall'Arevalo, sia perche nulla v'e nelPantico contro le regole della 
buona lingua, essendo parvum lac quanto modicum lac, parum lactis, ed b 
con modo simile in Lucano (Lib. iv, v. 239): Si torrida parvus venit in orct 
cruor, sia perche la nuova lezione meno prestasi al canto ecclesiastico. 
— L'antitesi, che pel continuo contrapposto fra le due nature divina ed 
urnana in Cristo, ricorre in tutto Pinno', spicca sopratutto in questa 
strofe. Mentre questa figura e sempre piu o meno una ricercatezza ed 
una sottigliezza di lingua presso gli Autori pagani, sovente addiviene 
spontanea e bella presso i poeti cristiani, appuuto perche e sempre vera, 
ed ha una esistenza reale nel fondo del pensiero. 

vv. 25 e 28. Gaudet ecc. u I primi duo versi, cosi il Yenturi, rendono 
quella parte di racconto evangelico: Si utt\ una schiera dt J /a celeste mi- 
'■■■ lodava Dio (Luc. n, 13): e gli ultimi due con profondo concetto 
poetico congiungono l'idea degli umili pastorelli, ai quali primamente 
volle manifestarsi il nato Kedentore, con l'appellazione pietosa ch'Egli 
dette poi di se chiamandosi: il buon Pastore. E S. Agostino [Serm. x, 11): 
Cristo nato l 1a carne, per gli Atigioli ammaestra, 

<"( e annunziato ai pastori principe ■ paslori. La quale ultima 

immagine e quella che piu in special modo doveva intenerire e confor- 
tare gli animi degli antichi cristiani, dacche non havvi quasi cripta nelle 
catacombe ove la non Bi veda simbolicamente efiigiata. 

. ►. Hostis.: Erasmo fn il primo a scorgere in questo verso un 
doppio difetto: un trochco in hostis, che e contro il metro giambico, e 
uno spondeo in llero, clic non deve inoontrarsi nel secondo piede. Ma 
Arevalo osserva : 1° ncl nom 1' aspirazione puo benissimo 

avere il valore di una consonante, come spesso l'ha altrove nello - 
Sedulio c in altri poeti; 2 ■ un nomc proprio, la prima 

sillaba puo essere, ad Hbitum, lunga o breve, giusta l'uso comunemcnte 
ricevuto a quell'epoca. Per queste e per altre buone ragioni il Pimont 

pisce questo verso a quello Bostituito dalla correzione : Cr 

' f, pag. 81. 



SEDULIO U 

Non eripit mortalia 

Qui regna dat coelestia. 
Ibant Magij quam viderant 

Stellam sequentes praeviam; 

Lumen requirunt lumino; 

Dum fatentur munere. 
Katerva matrum personat, 

Collisa deilens pignora, 

Quorum tyrannus millia 

Christo sacravit victimam. 40 

Lavacra puri gurgitis 

Coelestis Agnus atti-it; 

Peccata quae non detulit, 

Nos abluendo sustulit. 



;i e 32. Xo)i eripit ecc S. Agostiuo (5 rm. II ; Epiph. : - Pic ti- 
meant reges ad Patris dexteram jam sedenten, quein rex impius timuit, 
adhuc matris ubera lambentem. „ 

33-36. Ibant... Consuona con lc parolc dell'Evangelista S. Bfatteo 
: Qui cum au et ecce stella quam viderant in 

• antecedebat eos. La luce, dice il Pimont, che brilla agli occhi dei 
re !Magi, e li guida verso la Luce, oggetto delle loro sante aspirazioni, 
ci rappresenta tutta la meravigliosa econoniia della grazia. E questa i:i- 
fatti che levasi da prima sulForizzonte delFanima per indicare ad essa 
lavia; Paccompagna poi per rischiarare ed incoraggiare il suo cammino, 
sin che arrivi felicemente al termine. Inoltre la stella e simbolo non 
solo della grazia, ma di Gesu Cristo stesso, Lux vera. E Egli ch 
principio c nel mezzo e nel termine del cammin di nostra vita ci 
chiama e ci guida e c'inonda degli eterni suoi splendori. Ego - 

■ t (Ao tc. xxnj ; Ei 'estris 

v. r, 19); Lu 
tuo videbimits lumen (Ps. xxxv, 10). E la Chiesa nell' Ufficio di questa 
solennita canta anch'ess 

dum : Lhx deluce a praesepio, tt fulgehat in 

eoelo. — ' :t cita questo verso contro Richard 

Simon ; a provarc che i Magi adorarono veramente Q-esu Cristo 
1 Ures au sujet de 1« version ecc). 

uesta parola comincia con la lettera 7.- e non col 
conservare alla strofe 1'ordine alfabetico. Di simile licenza fecero 
anche altfi, fra' quali il B nma- 

iomede poi afferma che gli antichi preponovano il h quanclo se- 
guiva Va breve, eom'e appunto in k ti 

I.nallage, nota l'Arntzen., cioe il singolare pel plurale. 
Qno, e in singolare, comc caso di aj 

_:uc allegorica del battesimo 
oza. La parol . -ta per rap« 

. luo- 



4S SEDULIO 

Miraculis dedit fidem 15 

Haberc se Deum patrem, 

Infirma sanans corpora 

Et suscitans cadavera. 
Novum genus potentiae! 

Aquae rubescunt hydriae, 50 

• Yinum jussa fundere 

Mutavit unda originem. 
Orat salutem servulo 

Flexus genu centurio: 

Credentis ardor plurimus 55 

Exstinxit ignes febrium. 
Petrus per undas ambulat, 

Christi levatus dextera; 

Natura quam negaverat, 

Fides paravit semitam. 60 

Quarta die jam fetidus 

Vitam recipit Lazarus, 



ghi piu o meno profondi, e vi si discendea per diversi gradini; e cio a 
figurare il sepolcro di Gesu Cristo, di cui ll battesimo e tipo, giusta 
1'Apostolo (liom. vi): Consepulti enim sumus cum iUo per baptismum. — 
Peccata ecc. Antitesi felicissima. L'Agnello di Dio discende senza pee- 
cati, perche impeccabile, nelle acque simboliche del Giordano, e cosi 
ci purifica de' nostri peccati , de' quali esce carico per espiarli sulla 
croce. 

v. 45. Miraculis , fe' credere co' miracoli, ch' Egli era il Figliuol 

di Dio. 

v. 49. Xovum. Perche, secondo osserva Pimont, il miracolo operato da 
Gesii Cristo nelle nozze di Cana, lc quali eran figura delle sue cclesti 
sponsalizie con la Chiesa, non era mai avvcnuto neH'Antico Testa- 
niento. Inoltre, perche era il segno di un fatto incomparabile che vcniva 
a porre il suggello e la corona alP attuazione de' divini discgni. E in- 
fatti, quell'acqua che arrossisce d'un tratto nelle urne, Jquae rubescuni 
hydriae, rappresenta, dice Agostino, la legge delTAntica alleanza, che, 
in se stessa considerata, cou tuttc le sue figure e profezie non era, 
senza Gesu, altro cbe acqua fredda e senza Bapore. Ma viene Gesu _, 
la vigna del Padre [Joan. xv, l)c nclla sua pietosa iucaruazione fapassare, 
a dir cosi, traverso le suc vcne divine 1'ac^ua fredda e insipida della 
lcgge mosaica, e la trasforma in q><<! vino celeste, son parole di liossuct, 
in quel vino evangelico serbato per lafine delpasto, cioe per 1'ultima cta 
che deve durare fiuo alla cousumazione dei secoli. — jussa , per co- 
mando di Gcsu — originem, u naturam. „ 

rr. 53-5G. Orat ecc. In questa strofe souo ricordati il miracolo della 
guarigione del servo del Centurione e quello della suocera di S. Pietro. 
Vedi S. Matt. vm. — Flexus genn. lu antichi manoscritti e invi" 
xus genu, 

59 c G0. Natura ccc. Costr.: Fides para -it scmitam quam...., Pcr >/«■ 
tura inteudi lc leggi dclla natura. 



SEDULIO 

Mortisque liber vinculis 

Factus superstes est sibi. 
Rivos* cruoris horridi 

Contacta vestis obstruit ; 

Fletu rigante supplicia 

Arent fluenta sanguinis. 
Solutus omni corpore, 

Jussus repento surgere, 70 

Suis vicissim gressibus 

Aeger veliebat lectulum. 
Tunc ille Judas carnifex, 

Ausus magistrum tradere, 

Pacem ferebat osculo, 75 

Quam non babebat pectore. 
Verax datur fallacibus, 

Pium ilagellat impius, 

Crucique fixus iunocens 

Conjungitur latronibus. 80 

Xristo mvron post sabbatum 

Quaedam vehebant compares, 

v. 63. Mortisque. In taluni codici antichi leggesi : cunctisque, alluden- 
losi ai legarni onde era involto Lazzaro, e da' quali fu sciolto dagli 
\postoli. 

ratea sihi. Diccsi quando si e campati da grande rischio. 
i . > Tacito e Seneca. 

v. 66. Contacia vestis, il semplice contatto delle sue vesti arresta... Vedi 
3. Luea, vnr, 43. 

Fletu , allc lagrime della donna suppliehevole, cessa il 

lusso del sangue. Nota bcl modo poetico: rigare Jietibus ora. 

t>, 69. Solutua, languente, attratto in tutte le membra. Fu il miracolo 
dcl paralitico. S. Giov. v, 8 e 9. 

v. 71. vici88im gressibus, e quanto: alternis gressibus. 

v. 81. Xristo. Alla maniera greca, ondo 1'origine del monogramma di 
Cristo. La usavano spesso gli antichi cristiani, pcrche 1'iniziale avca 
la figura dclla croce. Vedi Isidoro (Etym. Lib. i, 27), e Bcda {<lc arte 
metr.). Scdulio l'uso pure , pcrche cosi richiedeva rordinc alfabctico 
Selle strofe del suo inno. E ve ne ha cscmpi di altri pooti, tra'quali il 
Beda, mossi dalla ste^sa ragione. Per la qual cosa, non 6 ncccssario so- 
Btituirc a Xristo myron la parola Xeromyrrham, mirra arida, 8eeca,ct me 
fecero il Cuper e il Ncbrissense; tanto piu che ne Boffrirebbe il metro 
dcl yerso, ch'esscndo giambico non pu6 ammettcre il trocheo (.'• -•") 
al primo piede, e lo spondeo (myrrham) al secondo. Oltrc a ci6 co1 
interpretazione non cousuoncrebbe con la narrazione cvangclica. poiche 
S. Luca riferisce, che le pie donne recavano al Sepolcro aromi ■ 
guenti, non gia mirra aecca. — myron (uupov), ungucnto. Anche S. Gtt- 
rolamo adoperb la vocc myrum o myron (Praef. in lib. vet. Teat.)\ " quae 
Domini discumbcntis pretiosieslmo lidci myro ungitis caput. „ 

•mp-tres, cioe: . cioo le pia 

donne. Vedi 8. Luca xxur, ;o, c xxiv, 1. 

Carmina— III. i 



50 SEDULIO 

Quas allocutus Angelus 

Vivum sepulcro non tegi. 
Ymnis, venite, dulcibus, 

Omnes canamus subditum 

Christi triumpho tartarum, 

Qui nos redemit venditus. 
Zelum draconis invidi 

Et os leonis pessimi 90 

Calcavit unicus Dei, 

Seseque coelis reddidit. 

r. 83. Allocufus. Sott. est. Uu antico codice ha: Quas altoquuntnr 
angeli. 

v. 85. Ymnis. Comuuemente scrivesi coll'7? innanzi. Ma gli autichi scrit- 
tori soveute tralasciavano quest' aspirazione e in questa e in altre 
parole. 

v. 88. Venditus. Cellario, Arntzen. ed Alcuino leggono venditos. L'A- 
revalo ritiene venditus perche, dice egli, e lezione piu comuue e piu 
elegante. 

v. 91. Unicus, cioe: Unicus filius. Iu un codice membranaceo del se- 
colo xv, conservato nella biblioteca Laurenziana di Firenze^ era per 
clausola a quesfinno il distico: 

Qui nos in recto faciat persistere calle, 

Ut sibi servitium valeamus reddere dignum. 



SANUORENZIO 



S. Orcnzio (Orientius) nato in Uesca citta cVAragona, da illnstri e 
ricchi genitori, visse nella prirua meta del quinto secolo. Fatti i suoi 
studii neiraccademia cli Uesca, la cui istituzione, al dire di Plutarco, 
rimonta a Sertorio, venne tosto in grande riputazione per le brillanti 
qualita del suo ingegno. Ma un giorno, pregando sulla tomba di sua 
madre Pazienza e di suo fratello Lorenzo, che avevano sofferto il mar- 
tirio per la fede, Dio gli pose in cuore un ardente desiderio della soli- 
tudine ; oncVegli in compagnia clel suo vcccliio genitore si reco nelle 
montagne de'Pirenei ad applicarsi nel silenzio agli esercizi della peni- 
tenza e della contemplazione. Dio che, per mezzo de' suoi santi, rende 
feconda la solitudine, non permise che tanta virtu si rimanesse na- 
scosta in quelle aspre montagne : un buon numero degli abitanti cir- 
convicini, clVerano ancora attaccati alle vecchie superstizioni delVido- 
latria, tratti dalla sua parola e dal suo esempio aprirono gli occhi alla 
luce della fede, e si convertirono: ei fu Vapostolo dei Pirenei. Eletto, 
per divina rivelazione, vescovo di Auch, illustro il suo episcopato con 
insigni e prodigiosi scrvigi che rese a' suoi diocesani, e negli ultimi 
giorni di sua vita nel 439 risparmio alle popolazioni del mezzodi della 
Gallia gli orrori della guerra ch'era per attaccarsi fra Teodorico re dei 
Goti che regnava allora a Tolosa, e il generalo romano Aezio. Sono 14 
secoli, e la sua memoria suona ancora venerata e benedetta presso gli 
abitanti di Tolosa e di tutti i paesi vicino ai Pirenei. Le reliquie del suo 
corpo riposano a S. Sernin. In mezzo alle gravi fatichc del suo mi- 
nistero, S. Orenzio trovo il tempo di coltivare le muse. Scrisse per 
istruzione del suo popolo un poema elegiaco in due libri, che porta il 
titolo di Commonitorium fidelibus, opera preziosa che racchiudc le prin- 
cipali regole della morale cristiana, come S. Vincenzo cli Lerins aveva 
racchiuso nella sua opera, egualmente intitolata, le regole della fede. 
II tuono del P. e sempre nobile ed elevato ; il suo stile e pieno di un- 
zione e di semplicita ; la chiarczza delVespressione fa gia intravcdere 
quclla lingua latina del medio cvo, che i Bernardi e i Tommasi han sa- 
puto renderc si agevole, bi intelligibilc e si propria ad esprimere lo 
verita del Cristianesimo. "k un'opera degnissima d'esser messa nelle 
mani dei giovani, vuoi pel suo merito letterario, vuoi pe'savii consigli 
che racchiude. Non prima del 1717 si cbbe un'edizione completa di 
I hlologi, trascinati dal cattivo spirito dol Rinascimento,non han curato 
liimto qucsto e «li altri pocti cristiani, e non b che ad inon- 

darci cVun diluvio di stampe, corrcdato di notc e di commentarii, dcgli 
autori | itori a' monaci Benedettini e agli altri ordiui 

religic Jtiani non furono complctamcnte dimen- 

ticati, ed arrivarono sino ai tempi nostri. 



52 SANf' ORENZIO 

I. 

BeneScii della Provvidenza. 

Ver varios blandum perfundit germine nores ; 

Aestas jam gravida fructibus arva coquit ; 
Autumnus musto madidus, praepinguis oliva est; 

Ignibus admotis frigora nescit hiems. 
Imbribus arcendis confirmas pendula tecta: 5 

Ignoras ventos aedibus oppositis, 
Hirtaque lanigerae depectens terga bidentis 

Mollibus involucris algida membra tegis. 
Lenia nec desunt nivei velamina lini 

Sunt etiam eois pallia velleribus : 10 

Illa ferax jacto reddet tibi semine tellus, 

Hae3 celsis carpent Seres in arboribus. 
Denique per totum qui circumvolvitur annum, 

Quidquid habes totum dat tibi cura Dei. 
Campus messe viret, vestitur palmite collis, 15 

Arbore diversa mitia poma metis, 
Et studium impendens fecundo providus horto, 

Utile quo libuit tempore sumis olus. 
Accendis pinguem quaecumque in lumina pinura ; 

Nobilibus mensis cerea namma micat. 20 



I. CommonU. Llb. i f rv. 117-144. 

vv. 1 e 2. Perfundit germine. fa germogliare. II verbo perfundere varia 
di significato col variare dcl suo complem. ablativo. — arva coquit, ina- 
i campi. Virgilio [Georg. i, 65): sol coquit glebas. 

w. 7 e S. depecten t, recidendo, tosando. — bid entis, propriamente pecora 
di d,ue denti, o meglio di due anui (da bis e annus), ma qui per qualun- 
que pecora. — invohicris, le vesti. 

v. 1U. eois velleribus. Perifrasi, la seta. 

vv. 11 e 12. Illa si riferisca a velamina Uni ed ILicc art eoispallia velJeri- 
bus. I Romani cd i Greci facevano venira la seta dal paese dei Seri 
■ i ) popjlo dcir estremo Oricnte , abitanti cioe la parte orientale 
deirindia, la cui posizione e variamente descritta dagli antichi scrit- 
tori; ma, sccondo Tolomeo, corrisponderebbe oggi alla parte nord-est 
deirimpero Cinese. I Seri fabbricavan la seta raccogliendo e lavo- 
rando i fili deposti da ccrti insetti sulle foglie ilci gelsi. La davano ai 
mercanti etranieri in cambio di metalli europei. I)i che parlando Plinio, 
\n\ longinquo orbe petitur, ui inpublico ma- 
trona che forSe corrisponde alla moderna Singan, fu 

la capitale della S 

v. 14. cur •vvidenza. 



SANi ORENZIO 

Nec modo terreno tantum servire jubetur 

Per varios usus subdita terra homini ; 
Ipsa etiam quidquid fertur propo nubila, quidquid 

Alto subductum volvitur in pelago, 
Nunc fallente cibo, nunc texto in retia lino, 25 

Artibus innumeris inde vel inde petis; 
Et tibi nunc imo trahitur de gurgite piscis, 

Aere nunc summo decipiuntur aves. 
Agmina venanti prorumpunt densa ferarum 

Icta procul jaculis, vel laqueata plagis. 30 

Prona petis ferro, canibus fugientia sistis, 

Contundis frenis ora ferocis equi; 
Ad juga panda boves cogis, ad mulctra capellas ; 

Distillant crispis dulcia mella favis. 
De saxis gemmas, aurum producis arenis, 35 

Lentaque de terris igne metalla coquis. 
Grarnina discernis tristes medicantia morbos, 

Pellis letiferum sedulus arte malum. 
Quin etiam ut mercem peregrino a littore sumas, 

Et tua des aliis atque aliena petas, 40 

Flumina remigio percurris et aequora velo ; 

Ibis longinquas absque labore vias. 
Aut si formidas pelagus, carpenta movebis, 

Seque tuis sternet terra notanda rotis. 
Tunc si jactatum quaerit blanda otia corpus, 45 

Humida pulvereurn balnea suscipient, 

v. 23. Ipsa, altri leggono: Ipse, cioe ipsehomo . . . petis. 
vv. 25 e 20. fallente cibo, con esca ingannatrice. — inde vel inde, \o 
stesso che hinc inde, hinc atque hinc, qua e la, da per tutto. 
vv. 29 e 30. venanH, davanti ai passi del cacciatore. — j 
Fra plagae e retia e questa diiferenza, che queste son reti piu g] 
qnelle piu pic:'ole; ovvero ehe le prime son fatte per la caccia delle 
sole iiere, le seconde son fatte per la caccia di qualsiasi animale. 

ra col ferro, se fuggono, 
le fai arrestare dai cani. — l lomi col freno. 

r. 33. Ad juga panda. Ovidi i:J 

ctra, da mulctrum. L'us6 noutro anche Orazio 

ra femminil tune. 

v. 3G. lenta, duri. — de terris, cio 

:n quel di Plinio : 

. Le cure delJ 

delle tue ruote. 

v. 4 

come i Lmitazione di 

b [ua. 



54 SANT^ORENZIO 

Atquc cavo tota spoliatus veste lavacro, 

Marcida perdomitis membra fovebis aquis. 
Tot tantisque bonis Domini tibi munere partis 

Quid tandem dignum reddis amore pio? 50 

Aut quibus haec opibus, quibus et persolvere donis, 

Vel quanto poteris pendere servitio ? 
Nec tamen haec Dominus, cujus sunt omnia, quaerit : 

Sufficit ut Dominum servus amatus ames. 

II. 

Deiramore vicendevole. 

Ecce pecus pecudem fecunda ad pabula ducit, 

Admugit proprio bucula laeta gregi. 
Murmure respondent, qua possunt voce loquuntur, 

Inque vicem docilis lambere lingua solet. 
Non caret afFectu quod fluctibus occulit aequor, 5 

Et volucris volucri est, et fera blanda ferae. 
Tum si quando venit quocumque ex agmine prsedo, 

Fortior invalidos ungue vel ore premens, 
Seu volucrum res est, seu res est illa ferarum, 

Undique collectis tenditur auxiliis ; 10 

Captivam comitem cursu, grege, voce, volatu, 

Etsi non possunt, eripuisse volunt. 
Quumque ita se solo naturae munere servent, 

Quae nec consilio, nec ratione vigent, 
Quid mirum Domini si jussa verenda secutum 15 

Mutua constringet cura hominis hominem, 



v. 48. Marcida, spossate, lasSe. — perdomxtis, intiepidite. 

vv. 49 e 50. Domini tibi munere partis, che tu dovi alla munifieenza 
dcl Signore. — amom pio, d'un amore si tcnero. 

v. 52. pendere, pagare. 

II. Commonit. ibid. vv. 177-198. 

v. 4. Inque vieem . . . , e viccndcvolmente si lambiscono con le lles- 
sibili loro lingne. 

v. 7. Tiun 8i quando, iuoltre, sc mai. — praedo, un animale rapace, 
rabatore. 

w. 9 e 10. Seu volucrum .. ., o si tratti di nccelli o di fiere, accor- 
rono d'ogni parte a portare insieme soccorso. 

v. 11. grege, col numero, con Punione. 

v. 13. 80lo naturae munere, col solo istinto di natura. 

vv. 15-18. Quid mirum. . . , qual meraviglia, clie gli uomini, obbedendo 



sant'orenzio 83 

Atque usu, ingenio, rebus, ratione peritus, 
Ut sua quae tua sunt commoJa frater agat? 

Ilinc venit illa placens merito sententia, nectens 

Huraanum parili conditione genus : 20 

Psec facias aliis quidquid fieri tibi non vis, 
Llque aliis facias, quod tibi vis fieri. 



III. 

Contro il lusso. 

Dic rogo, quid miserum tantus furor urget habendi, 

Ut tibi sat non sit quod tibi jam satisest? 
Immensis properas terris conjungere terras, 

Claudendus parvi marmore sarcophagi? 
Alterius damno fieri locupletior ambis? 5 

Quod rapis ex aliis, mox erit alterius, 
Et cursu celeri sic post amissa dolebis, 

Ut doluere illi qui tenuere prius. 
Ce-.i non casuras immensas construis arces, 

Ipse tamen raptim qui moriturus eris. 10 

Quaeritur in somnos tenuato lucida vitro, 

Marmoribus variis lubrica, cella tibi: 
Tanquam non adeat lignis coeuntia tecta 

In bene securo pectore tuta quies. 



(secutum) ai sacri comandamenti clel Signore, debban prestarsi fra loro 
soccorso ; e che il fratello tno che vale [peritus) per esperienza . . . , 
tratti i tuoi interessi come fossero suoi proprii? 

r. 21. Nee facias ecc. Giusta il Vangelo (S. Luc. vr, 31): Etprout vultis 
nt faciant vohis liomines, et vos facite illis similiter. 

III. Ilid. vr. 534-5G3. 

v. 4. sarcophacji, sined., per sepolcro. Propriamente e una Borta di 

pietra o marmo ad uso di sepolcro, cos'i detta perche in poco tempo 

consuma i cadaveri. E da 7c<o;, carne, e yayw^at, mangio. Fu detta 

lapU assius, perche scavata nell'Assia, regione della Troade o 

Misia. 

v. 0. Quo'7 rapis ecc. Lsaia (xxx, 1): Vae qui praedaris , nonnt 

11 e 12. Quaeritur. Oostr. : OeVa lucida... vitro t lubrica... qua* 
tibi (a I »«: tu cerohi a' fcuoi Bonni u 

per 1'ablativo co' verbi passivi ricorre Bp ssso appo i poeti. 

formate di legno, di travi riuniti. 
Perifr. di c trio. 



50 sant'orenzio 

Certe non aliter sitientia proluit ora, 15 

Quem palmae obtulerint, quem cava gemma ; liquor ; 
Et sic suscipient rabidi jejunia ventris 

Quos crystalla dabunt, quosque patelia cibos. 
Ahnon, pellendo glacialis frigore brumae, 

Hirta tibi melius pallia praebet ovis, 20 

Quam quae lentato per lubrica fila metallo, 

Alternos frangit vestis onusta gradus? 
Argentum atque auri moles et gemma coruscans, 

Et mundo, et mundi est, binc venit, hic residet. 
Yenisti in mundum nudus, nudusque redibis: 25 

Nil tecum attuleras, ferre nihil poteris. 
Ferre tamen poteris contempta hic munera mundi, 

Mitte secuturus, quae duplicentur, opes. 

IV. 
Contro Fubbriaehezza. 

Praecipue largo venas perfundere vino 
Respue, ne raptim vina venena fuant. 



vv. 15-18. Certe..., a spegner la sete (sitientia proluit ora) taiito vale 
il bere col concavo delle mani (manu), quanto in coppa gemmata; e a 
toglier la fame tanto vale il mangiare in vasi di creta, quanto in quelli 
di cristallo. S. Girolamo, nella vita di S. Paolo primo eremita: Vos 
gemma bibitis; iUe naturae concavis manibus satisfecit. Si noti la sined- 
docbe in gemma, per coppa di pictra preziosa, come iu crystalla, per 
vaso, piatto di cristallo. — rabidi jejunia ventris, rabbiosa fame. 

v. 20. Hirta oris, la lana della pecora. 

vv. 21 e 22. Quam quae. Costr.: Qnani vcstis onusta quae ecc. — 
trtfo . . . metallo, ricamato in nietallo ridotto dalla filicra in fili mobili 
brillanti. — onusta, col suo peso. 

vv. 27 e 28. Ferre tamen poteris . . . , cio non ostante, tu puoi. disprez- 
zandoli quaggiu, portar tcco i beni dcl moiido; mandale dinanzi a te 
coteste riccliezze per trovarle raddoppiate nel cielo. 

IV. Commonit. Lib. n, vv. 51-84. II Poeta parla dolle funeste conse- 
gnenze dell' nbbriachezza, e il fa con tal forza di colorito, clio la sua 
deecrizione e ana delle piu be-lle tra quelle che dello stcsso genere ne 
diedcro altri Bcrittori. Veggasi e paragonisi con questa quella stupenda 
di B, Ambrogio: l)e Elia etjejunio, c. 12 c 1C. 

V. 2. Venena. B. Ambrogio: u Omne enim quidquid nocot, venonum 
est, tollit sensus, viscera exurit^ somnum infestat, caput vexat. Etiam 
major vis vini quam veneni i Bt. Denique venenum vino excluditur, 
uon vinum vcneno. „ llid. — fuant, per sint. E voce poetica , dall'ar- 
caismo/MO per sum , dal grcco yuw, onde il pcrfetto fui. Ricorre in 
Virgilio. 



sant'orenzio 57 

Ut nimiis quoties sitit aestibus arida tellua 

Solers in fructus quam parat agricola, 
Si prius evulsas quam sol internecet herbas, 5 

Irrorent madidos nubiia densa dies, 
Protinus et sentes et gramina noxia messi, 

Seminibus victis, heu! male laeta feret: 
Corpora sic multo fuerint quae dedita vino, 

Consiliis pereunt, luxuriant vitiis. 10 

Et quid sordidius, quid erit deformius unquam, 

Quam si te tibimet subtrahat ebrietas ? 
Quum caput huc illuc vergat, gressusque vacillet, 

Mensque neget sensum, lingua tenere sonum, 
Claudantur gravido vergentia lumina somno, 15 

Quid facis ignores, tu quoque quum facias, 
Quid ioquar ablatum, vultu fumante, calorem, 

Et male compositis verba soluta modis ; 
Labentes manibus calices, mcnsasque per ipsa3 

Immixtos vino saepe redire cibos, 20 

Teque per innumeros, quum vult mens saucia, motus, 

Vel gaudere nimis, vel modo flere nimis ; 
Et nunc saltatu vergentia membra rotare, 

ISunc dare lascivis brachia mota choris? 
Exclamare libet vino dapibusque sepultum, 25 

Forte etiam proprii nominis immemorem ! 
|ui donet largus tibi talia quando 

Orandi subeat tunc pia cura Dei ? 

v. 4. iu fructus , por la mcsse. 

v. G. Irrorent, denso nubi arrechino giorni umidi o piovosi. 
v. 8. - -offocando le semenze. — male laeia. Si rif 

a tellus : con trista fecondita. 

v. 10. Consiliis pereunt , perdono la mente, c si ricmpion di vizi. 

abrogio: u Ebrietas fomcntum libidinis, ebrietas incentivum insa- 
niae, ebrietas venenum insipientiae. B 
v. 11. Neget sensum, 1'anima non puo dominare il senso. 

17 e 18. Quid loqttar..., e dird io dcl tuo volto fumicante per 
lazionc onde si perde il tuo calore, e delle tue parole deboli e i 
dinate ? 

ecc. S. Ambrogio dice ancor di piu: " hinc vomitus 
frequens scmcsas epulas cum internorum viscerum cruore fundentium.„ 
Tbid. 

re ecc. * Alii , co?i 8. Ambrogio , risu solvuntur in- 
condito, alii inconsolabili moerore deplorant. „ 

..., c' potrci dirlo sepolto la ncl bcre c ncl man- 
giarc, dimentico forse < 

. e come potrai in cotesto stato (tnnc) p:n- 
saro c pregare a quel Dio ch • ecc. 



58 saxt'orenzio 

Pascere tam magno sumptu quot posses egenos ! 

Quotque dies laetos haec daret una dies ! 30 

At te nunc saturo pauper jejunus oberrat : 

Tu vinum revomis, vix habet alter aquam: 
Et si forte cibum vox poscit egena, negabis 

Ollis queis nihil est hoc tibi quod superest. 

V. 
Descrizione delle devastazioni dei barbari. 

La>sa senescentem despectant omnia finem, 

Et jam postremo volvitur hora die. 
Respice quam raptim totum mors presserit orbem, 

Quantos vis belli perculerit populos ! 
Condensi nemoris, celsi non aspera montis, 5 

Flumina non rapidis fortia gurgitibus, 
Nec castella locis, non tutae moenibus urbes, 

Invia non pelago, tristia non eremo^ 
Non cava, non etiam metuendis rupibus antra 

Ludere b:\rbaricas praevaluere manus. 10 

Multis ficta fides, multis perjuria, multis 

Causa fuit mortis civica proditio. 
Insidiae multurn, multum vis publica fecit ; 

Robore quae non sunt, sunt superata fame. 



Vj 30. Haec dies una, un sol giorno cV ubbriachezza. 

v. 31. Ollls, per illis. 

V. Commonit. ibid. vv. 163-184. u Ecco, dicc il Gorini, un quadro dclle 
invasioni clio potra servirc di riscontro a quelli cui tracciaron Prospero 
Tiro c 1'Autoro del pooma de Providentia. La musa cristiana non si 
stanca punto di riprendero il funcbre racconto, e di tramandarne ai 
popoli i gravi insegnamenti. „ MSlanges, T. 2. 

r. 1. senescentem finem, per u senectutem properantem, fl o u declivcm ad 
finem. „ 

r. 5. Aspera. Plur. noutro . proso sostantiv.: asprezza, difficolta. 
Quasi allo stosso modo 1'Autore del poema De Providentia divina,6\0Ye 
descrive lo devastazioni dei Goti. Vedi sopra pag. 20, vv. 13 e segg. 

v. 6. Flumina , non i grandi flumi con le loro acque rapide e pro- 

fonde. 

w. 7 e 8. Kec c tstella !>>;*■. non i castelli forti per la loro posizione. — 
Invia nonpelago, non i luoghi resi inaccessibili dal mare. — tristia 
non eremo, non le tristi solitudini. Si noti in eremo la seconda sillaba 
cli'e fatta brcvo. Vedi Fasc. n, pag. 135 in nota. 

vv. 9 c 10. cava, le cavornc. — Ludere, deludero, sfuggire. 

vv. 13 e 14. ris publica, la forza aperta. — Robore, forza. violonza. 



sant'orknzi«> 59 

Concidit infelix cuni prole et conjuge mater, 15 

Cum servis dominus servitium subiit. 
Hi canibus jacuere cibus; flagrantia multos 

Quae rapuere animam tecta dedere rogo. 
Per vicos, villas, per rura et compita, et omnes 

Per pagos, totis inde vel inde viis, 20 

Mors, dolor, excidium, strages, incendia, luctus; 

Uno fumavit Gallia tota rogo. 

VI. 
Brevita della vita umana. 

Omnis paulatim leto nos applicat hora, 

Hoc quoque quo loquimur tempore praemorimur : 
Et per falientes tacito molimine cursus 

Urget supremos ultima vita dies. 
Quum cibus et somnus, dum verba et pocula mulcent ; 5 

Sive domo sedeas, seu peregrina petas ; 
Dumque geris quodcumque geris, vel non geris ultro, 

Mors movet alternum nil remorata pedem. 
Cereus ut caecae positus sub tempore noctis 

Compensare diem luminis officio, 10 

Dum non sentimus, lento consumitur igne, 

Semper et ad finem flainma vorax properat; 

n\ 17 e 18 Wlagrantia... Costr. tecta flagranHa quae rapuere ecc. gl' in- 
[j dclle case invadendo 1'aria (animam) mandaron molti alla morte. 
r. 20. Totis ecc. qua e la per tutte le strade. 

v. 22. Unofumavit..., la Gallia tutta ridotta a un rogo fumante. — Si- 
milmente 1'Autoro del poeina De Providentia: 

Cumque aninium patriae subiit fumantis imago, 
Et stetit ante oculos quidquid ubique perit! 
VI. Tbid. w. 1!'5-2.j0. Rifiessioni analoghe a quelle che il P. fa qui, leg- 
gonsi in S. Eucherio ncl trattato de eontemptu mundi. 

v. 1. leto. Alcuni scrisscro letho, ma e meglio scnza aspirazione. 
v. 3. tacito molimine, con inscusibil lavorio. 

v. 9. Cereus nt ecc. Donde la bellissima similitudine con cui il Monti da 
principio alla sua Cantica sulla morte del Mascheroni: 
Come facc al mancar dell'alimcnto 
Lambc j_rl i aridi stami, c di pallore 
Veste il suo inme ancor piu scarso c lento, 
E guizza irresolnta, c par che amore 
])i vita La richiami, infln che Bci< 
L' ultimo volo, c Bfavillando muore. 
v. 10. Cnn . v compensarc, Bupplire conil suo lumc (' 

officio) la lucc dcl giorno. 



GO SANT*ORENZtO 

Sic hominum res est, pereunt quaecumque geruntur 

Proficit et moritur quod sibi vita trahit. 
Sed fac vivacis spatia haec tam longa senectae, 15 

Orbis ut immunis funera respicias ; 
Sero licet veniat, veniat tamen ille necesse est 

Qui non in totum finis abesse potest. 
Jam quae nascuntur, crescunt post, atque senescunt, 

Et senio fessis nil nisi mors superest. 2 

Interdum decies qui ternos vixerit annos, 

Atque illum vixit quomodo millesimus. 
Postquam postremus finis retinebit utrumque, 

Certe supremo tempore mortis idem est. 
Quid vitam traxisse juvat, si vivero cessas? 25 

Quaeve bonis merces, si teneare malis ? 
Cum, nisi dum frueris, fructu tangare fruendi, 

Et vita haec vitae vivat in officio ? 
Jam quod jam fuerat nihil est, si desinit esse ; 

Et quod non sentis, nonjuvat an fuerit. 30 

Quid tandem prodest si te jejunia vexent, 

Hesternis large membra onerasse cibis ; 
Cumque tuas hodie stringat sitis arida fauces, 

Ante diem nimio praemaduisse cibo? 

v. 15. Sed fac..., ma poniamo che la tua vegeta vecchiaia tanto si pro- 
lunghi, che ecc. 

v. 18. in totnm, lo stesso che ex toto, in tutto, affatto. Ovvero : univer- 
salmente, per tutti, e allora spiegherai: Verra, verra quel fine che non 
puo non essere universale. Xel qual senso il verbo abesse fu usato anche 
da Cicerone. 

vv. 21 e 22. decies tenws annos, trenta anni. — Atque, certamento. — 
Ulum, cioe annum trigesimum (decies ternos annos). — quomodo millesi- 
mus. Ellissi, pare, un po' troppo condensata: qnomodo homo millesimum 
annum agens ; ov vero : quomodo ille [annus trigesimus) esset milles 
come se fosse mille volte maggiore. Come fu usato centesimus per cento 
volte maggiore, cosi qui millesimus sarebbe per mille volte maggiore. 
Ma il verso che segue pare che richieda la prima interpretazione. 

v. 23. utrumque, cioe tanto colui chc avra vissuto 30 anni, quanto 
colui che ne avra vissuto 1000. 

v. 2G. Quacre bonis merces ; qual pro da tutti qucsti beni, se andrai 
soggetto a' mali? 

rr. 27 e 28. nisi. Ha qui forza di non nisi:cum non tangare frUctu . . ., 
nisi . . . , non gustando il frutto del piacere che nel solo momento che 
lo gusti. — Et vita . . . , e tu non viva che por meritare la vita. u Est 
autem officium, dice Cicerone, quod ita factum est, ut ejus probabilis 
ratio reddi possit; „ c: vir singulari officio tn rempubblicam, psr a qui 
de rcpublica optime cst meritus. „ 

v. 31. jejunia, la fame. 

v. 34. Ante diem, sottint. hunc, iori. — nimio . . ., 1'esserti ubbriacato 
sino agli occhi manyiauclo e bcvcndo [cibo). 



sant'orenzio ()1 

Cum mediis celeri quae sunt decursa rotatu 35 

Eripiat sensum non reditura dies \ 
Sed nos, decursae primaevo ilore juventae, 

Jam dubios gressu, lumine, voce, manu; 
Quum quicquid fuimus, dolor est meminisse, fidemque 

Omnibus eripiant proxima praeteritis, 
Ineurvos, querulos, consumpto corpore, nunquam 40 

Haec quoque, quae gravis est, vita satis satiat. 
Hinc est quod, toto penitus velut orbe remoti, 

Spectamus toto quicquid in orbe perit ; 
Kec miseros, alio tanquam sub sole manentes, 

Mortis nos propriae mors aliena monet. 45 

Ante oculos longeque simul fraudamur amicis, 

Luminibusque illinc, hinc venit aure dolor : 
Intereunt dulces aevo vergente parentes, 

Aeque ipso conjux eripitur gremio : 
Et fratris fratrem mors e compiexibus aufert, 50 

Et natu forsan junior ille fuit : 
Ordine nec vitae senior subducitur aetas, 

Quum videat nati funera saeva pater: 
Kemo tamen cautus credit quod cernit, et illud 

Quod non vult, cernit se quoque posse pati. 55 

35 c 36. mediis eripiat, tolga di rnezzo, porti via dal mondo. Mediis 
sarebbe quanto de medio, e medio. — quae. Cioe: smsum earum rerum 
. il sentimento di tutto cio che velocemente passo. 

>•>•. 37 e 38. decursae . . . juventae, trascorsa la prima gioventii. — Jam 
dubios, gia indeboliti, languidi. 

vr. 38 e 39. fidemque ecc, e le cose sopravvegnenti (proxima) ci ri- 
traggano daU'appoggiarci, dali'afndarci \Jidem) a tutte le cose passate. 
TragghJamo questo signincato difides dalla sua etimologia, che secondo 
il Vossio e da fido. 

v. 48. aevo vergente, sul pendio della vita. 

52. Ordine ecc., non s'invola l'eta secondo 1'ordine o il numero 
degli anni. 

v. 54. Nemo tamen. S. Eucherio (De Contemptv. \ mundi et saecnlaris jJii- 
lo8ophiae)i tt Quid istud, quaeso, quid istud est? Nihil ita quotidie ho- 
raines, ut mortcm vident: nihil ita obliviscuntur ut mortcm. Agitur 
humanum genus rapida in occasum mortalitate, omnisque posteritafl 
succedentium saoculorum lege decurrit. Patres nostri praetorierunt, 
nos abibimus, posteri scqueutur. Vclut ex alto undarum jactus, aliis 
atquc aliis supervenientibus, in litoris cxtrema frangnntnr; lta in tcr- 
minum mortis Bucciduae alliduntur aetates. Haec noa consideratio 
diebus ac noctibns, ha aditionis nostrae mcmoria circum- 

Btrepat. Debitum vitae nnem jam jamqne affuturum putemns, qni nobia 
tanto magis appropinquabit, quanto magis distulit. Vicinum speremna 
diem, longinqunm mua ecc. „ 



S. ILARIO D'ARLES 



S. Ilario nacque cTillustre farniglia a Toul nella Lorena. Fu convertito 
alla fede da S. Onorato, Yescovo di Arles, cui successe nella medesima 
sede 1'anno 429, in eta di 28 anni. Durante il suo episcopato, continuo a 
nienare una vita assai penitente e laboriosa, lavorando la terra, tes- 
sendo reti, soccorrendo i poveri, predicando talora giornate intere e 
scrivendo omelie. Un elogio funebre eloquentissimo ch'egli recito sulla 
tomba di S. Onorato, e un piccolo poema sui primi capitoli del Genesi, 
che si fa ammirare per purezza di stile,formano 1'unico monumento clie 
ci rimane della sua parola, comparata da'suoi contemporanei a quella 
di S. Agostino. Mori nel 449, nelFeta di 48 anni. 



Origine del male. * 

Postquam primus homo vetito se pascere ligno 
Non timuit, captusque dolis se praebuit angui, 
Stat reus et nudus, dejecto lumine, vestem 
Tmplorans: Dominumque fugit, vultumque recondit. 
Culpa comes sequitur: peccato obnoxia vita 5 

Debilitat vires, coelo venientia dona ; 
Aethere demissus paulatim deficit ignis, 
Frigore peccati torpentia corda rigescunt. 
Cura cibi ventrisque subit ac cura tegendi 
Corporis et sacrum subeunt mortalia pectus. 10 

* Questi versi clie togliamo dal Metrum in Genesim (vv. 160-183) d'imo 
stile semplice insiemo ed energico, non sono meno istruttivi ed elo- 
qucnti della prosa umilmente sublime e della poesia elegaute e splen- 
dida, con cui S. Gregorio Magno e Prudenzio trattarono lo stesso ar- 
gomento. 

r. 2. captusque ecc; e si lascio prendere alle insidie dcl serpe. 

v. 3. dejecto lumine. Similmente ne' classici pagani: dejecti in terram 
oculi, oculos dejectus, vultutn dejectus ecc. 

v. G. coelo . . . , ck'cgli avca riccvuto in dono dal cielo. 

r. 7. Aetheve ..., ci scnto spcgnersi a poco a poco il fuoco clie gli era 
venuto dall'alto. Questo fuoco cra la grazia, 1'amorc, quel fuoco che fu 
poi riportato in tcrra da Gesii Cristo: Ignem verii mlttere in terram ecc. 

v. 10. et sacrum..., c niillc altre miscrie invadono il santuario del 
.suo cuore. 



S. ILARIO d'aRLES 63 

Nascitur hinc proles peccati, germinat inde 
Deterior soboles, multo pejorque priori 
Progenies sequitur, gradibus per crimina crescens, 
Crimina quae stimulis acuunt dementia corda. 

Tum primum mala coeperunt incumbere terris : 15 

Intempestivus descendit nubibus imber, 
Fulmina tum primum coelo dejecta sereno, 
Horrida tum grando turbatos verberat agros, 
Et tonitru altisono confractus murmurat aether. 
Nec tamen ista malos revocant : furor impius orbem 20 
Obsidet, et laxis rabies defertur habenis : 
Bella placent, caedesque simul perjuria, fraudes, 
Mentirique libet, rapere est amor, abdere furta: 
Nulla fides populis, nulla est reverentia veri. 



;•. 18. verberat. Stazio (TJifb. v, 390): nive verberat agros Juppiter. 

■< murmurat, scossa, agitata riniboniba. Petronio 
r. 123): tumida eonfractum grandine coelum murmurat. 
v. 20. ista , cioe tutti questi flagelli. — revocant, couvertono, cor- 
reggono. 

>\ 21. la.ris rabies. . . Bellissimo moclo. Lucano ha similmente (ix, 154): 
exercere rabiem totis habenis. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 



Claudio Mario Vittore era un semplice laico, portato da una pieta 
soda ed illuminata allo studio dei libri santi. Scrisse i suoi Commentarii 
sul Genesi verso la meta del quinto secolo per l'educazione di Eterio suo 
figlio, e quantunque egli fosse un retore, seppe rinunziare alle delica- 
tezze ed alle ricercatezze della rettorica pagana, per conformare il suo 
stile alla maestosa semplicita della Scrittnra. Percio egli non e un di 
que' poeti frivoli ed increduli, che vestono in versi pomposi le stupide 
favole del paganesimo, e che solo intendono a maneggiare destramente 
le forme della versificazione, a dileticare gli orecchi con una sequela 
di suoni armoniosi; egli e un padre che dirige la sua parola ad un fi- 
glio, e uno scrittore grave e coscienzioso, che si occupa delle cose non 
meno che dell'espressione, che cerca d'istruire i lettori, e farli entrare 
a parte de'suoi sentimenti. Pregevolissima pure e 1'altra sua opera 
poetica, la lettera all'ab. Salmone contro i costumi del suo secolo, piena 
di rifiessioni morali e religiose. II Wersndorf la inseri nella sua rac- 
colta de' poeti latini, e 1'Ampere la saluto come il primo saggio della sa- 
tira cristiana. Mario Vittore mori verso 1'anno 450. 



I. 

La creazione opera di Dio e non del easo. 

Ante polos, coelique diem, mundique tenebras 
Ante operum formas, et res, et semina rerum, 
Aeternum sine praeteriti, sine fine futuri 
Esse subest, qui semper erat Deus unus, apud quem 
Yivebat genitus Verbum Deus, et simul almus 5 

Spiritus arcani vitalis summa vigoris. 

I. Comment. in Genesim. L. i, vv. 1-42. 

v. 1. polos, cieli. — coelique <li<>m, la luce del cielo. 

v. 2. semina rerum, germi, principii delle cose. 

vv. 3 e 4. Aeternum csse, 1'Esserc eterno. Esse che e infinito s'adopera 
talora, come e qui, sostantivo, ad imitazione del greco to EiVat. — 
sine.. . , non limitato ne dal passato ne dal futuro. 

v. G. arcani ccc., la vita somma, perfctta, consumata d'una forza ar- 
cana. Puoi ancora spicgare: somma in sc sussistente della forza divina,in 
quanto lo Spirito Santo raccoglie nella sua divina sussistenza e chiude 
le processioni divinc. Ma in questo senso intcsa 1'espressione del poeta 
non sarebbe esatta teologicamente , perche lo Spirito Santo non e la 
«somma delle perfezioni diviuc, ne vitalis e sinonimo cii sussistente. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 65 

Una trium quos concordi substantia nexu 

Conjungens summa aeternum virtute beabat, 

Regnabatque potens in majestate creandi ; 

Jam res, et causas rerum, casusque futuros 10 

Et facienda videns, gignendaque mente capaci 

Saecula dispiciens; et quidquid tempora volvunt 

Praesens semper habens: immensum mole beata 

Regnum erat ipse suum, regni nec teste carebat 

Virtus trina Deus ; qui primum semine nuilo 15 

Corpora dans rebus, dum res existere cogit, 

Jam nostrum efFecit munus, quod solus habebat. 

Utque istum faceret dives sapientia mundum, 

Cuncta simul genuit: sed post haec semina rerum 

Ornavit super inductis informia formis, 20 

Temporaque in seriem bene conditus ordo redegit. 

Nam non (sacrilegi sensit quod lingua furoris) 

Casus mentis inops, dum nescia semina volvit, 

Tam prudens contorsit opus ; nec dicere factum 

Ante aevum fas est, quia tempore nata moventur. 25 

Nec porro aeternum mundum, superisque coaevum 

Credere fas, stabilem semper tenuisse vigorem : 

Nam quod corporibus constat coepisse fatendum est. 

Corpus enim quod plaga terit, quod tempora solvunt 

Atque abolent, ipso qui tendit ad ultima fine, 30 

Principium ostendit; quod quae sortita probantur, 

Aut facta haec credi par est, aut nata putari. 



r. 7. trium concordi nexu, con tfino armonioso vincolo. 

vv. 11 e 12. gignenda saecula, i secoli da prodursi, i secoli avvenire. 

v. 13. molc, potenza, grandezza. 

v. 15. semine nuUo, senz'alcuna materia preesistente. 

vv. 19 e 20. Cuncta simul gcnuit, creo il complesso di tutte lc cose. 
Secondo il Genesi: Li principio creavit Deus coelum et terram, 

vv. 23 e 24. nescia semina volvit, mcttendo in movimento ciechi atomi. — 
Confuta Epicuro, clie spiegava la formazione dell'universo col concorso 
fortuito degli atomi. — Tam prudens contorsit opus, scppe foggiare un'o- 
pera cosi bene avvisata, fatta con tanto senno ed arte. 

r. 25. Tempore nata . . . , tutto cio chc vicnc aH'esistenza vivc nel 
tempo. 

v. 2G. superisque. Intendi lc tro porsone dolla Ss. Trinitu. 

vv. 30-32. ad ultima, vale qui ad nihilum, alla distruziouo di 
al nientc. — quod. Ha per rolativo principium: egU c giusto il credere, 
cbe tutte le cose glie hanno avuto ccrto principio, o sono state fatte, o 
son nate. 



Carmina — lll. 



66 CLAUDIO MARIO VITTORE 

Factum igitur coustat mundum, quod quisque subactus 

Armuit, et vero convictus dogmate credit, 

Concedens fecisse Deum : qui numine Verbi 35 

Et virtute potens, quidquid natura putatur, 

Disposuit, jussit, movit; munusque creatum 

Succiduis vicibus (semper fugitiva reformans) 

Sustinet ac volucrem retrahens circumrotat orbem. 

Tanta Patris vis est, et tanta est gloria Verbi. 40 



II. 
L' Eden. 

Eoos aperit felix qua terra recessus, 
Editiore globo, nemoris paradisus amoeni 
Panditur, et teretis distinguitur ordine sylvae. 
Hic ubi jam spatiis limes discernitur aequis 
Solis, et aeternum paribus ver temperat horis, 5 

Illic quaeque suis dives stat fructibus arbor, 
Pomaque succiduis pelluntur mitia pomis; 
Quae sunt blanda oculis, et miri plena vigoris, 
Membra animosque fovent, pascuntque sapore et odore. 

vv. 33 e 34. quod quisque . . . Costr. : Quod quisque subactus et convictus 
vero O.ogmate annuit et eredit , concedens Deum fecisse mundum. — quod> 
cioe che il mondo e stato fatto, creato. 

v. 37. munusque creatum, il niondo. 

S e 39. fugitiva reformans , rinnovando tutto cio clie passa. — 
colucrem . . ., e ritirandolo sempre al centro, fa rotare il mondo nella 
sua velocita. 

II. Ibxd. vr. 221-268. L'Autore, al dire del Gorini, non si e conten- 
tato di mettcre in versi, coine Giovenco, o di amplificare pocticamente, 
conie Draconzio, la lkirrazione del sacro testo, ma ccrea d'aggiungera 
ai fatti le suc proprie concezioni. Si vede in lui rintenzione di creare 
un poema, e non di rimarc una storia. Sono i primi vagiti della cpopea 
cristiana. In questa dcscrizione del paradiso terrestre, egli immagma 
che tutti i vegetali partecipino alla prodigiosa fecondita che Dio avea 
conccduto aH'albcro della vita : essi hanno sotto la loro scorza come 
una vita morale, v e i loro frutti, nutrcndo il corpo, apportano all'anima 
germi di virtii. E come un riscontro della selva incantata del Tasso. 

v. 2. Editiore globo, dove il globo si eleva, cioe vcrso Tcquatorc. 

r. 3. s>/h-ae. Puo valcre per mcton. alberi, nel qual significato 1' uso 
anche Stazio, c vi furon dei pooti che 1'usarono a significare fino un 
solo albero. E puo significare anchc giardino. 

i corso dcl sole, cioe il tempo che impiega, se- 
condo il moto apparcnte, a percorrere l'ccclittica. — paribus horis, es- 
ficndo le notti eguali a' giorni. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 67 

Tellus Bidereos vibrat distincta colores, 10 

Semper flore novo: quaeque arida tegmine sicco, 

Jam fragiles solvunt calamos, animata vigore., 

Muneris ambrosii spirantia cinnama fundunt. 

Sed nec quod Medus redolet, vel crine soluto 

Fragat Achaemenius, quod molli dives amomo 15 

Assyrius, messisque rubens Mareotica nardo, 

Quod Tartessiacis frutices, quod virga Sabaeis, 

Quodque Palaestinus lacero flet vulnere ramus, 

Aera diverso cessent infundere sensu. 

Xamque hic cuncta Deus pariter, quae singula certis 20 

Accepit natura locis, conferta regessit: 

Motaque dum leni vibrat nemus aura meatu, 

Unum ex diverso nectar permiscet odorem, 

Fitque novum rnunus, sibi nulla quod asserat arbor. 

Quaque tremens blando sensim jactata fragore, 25 

Cum motis trepidat foliis, sonat arbore cuncta 

Hymnum silva Deo, modulataque sibilat aura 

Carmina, nec vacuus vano quatit aere motus. 

v. 10. Tellus sidereos ecc. Parrebbe da quel clie dice il P. clie vi sia 
negli astri una varieta di colori, che viene poi riflessa da varii fiori. Di- 
fatti le stelle sono classificate secondo ll diverso colore della luce che 
ci tramaudano. Ma potrebbe ancora 1'espressione intendersi diversa- 
rnente, cioe che i fiori riflettono i variicolori contcnuti nella luce, di cui 
son belli gli astri. La quale seconda interpretazione e piu propria. 

'•. 13. 8pirantia Costruito a rnodo cVaggettivo verbalc, reggente il ge- 
nitivo, comc jH/fifiis laboris, amans virtutis ecc. 

14-19. quod ."'.' . i profumi della Media. Questa regione e 

ricca di piante ed alberi odorosi, fra cui quello, forse 1'arancio fortc, di 
cui parla Yirgilio [Georg. n, 126), e il Monti [Feron. i): 

A se ti cliiama 
I/odorato dei Medi arbor felice 
Di cui non trovi piu possente e pronto ecc. 
. AcJiaetnenius, o i profumi che spande la cliioma ondeggianto 
dc' Persiani. Furono cosi chiamati i Persiani da Achemene, primo loro 
re, dice Erodoto, dal qualc tutti i succcssori fino a Dario, furono detti 
menidi. Lodati assai furono i loro unguenti. Orazio {Epod. 13, 8): 
9, e [Od. iii. 1, 44): Cosi ■ del quale 

frutice, dice Plinio: ra<li 'ore eximio. - • ". rgilio 

■ hiama ricclii gli Assiri, 
perche abbondavauo di unguenti preziosi, di porpora, di avorio 

lio cui raci •• 
. gli abitanti dell' [sola di Cadice nell'oceano occidentale. 

lla Sabea, neU'Arabia Felice, rinomata per bal- 
samo, incenso, mirra ed altri profo i ci6 che di- 

Btilla dalle incisioni < iese era an- 

-o rinomato pel bal Itri nnguenti prezi 

un profumo tutto nuov 
nessun albcro puo a se appropriare. 



68 CLAUDIO MARIO VITTORE 

Quippe apud auctorem, qui totum mole sub una, 
Res rebus nectens, alterna lege reteutat, 30 

Kil vacat, ac unam species tenet ulla figuram. 
Atque ipsum fortasse nemus, silvaeque coruscae, 
Argumenta operum sunt, et plantaria rerum : 
Inque hominum cultum nudo quod nomine venit, 
Certum ibi corpus habet, proprioque in stipite floret : 35 
Gloria, simplicitas, studium, vigilantia, somnus, 
Cura, salus, terror, facundia, gratia, motus, 
Affectusque animae, stimuli, custodia, virtus, 
Et totum quod mundus habet, quia nascitur illic, 
Hic viget ac mentes agitat, sensusque ministrat. 40 

Sed satis hoc fidei est, laeto quod semine surgens 
Hinc arbor vitae celsis petat aera pomis : 
Iilinc diverso nocitura peritia fructu, 
Examen rerum suspenderit arbore legis. 

III. 
Adamo ed Eva eaeeiati dall' Eden. 

Continuo sacrisjussos decedere lucis 
Expediunt venti, nemoris quos sylva profundi 



vv. 30 e 31. retentat ritocca, rifa di nuovo. — ac unam ecc, ne mai al- 
cuna specie di esseri ritiene nna sola sembianza. II concetto clie ne' 
vv. 29-31 esprime il P. si e che sotto la mano perfeziouatrice del Crea- 
tore, tutto e in continuo movimento, e si muta. 

v. 34. Inque hominum cullum, e cio clie riguarda la disciplina, ltf con- 
dotta della vita umana, e clie non esiste che nel semplice nome ecc. 

vv. 39 e 40. iUic, cioe nelle piante del paradiso : nemus silvaeque coni- 
scae. — Hic viget, in noi prende vigore. 

v. 41. Sed satis hocfulei est, ma quanto alla nostra fede, basti per noi il 
sapere ecc. 

III. Ibid. vv. 529-548. Milton ci rappresenta i nostri primi padri uscir 
fuori del Paradiso terrestre condotti per mano da un Angelo che ne af- 
fretta 1'indugio {Far. Ferd. xn): 

Allor Michele 
Prendendo i uostri }>adri ambi per mano 
I/indugio ne affrctto, dritto alla porta 
Oricntal guidolli, di la ratto 
Giu per la rupe alla piauura, e sparve. 
Mario Vittore, al contrario, affida al soffio d'un uragano 1'esecuzione 
della diviua sentenza. 

vv. 1 e 2. Continuo..., come ebbero ricevuto 1'ordine d'abbaudonarr' il 
sacro bosco, ecco a discacciarneli un vento impetuoso che levasi dal 
fondo della selva. — nemoris sylva profundi, 6 quanto sylva profunda. 



CLAUDIO MARIO VITTORE G9 

Concitat. Ast illos libranti turbine noxos 

Continet aura vehens, et spiritus aiira totum 

Natura vigente rapit, terrisque rolatos 5 

Unde datum corpus, mollito flamine ponunt. 

Expertes tanti spatii expertesque pericli, 

Sed non expertes agitat qui corda doloris: 

Quo ruerint, quid perdiderint, quae vita sequatuiv, 

Quae fuerit, tristis mentem collatio vexat, 10 

Quae diversa magis cumulat : secumque volutant, 

Quanto aliud jam sint, quanto mutatus uterque 

Se quaerat, dubii culpae hoc ascribere primae 

In poenae vim nosse mali quod compulit error, 

An hoc esse mori ; vel si graviora supersunt, 15 

An detur reditus miseris, an fine perenni 

Perdant quod superest ; an, cum via mortis amarae 

Per lignum ingruerit, mundo populisque futuris 

Posset adhuc aliquod per lignum vita redire. 



w. 3-5. Ast illos..., e la forza dcl vonto fu talo clie awolgendoli e sol- 
levandoli entrauibi da terra li porta via , e per il vigore, pcr Pin- 
trinseca forza di sua natura trascina seco tutta V atmosfera clic li 
circonda. 

r. 0. Unde datum corpus. Giusta il testo biblico, da cui si rileva che 
Adamo fu creato fuori del Paradiso terrestre (a Ebron, secondo alcuni 
opinano), e quindi trasportato in quel delizioso soggiorno. — moUito 
flamine, teinperando, mitigando la loro veemenza, cioe dolcemente, in 
modo che non risentiron danno dalla loro corsa aerea. 

vv. 10 e 11. tristis... vexat, questo paragone rattrista e tormenta la 
loro mente. — Quaediversa magis cumulat. Quae va riferito a mens: la 
quale ingrandisce vie piu i contrarii, cioe i termini del paragone , la 
felicita e la miseria, 1'inuocenza e la colpa. 

ev. 13 e 14. dubii... mori, ne sanno se debbasi cio ascrivere ad effetto 
della prima colpa, in forza della pena della scienza del male, a cui li 
spinse 1'errore, o se cio sia morire. Queste idee scmbrano bellissime, 
e questa ignoranza della morte che il P. suppone ne' nostri primi pa- 
dri, penetra tristamente 1'anima, facendoci pensare alla dolorosa co- 
nosccnza che abbiamo di quella sontenza che pcr Adamo non era 
ancora cho un vago terrore. La particella an e sottintesa avanti il 
verbo ascribere, il cbe suol farsi talora per eleganza. — nosse, enallage, 
per cognitio, scientia. 

v. 1G. jine perenni, con una morte etcrna. 

w. 17-19. an,cum via ecc, Be, poiche un alboro li avoa cacciati nella 
via deUa morte, \ rvi ancora un altro albero a rendcre la 

vita al mondo ed allc generazioni fntnre. L' albero libcratore , clie il 
P. fa intravedcre ai nostri primi parenti, c Palbero dclla croce. 



70 CLAUDIO MARIO VITTORE 

IV. 

I primi dolori delFesilio. 

Postquam sacratis decedere jussus uterque 
Sedibus ac regnis, genitalia contigit arva, 
Inque sua stetit exul humo,, miserabile quali 
Ore rudes stupeant tam barbara rura coloni, 
Quae non frugifero disticta stipite vernant. 5 

Nec species juvat ulla soli., sed bruta coacto 
Pondere congeries, nec lecta mole locatur: 
Ardua caute rigent, silvis depressa laborant, 
Plana latent herbis, horrescunt edita dumis. 
Heu ! quibus haec spectant oculis, quo pectore cernunt, 10 
Quorum animis paradisus inest ! Neque causa doloris 
Una subest, quod cunctorum jam plena malorum 
Se pandit facies, sed quod meminere bonorum. 
Isunc honor ille sacri nemoris majore sereno 
Irradiat, nunc divitias cumulatior edit 15 

Sylva beata suas, nunc pomis dulcior usus 
Kectareusque sapor; vivis nunc floribus balat 
Tellus, et absenti tristes perstringit odore. 
quam non eadem meritis, paradise, rependis ! 
Te magis extollit collatio deteriorum, 20 

Et pejora facis miseris quae sola supersunt. 
Hic vitae perit almus amor, penuria rerum 

IV. Ibid. Lih. ii, vv. 6-89. 

v. 2. genitalia... arva, misero il piede ne' campi natali. Vcdi sopra III, 
nota. 
vv. 3 e 4. miserabile, cioe miserabile dictu. — rudea, inesperti — stupeant, 

per valde mirantur ; ond' 6 costruito con 1' accusativo , come da altri 
poeti. — barbara rura, campagna solvaggia, — distincta, arricchita, ab- 
bellita. L'« 6 fatta lunga per licenza poetica. 

vv. G e 7. Nec specus..., ne vi ba belta di suolo cbe li diletti, ma giace 
un'informe unione di ammassate, confuse moli. 

vp. 8 c 9. Ardua, le montagne, — dcpressa, le valli. — latent, ricuo- 
pronsi. — edita, le alture. 

vv. 14 e 10. Xunc honor ille..., ora essi veggono la macstii di quel 
sacro bosco raggiaro piu sercna. — eylva, giardino, nel qual senso fu 
adoperato ancbe da Cicerone. 

v. 17. halat, olezza. Virgilio ba similmentc {Georg. iv, 109): halanteafio- 
ribus horti. 

v. 19. O quam non eadem, o quanto diversamente. — meritis, la colpa. 
Invece di merUis, altri leggono: exclamant. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 71 

Insinuat jam dulce mori, ni major egestas 

Succurrat graviore malo ; nam viscera edendi 

Incendens rabies per cunctas ducit edaces 25 

Quas sterilis dat silva dapes, cogitque malignis 

Herbarum dubias passim radicibus escas 

Explorare cibis, vitamque evadere talem 

Ipsa fames non posse facit quae velle coegit. 

Tandem cunctarum, quibus indiget usus, egenos 30 

Atque inopes rerum, docuit res ultima summi 

Auxilium sperare Patris. Prostratus uterque 

Membra solo, lacrymis tantum mutique doloris, 

Dum pudor injustis subducit verba querelis, 

Immoritur senio. Sed postquam reddita mens est, 35 

Assurgens tandem tali prece supplicat Adam : 

Omnipotens auctor mundi, rerumque creator, 

Quem mihi labe mali infensum atque audacibus ausis 

Constitui, felix olim, dum vita inaneret, 

Et celeres animos visu super astra daretur 40 

Posse sequi late circum perque omnia fusum ! 

Nunc quoque post culpam spoliatis lumine sacro, 

Quamvis mens melior per totum libera ferri 

Fugerit, et clausis terreni carceris antro, 

Kil veri praeter mortalia nosse supersit, 45 

Ornnia plena tui tantum sentire remansit : 

vv. 24 e 25. edendi rabies, gran fame, fame rabbiosa. E di Virgilio 
(Aen. ix, G4): collecta fatljal edendi Ex longo rabies. — ducit edaces. Sott. 
nos: ci porta a divorare. 

vv. 27-29. dubias escas, alimenti pericolosi. — cibis, per cibo, vivanda. — 
vitamque ecc., e qncsta fame che facea loro desiderar la fine di una tal 
vita, e appunto quella che ne li rattiene. 

rv. 30 e 31. egenos, inopes. Inops e piu di egenus, ne e come la causa: 
poveri, sprovvisti di tutto. — res ultima, necessita estrema , dispe- 
razione. 

w. 33-35. lacrymis . .. doloris, c non esprimendo che con le lagrime 
il muto dolore. — subducit verba, chiude la bocca. — immoritur senio, 
si consumano nclla tristezza, neH'affanno. 

w. 38 e 39. labe mali, per la macchia dclla colpa. — dum vita ma- 
neret. Virgilio us6 piu volte questa frase, col verbo airindicativo 

anebat. Ma il dum col soggiuntivo trovasi anohe in Pedro. — Canis 
per flumen, dum ea\ ?. Per vita intendi qui la vita piena, 

felice, quclla delVinnocenza. 

w. 40 c 41. Et celeres . . . , e ch'era dato alTanimo mio di soguire col 
rapido suo sguardo al di ia degli astri To che immenso soi da per 
tutto. 

vv. 43-4G. mens melior, la monte piii sana, piu retta. la parte piu retta 
della monto, 1'uso piii retto della mente , quello oioe cho gli aveva 
donato Iddio, elcvandolo alTordine Boprannaturale. Seueca chiam< 



ri CLAUDIO MARIO VITTORE 

Atque ideo, Omnipotens, qui semper totus ubique es, 
Ad te confugimus : trepidanti mente precantes 
Exaudi, miseros quos semper cernis et audis ! 
Si cum me parti damnatae annectere vellet 50 

Ille caput scelerum, mundi infensissimus hostis, 
Isil per se solum, ne victus cederet, ausus, 
Serpentis miseram cui mens incauta per artem, 
Meque per affectum quem sexus sentit uterque 
Artificis scelerum fraus improvisa subegit ; 55 

Et cum damnarer juste pro crimine poenae, 
Sic piguit culpae, tanto mens icta dolore 
Indignata sibi est, ut te, mitissime judex, 
Tunc mihi vindictam de me praestare putarem: 
Idcirco et gemitus causas lacrymaeque negavi, 60 

Indignum venia quia me reus ipse probabam : 
Amplexusque animo solatia dulcia poenae, 
Hoc ipsum posthaec sacra inter munera ponens, 
Pro venia sceleris, quod sum damnatus habebo : 
Non igitur dirum est, ut majestate serena 65 

Exaudire velis, nil contra jussa precantes. 
Nec jam poscentes lacrymis, quod sponte benigna 
Praestabis famulis, ut se censura resolvat, 
Tota sed ut plenas teneat sententia vires. 
Jussisti mota victum me quaerere gleba : 70 

mens il retto uso di ragione. — Fugerit, sia svanito, 1'abbia perduto. — 
Nil vevi ecc, non mi rirnangono altre verita clie le naturali, ch'io possa 
conoscere. ~ Omnia . . . , ci resta pero il sentimento della tua presenza 
che tutto riempie. Virgilio (Ecl. m, 60): Jovis omnia plena. 

v. 50. parti damnatae, alla setta dci dannati, i dcmonii. 

vv. 52-55. ausns sott. est. — Serpentis ccc. Costr. : Si fraus improvisa 
arlificis scelerum subegit miseratn (llevam) cui mens incauta fuit, per artem 
serpentis, et subeyit me per affectum, quem uterque sexus sentit. 

v. 56. justae, pcrijusta poena criminis. 

v. 59. mild vindictam . . . , crcdci che tu lasciassi a me stesso la cura 
di punirmi. 

v. 60. gemitus . . . , ricusai il vantaggio , il conforto del gemito e del 
pianto. Causa fu talora adoperata pcr comodo, vantaggio. 

v. 62. Amplexusque . . . , accolsi il castigo come dolce consolazione 
deiranimo. 

v. 64. Tro venia ..., che ritcrro come perdono del mio peccato la stessa 
mia condanua. 

rv. 55 e C6. Non ujitur dirum est , non ripugna dunquo, non ci spa- 
A 7 cnta la spcranza. — contra jussa, contro i tuoi dccrcti ecc. 

vv. 67 e 68. quod sponte . . . praestabis. Allude alla promessa della ILc- 
denzione. — ut se censura resolvat, che tu ritiri, annulli la condaona che 
hai pronunziata. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 73 

Damnatis igitur campis sunt arma movendis 

Danda : regis dumos steriles spinasque tenaces 

Pro fructu dare : pura mihi prius ergo serenda est, 

Ut fallat mea vota seges quaesita labore. 

Da menti quae sint herbae, quae forma laboris; 75 

Da, Pater, auxilium miserans atque imbue sensus. 

Tunc erit ut, rerum compos et certa saluti>, 

Serviat Eva milri, saevumque experta creandi 

Supplicium, pariat populo3 qui crimine nostro 

Pleetantur, purgetque patrum peccata, nepotum 80 

Mortibus aeternam faciens successio poenam. 

V. 
La flne del diluvio. 

Jam summa videri 
Possejuga, ac planos scopulis distinguere fluctus, 
Cumque residenti sensim prorumpere silvas 
Aequore et occultos paulatim surgere colles. 
Jamque niger patula speculator missus ab arca, 5 

Aera prodiderat placidum, praedaque reperta 
Detentus ; sed adhuc cellae claustrisque morandum 
Fessa colurnba refert ; quae rursum missa reportat 
Paciferae frugis parvum libamen olivae. 

71 e 72. damnati8 ecc, e bene, per riinuover questa terra da te 
maledetta, damini le armi, gli struinenti da cio. — regis . . . , tu hai vo- 
luto, hai comandato che essa invece 

w. 73 e 74. pura seges, torra senza sassi, spine , erbe. In tal senso 
disse anco Cicerone: pura hv.mus. — faUat, sorpassi. 

v. 76. imbue sensus, imbevi di precetti, istruisci la mia mente ignara di 
quesfarte. 

vv. 80 e 81. purgetque . . . , e la posterita. (surcessio) eternera la pena, 
ed espiera il peccato de' suoi padri con la morte de' nipoti. — u Questo 
carattere di Adamo, cosi ii Gorini, e ammirabile. 8'e' fo.sse stato rappre- 
sentato imi^assibile comc il Satan del Milton, tale indomabile orgoglio, 
che d'altronde ripugua alla natura piii dolce dell"uomo, avrebbe re- 
spinta la nostra pieta. Inconsolabilo, al contrario, ci sarebbo sombrato 
troppo dobole a portare il pcso do' nuovi dcstini dell'uman genere. „ 
[Melanges, t. 2). 

Y. ILid. Lib. ir, vv. 494-539. 

'/-. 1-4. Jatn svuiNta ecc, gia e dato scorgerc la cima delle montagne, 
e distinguere gli scogli sulla superficie dclle acque, e a misura che i 
flutti si ritirano, vedere ccc. 

. il corvo. 

v. 9. paeiferae. ... un ramosccllo d'olivo, simbolo di paco. 



74 CLAUDIO MARIO VITTORE 

Tantus ad indicium magni cum laude Parentis 10 

Clausorum fletus, quo se quoque laeta revelant, 
Exoritur, quantus muris cum victor acerbus 
Insultat, subitum obsessis si forte feratur 
Auxilium ; quantus cum judice missa modesto 
Addictos rursum vitae sententia reddit ; 15 

Quantus in ambiguum funus cum vita recurrit, 
Inter lugentum lacrymas et gaudia fletus. 

Postquam ter missa speculatrix arva patere 
Kunciat, hoc ipso terris quod capta receptis 
Non rediit, taedet pigras perferre latebras, 20 

Quo spes est propior coelo spirare patenti, 
Atque animam aetherio laxatam pascere sensu. 
Sed fas haud ulli est exire in luminis auras, 
Ut vetitum nasci, coelumque diemque subire, 
Non vocitante Deo : propria qui voce trementem 25 

Jussa Noe monuit sacris excedere claustris, 
Conjuge cum fida, natis nuribusque pudicis, 
Et nova deductis iterum dare rura colonis, 
Cunctaque succiduae servata animantia proli, 
Jam captiva diu, claustris emittere apertis, 30 

Quae bonus humanos opifex servarat in usus. 
Quae postquam data porta, ruunt: pars aera pennis, 
Pars saltus sylvasque petunt, pars mersa cavernis 
Infoditur patulis terrae, pars libera campis 

Exultat siccis, et prato vernat aperto. 35 

At, Dominus mundi sortitus regna secundi, 



v. 10. Magnicum laude parentis, lodando Iddio, padre sovrano di tutte 
le cose. 

v. 11. Quo se quoque. .., col quale si manifesta anche la gioia, che e pnr 
essa segno di gioia. 

rv. 14 e 15. judice missa modesto sententia , la sentenza emanata da un 
giudico clemente. — Addictos, i condannati. 

vv. 16 e 17. in ambiguum funus, nella incertezza della morte, presso a 
morire. — Inter lugentum... Con sovrabbondanza di epiteti il P. esprime 
non altro che la gioia del pianto. 

V. 19. terris receptis. E qui nel senso di liherata dalle acque, come in 
Properzio e terra recepta per terra liberata, sgombra dai mostri. 

v. 20. Tigros latebros, gli oziosi nascondigli dell'arca. 

v. 25. Non vocitante Deo, senza la chiamata, senza 1'appello, 1'ordine 
di Dio. 

v. 26. Jussa monuit. E quanto.y'^55'7, praecepit. 

v. 29. succiduae servata proli, sopravvissuti all'estinzion delle loro 
razzo. 



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■■ :he i primi nomini adorand: Tjremo ed m 

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/b CLAUDIO MARIO VITTORE 

Oblitamque Dei plures effingere divos 10 

Non puduit : tanti est supremi oblivio Patris. 

Tum gravis inventor lethi cessare capacem 
Fraudis materiem non passus, cuncta maligno 
Subdidit arbitrio, quo fatum induceret orbi, 
Suaderetque Deum vel jam non esse, vel ista 15 

Inferiora hujus contemnere munia mundi. 
Ergo res hominum cunctas,- eventaque rerum, 
Quae Domino fuerat par assignare supremo, 
Assignare vagis persuasit subdolus astris, 
Atque avium spectare fibras, motusque volantum, 20 

Et studio ingenti magicae scelus intulit artis, 
Et plures orare Deos, idolaque muta, 
Aut magis idolis latitantem semet in ipsis 
Suasit adorari, multo mage dignus aduri. 

Inque nefanda prior descendit crimina Nimroth 25 

Impietatis apex, Cham servo e semine natus, 



v. 10. Oblitamque. Si riferisce zpropago: ella dimentico Iddio, e non si 
vergogno . . . 

vv. 12 e 13. eessare.. . passus, mal sofifrendo che gli elementi di sua ma- 
lizia rimanessero inoperosi. — quo fatum ecc. La necessita cevayxig 
presso i Greci, fatum, presso i Latini, formava la base della religione 
pagana, ne poteva essere altrimenti. La credenza in un Dio supremo ed 
unico e cosi naturale allo spirito umano, chc gli stessi idolatri sentirono 
il bisogno di credere all'esistenza di un essere superiore alle loro innu- 
merevoli divinita. Ma per una contraddizione singolare, la quale d'al- 
tronde spiegasi con le profonde tenebre entro cui la superstizione aveali 
immersi, mentre credevano che questo Dio era superiore a tutti gli altri, 
il supponevano cieco. 

v. 19. Subdohcs. Conforme al Genesi (iii, 1): sed et serpetis erat calli- 
dior ecc. 

v. 20. Atque avium ecc. Osservavano le viscere, specie il polmone, il 
fegato, il cuore delle vittime (e questo era ufficio degli Aruspici) e il 
volo, il canto, il beccare de' volatili (ufficio degli Auguri) per presagire 
il futuro. 

v. 2o. Nimroth. La Scrittura dice di Xcmrod, figlio di Chus e uipote 
di Cham, ch'era cacciatore robusto dinanzi al Signore, vero cacciatore 
cioe di uomini che riduceva in scrvitu. II Bossuet ncl suo Discorso sulla 
storia universale, parte 2, cap. i: tt Fu dopo il diluvio che comparvcro 
quei devastatori dclle provincie, che conquistatori si nominarono, i 
quali spinti dalla sola gloria dcl comando, hanuo stcrminati tanti inno- 
centi. Nemrod, maledetto rampollo di Cham, maledetto pur esso dal 
padre, comincio a far la gucrra a solo scopo di fondarsi un impero. Da 
qucl tempo l'ambizionc si presc giuoco, senz'alcun limitc, dclla vita 
degli uomini, da venirc al punto di trucidarsi l'un 1'altro scnza odiarsi, 
e il colmo della gloria c la piii bclla di tutte le arti fu quella di scan- 
narsi a vicenda. „ Dicosi chc Xcmrod sia qucl mcdesimo ehe fu adorato 
dai Babilonesisotto la dcnominazionc di Belo, c dai Feuici sotto quella 
di Baal, il cui idolo passa pcl monumcnto piu antico deH'idolatria. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 77 

Molo et mente gigas, Bubylonia regna gubernans. 

Persarum hic animos capiens, venator iniquus, 

A veris Domini sacris traduxit aJ ignem. 

Nec moJo plus aequo cupidis, hac arte sagaci 30 

Ille caput scelerum, munJi infensissimus hostis, 

Illusit curis hominum, scJ mentibus ipsis 

Irruit, et sensus penitus JescenJit in omnes, 

Mox et in affectus. Nam cum patris unica proles 

Spem generis letho secum traxisset acerbo : 35 

Infelix Nimroth, lacrymas noctesque Jiesque 

Continuans, hebetique trahens plangore querelas, 

Dum furit et raptum quaerit per singula natum, 

Effecta moestum solatur imagine luctum, 

Et Pario effectam filii Je marmore formam 40 

CreJiJit infelix incluso vivere sensu, 

Et questus auJire suos. Mox inJe Jicatis 

Erectisque aris Jivinos aJJit honores, 

Inque loco jubet esse Dei. Tum protinus omnes, 

Amplexae gentes scelus hoc, crimenque secutae 45 

Pro Jiis quaeque suis charos habuere parentes. 

Post etiam simili reges in honore locarunt, 

Dixerunque Deos : quorum sub nomine menJax 

Graecia, Jum veris falsa insinuare laborat, 

AJJiJit obscuras vanis rationibus umbras, 50 



v. 27. mole et mente, di corpo e cTaninia. 

v. 29. A.veris..., dai veri sacrifizi, cioe dai sacrifizi, diretti al vero Dio, 
li trasse al culto del faoco. 

vr. 30-32. IUe, il demonio, per opposizione ad hic (v. 28) che indica 
Nemrod. Costr.: IUe... nee modo illusit eu.ris hominum cupidis plus aequo, 
sed... Hludere sta qui nel senso di rovinare quasi scherzando. 

vv. 34 e 33. Nam cum patris... avendo la morte crudele dell'unico suo 
figlio tolto a Nemrod (patris) la speranza di vedersi sopravvivere nella 
eua discendenza (generis). 

v. 39. effecta imagine. E' s'ignora su quale autorita si fondi il nostro 
P., quando asserisce, che Nemrod, inconsolabile per la mortc dcl fi- 
glio, gli fece fare una statua, erigore degli altari, e rendere onori di- 
vini. D'altra parte, 6 cosa certa che tra le varie origini dell' idolatria 
debbonsi annoverare le malvagie passioni e gli stolti pensieri degli uo- 
mini, ed anche i loro piii sinccri e teneri affetti, di cni il demonio im- 
possessavasi per farne lo strumento di loro perdizione. 

v. 50. Addidit, mise nel numcro degli Dei. — ol bras. Allude 

agli eroi divinizzati. — vanis rationibu8, pcr futili pretesti, per vanita. 
II popolo grec ) era d'una immaginazione vivissima. d'nn gusto pronnn- 
ziatissimo pel maraviglioso, e ci avea molta vanita : nou abbisognava 
altro per divinizzare i loro eroi. 



78 CLAUDIO MARIO VITTORE 

Excusans tumulos atque indita nomina bustis ; 
Donec per species sese dementia cunctas 
Proderet, et rebus minimis rebusque pudendis 
Nomen inane Dei mundo ridente daretur. 

Talibus errorum salebris fomenta daturus, 55 

Ambigua inventor lethi responsa ciebat : 
Usus ad insidias aut igni, aut fonte calenti, 
Aut terra ex antris ventos spirante loquaces, 
Et falsum vani sibi nomen Apollinis indens. 
Talibus a Domino gentes trux ille remotas 60 

Gaptabat laqueis, quo ducens cumque volebat : 
Tanti est a sancto Domini discedere cultu. 

VII. 
La torre di Babele. 

Heu ! quam non certus vitae status ordine caepto 
Fert homines, factamque fidem, sic prospera fallunt 

v. 51. Excusans..., ricovrendo la loro vanita con le tombe e con le 
iscrizioni. 

v. 53. Bebus... pudendis, alle cose piii vili e turpi. Bossuet nelPopera 
citata, seconda parte: w Ogni cosa era Dio fuor che Dio stesso; e il 
mondo fatto da Dio, per nianifestar la sua potenza, pareva esscre ad- 
divenuto un tempio d'idoli. „ 

v. 55. Talibus , a dare esca alla difficil propagazione di simili 

errori. 

v. 56. Ambigua. II dotto Gesuita Baltus diede fuori un trattato, nel 
quale dimostra, in modo irrefragabile, 1'intervento del demonio nelle 
predizioni degli oracoli. Questi non potevano essere il semplice risul- 
tato della furberia dei sacerdoti del Gentilesimo. Perclie, come mai co- 
storo avrebbero potuto con le loro astuzie dissimular le loro imposture 
e le loro bugie, ed ingannare tutti i popoli dolla terra pel corso di 
tanti secoli? Come mai tanti furbi si sarebbero messi d'accordo per 
tempo si lungo a custodire religiosamento il loro secreto? E' non si 
puo non crederc, comc han creduto Mario Vittore e i Padri della 
Chiesa, che Dio per punire gli uomini permise talora al demonio d'in- 
gannarli con la facile credenza alle sue predizioni. 

v. 61. quo... cumque. I mesi per: quocumque. 

v. G2. Tanti..., a tale aberramento conduce 1'abbandono del sacro culto 
dcl Signore. 

YIT. Ibid. Lib. iii, vv. 216-281. Cento anni circa dopo il diluvio, i fi- 
gliuoli di Noe, moltiplicatisi faor misura, sentirono il bisogno di uscire 
da' piani del Sennaar, clio non valevan piii a contenerli. Allora mon- 
tati in orgoglio, ad immortalare il loro nome, vollero, prima di sepa- 
rarsi, innalzare una torre altissima, la cui cima dovca pefdcrsi nelle 
nubi. Ma Dio sparse la confusiono fra di essi, facendo che dimenticas- 
sero il loro primitivo linguaggio, c cosi cominciarono a dividersi in 
linguo e nazioni diverse. Alla torrc rimase il nomo di Babel che signi- 
fica confusione, in tcstimonio di un siilatto disordine, e della dhcordia 
c dei tumulti di cui 1'orgoglio c causa fra gli uomini. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 79 

Per varios cursus, ut voti summa petiti 
Tendat in adversum: jam nos, si dicere fas est, 
Quod sperata patrum precibus numerosa nepotum 5 

Crevit turba, piget : spargenda est quippe per orbem 
Exilio generata manus perituraque longe 
Finibus a patriis. Nos ergo siccine tandem 
Longa pauperie defecta inhonorataque membra 
Ignotis dabimus passim tumulanda sepulcris? 10 

Isec saltem miseri tumulis claudemur avitis , 
Nullaque erit nostri post mortem fama superstes ? 
Quare agite, o juvenes, dum vires turba ministrat, 
Quae vobis superesse queat, finemque severum 
Nesciat, aeternam factis extendite famam. 15 

Urbem condamus, cujus sub nomine turrim 
Tanto attollamus, donec pingentia mundum 
Sidera et excelsi convexa irrumpat olympi , 
Ut nos posteritas, terras quod linquimus istas, 
In coelum migrasse putet. Sic mota juventus, 20 

Contemnit cautes, et quidquid monte reciso 
Cuditur, edomitae fictos de viscere terrae 
Constringunt igni lateres, operisque futuri 
Materiam proprio malunt debere labori. 
Hanc interstratum sic vincit utrinque bitumen, 25 

Ut solidas simulent circumdata moenia cautes. 

Jam turris properata subit, jam vertice nubes 
Transilit, et fruitur coeli propiore sereno, 
Cum pater haec propriis regni consortibus infit : 
En terrena phalanx, quid non furiosa resignet, 30 

Mortali quae structa manu contingere celsos 



3 c 4. cursus, vicondo. — summa, il compimcnto, ravvcramonto. — 
Tendat in adversum, torni contro di noi. 

Extiio generata maiw8, razza, popolo nato alTesiglio. 
w. 13 o 14. turba, il numero: ora che il numcro ci rende forti — . 
. la morte. 

■■■■( olympi, le sublimi volte del cielo. 
vv. 21 e 22. et quidquid.., euditur, e tutto cio clie si estrae da' fianchi 
incavati deUe monf 

fanno indurare al fuoco. 
rstraium, posto in mezzo, dall'inusitato interstemo. Lo us5 
anclie Plinio. 

in fretta bJ 

[ual cosa non osera yiolare nel suo 
furore. 



80 CLAUDIO MARIO VITTORE 

Credat posse polos, et ad aethera ducere nostrum, 
Quum nemo indutus terreno corpore, coelum 
Ascendat, nisi qui coelo descenderit alto ? 
Sed quia gens una est, eadem quoque forma loquendi, 35 
Assensu cupido suadentes prava secuta est 
Turba, nec excussit quid fas permitteret, audens 
Ardua quae fieri per se natura vetaret. 
Impunita ferant tam vani damna laboris. 
Ut tamen et vetitum norint quod posse negatum est, 40 
Jam descendamus, tumefactaque corda superbo 
Consensu varii turbemus vocibus oris, 
Ut quod peccarunt concordis crimine mentis, 
Confusae damnet melior discordia linguae. 

Dixit, et intentos operi, molemque levantes 45 

Mentibus attonitis subjecta oblivio primum 
Intrat, et ignotae subit imperfectio linguae. 
Increpitant operis studio cessante magistri 
Cunctantes socios ; sed vocem nemo remittit 
r>on intellectis; et si quis tentat kiare, 50 

Sibilat, aut rupti fremitu sermonis anhelat, 
Aut stridet gemituque minas imitatur acuto. 
Sic vanum prava susceptum mente laborem 
Destituit frustrata manus: jam nemo propinquum, 
Nemo patrem sequitur: quem quisque intelligit, aptat 55 
Agglomeratque sibi. Periit cognatio tota : 
Gentem lingua facit ; sparguntur classibus aequis, 



v. 34. nisi qui coelo ecc. Secondo quel passo delFEvangelista S. Gio- 
vanni (iii, 13) : Et nemo ascendit in coelum nisi qui descendit de coelo,Filius 
hominis, qid est in coelo, e quel dell'Apostolo agli Efesini (iv, 10): Qui 
descendit, ipse est et qui ascendit super omnes coelos. 

v. 36. suadentes prava, i consigli dei perversi. 

vv. 39 e40. Impunita ecc. : che la vanita della loro impresa sia la sola 
loro punizione. — Ut tamen.. , ma perche sappiano esser vietato cio 
che 6 sopra le loro forze. 

v. 42. oris, vale qui, per metonimia, linguaggio, parlare. 

r. 43. XJt gMoi...,affinche il peccato in cui li ha spinti il colp^vole ac- 
cordo de' loro animi, trovi un salutare castigo nel disaccordo e nella 
confusione delle loro lingue. 

vv. 40 e 47. oblirio, 1'oblio della primitiva lingua. — imperfectio , l'im- 
perfetta cognizione o pronunzia dalla nuova. 

vv. 49 e 50. vocetn netno..., ncssun risponde, perchc nessun compr 
— hiare, aprir la bocca. 

vv. 55 e 50. quem... sibi, ciascuno si unisco e si stringe a chi 1'intende. 

v. 57. Qentem lingua facit, divcrse gcnti, divcrsi popoli si formano se- 
condo il divcrso linguaggio. 



GLAUDIO MARIO VITTORE 81 

Deductasque petunt vario sub sidere terras. 
Haud aliter volncres campi per mollia plana, 
Quas gregibus mixtas errare et quaerere victum 60 

Persuasit secura dies, cum nocte propinqua 
Frondea tecta petunt, exemplo tum grege, turba 
Vulgus quaeque suum sequitur, rapidoque volatu 
Miscentur, similis qua duxerit aut color aut vox : 
Sic tunc in partes populus se dissecat unus, 65 

Et species fit quaeque genus, lougeque remotis 
Considunt terris, atque orbem gentibus implent. 

VIII. 

Sui costumi del seeolo. 



S 



A.LMON. 



Si Domini templum supplex orator adisti, 
Imo et custodem templi, populique magistrum, 
Quot tu isthic homines, tot Christi altaria cernis. 
Sed si collatis juvat indulgere loquelis, 
Hic habitat tuus ille hospes, mea viscera, Thesbon, 5 

Cui fratrum ad requiem frondosae vitis in antro 
Herbida cespitibus sunt structa sedilia vivis. 

v. Ci>. gregibus mixtas, confondendo le loro schiere. 

\plo tum grege, separandosi allora, ovvero: ricomponendosi 
allora Le schiere, ciascnno siegue quelli della sua specie {vulgus suum), 
e come con rapido volo ecc. 

v. Ct3. Et species... genus, e formano ciascana specie una gente, una na- 
zione a parte. 

VIII. Questa satira, sotto il titolo: De perversis suae aetatis tnoril 
scritta in forma di dialogo, tra il Poeta e 1' abate Salmone suo amico. 
L'Ampere la Loda per la freschezza e la vivacita dei versi, e perche in 
luogo di quella poesia vana, molle, puramente descrittiva, di cui Auso- 
nio fu modello, ci offre una poesia forte e seria, che non si contenta di 
descrivere con indifferenza cio che le cade sotto gli occhi, o solo inten- 
dere a pa ironeg^iare le forme del linguaggio e della versiflcazione, ma 
che si attacca al secolo e Bi Bforza di dipingerlo, con 1' intcnzione di 
svergognarlo e di raddrizzarlo. 

<■ orator. E p :r : 8uppHcit< . precaturus. 

v. 2. » Salmone. 

v. 3 '. II P. ebbe la mente a quelle parole di S. Paolo 

[Cbr. m, 1€ j habitat in 

rohis ? 

v. 4. Sed 8% collati8..., raa sc ti piace discorrerla un po* fra noi, fare 
una chiaccherata insieme. 

v. G.froiulosae in autro, alPomhra di una pergola. 

Carmina — III. G 



82 CLAUDIO MARIO YITTORE 



VlCTOR. 



Dic igitur, Salmon : quae rerum nunc tibi sors est? 
Quis patriae status est? quid te delectet in illa? 
Namque agris, opibusque hominum, terraeque coJonis., 10 
Nunc primum illaesae turbato foedere vitae, 
Barbarus incumbit; nec longae ad saecula vitae 
Constructae prosunt solido de marmore villae, 
Absumptaeque omnes vana in proscenia rupes. 
At vero interior pestis, bellumque profundum 15 

Olim nos densa telorum nube fatigat, 
Saevior et tanto quanto est occultior hostis. 



v. S. quaererum..., come vanno ora le cose tue, i tuoi affari? 

v. 11. Nunc primum..., turbando la pace d'una vita fino ad ora traii- 
quilla. Foedus puo significare ordine, e quindi pace, tranquillita. II P. 
iinito Yirgilio (Ech i, 11 e 12): 

Undique totis 
Usque adeo turbatur agris. 
II verso seguente terniina colla stessa parola vitae. E una negligenza ; 
nia nonfu il primo Mario Yittore a conmietterla; troviamo negligenze 
analoghe anco in altri poeti. 

v. 14. Absuntaeque..., e tutti i macigni impiegati alla costruzione de' 
vani teatri. Quanti furono poeti e prosatori, tutti concordemente si le- 
varono a biasimare la passione del lusso, e quindi la corruzione dei co- 
stumi de' Gallo-Romani a quelPepoca. 

■v. 15. At vero interior. L'eloquente Salviano, dopo avere delineato, 
nella sua opera De gubernatione Dei, il quadro spaventevole dello ster- 
minio fatto dai barbari nelle Gallie, rappresenta tutte quelle calamita 
come un giusto castigo di Dio. Arriva a dire doversi proferire i barbari 
ai Gallo-Eomani, giustificando le sue parole con una vivissima pittura 
della corruzione dei costumi romani cb'egli energicamente riprova. Che 
poi i costumi de' barbari non fossero tali, bastera leggere Tacito per ri- 
manerne convinti. Questi, assai tempo prima di Salviano, facendo 1'elogio 
dei Gcrmani, per far vergogna al suo secolo, scriveva le celebri parole: 
Nemo illic vitia ridet, nec corrumpere et corrumpi saeculum vocalur. A torto 
adunque si riprova da taluni ai giorni nostri la condotta dei cristiani 
vcrso i barbari, c si e prctcso cbc i Ycscovi trattandoli con benignita, e 
usando loro de'riguardi, compromiscro o ritardarono la loro civilta. Gli 
c mcno difficile civilizzarc uu popolo grossolano, ruvido, selvaggio, che 
il rigenerare una socicta s\ corrotta che cadc in dissoluzione. I veri 
cristiani han considcrato la invasione dci barbari come un fatto prov- 
vidcnziale; s' accorgcvan bcnc chc non vi volcva nientcmcno che un 
tal torrcnte pcr ispazzarc tauta immondizia, e che solo il ferro e il 
fuoco poteva guarire una societa cancrenata. 

r. 1G. Olitn, da gran tempo. Ncl qual scnso c in Seneca, Giovcnalc e 
Tacito. 

-. 17. Saevior. Quosfantitcsi tra i guasti cho rccava 1'invasione dei 
barbari e quelli piii dcplorevoli ancora che il vizio fomcntato dal lusso 
cauaava negli animi, iormava il gran tcma della predicazione cristiana 
al sccolo quinto. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 83 

Et tamen, heu!, si quid vastavit Sarmata, si quid 

Vandalus incendit, veloxque abduxit Alanus, 

Ambiguis spebus licet et conatibus aegris, 20 

Conamur quamdam in speciem reparare priorum. 

Illa autem nostro quae sunt amissa periclo 

Negligimus, longoque situ squalescere mentes 

Ignavi patimur, subjectaque colla catenis 

Dedimus, et manicis, peccati praeda ligamur. 

Et prius est vitem purgare, abscindere sentes, 

Ostia convulsa ac fractam renovare fenestram ; 

Quam latos campos animae, et praecordia cordis 

Excolere, et captae collapsum mentis honorem. 

Nil hostis, nil dira fames, nil denique morbi 3i) 

Egerunt: fuimus qui nunc sumus, hisque periclis 
Tentati, nihilo meliores reddimur unquam, 
Sub vitiis nullo culparum fine manentes. 
Nil sanctum est nobis, nisi quaestus, et illud honestum est, 
Utile quod fuerit; vitiisque vocabula recti 35 

Indimus, et parci cognomen sumit avarus. 



v. 18. Sarmata. I Sarniati, popoli della Sarmazia, vasta contrada, di- 
visa dal fiumo Tanais in europea ed asiatica. II P. parla dei Sarmati 
europei, brutali, selvaggi, dediti alla guerra ed allarapina; clie si di- 
pingevauo il corpo, e menavano vita nomade, tutto devastando sui loro 
canimino, che si dissctavano col sangue dei loro cavalli, ed eran 
chiamati Hippomdlgi. Erano divisi in undici popoli principali, fra* quali 
i Borussi che sono riguardati come i progcnitori dei Prussiani. Vedi 
Silvio Pacini, Elementi di geogr. antica. 

v. 19. Vandalus. I Vandali, popoli della Germania, lungo le rive del 
Baltico, celebri per le loro scorrerie nell'Europa meridionalo e nel- 
1'Africa. — Aktnus, gli Alani, uno dei popoli della Sarmazia Europea. 

18. Xeologismo. — Conamur..., ci sforziamo a rimet- 
tere le cose quasi nel loro stato primiero. 

v. 23. longo situ, nel lungo ozio. 

ecc, e prcda del peccato, ci lasciamo avvincere dai 
suoi lacci, dalle sue catene. 

'v. 26-28. Et priua f8t... quarn, c piuttosto, e prima ci diamo a... che .. 

p.30. Nil ho8t%8 . . . Pare che il dica con certa enfasi a esagerarsi vi 
piu contro i vizi de' suoi tempi. E certo che, come abbiamo gia accen- 
nato, il tremendo flageUo deUe irruzioni dei barbari era Btrumento 
della ginstizia divina a punire e insieme far risorgere i popoli che si 
eran gettati in braccio della corruzione. I 

non in tutto, almeno in parte, ccl dice Salviano . vt) : 

Tnundarunt Gallias gentes barl 'ios sj^e- 

ctat, n ■:' Gallorum crimina, quae fuerunt. 

35 e .'30. i itiisque ecc. Similmente Ballustio c 
equidem no8 vera vocabula amisimu . 

. L'avaro prende il 
nomc di cconomo, passa per cconoino. 



84 GLAUDIO MARIO VITTORE 

At qui confessis vitiis et crimine aperto, 

Non potuere suas virtutis imagine fraudes 

Obtcgere, occulto foverunt vulnere plagas, 

Quos terrena trahit sapientia, nescia veri. 40 

Quosdam infelices, qui decipit, incita terror, 

Dum causam inquirunt rerum, astrorumque meatus, 

Quae sit forma poli, cur longo flumina cursu 

Non pereant, latus jaceat quo limite pontus : 

Quaeque Deo tantum sunt nota, recondita cunctis, 45 

Scire volunt, heu grande nefas! et scire videntu* 1 . 

Ista quidem, Salmon, sunt nostri crimina sexus. 

Salmon. 

Sed levis est vestra vitiorum morbus in urbe, 
Si non feminei magis exarsere furores. 

Victor. 

Ante diem, Salmon, tenebris nox humida condet, 50 
Quam possim mores hujus percurrere turbae ; 
Quae quum lege Dei vivant sub lege virorum, 
Proh pudor ! haud unquam sine nostro crimine peccant. 
Nam nisi delictis faciles traheremur earum, 
Haud illas vitiis vellemus vivere nostris: 55 

Nec rigidas auro vestes ; nec vellera Serum, 



v. 37. At qui..., nia quelli clie pe' loro vizi conosciuti e pe' loro delitti 
manifesti. 

vv. 39 c 40. occulto..., ingrandiscono, rendono incurabile la piaga oc- 
cultamente inasprendola. 

rv. 40-44. Quosdam infelices..., v'ha degPinfelici clie si lascian trarre ed 
ingannat-e da un altro errore: ricercano lo cause delle cose, il corso 
de ;li astri... quali sieno i lontani confini dell'oceano [latus jaceat quo U- 
tnite pontus). Si badi qui a non prendere alla lettcra questi anatemi del 
P. contro le scienze. Qni si tratta, osserva 1'Ampere, di quei filosofi che 
in faccia a' mali delPinvasione, invece di convertirsi al cristianesimo, 
continuavano ad occuparsi della vana loro scienza. Divertirsi a filoso- 
fare sulle fasi della luna o sul corso dc' iiumi, quando s'agita per la so- 
eieta la questione di vita o di morte, 6 questo in verita un impiegar 
bene il tempo! 

t\ 47. 8, di noi uomini. 

r. 60. Ante diein... Ad imitazione di Virjilio (Aen. i, 374): Ante 
componet vesper olympo. 

v. 50. Serum, Vedi... 



CLAIDK) MARIO VITTORE 00 

Nec lapides toto quos fert mercator ab orbe, 

Fundorum pretiis emerent, suspiria moesta. 

Jungimus at vanas, non est pudor addere, curas ; 

Si gravis ignotis processit Lesbia gemmis, 60 

Et decies Passina novo radiavit in ostro, 

Confestim ornatum sibi quaeque exposcit eumdem. 

Ergo quod variis studeant occurrere formis, 

Atque viris alios aliosque opponere vultus, 

Nonne haec culpa viri est? Quid agunt in corpore casto 05 

Cerussa et minium, centumque venena colorum? 

Mentis honor morumque decus sunt vincula sancti 

Conjugii: si forrna placet, venientibus annis 

Cedetamor; sola est, senium quae nescit honestas. 

Nam quod perpetuis discursibus omnia lustrant, 70 

Quod pascunt, quod multa gerunt, quod multa loquuntur, 

Non vitium nostrum est? Paulo et Salomone relicto, 

Quod Maro cantatur Phoenisse, et Naso Corinnae, 

Quod plausum accipiunt lyra Flacci, aut scena Terenti, 

Nos horum, nos causa sumus ; nos turpiter istis 75 

58. fundorum ecc. E nota la bella iperbole di Tertulliano: SaVus et 
insulas tenera cervix fert. I Romani del quinto secolo non avevano fatto 
ch'ereditare la corrazione do' loro antenati. Fin da' suoi tempi il ricco 
Seneca, che pretendeva di predicarc il disprezzo delle ricchezzo, indiriz- 
zava loro la domanda: u Quare uxor tua locupletis donius censum auri- 
bus gerit? B ^la questo filosofo si ricco in parole, si povero in azioni, al 
l)ari della maggior parte de' fllosofi pagani, poteva scriamente nudrir la 
speranza di mutare abitudini tanto inveterate, e di sostituirvi costumi 
piii puri? Gli stessi cristiani chc al precetto accoppiavan 1'csempio, non 
poterono far tornare al dovere quel popolo incorreggibile. Fu allora che 
intcrvcnne Iddio. e i barbari entrarono nell'impero. Senza il contatto di 
cotesti popoli duri e fcroci con un popolo molle ed effeminato che non 
aveva noppur la forza di rinunziare a quei vizii che lo trascinavano alla 
sua perdizione, che ne sarebbe stato della societa e dell'incivilimento ? 
— suspivia. Fa d'apposizione agli accusativi antecedenti, vestes, vel- 
lera ccc. : causa di iri, perche da questo lusso, roviuando le 

famiglie, eran gettate in braccio dcllo squallorc e del pianto. 

Nomi di donne, molto frequenti prc?so i 
Romani, i quali s'iucontrano anco nelle antiche iscrizioni. — Decies. In 
senso indeterminato. 

vi\ 70 e 71. ini. S. Paolo [Tim. v, 13 i 

, dan banchetti, festini. 
v. 73. piioenissae, Corinnae. Xomi adoperati per antonomasia, come 
donne che ricordano, pe' loro costumi, le eroiue di Virgilio c di Ovidio. 

Neppure ii poeta cristiano, cosi 1'Ampere, 
sottraesi iu tutto al dominio dell'antica letteratura tuttora viv 
que' tempi. A.nche nell 

niscenze di Virgilio e di Ovidio. - E questo mostra ancora in qual 
convi ienze e lettere umane. 



86 CLAUDIO MARIO VITTORE 

Nutrimenta damus flammis; culpane caremus? 

Nam velut acceptas referunt specula optima formas, 

Sic exempla virum uxores accepta sequuntur. 

Sed cur infelix in culpa est femina tantum, 

Quum placeat stolido conjux vitiosa marito? 80 

Unus ubique hostis diffuso turbine saevit: 
Nec mirum est vinci belli terrore subactos. 
Quod si correcti sanum saperemus, et atris 
Libera mens nebulis Christo purgata pateret, 
Si falcem verbi cordi imprimeremus, et illinc 85 

Vellemus veterum vitiorum abscindere nodos, 
Adversus Christi servos vis nulla valeret : 
Nec nos Riphaei prosterneret arcus Alani, 
Nec servile etiam subverteret omnia bellum ; 
Et qui nunc nostra grassantur clade superbi 90 

Salmon. 

Attamen in vestro populo non rara bonorum 
Turba viget, multosque pios Ecclesia nutrit. 



Victor. 

Sunt plane insontes multi, Pater optime, quorum 
Esse velim similes; nec desunt in grege nostro 
Victrices reddat quas sexus uterque coronas. 95 

v. 79. cur in culpa est, perche accusare, perche biasirnare solo ecc. 

v. 83. si sanum saperemus, se facessimo un po' sermo. 

v. 88. Riphaei Alani. Gli Alani abitatori dei monti Bipei. Sodo i monti 
della Scizia, non quelli (liipaei) delTArcadia. 

v. 89. Xec servile ecc. L'esazioni do' governatori romani nelle Gallic da- 
vano occasione a frequonti Lnsurrezioni, per reprimere lo quali gl'impe- 
ratori ebbero a ricorrere piu d'una fiata alle armi. Massimiano Ercole fu 
che si distinse il primo nolla repressione di tali rivolte, vere guerre 
servili, che sotto il nome di ribellioni linivan di rovinare i popoli, deva- 
stati dai barbari. 

v. 90. Et qui..., e quei ohc s'avanzavano ficri alla nostra roviua... So- 
spendo, perche iiitorrotto dalFinterlocutore. — Grassor con l'accusativo 
fu adoperato da Stazio (Theb. vm, 570): u Ac primum faciles grassatur 
cuspide turmas. „ 

rr. 94 e 95. nec desunt. Costr. : nec coronae victrices, quas sexus wterque 
reddat, desunt in grege..., ne mancauo in mezzo al nostro gregge, de' cri- 
stiani dcH'uno e dolTaltro scsso, sulle cui fronti brilli la coroua della 
vittoria. Si noti 1'anteoedente coronas, posto, per ellenismo, nel caso del 
rolativo. 



CLAUDIO MARIO VITTORE 87 

Ac si quid patriam commendat, si quid in illa est 

Quod juvat, hoc unum est, haec sunt solatia vitae. 

Isunc age, care Pater, cupido mihi fare vicissim, 

Quae te digna satis requies susceperit, ex quo 

Te corde hinc gestans abii, tecumque resedi. 100 

Salmon. 

Non equidem invitus recolam mea gaudia Salmon, 
Nec te tantorum indicio fraudabo bonorum. 
Sed jam conclusi nos admonet hora diei 
Surgere, et ad sacros sanctorum occurrere coetus : 
Crastina lux verbis accedet libera nostris. 105 

vv. 9G e 97. commendat, rende cara, amata. — Hoc unum est. Cioe, come 
sopra e dctto, il non mancarvi do' buoni cristiani. 

t\ 98. CHphlo..., sono ansioso che tu alla tua volta (vicissim) mi dica 
ifare). 

vv. 99 e 100. ex quo. Plinio il giovane espresse lo stesso scntimento 
(lib. 9, epist. 31): u Postquam a te recessi, non minus tecum, quam quum 
apud te, fui. „ 



S. PROSPERO D' AQUITANIA 



S. Prospero nacque nelFAquitania (Guascogna) sulla fine del secolo rv. 
Dopo aver imitato S. Agostino ne' clisordini, lo iinito nella penitenza, e 
consacro la vita e quanto scrisse in difesa della grazia divina, cui era 
debitore della sua conversione. Onde que' versi del Eacine che, come 
lui, compose un poema sulla G-razia: 

u Disciple d'Augustin, e marchant sur sa trace, 
u Prosper s'unit a lui pour defendre la grace, 
u 11 poursuivit 1'erreur dans ses derniers detours, 
u Et contre elle des vers emprounta le secours. 

Dio s'era servito delle devastazioni dei barbari per illuminare il gio- 
vine Prospero, il quale con le lagrime e con uua vita austera espio i falii 
della vita passata. I sommi pontefici Celestino e S. Leone s'avvalsero di 
lui negli affari piii importanti. Scrisse il poema De Ingratis, uno de' pih 
felici saggl, dice il G-uizot, di poesia filosofica , clie siano stati tentati nel 
seno del Cristianesimo, per confutare le dottrine ereticali di Pelagio, il 
quale pretcndeva poter 1'uomo con le sole forze naturali del suo libero 
arbitrio operar la propria salvezza, e negava 1'esistenza del peccato ori- 
ginale. Ad un ardore tutto meridionale egli unisce la ragione savia ed 
illuminata di un dottore : la confutazione che fa degli errori pelagiani e 
eloquentissima, e la sua poesia brilla de'colori piii vivi ed energici. Ei 
ti sa trovar sempre un'espressione poetica, un'immagine brillante e 
propria ad esprimere le idee piii astratte e renderle visibili come di- 
pinte in un quadro. u Fa maraviglia, cosi il Baillet, che S. Prospero ab- 
bia potuto accordare la bellezza della versificazione con le spine della 
materia, e chc 1'csattezza per i dommi della fcde sia cosi regolarmente 
osservata, malgrado le angustie del metro e la liberta dello spirito poe- 
tico. Le verita sono ivi prcsentate con gli ornamenti naturali della 
poesia, valc a dire, con uirarditezza piacevole ed ingcgnosa. „ Le Mai- 
stre de Sacy tradusse in versi c in prosa il poema De Ingratis, e Eacine 
se ne valse assai nel suo pocma della Grazia. S. Prospero scrissc molte 
altre opere; delle quali ci rimane un libro sulla Grazia e sul libero ar- 
bitrio , lettcre , epigrammi, un commentario sui salmi, le sentcnze 
estratte da S. Agostino, e lino una cronica dalForigine del mondo al- 
1'anno 455 di Gesu Cristo. Mori 1'anno 463 circa. Si vuole chc i Gianse- 
nisti neirintcresse della loro causa abusasscro dc' tcsti di S. Prospero. 
Ma di che non abusano gli crctici V L'opinione dell'ab. Eohrbacher ci 
parc mal fondata, quando cgli accusa il nostro P. d'avcr sostenuto che 
tutto i dcpravato neIl'uomo decaduto, che non puo fare che il malc, che 



s. prospf.ro d'aquitania 89 

non puo ne volere ne cominciare alcun bene (Hist. Unio. t. vm). Dai 

luoghi clie riportiarno, si vcdra che non e giusto il dirc, clic la dottrina 
di S. Prospero porta aU'annientamento dcl libero arbitrio, c Bpinge ad 
ona sorta di fatalismo. Xon bisogna dimenticare, clie questo apologista 
aveva a combattere i nemici della grazia, e che nel suo poema e que- 
stioue di virtu soprannaturali, le quali non possono essere che opera 
della grazia. 



I. 

La Chiesa tutta levasi eontro Pelagio 

Talia quum demens late diffunderet error, 
Commentisque rudes traheret lethalibus aures, 
Affuit, exhortante Deo, provisa per orbem 
Sanctorum pia cura Patrum, non dispare motu 
Conficiens diros jaculis coelostibus hostes. 
Iisdem namque simul decretis spiritus unus 
Intonuit. Pestem subeuntem prima recidit 
Sedes Roma Petri, quae pastoralis honoris 
Facta caput mundo, quicquid non possidet armis, 
Relligione tenet. Non sagnior inde Orientis 
Rectorum cura emicuit : captumque nefandi 



I. Oarmendelng -113. Definito 1'errore col quale il monaco 

Britauno si gravi disordini dovca cansare nel mondo, il P. ci narra come 
la Chiesa intera si Iq\ : > sin dal nrimo insorgcrc deH'eresia per gridare 
anatema al nemico della grazia del Bedentore. II quadro lia de' tratti 
Bublimi. II lettore vi notera sul principio qne'famosi versi sulla Bupre- 
mazia di Koma cristiana, da' quali S. Leone prese qnasi i tcrmini nel suo 
panegirico de' Santi Apostoli. II quadro termina con un magninco elogio 
di S. Agostino. 

• 1. Talia.m Cioe le idee erronee di Pclagio intorno alla grazia. 

2 rndes aures, gli orecclii dei semplici. 
rv. 3 e 4. Provisa ra, lo zelo pietoso dei Padri diffuso 

pel mondo. - re motu..., con unanimc slancio, animati da un 

medesimo ardore. 

. Fatto dissillabo pcr crasi o sinercsi, come spes.-o volto in 

Virgilio {A<,i. u, 654; rn, 158, 541, 564; vn, 70; viii, 631 anche 

, i giudizii, le decisioni pronnnziate dai Padri. 

recidU. Pcr lc lcttcre dommatiche dci papi Innoccnzo I c 

. dirctte ncl 417 e 418 ai concilii di Africa. 

rv. s c 9. Q ilia honoris, dignita Bacerdotale, episcopale. San 

Leone (Xat. JLp. Petri et Pauli): " per Bacram beati Petri sedem, caput 

orbis effecta, latina pr divina, qnam dominatione 

-..a. Quamvi8 enim multis ancta victoriis, jus imperii tui terra 
riquc protnleris, minus tami tibi bellicus labor subdidit, 

quam q 

orum. Allnde al concilio 



90 s. prospero d'aquitania 

Dogmatis auctorem constrinxit lege benigna 

Commentum damnare suum, nisi corpore Christi 

Abjungi et sancto mallet grege dissociari. 

Lene quidem hoc, nimiumque malos tolerasse videtur 15 

Judicium : sed sancta fides examine in illo 

Vicit oborturam diro de semine prolem. 

Prospectum namque est, divino et munere cautum, 

Ut licet instantem declinans bestia poenam 

Perfidiae secum sensus tenuisset eosdem, 20 

Ipsa tamen proprium germen damnando necaret, 

Ore malam extinguens sobolem, quam protulit ore. 

Tunc etiam Bethlei praeclari nominis hospes,, 
Hebraeo simul, et Grajo Latioque venustus 
Eloquio, morum exemplum, mundique magister, 
Hieronymus, libris valde excellentibus hostem 
Dissecuit, noscique dedit, quo turbine veram 
Vellent exortae lucem obscurare tenebrae. 

Quid loquar, et curam rnagna quam gessit in urbe 
Constantinopoli, docto bonus ore sacerdos 30 



celebrato a Diospoli, nella Palestina, 1'anno 415, dove Pelagio condanno 
i suoi errori alla presenza dei Padri. II Poeta fu qui accusato d'inesat- 
tezza dalPAmpere, ma a torto. Vedi l'ab. Gorini, Defense de VjZglise, 
1. partie, ch. 4. 

v. 18. Prospectum..., fu cio una previsione ed una guarentigia ispirata 
dal cielo (divino munere). 

v. 19. bestia. Cioe Pelagio. Talora i Padri contro la contumacia degli 
eretici usavano delle denominazioni disprezzative. 

v. 20. Sensus... Perche, come dice S. Agostino, id quod negavit ore, corde 
servuvit. 

v. 23. Bethlei II P. latinizzo il nome ebraico Bethleem, e fece Bethleum. 
S. Girolamo vivea in quei tempi nel suo ritiro di Bettelemme. — prae* 
clari nominis. Per la grande celebrita acquistatasi con la sua dottrina o 
santita, ovvero per l'etimologia dcllo stesso suo nome, che e da lepog^ 
sacro, e ovowa, nome: Sacri nomini*. 

v. 25. Mundique magister. Leggesi nel Breviario Bomano: u Tam- 
quam ad oraculum ex omnibus orbis tcrrae partitus ad ipsum divinae 
Scripturae quaestioncs eiplicandae rcferebantur. Illum Damasus pon- 
tifex, illum S. Augustinus de locis Scripturae difiicillimis saepe consu- 
luit, propter ejus singnlarem doctrinam, et linguae non solum latinae 
et graecae, sed ebraicae etiam et cbaldaicao intelligentiam. B 

v. 2G. Hieronymua. La sillaba ro e fatta breve. — libris. Specialmente 
i suoi Dialoghi e la sua Epistola a Clesifonte. 

r. 27. Dissecuit, niise in pez/.i. II P. allude, con molta proprieta di vo- 
caboli, non tanto allo stile vivo e mordace del S. Dottore, quanto all'a- 
natomia, a dir cosi, cbe il medesimo fece della sottile c scaltra eresia di 
Pelagio, come apparisce da quel che segue: noscique dedit... 

I. Docio bonus ore, erudito cd eloquente. II P. imito Virgilio 



S. PIIOSPERO D^AQUITANIA 91 

Atticus, antiqua legatos haereticorum 
Confutando fide? De qua tunc impia corJa, 
Quamvis se obducta tegerent velamine forma 
Judicii, tacitae tulerunt tormenta repulsae. 
Praetereo quanto fuerit beno mota tumultu 
Clara Ephesos, non passa suis consL-tere tectis 
Vasa irae, et morbi flatus, et semina mortis : 
Quaque fide tellub etiam Trinacria fervens, 
Agmen vipereum propriis exegerit oris. 

Tu causam fidei flagrantius, Africa, nostrae 
Exsequeris ; tecumque suum jungente vigorem 
Juris apostoiici solio, fera viscera belli 
Conficis^ et lato prosternis liraite victos. 
Convenere tui de cunctis urbibus almi 



{Aen.ix, 512): Hic jaculo bonus. — Sacerdos, Vescovo. In quei tempi i 
Vescovi erau cliiamati sacerdoti. 

v. 31. Atticus, Attico, successore cli S. Giovauui Crisostomo uella sede 
di Costautiuopoli. 

v. 32-31. De qua, nel senso di a qua, e sott. urbe nonfide: dalla quale citta 
riportarouo il vivo dispiac.ere di essere rinviati seuza essere ascoltati 
{tacitae repulsae) , quantuuque ecc. — forma judicii per': specie judici, 
come e in Tacito; ma il P. dovea servire al rnetro. Invece di obducta... 
forma, altri leggono : obdwto... forma, obducfae formae. — I Pelagiani 
erauo audati a Costautiuopoli a presentare il dritto di appello. Ma At- 
tico, sncccssore di S. Giovauui Crisostomo, non volle dar loro ascolto, e 
li fe' subito partire. — tulerunt. Con la seconda breve; licenza poetica, 
di cui si hauno uumerosi esempi. 

v. 35. tumultu. Cio fu circa la fine delFanno 421. I Pclagiani gia con- 
danuati dalla Chiesa, spcdirono de' legati alla Chiesa di Efeso, per ti- 
rarla al loro partito; ma il popolo Efesino cli' era ferventemente at- 
taccato all'avita fede, si levo tosto a tumulto al loro arrivo, e li scj 
dalla citta. 

v. 36. vasa irae. Espressione di S. Paolo {Itom. ix, 22). 

rv. 38 e 39. Trinacria, la Sicilia, chiamata cosi da'suoi tre promontorii : 
Fachynum (Capo Passaro), Pelorus (Capo di Marsalla) e IAlybaeum (Aen, iii: 
440); da Tp£r, tre, e y.x'//, sommita, estremita, con 1'interposizione 
della lettera v, per eufonia. — Agmen vipereum. O i Pelagiani che, 
ciati dairOriente e tornando in Occidente, approdarono anche in Sicilia 
per isparggrvi il veleno della loro eresia, o que' Vescovi dclla Sicilia 
stessa, clie 1'anno 41'J s'erano ricusati di sottoscrivere la coudanua di 
Pelagio. 

v. 40. Africa. Cioe la Chiesa e i Vescovi delPAfrica, i quali furono i 
primi a condannare i'errore di Pelagio, e con le loro lettere ai Sommi 
Pontefici Inuoccnzo c Zosimo ottennero la scntcnza inappollabilc contro 
gli erctici. 

v. 43. et lato..., e li Btendesti vinti BulPimmensa tua arcua. 



9'2 S. PROSPERO l/AQUiTAMA 

Pontifices,, geminoque senum celeberrima coetu 45 

Decernis quod Roma probet, quod regna sequantur. 

Nec sola est illic synodorum exserta potestas, 
Ceu quos non possent ratione evincere nostri, 
Vi premerent : discussae artes, virusque retectum est 
Haeretici sensus, nullumque omnino relictum, 50 

Docta fides quod non dissolveret argumentum. 
Condita sunt, et scripta manent, quae de cataractis 
Aeterni fontis fluxere undante meatu, 
Et ter centenis procerum sunt edita linguis : 
Sic moderante suam legem bonitate severa, 55 

Ut qui damnato vellent de errore reverti, 
Acciperent pacem pulsis qui prava tenerent. 

v. 45. geminoquecoetu.^ei due Concilii di Cartagine, i quali essendo 
stati celebrati l'un dopo 1'altro, negli anni 417 e 418, sotto il papa Zo- 
simo, e composti presso a poco degli stessi Vescovi, possono essere 
considerati come formanti un solo concilio. Onde il P. dice appresso in 
singolare : Sanctum Concilium, e nel v. 184: Carthaginis altae ConciUnm. 

v. 46. quod Boma prooet ecc. II papa Zosimo confermo con la sua 
autorita i decreti dei due Concilii, e il suo successore S. Bonifazio I 
ottenne dall' imperatore Onorio 1' appoggio delle leggi civili contro i 
Pelagiani. 

v. 47. illic, nelTAfrica. 

v. 49. artes, artifizii, astuzie. 

v. 50. omnino. Non bisogna maravigliarsi deila quantita che il no- 
stro P. da alla finale di questa parola. Lucano e Giovenale abbre- 
viano egualmente la finale di ergo, che Virgilio fa sempre lunga. La 
quantita di tutte le parole terminate in o non era determinata che dal 
solo uso nella prosodia latina, e percio era arbitraria ed incerta. Ag- 
giungasi che i Latini non avevano come i Greci la vocale w, che 
avrebbe potuto togliere ogni incertezza ed equivoco. 

v. 51. Docta fides... Verso spondaico. 

<■■■. 52 e 53. Condita sunt. Accenna ai canoni del Concilio di Cartagine, 
celebrato sotto papaZosimo. — de cataractis, che dagli aperti fonti eterni 
scaturirono in gran copia (lui lante meatu). Cataracta e da X«Ta, sopra, e 
oy.xrio), presente di os/^cjw, mando gi.ii. 

v. 54. ter centenis procerum linguis, e furon proclamate dalla voce di 
300 Prelati. — Ter centcnis e detto poeticamente, come al r. 187, mille 
senum. Perclie egli stospo, il Pocta, scrivcndo in prosa , dice che fu- 
rono 217. Non puo negarsi che se avesse detto 200, sarebbe stato auche 
poeticamente detto, e meno lungi dal vero ; ma forse il Poetapreferi il 
numero 300 per venerazione al numero dei Padri del primo Conci- 
lio Niceno. Se pur non vogliasi dire con altri, cho il Poeta intenda pro- 
prio 300, riuncndo in un sol numero i Vcscovi intcrvenuti nei due 
Concilii di Cartagine. 

V. pacem, o ncl senso di perdono, come in Virgilio (Aen. iii): 

Sed votis precibusque jubent exposcere pacem, 

ovvero, per 1'antitesi che eegue, pulsis (do ecclesia) quiprava teaerent, il 

bacio di pace ohe negli antichi tcmpi cra iiso nclla Chiesa dare a 

quei che erano ammessi alla comunione de' fedcli. 



S. PROSrERO d'aquitama 93 

Anne alium in finem posset procedere sanctum 
Concilium, cui dux Aureiius, ingeniumque 
Augustinus erat? Qaem Christi gratia cornu 
Uberiore rigans, nostro lumen dedit aevo 
Accensum vero de lumine: nam cibus illi 
Et vita, et requies Deus est ; omnisque voluptas 
Unus amor Christi est, unus Christi est honor illi : 
Et dum nulla sibi tribuit bona, fit Deus illi 
Omnia, et in sancto regnat sapientia templo. 

Istius ergo inter cunctos, qui de grege sancto 
Insanas depulere feras, industria major, 
Majus opus, totum praestantius imbuit orbem. 
Kam quocumque gradum convertit callidus hostis, 70 

Quaque per ambages anceps iter egit opertas, 
Hujus ab occursu est praeventus, mille viarum 
Insidiis aditum non repperientibus ullum. 
Q mmque foris rabies avidorum exclusa luporum 
Frenderet, snque omnes mendacia verteret artes ; 75 

Ne mentes ullarum ovium corrumpere posset, 
Neu dubia obliquis turbaret corda querelis, 
Istius ore viri fecit Deus : istius ore 

59-61. Aurelius, Aurelio, Vescovo della citta di Cartagine. — Augusti- 
- . Agostino Vescovo iTIppona, — quem Christi gratia... rigans, che lar- 
Dte inondato dalla grazia di Cristo. Simili immagini erano familiari 
ai poeti pagani, i quali toglievanle dalla favoia della capra Amaltea . 
cangiata in corno d'abbondanza ( Vcdi Orazio, Od. i. 17. 16). Ma e piu 
probabile che il nostro Poeta 1'abbia attinta dalla Bibbia che parla del 
corno o vaso d' olio di cui si servivano i Profeti per consacrare i re. 
Vedi I. Beg. x, 1. 

vi\ 05 e CG. Et dum nulla... Al contrario di qucl che fanno gli eretici, 
nemici della grazia. Nei versi 62-GG e continua allusione a diversi 
ghi della Scrittura, che e facile riconoscere, specie a quello di S. I 
(I. Cor. xiii, 5): Non quaerit quae sud stmt. II senso poi racchiuso in detti 
versi e questo: Mentre egli non cerca il suo utile, non suum cibum, 
non vitam, rcquiem, voluptatem, honorem,.//7 J)eus iUi omnia ista, 
vit i ecc. e cosi in lui, come in un tempio a Dio interamente consacrato. 
regna la sapienza, quella che in maleoolam animant non iutroibit. 
bitalit in corpore sul . i, 4). 

r. GS. , xs. Cioe gli cretici Pelagiani. 

'■. mille..., non ostante i mille agguati che tesero lungo la via. 
non poterono penetrarvi. Nel raddoppiata la p per far 

lunga la sillaba re. 

v. 75. inque omnes..., e rinnovasse la menzogna con tutti gli artihzii 
possibili. 

r. 77. obliq . dispnte capziose, ipocriti lamcnti. 

. Tsti * Versi maesl 3i,esclama 1'Ampere, i qnali ne dimo- 

strano, con grande immagine, 1'intluenza di S. Agostino ,sul mondo cri- 
^tiano. _ 



94 s. prospero d'aquitama 

Flumina librorum mundum effluxere per omnem, 

Quae mites humilesque bibunt, campisque animorum 80 

Certant vitalis doctrinae immittere rivos. 

II. 
La grazia non distrugge il libero arbitrio. 

Inviolata Dei quondam et sublimis imago 
In primo cuncti fuimus patre, dum nemore in almo 
Degit, et edicto parens cavet arbore ab una. 
At postquam rupta mandati lege superbum 
Consilium mixtum invidiae de fonte recepit, 5 

Corruit, et cuncti simul in genitore cadente 
Corruimus : transcurrit enim virosa per omnes 
Peccati ebrietas, corrupti et cordis in alvo 
Persistit: cruda fervet carbunculus esca. 
Hinc animi vigor obtusus ; caligine tetra 10 

Induitur, nec fert divinae fulgura lucis 
Lumen iners : hinc arbitrium per devia lapsum 



v. 80. Qnae mites ecc. Rimprovera indirettamente 1'orgoglio e la rab- 
bia dei Pelagiani, i quali non gustavano, anzi disprezzavano ladottrina 
di S. Agostino intorno alla grazia. E' bisogna clie abbia 1'animo mite ed 
uniile, dice il P., chi vuol trarre diletto e profitto dUle dottrine del 
santo Dottore. Un animo snperbo e ignorante della sua imbecillita non 
puo non rifuggirne disgustato. 

II. Ibid. vv. 675-611. 

1 e 2, nemore ahno, nell'almo giardino , nel paradiso terrestre. 
Chiama cosi il giardino delPEden, per 1'amenita degli alberi ehe, se- 
condo la Scrittura, vi abbondavano. — edicto parens, ubbidiente al co- 
mando di Dio. 

v. 5. mixtum de fonte invidiae, cioe apprestato, suggerito dal padre della 
menzogna. 

T e 9. Transcurrit enim ecc. A intendere meglio questo passo un po' 
oscuro, giovera il secuente dello stesso Autore (Adversus Collatorem) : 
a Bibit (1'arbitrio nella sua prima trasgressione) omnium vitiorum ve- 
nenum, et totam naturam hominis intemperantiae suae ebrietate ma- 
defecit : inde prins quam edendo carnem Filii hominis, et bibcndo san- 
gtiinem cjus, lethalcm digerat cruditatem ; labitur memoria, errat judi- 
cio, nutat incessu, ecc.„ — cruda fervet... esca, c 1'indigesto cibo e come 
ulcera ardente chc lo divora. Oarbunculus, carbonchio, significa qui un 
enliato pcstilcnziale, cosi dctto dalFessere infocato e rosso a guisa di 
carbone aoceso. Lo chiamano purc carbone , carboncello. Si noti come 
in qucsti versi la dura allittcrazione dell' e rcnda ancor piu tetra ed 
energica la forza dcircsprcssione e dclle immagini. 

v. 12. lumen i/iers, occhi deboli, languidi. 



S. PROSPERO D'aoUITAMA 9<J 

Claudicat, et caecis conatibus inque ligatis 
Motus inest, non error abest. Manet ergo voluntas 
Semper araans aliquid quo se ferat, et labyrintho 15 

Fallitur, ambages dubiarum ingressa viarum : 
Vana cupit, vanis tumet et timet ; omnimodaque 
Mobilitate ruens in vulnera vulnere surgit. 

Hoc itaque arbitrium cum sanat gratia, tolli 
Dicitis, et perimi vita adspirante putatis. 20 

Quid mirum rabido si corde phreneticus aeger 
Morbum arnat, et pellit medicum ? Cognoscite tandem 
Antiqui commenta doli,, et desuescite captas 
Aures vipereo rursum praebere susurro. 
Parcite de fractis praecerpere noxia poma 25 

Arbitrii ramis : non haec vos esca reformat, 



v. 13. inque ligatis. Tmesi, por et inligaiis o illigatis, impediti. L'uso an- 
che Virgilio, la dove di Mezenzio che si ritirava dalla pugna impacciato 
dall'asta nemica, confittaglisi nell'inguine, dice: 

Ille pedem referens, et inutilis, inque ligatus 
Cedebat. 
v. 15 e 10. etlabyrintho..., e si smarrisce in un labirinto cacciandosi 
per mille vie tortuose ed incerte. 

vv. 17 e 18. omnimodaque mobiUtate..., e per la incessante sua mobilita 
cadendo non si ria dalla sua caduta che con una nuova caduta. Per mo- 
bilita si ha da intendere quello stesso che altrove ha chiamato: naturali 
motus virtute e naturdli mobilitate, quello cioe che gli eretici dicono (vv. 450 
e segg.): 

In nobis, inquiunt, et velle et nolle creatum est, 
Arbitriique sui, quo vult, intendere motus 
Libertas accita potest. 
Insomma, la liberta di muoversi, la liberta di agire. Nota nel vu 
vulnere belFesempio della figura che i retori appollano poliptolo. 

v. 20. et perimi...; e lo credete distrutto dal suo soffio vivificatore. 

v. 23. antiqui commenta doli, gli artifizi dell' antico inganno, quelli, 
cioe, inventati dal serpe infernale nel paradiso terrestrc, a cui al- 
lude ancora piu sotto colle parole vipereo susurro. II P. fa qui con- 
tinuamente allusione a cio che fece il demouio per ingaunare Adamo 
ed Eva , e ne fa il confronto con gl' inganni dei Pelagiani : confronto 
adattissimo, tra il libero arbitrio e 1'albero vietato, la grazia e 1'albcro 
della vita, i rispcttivi frutti dei due albcri e le opere della grazia o 
dei libero arbitrfb , e infine 1' interiore ricostituzione chc i Pelagiani 
promettevauo dalle forze del libcro arbitrio, e la trasformazione in al- 
trettanti Dei od Angeli che il demonio promettcva dalPalbero vietato. 
s ecc. Stupendo csempio di armonia imitativa, prodotta dal 
suono della consonante 8 ripctuta, cho rende il verso Bibilante, e molto 
confcrisce alla evidenza della significazionc. 

r. 25. fractis, guasti, corrotti dal pcccato. — praeeerpere. Sta a bella 
posta invecc di decerpere, affine di signilicare meglio rerroro dei Pcla- 
giani c dei Semipelagiani, che cercavano di stenderc la mano prima al 
1'rutto delFarbitrio chc a quello della grazia. 



96 s. prospero d'aquitama 

r>ec speciem angelici nutrit cibus ille decoris : 

Sed vetitorum avidos, et tetra bile tumentes, 

De fastiditae procul abripit arbore vitae. 

Hujus ope et fructu vescendum est, ut revalescens 30 

Languida mens etiam propriis bene viribus uti 

Possit, et in Christo inveniat quod perdidit in se. 

IN T on igitur quisquis terreni veste parentis 
Exueris, priscum naturae perdis honorem, 
Sedrecipis: sic acquirens quibus ante carebas, 35 

Ut tua sint, si collatis utare modeste, 
Et quod habes, hoc te acceptum fatearis habere. 

III. 

Caduta e miseria dell' uomo, 
necessita della Redenzione e della grazia. 

ISemo etenim, nemo est, qui non cum vulnere primi 
Sit patris genitus : quo vulnere mens prius intus 
Percussa est, quam membraforis, quum mentereceptumest 



v. 27. Nec speciem..., ne conservera in voi lo splendore , 1' imrnagine 
dell'angelica bellezza, quel cibo. 

v. 29. he fastidilae ecc. Verso leonino, per le due voci di simil suono 
fastiditae e vitae. I versi leonini cosi detti da certo Leonio lnonaeo, che 
se ne crede inventore, sono rimati in se medesimi, come quel celebre: 

Haec sunt in fossa Bedae venerabilis ossa; 
e queiraltro contro certi poetastri : 

Ponite carmen oves, ponite plectra, boves. 
Se ne ha esempio anche in Properzio: 

Nc tibi Tyrrhena solvatur funis arena. 

Ud verso che abbia due parole di egual suono spiace anchc in 
italiano. 

v. 32. in se, u 11 finirc con mono.sillabo, cosi il Mazzoleni, d' ordinario 
fa verso duro c spiacevole, quando pero non sia fatto ad arte (com'e 
qui) per csprimero piii vivamente il scntimento. fl 

vv. 35 c 36. colhttis, doi doni riccvuti. — Et quod habes^cc. Yedi S. Paolo 
nella prima Lettera ai Corinti, iv, 7. 

III. Ibid. vv. 852-909. Alla necessita dclla grazia opponendo 1' umano 
orgoglio, per bocca del Seinipcla^ianismo, alcune virtu intcllettuali e 
morali, salvate dal naufragio de] peccato originalc, il P. mostra qui l'i- 
nanitii dcH'crctiche pretensioni, c fallo con tal rigorc che s'attiro, da 
parte di corti amanti dell'umana sapicnza, acri rimprovcri. Contro co- 
stnro pcro fu difeso trionfalmente dall' Ab. Gorini. Vedi hcfense de 
''/■'//''.■' Lre partie, ch. 2. Basta qui far osscrvaro cho S. Irenco , e piu 
tardi Bossuet, non la pcnsarono altrimenti da S. Prospero. 



S. PROSPERO d'aQUITANIA 97 

Quod regione poli disjecta superbia suasit. 

Sic animus, cui lumen erat de lumine summo, 5 

Arbitrium involvit tenebris ; et, luce relicta, 

Consilio legit tetrae nigrescere noctis. 

Nec jam captivos oculos extollere in altum 

Sponte potest : quoniam hoc etiam, spoliante tyranno, 

Perdidit, ut quando jaceat sub vulnere norit. 10 

Si quid enim de principiis felicibus illi, 
Ad vitam exilii superest prudenter agendam, 
Hoc sanum, et quo nil fuerit sublimius in se 
Credit, amatque suum mundi sapientia sensum, 
Innumeras sese claram mirata per artes : 15 

Quod conjecturis sublimibus abdita quaerit, 
Quod meminit recte, sapit acriter, aestimas apte ; 
Quod studium fandi excoluit, quod legibus urbes 
Instituit, moresque feros ratione recidit, 
Ut poenae metus officio certarit amoris, 20 

Jam quum exercetur numeris, ad sidera cooli 
Per cursus noscenda suos; et scire videtur 
Defectus solis varios, lunaeque labores. 

v. 4. regione... superbia. Per ruetonimia, il demonio scacciato dal eielo 
per la sua superbia. 

v. 7. legit, scelse , preferi. 

r. 8. extollere in altum. Per chiedere soccorso a Dio. Xol puo, perchc 
rion conosce il stio male, o perche, dice altrove lo stesso P.,jpro sanitate 
habet, quod aegrotare se nescit , donec prima haee medekt conferatx 
groto ecc. 

v. 10. Perdidit ecc. 11 demonio fatto cader 1'uomo, lo Spoglio della gra- 
zia, e con cssa tutto gli rapi, fino la conoscenza dclla grave caduta. 

vv. 13-L"). Hoc sanum..., 1'umana sapienza crede esscr questo nno stato 
integro, ne esservene mai stato un altro piu perfetto, e qnindi compia- 
cesi della sua potcnza, del suo sapere, del suo sentimento (sensum 
8uum). L' espressione mundi sapientiae di S. Paolo, I. Cor. i, 20; e nr, 
19 ecc. 

v. 20. Utpoenae..., in modo clie il timore della pena gareggiasse co' 
dolci modi, con le amorevolezze delTamore. 

ris. Cioe nelle Matematiche di cui a preferenza mena 
vanto e insuperbisce 1'umano ingeguo. — a& sidera...» per conoscere gli 
astri dcl cielo e il loro corso, le loro rivoluzioni. 

v 23. Defeetus ecc. Verso tolto di peso da Virgilio [Georg. n) , e si- 
mile a quel di Lucrezio {Lih. v). II nostro P. lo iuseri ne' suoi, non 
tanto per imitare questi poeti, due de' piii illustri rappresentanti della 
scienza umana, quanto per ironia contro \i troppa compiacenza ed am- 
mirazione che essi vi ponevano. Leggi Lucrezio, e il vedi a ' 
esultamc quasi puerilmente; e lo stcsso Virgilio poco dopo il citato 
verso esclama quasi fuor di 

- Ft lix qui potuit rcrum cognoscere car, 
Per defectus solis intendi gli ecclissi del scde, e per lu :\\ cc- 

clissi e le fasi della luna. 

Carmina — \\\. 7 



98 s. prospero d'aquitania 

Qaam speciosa sibi est, et quam vanescit in ipsis ! 

Quae licet ex primo naturae habeantur honore,, 25 

Non tamen ad verarn possunt perducere vitam. 

Denique ab his praeceps in multas relligiones 

Decidit, et factis haesit factore relicto. 

Nam si nunc etiam illaesus vigor ille maneret, 
In quo insons natura fuit; sua quemque voluntas 30 

Conciliare Deo, poenaque absolvere posset: 
Nequicquam Christus mortem moriendo piaret, 
Peccatum et mundi sanguis non tolleret Agni, 
Tsec genus humanum generari rursus egeret 
Conditione nova: quoniam sapientia sana, 35 

Sana fides, sanum arbitrium, mens libera morbo, 
Vitam agerent dignam summorum participatu. 

Sed prostrata semel, quanto natura profundo 
Immersa, et quantae sit mole oppressa ruinae! 
Verbum homo fit, rerumque sator sub conditione 40 

Servilis formae dignatur virgine nasci, 
Inque in firmorum cunctos descendere sensus. 



v. 25. Quae ecc, le quali cose quantunque sieno residui della prirni- 
tiva grandezza di nostra natura. 

jT e 28. ab his. Cioe dagli astri, dalla conoscenza degli astri. Vedi 
Sap. xiii. Coltivatori di scienze cosi nobili, quali sono la storia naturale, 
le maternatiche, la fisica e specie rastronomia, ne abusarono, e non pure 
il poiiteismo, ma fino 1'irreligione e 1'ateismo (cosa incredibile e vcra) 
professarono ! Tai furono Lucrezio, Epicuro, Plinio, ed ai tempi nostri 
Laplacc cd altri. — relligionis. Vedi pag. 20, nota, v. 26. — factis haesit, si 
attacco alle creature. 

v. 30. sua quemque voluntas. Emisticliio virgiliano (Ecl. ir, Go). 

(2. tnortemoriendopiaret.Ta.re clie piuttosto clie da Virgilio {Aen. n): 
u Culpam hanc miserorum morte piabunt, „ il V. abbia tolta questa frase 
da Ovidio chc nella favola di Meleagro disse [Met. viii): Mors morte 
pianda est. E eosi 1'encrgica cspressione del Cantore dclle Mctamorfosi 
diventa, santificata dal genio cristiano, la formola.csatta del mistero di 
nostra rcdenzione. 

35 37. conditione xova, in una condizione, in uno stato novello. — 
na..„ sano nella sua sapienza, sano nella sua fedc... libera 
ai infermita dcH'anima. — sun rticipattt, della partecipa- 

zione di beni eterni. 

!e 39. Sed prostrata..., ma caduta una volta la nostra natura, in 
qual profondo abisso non precipit6 clla, e quanto non fu opprcssa sotto 
ii gran peso di sua rovina ! — sit. So non si vuol posto, per enalla 

i est, bisogna Bupporre nella mente del P. un'ellissi, affin di riu- 
nire con questi due versi lo Bviluppo che segue. Dclla quale ellissi egli 
i darebbe il senso, nel suo libro ci rs.Collat. cap. 9): 

" Noane cx ipsius remedii Bingularitate apertissime patct , in quam 
profundum malum totius humanl generis natura demersa sit illius 
praevaricatione, in' i t? „ 



S. PROSPEUO d'aquitania 99 

Vexatar virtus, sapientia ludificatur ; 

Justitia injustos tolerat, clementia saevos ; 

Gloria contemptum subit, et tormenta potestas; 45 

Inque crucis poenam nulli violabilis usquam 

Vita agitur: cujus perimatur morto peremptor : 

Justo ut pro injustis effuso sanguine, sit mors 

Lnius insontis multorum vita reorum. 

Hoc igitur pretio captivi quum redimuntur, 50 

. 3scant quali conclusi carcere, quove 
Obsessi fuerint morbo: quibus eripiendis 
Succurri haud aliter potuit quam morte medentis. 
Ut quia de magnis opibus nonnulla supersunt, 
Quae decorent nudos, et quae solentur egenos : 
INon ita pro summis oblectent ultima lapsos, 
Ut de supplicio tumeant, atque ordine verso, 
Quo sunt effecti miseri. sint inde superbi. 



IV. 

L' uomo non deve arrossire del bisogno 
elie ha della grazia. 

Conticeant igitur qui dicunt esse cavendum 

: rt((s; in lui, cioe nel Verbo cli Dio^ e persegnitata la 
virtu. 

. e quella vita clie nessuuo avrebbe 
mai potuto violare ; ovvero: e quella vita che era eternarnente invio- 
labile, vion condotta alla morte di croce. — cujits..., clalla cui m 
ucciso 1'uccisore. Cioe il demonio uccisore non solo di Cristo, ma, di- 
cendolo S. Giovanni (viii, 44) 1 li tutto 1'uman genere. 

to ucciso metaforicamente in quanto cioe, giusta il Vangelo, e 
cacciato fuori, distrutto il suo regno, e gli e tolto 1'impero della mortc. 
..., e percbe qualcosa n'e rimasta dell'antica opul 
Tire la nostra nudita e consolare la nostra miseria, caduti 
non siamo . ') di questi ultimi 

i primitivi nostri beni ), tunto da 

plizio, e, rovesciando 1 
perbirci di i lla nostra miseria. — Chiama suppli- 

• primiera .- 
■ 
dolore che ri rvono a suo 

■ 

IV. , onchiusior. 

la quale, dice G: mo alla 

ammettendosi alcun \ rincipi d di m 



100 S. PROSPERO D'AQUiTANlA 

Ne desit sanctis sumendae causa coronae, 

Si non ipsorum bona repperiantur in illis. 

Hoc etenim tumida nimis impietate docentes, 

Quid nisi justitia nos, et virtute Deoque, 5 

Dispoliare volunt; ne lux in nocte coruscet, 

Languida ne in vires redeant, ne mortua vivant ? 

Sed nobis summo verorum a fonte bonorum 

Haurire kaec, supero et semper splendore nitere, 

Gloria sit: non spes in feni flore caduco. 10 

Sicut enim palmes nullos valet edere fructus 

Non in vite manens, quae de radice ministra 

Succum agat in frondes, et musto compleat uvas ; 

Sic infecundi virtutum, et fruge carentes 

Perpetui cibus ignis erunt, qui vitae relicta 15 

Audent effusa de libertate comarum 

Fidere, ne Christi sint ubertate feraces ; 

Et raage se credunt propriis excellere posse, 

Quam si virtutum placitarum sit Deus auctor. 

Viles ergo putent se deformesque futuros, 20 

Cum transformatis fiet Deus unica sanctis 

Gloria: corporei nec jam pressura laboris 

Conteret incertos, sed in omnibus omnia semper 



temente dal soccorso della grazia, non vi sarebbe piu la ragioue del uie- 
rito e del premio. 

v. 3. ipsorum bona, cioe : bona ipsis propria s ac sine gratiae auxilio facia. 
— repperiantur. Vedi pag. 93, v. 73 iu uota. 

v. 9. haec. Sott.: bona. 

v. 10. feni, per metonimia, il prato, il campo. 

v. 11. 8icut enim palmes. Usa della similitudine di cui si servi G-. C. 
uel suo discorso dopo la Cena. Vedi in S. Giov. xv, ±. 

v. 12. de radice ministra, sommiuistrato dalla radice. 

vv. 18 e 19. propriis, ciou: propriis virtutibus. — virtutum placitarum, 
virtii che gli piacciono, virtu a lui grate. Dice placitarum per opposi- 
zione a propriis; onde il P. non ebbe la mente a <iuel di Virgilio : - Pla- 
citone ejtiam pugnatis amori? „ ma a quel di S. Paolo (Ephes. n , 10): 
ereaii in Ohristo Jesn in opbribus bonis, quab prabparavit Dtus, ut in 
illis ambulemu8. Dunque placitae dice queste virtu, in quanto ordinate e 
preparate dal divino beneplacito, ut in illis ambulemus. * Quelli che te- 
mono il Signoro, cosi S. Bernardo, cercano quelle cose che conoscono a 
lui essere accette e bencplacite. n 

v. 20. Vile8 ergo. II scnso e questo : Se i Semipelagianj rcputano uu 
disonore, una vilta l'essere in tutto nlla grazia di Dio debitori del mc- 
rito; disonore, nou vilta egualmente reputar dovrebbero la gloria che 
e solo unicamcute opera di Dio^ anzi c Dio stcsso. 

non avranno allora piii a gemere 
sotto il peso c le iucortczze d'un travaglio corporale, cioe d'un trava- 



s. prospero d'aqujtania 101 

Christus erit. Quod si pulchrumetsuper omniamagnumest, 
Cur piulet, hac etiam iletus in valle, potentes 25 

Esse Deo, minimumque operis mortalis habere, 
Quod non est nisi peccatum, quo discrucietur 
Libertas, ad quam solam male gesta recurrunt ? 

Et tamen in sanctos animum cum intendimus actus, 
Cum desideriis camis mens casta repugnat, 30 

Cum tentatori non cedimus, et per acerbas 
Vexati poenas, illaeso cordo manemus , 
Libertate agimus, sed libertate redempta : 
Cui Deus est rector, summoque ex lumine lumen, 
Vita, salus, virtus, sapientia, gratia Christi est ; 35 

Qua currit, gaudet, tolerat, cavet, eligit, instat, 
Credit, sperat, amat, mundatur, justificatur. 



glio quale nel nostro corpo difettoso e tribolato portar dobbiamo in 
mezzo alle incertezze e ai timori continui cli cadere e perderci. E cio 
dice contro gli eretici clio pareva desumessero i' eccellenza delle umane 
virtii precipuamente da questa vacillante incertezza dcH' arbitrio, ri- 
masto dopo la colpa, la quale incertezza temevano tolta dall' influsso 
della grazia. 

v. 24. Quod..., chc se questa sorce e bclla, se e grande sopra ogni altra 
cosa ecc. 

vv. 25 e 2G. potentes esseDeo, d'esser potenti per grazia di Dio, do- 
vere la propria potenza, la propria virtu alla grazia di Dio. — mini* 
mumque ecc. Paro che con le parole opevis mortalis voglia il P. significare 
quello che piu sopra ha detto corporeus labor ; e il senso sarebbe: Per- 
che vergognarsi di riempirBi al tutto di Dio, e di spogliarsi quauto 6 
possibile della travagliosa natura che non e che occasione al peccato, 
tormcnto della liberta, perche a questa soltanto le sue cattivc azioni 
sono imputate ? Fu per non aver posto nionte a questa interprctazione, 
cho quel dotto che curo 1'edizione Lionese del nostro P. crede ben fatto 
modiiicare questi due versi cosi: 

Cur putet hac ctiam fletus in valle potentes 
Esse Deo ? nimiumque operis mortalis habere ? 
Pero, non si puo negare, questo luogo e alquanto oscuro. 

v. 28. 8olam, Perche la liberta una 6. — recurrunt. Bcn detto.. con 
molta proprieta: vi ricorrono come alla propria e nativa sorgente. 
Orazio: 

u Naturam cxpellas furca, tamcn usque recurrit. „ 

v. 33. liberta Se la liberta fu rcdcnta, scgno chc v'cra. Dunque 

nolla mente del P. vi ha Liberta senza la grazia, ma p r la grazia essa 
divicn libera (cursus velox, libera libertas, come piu giu vv, 51 c 52), a vo- 
lere cioe cd operare il bene per opera di Dio, perche, dice S. Paolo 
(Philip. ii, 13): Deus est enim <jni operalur in nobis et velle et perficere pro 
>oluntate. L' la liberta della liberta quella che ci reco G-. 0.: qua li- 
bertatc Christus nos liberavit (Oal. iv, 31). Quindi 6 che allorche i Padri 
dicono, chc la libcrta dopo il peccato fu perduta, intcndono della liberta 
vera, di quella cioe di cui parla l'Apostolo. 

:i e oo. Cui Deus..., che ha Dio pcr guida, c la grazia, raggio dell'e- 
terna lucc, per lumc, vita ecc. 



, 2 



102 s. PROSPERO D^AQUITANIA 

Si quid enim recti gerimus, Domine auxiliante, 
Tegerimus; tu corda moves; tu vota petentis 
Quae dare vis, tribuis, servans largita, creansque 40 

De meritis merita, et cumulans tua dona coronis. 
Non autem hoc curam minui, studiumque resolvi 
Yirtutum, aut opus ingenii torpere putandum est, 
Quod bona sanctorum tua sunt, et quidquid in illis 
Aut sanum, aut validum est, de te viget, ut videatur 45 
Nil actura liominis, te cuncta gerente, voluntas: 
Quae sine te quid agit, nisi quo procul exulet a te 
Praecipites semper calles, et devia motu 
Ingressura suo : nisi fessam, tu bone, et aegrarn 
Suscipias, referas, foveas, tuearis, honestes. 
Tunc fiet cursus velox, oculique videntes, 
Libera libertas, sapiens sapientia, justum 
Judicium, et fortis virtus, et sana facultas. 

Hujus opis semper, Pater, indigeamus: ab ipsa 
Prodeat arbitrium nostrum ; nihil hac sine sensus 
Corporei possint, opus ut servile quiescat. 



vv. 39 e 40. vota... tribuis, tu esaudisci i voti di chi ti doinanda cio che 
ne vuoi dare. — servans largiia, conservandoci i tuoi doni. 

vv. ,45 e 46. ut videatur..., da scmbrare che, perche tu fai tutto, la vo- 
lonta delruomo non faccia nulla. 

v. 47. nisi quo, cioe: nisi id quo. 

w. 48-50. Praecipites ecc. Abbandonata a se niedesima {moUi suo) ella 
se ne andrebbe per un sentiero precipitoso e scouosciuto. se stanca ed 
mferma tu, o buon Dio, non ti degnassi raccoglierla, ravviarla rifocil- 
larla, difendcrla, rabbellirls. II P. fa manifcstamcnte allnsione alla pa- 
rabola evangeUca dcl Pastore che sullc sue spalle riconduce airovile 
la pccorclla smarnta, cd a quell' altra dcl Padre di famiglia, che riab- 
braccia il figliuol prodigo. 

v.51. ab ipsa, dalla grazia. Dcsidcra la libcrta che e data dalla grazia, 
quclla che sopra chiamammo, secondo la mcntc dcl P., la liberta della 
liberta. 

vv. 55 e 56. nihil har sine... possint, ch'clla. la grazin, guidi tutti i movi- 
mcnti dcl nostro corpo. Uu gran voto e questo, che i scnsi non facciauo 
un oporazionc, chc la non sia prodotta dalla grazia, ma rimarra sempre 
un voto, finche movtalohoc induerit immortalitatem 1 - oyus scrvilc. Sono 
servili le operc dclFuomo, so le fa secondo la propria volonta, e non 
secondo la volonta di Dio : porchc, o fa il male, e qncsto 6 scrvitu di 
peccato, schiavitu dcl dcmonio; o fa il bene, c gloriandosene insuperbi- 
scc, o la_ superbia e sorvitu anch'cssa, anzi la piu grande scrvitu. Quosto 
ci parc ll scnso di qucsto luogo, comc appariscc anchc dall"antitesi che 
seguc. 



s. prospero d'aquitania 103 

Et tua dum in aobis agitur, non nostra voluntas. 
Legitima in sanctis ducamus sabbata festis. 

r. 58. Legititna..., cclebriamo con santa gioia il Babato della nostra 
leggc. Pare clic oltre all'osservanza d< I losaica 

faccia allusione ancora a quclla del sabato etcrno io cielo. Gome poi 
qucsto possa osservarsi quaggiu, cel dice lo stesso P. con le parole di 
S. Agostino ncl suo libro delle Sentenze estratte dalle op re d 1 
simo (Sent. 270): •* Perpetuum Sabbatum observat, qui spe futurae quietis 
sanctis cst operibus intentus, nec ipsis bonis actibus suis, quasi de pro- 
priis ct de his quae non acceperit gloriatur ; illuni in se operari coguo- 
scens, qui simul operatur ct quietus est. _ 



PAOLINO Dl PERIGUEUX 



Verso lanno 463 di Gesu Cristo, Paolino, figlio di un celebre retore di 
Perigueux, scrisse in versi la vita di S. Martino, che Sulpizio Severo 
avea scritto in prosa, e niori circa dieci anni dopo averla finita. I critici 
sono stati, in generale, severi riguardo ad essa. * Questo poema, dice 
Elies Dupins, non e niente elegante ne sublime; i tcrmini ne sono duri 
e barbari, e meschini i versi; la narrazione e noiosa. „ Ma ben diverso 
e il giudizio di Gasparo Barth, il cui entusiasmo arriva a chiamare il 
nostr' autore: " Princeps omnium poetarum, qui vitas tales scripse- 
runt. „ Fra queste due eccessive opinioni, M. E. F. Corpet, che ha pub- 
blicato nella seconda serie della biblioteca latina-francese, edita dal 
Panckoucke, una traduzione elegante delle opere di Paolino di Peri- 
gueux, sembra aver formulato un giudizio piu equo insieme e completo. 
u Paolino, cosi egli, non e sempre, come Elies Dupins volle dirlo, un 
versificatore duro e meschino ; il suo stile abbondante e facile, ha 
spesso dell'eleganza e della magnificenza. Disgraziatamente egli scrive 
senza ordine c senza metodo; non sa contenersi, si perde nelle minime 
circostanze, e non abbandona un soggetto, ricco che sia, senza prima 
averlo esaurito affatto. Ma questi stessi difetti sono compensati da 
singolari vantaggi. II suo estro compiacente, che nulla vuole tacere, ci 
fa apprendere un gran numero di particolariche non si trovano altrove, 
e conferiscono di molto alla storia ecclesiastica, civile e politica del 
quinto secolo. II suo libro racchiude documenti preziosi intorno agli 
usi de'cristiani di que'tempi, intomo a' costumi de'barbari e intorno a 
molti fatti importanti accaduti nelle Gallie sotto gli occhi, a dir cosi, 
delFAutore. „ 



I. 

Carita di S. Martino. 

Jam sic supplicibus diviserat omnia egenis 

1. Jjv vlta 8. Martinit Lib. i, rv. Gl-118. S. Martino naeque vcrso il 310 
a Sabaria, nella Pannonia. Fu cducato, sccondo Sulpizio Severo, a Pavia 
in Italia, e passo gli ultimi anni di sua vita in Francia, dove mori Ve- 
soovo di Tours, circa la iino dol quarto socolo. Quosto celcbre Apostolo 
dello Gallic si trovo in mczzo a' piii importanti avvenimcnti del suo se- 
colo: la santa missionc cui fu chiamato da Dio a compierc in qucl 
paese, rendo la sua vita sommamonto intcrossanto. Sulpizio Scvero, 
Paolino di Periguex, Fortunato, Gregorio di Tours ne raccontarono con 
premura lc gesta ed i miracoli, pensando che insino a tanto vi fossero 
cristiani, un tal racronto sarobbo lotto con piacere e profitto. Eppure 
sono tre sccoli chc il piu de' cristiani abbandonarono tutti i monumenti 
dol cristianosimo per darsi a studiaro il paganesiino I Si fa studiare a' 
giovani cristiani le contcsc politiche, le guerre, i costumi e le istitu- 



FAOLINO DI PERIGUEUX 105 

Ut sola exesis superessent tegmina membris : 

Quum subito horrentia glaciali frigore brumae 

Kudns in occursum properat : vix verba fremanti 

Dimidians praefracta sono ; sed causa loquelam 5 

Expedit, et linguae partes proclamat erumna. 

Praetereunt cuncti, fastiditamque querelam 

Despexit misero locupletum insania risu. 

Substitit incertus confuso pectore sanctus 

Quid faceret : nam votum aderat, substantia deerat. 10 

Sola superfuerat corpus tectura beatum, 

Ut semper, duplicata chlamys, quae frigus et imbrem, 

Ventorum et rabiem geminato arceret amictu. 

Stringitur invictus, sine crimine vulneris, ensis ; 

Et mediam resecat miseratio prodiga partem, 15 

Pejorem sibi, credo, legens: tum membra trementis 

Obtegit, et tradens aliquem de veste teporem, 

Jam leviore habitu recipit de frigore partem. 

felix, virtute tua miracula vincens 
Omnia ; et excedens Domini praecepta jubentis ! 20 

llle etenim modico contentos nos jubet esse, 
Isec servare duas vestes : tu dividis unarn. 



zioni de' Greci e de' Romani , fino la storia immorale de' loro Dei, e 
nulla o quasi nulla di Gesu Cristo, della storia del cristianesimo, della 
celeste sua dottrina, delle gesta de' suoi eroi, per cui il genio cristiano 
die fuora pagine immortali. 

v. 2. exesis, ammagrite dalla penitenza. 

3. brumae. La i^arola bruma, abbreviatura di brevissima, che sot- 
tintende dierum spatia, propriamente e il solstizio d'inverno , che i 
giorni sono brevissimi; ma i poeti spesso la prendouo per lo stesso 
inverno. 

vv. 4 - G. Xudus, un uomo nudo, un povero ignudo si presenta a lui. 
— vix... appena, a stento puo balbettare con la sua voce tremante qual- 
che parola, monche parole. — sed causa ecc, ma la sua condizione, il 
suo stato (causa) manifesta i suoi pensieri, c la sua miseria fa poten- 
temente lo parti della Bua lingua. Cordinario scrivesi aerumna col 
dittongo. II P. per servire al metro l'us6 senza dittongo, con la prima 
■ breve. 11 grammatico Ennio dice, sccondo riferisce Svetonio 
(De illustrtbus grammaticisliber): * Erumnam por e solum scribi posse, 
quod mentem ernat, vel per ae, quod mocrorem nutriat. „ Perche il 
Bazzarini | Vocab. univ. lat. ital.) dice viziosa licenza questa del nostro 
Poeta '. ; 

v. 12. Ut semper, come era uso. 

v. 14. Stringitur, impugna, brandisce. — sine crimine vulneris, scnza 
scopo di l r 

v. 1G. legens, Bcegliendo, serbando per se. Si oomincia qui a trovare 
quella spiritosa semplicita, che rendc tanto piacevole la lettura delle 
leggende del medi • 

v. 22. nec servare. Vedi S. Mattco x, 10. 



106 PAOLINO DI PERIGUEUX 

Adspiciunt omnes, alii deforraia rident 

Tegmina, nec cernunt mage verum in corde decorem. 

Ast alii secum compuncto corde queruntur 25 

Justitiam potuisse inopis decernere egenti 

Divite quod censu substantia larga negasset. 

Nec mora quin tanto reddatur palma triumpho. 
Nam vix defessos strato rejecerat artus 
Admittens tenuem, vigili sed corde, soporem; 30 

Nec sopor illud erat, quia mens attenta vigebat: 
Quum subito ante oculos larga mercede benignus 
Adstitit, inque suo vestitus paupere Christus 
Aptavit propriis felicia tegmina membris. 
vere pretiosa chlamvs ! Quid tale vel ostro 35 

Vel ducto in filum pennis rutilantibus auro, 
Insignes meruere habitus! Quid serica tactu 
Laevia, vel docte expressis viventia signis ? 
Ille hominum terraeque Deus, pontique, polique, 
Omnia qui tribuit, sine quo nihil, ipsaque cujus 40 

Quae dedimus, vel qui dedimus» donumque, datorque, 
Hac ope ditatur, numeret si lucra salutis. 
Nec tamen hinc saltem stabilem jactantia mentem 
Concutit, aut vanum persensit corde tumorem. 
virtus pretiosa Deo, nil ducere laudi 45 

Quum laudanda geras, nec nostro adscribere facto 
Quae facimus, cunctoque Deum laudarier actu ! 

vv.26e 27. Justitiam. Sta qui nel senso di bonta,como in Cesare {De 
Bel. GaJ7. v, 4): sperare sepro ejus justitia, quae petierint impetraturos. — 
inopis. S. Martino fattosi povcro donando tutto ai povori. — decernere, 
somministrare a un povcro cio chc grandi ricchezze dalla pingue ren- 
dita ebbero negato. 

v. 29. strato, stramazzo, strapunto, letto. 

v. 32. larga mercede benignus, Cristo bcnigno e goneroso rimuneratore, 
che mostra la sua bonta con magniiichc ricompense. 

v. 3G. pennis, lana, e per cstensione stoffa : la cui stoffa, il cui panno 
risplondo di porpora c d'oro. 

rv. 37 e 38. eerica. In forza di sost. neutro plur.: vesti di seta. — 
vel docte..., o ritraenti al vivo lo immagini cho 1'arte (docte) vi csprcsse. 
Questo particolare e prezioso, crcdiamo, per gli archcologi che s' occu- 
pano delle antiche stoffc. 

v. 40. Sine rjno nihil, senza il qualo nulla csisto. — ipsaque cujus, al 
quale tutto apparticnc, e cio chc diamo, c noi stcssi che diamo, il dono 
cioe e il donatorc. 

r. 42. Hacope.., por questo soccorso,per qucste elomosine arricchisce, 
si reputa ricco, se gli fan possedere moltc animc salve. 

rv. 43 o ll. Nec tamen ecc. B. Martino non insuperbisce, ne si vanta 
punto della sua carita. — hinc, u cx hac rc. B 

v. 47. cuncto actu, in tutti i nostri atti. — laudarier, per laudari. 



PAOLIXO DI PERIGUEUX 107 

II. 

Invoeazione del Poeta. 

Hic modo si veterum recolamus carmina vatum 
Quum subito attonitos quaterent miracula sensus, 
Clamaret miserum vecors insania Phoebum, 
Nec sineret falsas saltem requiescere Musas, 
Delphica mentito quaterentur Apolline templa, 5 

Cunctaque surdarum raperetur turba sororum, 
Excita vi totum complerent monstra furorem. 
Nos, quibus a Christo sensus vel verba petuntur, 
Christicola, inspires paulum, Martine, precamur. 
Tu qui defunctis potuisti reddere vitam, 10 

Auxilio Domini fultus, mihi redde salutem. 
Primus ego indultae faciam miracula vitae. 
Primus foetentis disrumpam claustra sepulchri. 
Justa precor, toto defunctus corde, patronum ; 
Ut tantae laudis titulos mens viva loquatur. 15 

Ergo licet fandi vires sublimia vincant 
Gesta, nec orandi mpdulus so laudibus aequet, 
Aggrediar. Tu quisque legens tam vilia temnis 
Carmina, dum verba irrides, mirabere facta. 



II. Ibid. w. 29G-314, 

v. 3. clamaret vecors insania, nel loro stolto estro, nel loro pazzo fu- 
rore invoclierebbero ad alto il ecc. — Fhoebum. Vedi Fasc. i, pag. G7, 
in nota. 

v. 5. Delphica..., farebboro rintronare il tempio di Delfo del nomo dol 
finto, del bugiardo loro Apollo. 

v. 6. eororum, le Muse, sorelle di Apollo. 

v. 7. Excita ?/..., 1'evocazione di questi mostri li porta fino al delirio. 

v. 9. Christicola, adoratore, scrvo di Cristo. 

v. 11. ealutem, la salute deiranima, la grazia di Dio. 

v. 12. indultae ritae, viia ridonata alla grazia. 

r. 13. foetentis claustra sepulchri. Cioe la tomba del peccato. 

v. 14. toto defunctus corde, dal fondo del mio cuore morto pel peccato. 

v. 15. Umdis, per meton.: virtii, possanzft. — mens rica, per opposiziono 
a toto defunctus corde. 

>\ 17. orandi modulus, la forma dcl dire, il mio dire, lc mic parole. 

v. 18. quisque, quisquis, quicumque es. — tam r/7/a.Qual modestia, qualo 
umiltii! I poeti cristiani intendono studiosamente ad occultar se medo- 
simi dinanzi al personaggio clio mettono in iscena od al soggetto chc 
trattano, affinche il lettore a quelli unioamente rivolga la sua atten- 
zione, la sua ammirazione, esopra tutto se nevantaggi il cuore. AlTop- 



108 PAOUNO DI PERIGUEUX 

III. 

S. Martino risuseita un eateeumeno. 

Quidam, tam clarae cernens miracula vitae, 
Elegit tanto semet sociare magistro, 
Mystica quem nondum fontis renovaverat unda. 
Huic febris, totas penitus depasta medullas, 
Extorsit tenuem consumpto corpore vitam. 5 

Ac tum forte absens doctor, sed sedula fratrum 
Relligio exanimum plangebat moesta cadaver, 
Moerens supplicio fratris, non funere carnis. 
Adveniens sanctus fletu rigat ubere vultum, 
Defuncti tristem casum miseratus, et omnem 10 

Implevit clamore locum : mox teste remoto 
Irrupit moestam tam tristi funere cellam. 
Tum super exanimum sese projecit amicum, 
Cunctis frigentes membris complectitur artus, 
Adspirans tenuem super ora rigentia flatum. 15 

Attamen ad Dominum penitus spes tota refertur ; 
Assueta oratur pietas, miseratio nota 
Poscitur, et meritum fidei credendo meretur. 
Yidit adesse Deum puri fiducia cordis 



posto i poeti pagani, trasportati dalla vanita e daH'ambizione, drizzano 
ia cresta,e festeggiano la propria apoteosi. Vedi Fasc. \,pag. 29; e Fasc. u, 
pag. 115. 

III. Ibid. vv. 315-3C3. 

v. 3. Myatica fontis unda, il battesimo. — quem, ha per antecedente 
quidam. 

v. 4. totas penitas. Yirgilio (Georg. iii , 458): artus depascitur arida 
fehris. 

vv. C e 7. doctor. Yeggano qui i medici rauticliita del loro titolo. — 
Relligio. Ycdi pag. 2b, v. 26 in nota. 

r. 8. Moerens, dolenti del BUpplizio dell'anima e non dclla morte del 
loro fratello. I catecumeui, non essendo ancora battezzati, morendo non 
andavan salvi. 

i . 9. sanclus. S. Martino. 

v. 13. Tum super ecc. Yerso di Yirgilio, Acn. ix., 441. 

v. 11. Cunctis mentbris, con tutte le sue membra. Come fece Eliseo^ 
quando ridono la vita al figlio della Sunamitide. 

vv. 17 e 18. Assueta..., ci prega questo Dio semprc j)ietoso, ne implora 
la nota sua misericordia, e cosi confidando otticnc il prcmio della sua 
iede, merita di essero esaudito. 



PAOLINO DI PERIGUEUX 109 

Effectumque piis senserunt viscera fibris. 

ISec mora, vix geminis votum suspenditur horis; 

Paulatim incussis motantur linfea membris, 

Arentesque artus venarum humore rigantur, 

Afflatuque animae pectus glaciale tepescit. 

Obducti infuso reserantur lumine visus. 

Felices, quibus inducti sub luminis ortu 

Contigit in primo Martinum cernere mundo! 

Erigitur totum subito molimine corpus, 

Et cutis, exesis dudum jam lurida membris, 

Purpureum recipit succo meliore ruborem. 30 

Vox facilis, gressus stabilis, manus apta, vigen3 cor. 

Totu3 homo ex variis conflato corpore causis 

Unam suscepit diverso in munere vitam. 

Eliciunt magnam mox gaudia maxima vocem : 

Laudes lingua sonat, gratantis nuntia mentis: 35 

Alfectum cordis clamor pronuntiat oris. 

Irrupit mox turba fores, cellamque replevit, 

Et sanctas cecinit concors symphonia laudes. 

Ille autem, ut penitus vita post fata novaret, 

Confestim aeterna nituit renuvatus ab unda, 40 

Et multos felix senium protraxit in annos, 

Tam clari testis non parvo tempore facti. 

Saepe etenim multis idem narrare solebat 



p. 20. Effectum, 1'azione, l'efficacia deirintervento di Dio. -- p 
le libre dcl suo cuore pi 

v. 21. geminis.,., per due ore il suo voto rirnan sospeso, cioe dopo due 
ore s'avvera, si coinpie il suo voto. 

v. 22. iiirmsi* membris, riseuotendosi le niembra del rnorto. — li\ 
pannilirii ond'era avvolto, o le lenzuola, le coperte del letto. 

v. 24. ; aiacciato, freddo per niorte. 

raggi deUa luce. -- visus, gli occhi. 

v>\ _ Fortunal pupiUe, alle quali 

al prirno ridouarsi loro la vista, tocco in sorte di fissare Martino. — 
inprimo, e quanto: in pi . 

v. 30. sicco meliore, sotto 1'influenza di un saugue rnigliore. 

vv. 32 e 33. ..tecurneuo riottenendo 

un corpo risultante da varii elementi, riceve un' uuiea vita a funzioni 
divei 

v. 34. gaudia tnaxima. Cioe : " Martinus agens gaudia rnaxiina eli- 
cit „ ecc, al colmo dclla gioia. 

v. 39. ' •-, il catcc: :. utato. — novaret, rinnovare. 

v. 10. la, dall'onda che da la vita cterna. 

rihcato, rigenerato. 



110 PAOLINO DI PERIGUEUX 

Judicis aeterni semet tremuisse tribunal 

Yilibus addictum turbis, mersumque tenebris ; 45 

Angelicis donec prclata oratio verbis 

Offerret votum Domino, vitamque referret. 

Hic primus nostris Martinum prodidit oris, 

Hoc aditu ad reliquas pervenit gloria laudes. 

IV. 
Guarigione del leproso di Parigi. 

vere confine bonum: miseratio prompta, 
Mens humilis ! nullum spernit qui diligit omnes. 
Nam quemdam horrendo lepra texerat improba morbo, 
Inficiens cunctam macularum tegmine carnem, 
Et spargens densas vitiato in corpore guttas. 5 

Quem quum sanorum fastidia crebra notarent, 
Ignara et proprii mens injustissima casus 
Despiceret tristes alieno in corpore morbos, 
Ingrediens portam sanctus praeeunte caterva, 



v. 44. tremuisse tribunal, aver tremato di panra innanzi al tribunale, 
ecc. Tremere vale qui per meton.: temere, e percio costr. con l'accu- 
sativo. 

v. 40. Oratio, la preghiera di S. Martino, recata dagli Angeli. 
vv. 48 e 49 llic. 11 catecnmeno risuscitato. — prodidit, fe' conoscere il 
nome di S. Martino nel nostro paese (nostris aris). — Hoc aditu..., con 
questo principio la gloria di lui raggiunse tutti i gradi. Pare che, 
secondo il P. la gloria sia il risultato di tante lodi, e che il risuscita- 
mento dcl catccunieno fosse la prima. 
IV. Cbid. Lib. ii, vv. G02-633. 

1 e 2. O vere confine bonum , cioc: u O vcre confines virtutes, „ 
o virtii giustamcnte affini fra loro. Bonum , sta qui per virtu , di- 
cendo Cicerone (Tusc. v, 2: 7 ,): Bonum mentis cst virtus. Le quali virtu 
sono la carita (miseratio) e 1'umilta (mens humilis). — nullum spemit ecc. 
Nota come il P. con solo cinquo parole seppe mostrare chiaramente 
la relazione che passa tra la carita c Fumilta. 

v. 3. lepra. In singolare l'us6 anche Giovenco. — improba, sozza, de- 
forme, schifosa. Vedi Fasc. n, pag, 61. 

! e 5. Macularum tegmine, macchie con crosta, chiazze. — guttas, 
bollicino, pustole. 

.. ,r,n... notarent, invcce di: u Sani fastidiis crebris nc- 

tarcnt. ; , —proprii casas, della propria frali zza. 
v. '.). portam, per La porta della citta. Sulpizio Severo dico, che questo . 
di s. Martino awenne a Parigi, e lo sue parole son confer- 
Q-regorio di T.ours, il quale nella Storia d< i Franchi(Lib. viii, 
isce comc in memoria doUa miracolosa guarigione dcl lc- 
fu erctta una cappella vicino la i orta di questa citta. 



PAOM.NO di perigueux lil 

Q lalis in obsequium tauti collecta patroni 10 

Stfpabat densis murorum limina turbis, 

ila dat misero, vultu connexus et ove : 
xVec metuens tali faciem sordescere tactu, 
Impressit junctis pacis signacula labris. 
Obstupuere animis alii: gavisus at ille 15 

it in attactu divini munera doni, 
Et remeare citam raptim per membra salutem, 
Dispergi et celerem ronovata in carne nitoreni. 

vere pretiosa tuae dignatio pacis, 
Er medicina pio quae semper manat ab ore ! 
Seu membra attingas labiis, seu corda loquelis, 
Oscula sanabunt aegros, et verba docendos. 
Atque utinam nostros similis clemontia morbos 
Tangeret et miseri maculas depellere cordis 
Orans tam sancto Martinus veliet ab ore ! 25 

Tum, credo, ad vorae revocarer gaudia pacis, 
Sanatum adtollens sancta ad mysteria vultum. 
Et post eversum, dederat quem portio, censum, 
Spes mea clementis Domini penderet ab ore, 



p. 10. Qualis. Sta invccc di quae, o quippe quae. — limina muroru 
mura della citta. 

>re, e quauto : impense , vehementer complexus, stretta- 
abbracciatolo. 

■ *sif..., lo bacio teneramente in segno di pace. 

il leproso. — divini munera doni, il dono della grazia 
(doni) diviua. 

■. 17. Citam raptim, e tosto rapidamente. 
\atio, efficacia, mcrito. 
l'ignoranti. 
25. tam sancto ab ore, cou la sua bocca co-i sauta. Talora la pro- 
me ab e sovrabbondante, talora valc con per ell 

. gustarc, gusterei nuovamem 
Iturn, il volto, gli occlii purificati. 

. — spes mea, tutta la niia 
. dalla volonta. — fid i. I poeti del secolo di A 
mo brcvo la ^enultima di questa parola, ma la facevano lm 
cho vuolc brcvc qualunque \ 
ra in una stessa parola. Ii che il nostro P. fa- 

in ac- 
- nta in tutte lc 

della 

lueti-i' 

Dghe. \'h\x i: | Lo di Orazio 



112 PAOLINO DI PERIGUEUX 

Porcorumque escas liuquens, vel gaudia carnis, 30 

Acciperem verae signacula certa fidei. 

V. 

Un prato. 

Undabant tenui viridantia gramina flatu, 
Impulsasque levis motabat spiritus herbas. 
Insuper innumeri per plana jacentia flores 
Distincta insertis pingebant aequora gemmis. 
Hos roseo inficiens tingebat purpura fuco. 5 

Ast alii niveo insignes candore nitebant, 
Inter quos croceis distinguens gramina signis 
Aurea flavorum rutiiabat gratia florum. 
Curvant purpureae gemmantia germina guttae, 
Flectebantqne herbas humentis succina roris. 10 

Blandus odor gratum certans aequare colorem, 
Permiscens paribus concordia gaudia formis, 
Pascebat specie visum, spiramine nares. 
Praebebant rarae pergrata umbracula frondes, 
Caerulaque implexis nutabant brachia ramis. 15 

Certabant tectae foliis vemare volucres, 
Musica dulcisonis moderantes sibila linguis. 
Purus vicinas pascebat rivulus herbas, 
Graminaque allapso stringens humore fovebat. 



ed Ovidio clio giunsero sino a far breve una vocale seguita da conso- 
nanti. Questi infatti fa breve la priina di Procnes (Met. vi, 4G9) clie due 
versi piu avanti avea fatto lunga , e quegli ( Orf. Lib. iv ) fa breve la 
prima di cycnus. 

V. Ibil. Lib. IV, vo. 557-593. S. Martino s'ind)atte cammin facendo in 
un prato verdeggiante e tutto smaltato di fiori, e vi ravviso un sim- 
bolo dei tesori de' quali Iddio arricehisce ed abbella un'anima pura. 

v. 2. 8j)iritus, venticello. — ) lo, fil d'erba, come in quel di 

Virgilio (Ecl. v, 25): neque amnem Libavit quadrupes, nec graminis attigU 
herbam. 

3 e 1. Tnsuper..., inoltre innumerevoli fiori diversi sparsi per la di- 
Btesa pianura screziavano , abbellivano i diversi spazii co' variopinti 
colori. 

v. 9. gemmantia, germoglianti, tenere. 

v. 14. rarae, qua c la, owero, per metalessi, preziose, eccellenti* 
Brachia diconsi que' ramicelli clic spuntano da' rami maggiori degli 
alberi : come in Virgilio [Georg. ir, 298): ramos et brachia U 

r. V.i allapso stringens humore, BtringendoBi ad essa col corso delle 
nde. Anche Cicerone ha humor allapsus. Divin. n, 27. 



PAOLLNO DI PERIGUEUX 113 

Perspicui subter, visu penetrante lapilli, 20 

Crispabant vitreas per blanda obstacula lymphas. 

Nec poterat mersum ex oculis auferre decorem 

Pervia luminibus species, et gurgite tecta. 

Quid rudibus conor formas signare loquelis? 

Expromi haec verbis nequeunt, quae munere Christi 25 

Effigiens melius naturao gratia pinxit. 

Hanc igitur speciem distinctam dispare forma 
Aspiciens, Martinus ait: Conferte parumper.... 
Ut color atque nitor tlorenti ridet in agro, 
Gloria sic purae fulgebit lucida carnis. 30 



v. 20. sulter, nel fondo del ruscello. — visic penetrante, 1'occliio scorge 
de' lucenti ciottolini. 

v. 23. Pervia, quesfinimagine trasparente e pur coperta dalle acque 
non puo ecc. 

r. 24. Jormas, simili bellezze. — signare, descrivere, spiegare. 

v. 26. melius pinxit, si bene, meglio d'ogni altro dipinse. 



Carmina — III. 



CLAUDIANO MAMERZIO 



Claudiano Mainerzio, il celebre cantore del trionfo della Croce, 
nacque a Vienna, non si sa precisamente in quale anno. Fratello del 
Vescovo di questa citta, abbraccio da prima la vita monastica, non 
trascurando lo studio delle umane scienze, lettere ed arti, delle quali, 
stando alla testimonianza di Sidonio Apollinare, fu peritissimo. Or- 
dinato prete, regolo 1'ufncio divino, ed insegno il canto dei salmi e 
degl'inni. Scrisse contro 1'eloquente Fausto de Kiez un'opera intitolata 
De statn animae, che potrebbe, se fosse letta, far mettere 1'Autore nel 
numero de' dialettici piu abili e de'pensatori piu profondi. Se la fosse 
stata scritta in versi, si avrebbe come la contrapparte del poema mate- 
rialista di Lucrezio, De naturct rerum. Elies Dupins facendo spiccare il 
rapporto clfesiste tra 1'opera del Prete Viennese e le Meditazloni di De- 
scartes, a ia sola differenza, aggiunge egli, che corre fra di loro, si e, che 
Mamerzio spiega, prova e discute de'principii che questo filosofo mo- 
derno si e contentato solo di proporre come verita assai sensibili. „ 
I dotti pongono la morte di questo autore tra gli anni 473 e 474. 



Inno alla Croce.* 

Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis, 

Et super Crucis trophaeo dic triumphum nobilem, 
Qualiter Redemptor orbis immolatus vicerit. 

De parentis protoplasti fraude factor condolens^ 

Quando pomi noxialis morsu in mortem corruii, 5 

Ipse lignum tunc notavit, damna ligni ut solveret. 

* Ilymnus cle Passione Domini. Questo belVinno che trovasi scritto ne' 
piu antichi antifonarii, cantasi dalla Chiesa il Venerdi santo, all'adora- 
zione della Crocc. Credcsi che lo stcs^o Mamerzio ne inventasse il canto, 
ne cio u inverosimile, poiche Sklonio Apollinare, suo contemporaneo, 
dice di lui che fu dialecticus, poSta , tractator, geometra, musicnsque. I 
versi sono trocaici tetramciri, catalettici. Vedi Fasc. 11, pag. ">'.). 

v. ]. Pange, lingua, gloriosi. Se ne valse S. Tommaso d'Aquino a princi- 
piare il suo cclebrc inno eucaristico. 

v. 2. super. E preso qui per de, fczpl, — triumphum nohilem. Dante 
chiamo il trionfo di Cristo alta vittoria 

Ch'ei s'acquisto con l'una e 1'altra palma. 

v. 4. fraude. E prcso qui passivamentc, per inganno, frode , a cui 
Adamo fu soggetto. — protoplasti , -o^zo-lc/.rrzoz , da np&TOg , 
primo, e — /ott-'/), formo, che fu formato il primo.il primo uomo. 

v. 5. Morsu iii. Lo spondco invecc dcl trochco. 

v. 6. Notavit , design6. Questfantiteei fra 1'albero del paradiso tcrre- 
stre c 1'albero del Calvario, e tolta da Ezecbicle (xvu, 24) : Ego Dominus 
humiliavi Vujaum sublime, et exallavi lijnum humile. 



CLAUDIANO MAMERZIO 11S 

Hoc opus nostrae salutis ordo depoposcerat, 
Multiformis proditoris ars ut artem falleret, 
Et medelam ferret inde, hostis, unde laeserat. 

Quando venit ergo sacri plenitudo temporis, 10 

Missus est ab arce Patris Natus, orbis conditor, 
Atque ventre virginali caro factus prodiit. 

Vagit infans inter arcta conditus praesepia: 
Membra pannis involuta Yirgo mater alligat ; 
Et pedes manusque, crura, stricta cingit fascia. 15 

Lustra sex qui jam peracta, tempus implens corporis, 
Se volonte, natus ad hoc, passioni deditus, 
Agnus in cruce levatur immolandus stipite. 

Hic acetum, fel, arundo, sputo, clavi, lancea: 

Mite corpus perforatur; sanguis unda profluit, 20 

Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine. 

Crux fidelis, inter omnes arbor una nobilis ! 
Nulla talem silva profert fronde, flore, germine: 
Dulce lignum dulci clavo dulce pondus sustinet. 

Flecte ramos, arbor alta, tensa laxa viscera, 25 

Et rigor lentescat ille, quem dedit nativitas, 
Ut superni membra Regis miti tendas atipite. 



v. 7. Xostrae salutis ovdo, l'econoniia della nostra salute. 

io II P. tolse il concetto e la frase da S. Paolo 

• nitudo temppris, misit Deus filium suutn, factum 

liere ecc. — plenitudo temporis. Vedi Fasc. n, pag. 22. 

v. 10. Lustra sex peracta. Apposizione a tempus corporis: appena com- 

piti soi histri di sua vita umana. Secondo S. Tommaso, G-. C. volle 

patire in giovane eta, per meglio dimostrarci 1'amor suo (III. p. s quaest. 

46, art. 9). 

<•. 17. 8e volente, perche volle. Isaia (liii, 7): Oblatus est quia i}^e voluit. 
— ad. E fatta lunga per la lettera // aspirata, che vien dopo. — deditus, si 
I applica alla passione per la quale ei nacque. 

v. 18. cruce levatur. II pirrico (ce-le) in luogo del trocheo. 

per fronde, fiori e frutti. I sentimenti racchiusi in 
qnesta e nella seguente strofe, non potean essere ne piu proprii ne piii 

veri. Adamo da S. Vittorc iiuitaudo : 

O Crux, lignnm trinmphale, 
Vera mnndi salus , vale ! 
Inter ligna nnllum tale, 
Fronde, llore, germine. 

lensa laxa v iscera , allarga, addolcisci lednre luevene. F<- 
qui, per beliisslmo traslato, la parte interna del legno della 
croce, il midollo. 1 , la ruvidezzache 

la natura ti diedc. — miti. Lo spondeo per il trochco. 



11G CLAUDIANO MAMERZIO 

Sola digna tu fuisti ferre pretium saeculi, 

Atque portum praeparare nauta mundo naufrago, 
Quem sacer cruor perunxit fusus Agni corpore. 30 



v. 28. pretium, il prezzo del riscatto. Nota 1'anapesto sostituito allo 
spondeo. 

v. 20. nauta, come un pilota, un nocchiero. Bella rnetafora per la 
quale il P. paragona la croce ad un nocchiero, che salva 1' uman genere 
dal naufragio incorso per lo scoglio del peccato, e lo dirige al porto 
della salute eterna. u Fra le modincazioni, poche e poco importanti. 
fatte dalla Correzione a quest' inno , solo e da notare la sostituzione 
della voce arca alPantica nauta, e, nel penultimo verso, del proDome 
qitam al quem, Non puo negarsi che arca ben risponde airimmagine per 
analogia di materia e di richiamo storico: e non solo S. Ambrogio la 
uso dicendo : w II legno della croce e a noi un modo di trasporto, sic- 
come nave, per giungere a salnte „ (De Sjiir. S. i, 9): ma anche piii 
esplicitamente S. Agostiuo, laddove scrisse : u Coloro che durante il 
diluvio si salvarono nelParca, adombravano il mistero della Chiesa 
futura, la quale ora nuota nei flutti del secolo, ed e liberata dalla som- 
mersione per mezzo del legno della croce di Cristo „ (De catecJi. rud. 
liii). Cio nondimeno, se si voglia riflettere, che nella croce e significato 
il Crocifisso, si vcrra a couoscere : primo, che 1'idea dol pilota, Salvatore 
del mondo dal naufragio, e forse qui piu appropriata dell' altra a Cri- 
sto: poiche al nocchiero, meglio che all' arca, consuona il praeparure 
portum : e finalmente, che piu giusto ed adeguato concetto e chiamare 
il moudo (auzi che 1'arca) cosperso e lavato nel sangue delFAgnello „ 
Yeuturi, GVInni rtella CJiiesa. 



I N D I C E 



DRACOXZIO. 

I. Creazione degli uccelli pag. 1 

II. Creazione clei quadrupedi r 8 

III. Creazione delFuomo . „ 5 

IV. La prima notte H 7 

AUTOBB INCERTO. 

II Paradiso „ 9 

TIRO PROSPERO. 

Gli siDOsi cristiani e 1'invasione dei Barbari ... n 12 

AUTORE INCERTO. 

I. Obiezioni contro la Provvidenza „ 19 

II. Iddio governa il mondo 22 

III. La Provvidenza esiste «21 

IV. Perclie Iddio ritardi la pena del delitto e il premio della 

virtii „25 

V. Dio punisce il vizio e premia la virtii ancbe in questo mondo „ 28 

VI. Cause degli errori contro al domma della Provvidenza „ 30 

VII. Lezioni delTavversita -32 



SEDULIO. 



I. Soggetto del poema Pasquale 

II. Invocazione 

III. Nascita di Gesu Cristo 

jsurdita delle credenze pagane 

V. La Croce ..... 

VI. Vita di Gesii Cristo . 



SANT'ORENZIO. 



I. Beneficii della Provvidenza 

II. Dell'amore vicendevole 



35 
38 
40 
11 
43 
44 



118 I.NDICE 

III. Contro il lnsso pag, 55 

IV. Coutro l'ubbriackezza „56 

V. Descrizione clelle devastazioni dei barbari „ 58 
VI Brevita della vita umana „59 



S. ILARIO D'ARLES. 

Origine del niale „62 

CLAL T DIO MARIO YITTORE. 

I. La creazione opera di Dio e non del caso ... - 64 

II. L'Eden G6 

III. Adanio ed Eva cacciati dalFEden „ 68 

IY. I prirni dolori delFesilio „ 70 

V. La fine del diluvio „ 73 

VI. Origine dcll'idolatria „75 

VII. La torre di Babele „78 

VIII. Sui costumi del secolo Sl 

S. PROSPERO D'AQUITAKIA. 

I. La Chiesa tutta levasi contro Pelagio S9 

II. La grazia non distrugge il libero arbitrio „ 94 

III. Caduta e miseria dell' uomo , necessita della Redenzione e 

della grazia „96 

IV. L'uomo non deve arrossire del bisogno che ha della grazia „ 99 

PAOLINO DI PERIGUEUX. 



I. Carita di S. Martino .... 

II. Invocazione del Poeta 

III. S. Martino risuscita un catecumeno 

IV. Guarigione del leproso di Parigi 

V. Un prato 



104 
107 
108 
110 
112 



CLAUDIAXO MAMERZIO. 
Iimo alla Croce 



Con permissione delrAutoritii Eccles. 



Pag. 





Errata 


Corrige 




2 


Lin. 


44 nudare 


undare 




10 


T) 


37 Tcn» 


Jam 




■21 


„ 


23 adsut 


adsunt 




31 


„ 


43 opeva 


opem 




30 


„ 


18 functi 


cuncti 




47 


B 


6 Dum 


Deum 




43 


11 


7 Vinum 


Vinumque 




57 


T) 


2 Solers 


Sollers 




61 


71 


16 Aeque 


Eque 




78 


„ 


36 I mesi 


Tmesi 




81 


T> 


5 exemplo 


exempto 




„ 


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22 . 


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84 


r> 


5 incita terror 


incitat error 




B 


B 


ultima Vedi... 


Vedi pag. 52, v. 2, in 


85 


T! 


17 Phoenisse 


Phoenissae 




90 


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33 itoo; 


iSOOC 




91 




37 lettera v 


lettera v